Antonio
Marchi
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n°21
del 06.12.2003
La notizia della sua morte l’ho appresa in
un tragico momento di preparativi di guerra annunciata e sempre più imminente.
Speravo (il popolo della pace sperava) che quel crimine non si sarebbe compiuto
e morti e rovine sarebbero stati risparmiati ad un popolo umiliato ma vivo.
Illich portò una chiave di lettura di quegli avvenimenti a Città di Castello,
dove si trovava ospite del periodico "Altrapagina": "La guerra
contemporanea, questa collaborazione tecnologica all’apocalisse è
profondamente implicata nell’idea che il male possa essere estirpato. Il male
non si può togliere dal mondo, ma cinque miliardi di esseri umani in esubero si
possono eliminare".
Ivan Illich è stato un pensatore critico,
ribelle, un gigante del pensiero sociale moderno. Amava essere definito uno
storico, perché era dalla storia che traeva le sue analisi per dimostrare la
"controproduttività" delle grandi istituzioni moderne, che generano
il contrario di ciò che promettono. Della modernità denunciava la
tecnostruttura che confisca le capacità naturali del vivere, costringe ad
appaltarsi a competenze specialistiche, quantifica l’essere umano in una somma
di bisogni e lo misura in termini di produttività. Il nostro modo di vita
industriale e predace - diceva - è irrimediabilmente condannato, difficilmente
potrà durare ancora mezzo secolo. Il petrolio sta finendo e l’aumento della
temperatura terrestre per l’inquinamento devasterà acque e terre. Se vorrà
sopravvivere l’umanità dovrà cambiare vita, smettere di divorare energia,
non produrre sempre più merci, non confondere lo sviluppo con la crescita del
PIL, abbandonare il mito della produttività. Questo modo di vivere ci ha
tradito, ci ha estraniato dal mondo, ha distrutto la natura e ingoiato miliardi
di persone in inconcepibili astrazioni e il dover rinunciare è da tutti
considerato una catastrofe e non invece un rimettere i piedi per terra e avere
una vita più ricca e felice.
In una lettera ad un amico scritta nel 1992
e letta al suo funerale diceva che la generazione a cui apparteneva aveva
vissuto la rottura col mondo e visto l’esilio della carne dalla trama della
storia, che il mondo nel quale era nato era svanito nel non senso e che la sua
memoria non si era depositata come le rovine del passato negli strati inferiori
della terra, ma era scomparsa come una riga cancellata dalla memoria del
computer. Parlava della morte e della sua morte, che voleva non fosse "una
fine mortale", ma un "morire nel senso intransitivo",
con i piedi sulla terra, celebrando "la gloria del mondo reale
attraverso il nostro stesso addio ad esso". Voleva una morte che serva
a quelli che restano e non una morte che si subisce, che arriva da fuori come un
fulmine. Alludeva ad un morire che sia un fare, un decidersi, un compiersi. Come
non associare tutto ciò ai delittuosi eventi di questi tempi in Iraq e altrove?
La guerra è la massima organizzazione della morte, e nello stesso tempo è la
negazione del morire. Come stupirsi che qualcuno, lanciandosi con un’auto
imbottita di esplosivo contro un carro armato o un edificio abitato, decida di
non farsi dare la morte, ma di morire uccidendo? E’ la stessa differenza che
c’è tra il vivere e l’essere fatti vivere per consumare. Abitare, non stare
in una scatola prefabbricata come abitazione. Educarsi, non essere parcheggiati
in una scuola scambiata per educazione. Informarsi, non essere
"fruitori" e bersaglio dell’informazione. Curarsi, non consegnarsi
al potere terapeutico della sanità.
llich è stato un grande paladino della
cultura dei popoli, dei loro saperi, dell’arte del vivere praticata anche
nelle condizioni più povere ma non per questo miserabili. Da anni non leggeva
più i giornali. L’attualità quotidiana gli appariva fatua ed inconsistente,
cosi come i "media". Non rilasciava interviste e non accettava il
ruolo del conferenziere che "dà la linea". Piuttosto cercava il
dialogo attraverso la ricchezza delle osservazioni e delle domande. Un maestro
che svolge con gusto una funzione "didascalica" e non vuole
trasformarsi in tuttologo, per quanto vari e ampi siano i suoi campi di
indagine.
La sua idea forza è che, se non in
particolari eventi clamorosi, non esiste la "scarsità". I bisogni
umani sono commisurati a ciò che la terra può offrire quantitativamente e
qualitativamente, con una grande ed irripetibile varietà da luogo a luogo.
"La dimensione naturale dell’uomo" dunque. Dove per
"naturale" si intende non una nozione "biologica" ma
storica. Invece la necessità di scavalcare tempo e spazio con le tecnologie
della velocità e della comunicazione, gli squilibri... tutto questo produce il
frutto velenoso di rotture, di separazioni, di definizione di confini tra
"proprio" ed "alieno", tra lingua e dialetto, tra bene
d’uso e bene di scambio, tra ambiente e risorsa, tra norma e devianza, tra
salute e malattia, tra comunità ed istituzione.
L’uomo che conosciamo è l’uomo
"economico", che pensa in base al principio di utilità, in base al
rapporto costo-profitti. Ma esiste un’altra umanità, esistono, altri modi di
pensare la convivenza basati sul dono, sulla comunità, sull’autosufficienza,
sulla solidarietà.
Queste possibilità sono state indubbiamente sconfitte. Ma la loro sconfitta non è prova della loro non verità. La storia non è infatti un tribunale. La Storia è il dominio del più forte, spesso del più violento.