L'ultimo profeta

La Stampa 4/12/2002

Lo avevano ribattezzato il Profeta di Cuernavaca, dal luogo nel Messico eletto a sede della sua missione di contestatore del Mondo. È stato un punto di riferimento per tutte le culture alternative. Lo era ancora, anzi l’ideologia no global aveva ricaricato d’attualità la sua critica. Ma Ivan Illich è morto ieri, a Brema, dove insegnava, a 76 anni; era malato di cancro da tempo, ma assai probabilmente è stato stroncato da un attacco cardiaco. Nato a Vienna, il 4 settembre 1926, aveva studiato filosofia e teologia, venendo ordinato sacerdote e salendo al rango di monsignore. Negli anni cinquanta prete in mezzo ai portoricani newyorkesi, si occupava contemporaneamente di storia, sociologia e scienze naturali. All’epoca ricevette importanti riconoscimenti, arrivando ad essere nominato vicerettore dell’Università Cattolica proprio di Portorico. La sua prerogativa era la trasversalità degli interessi. Comincia in quei tempi il suo impegno di contestatore, da quando nel 1961 fonda, prima a Portorico, poi a Cuernava, un Centro interculturale di documentazione (Cidoc), dove si sottopone a una critica radicale la società industrializzata.

Abbandonata la tonaca, diventa un protagonista del dibattito culturale, tende a spostarsi nel campo sociologico, le sue opere vengono tradotte in molteplici lingue, è anche uno dei grandi modelli della contestazione sessantottina, insieme con i francofortesi, dei quali condivide la radicalità critica. Ma l´originalità del pensiero e la novità della lezione di Ivan Illich stanno nell’aver ancorato la sua critica militante a una visione e interpretazione specifiche della storia della Chiesa, come spiega l’architetto e sociologo Franco La Cecla, che è stato uno dei suoi allievi: «Per lui la Chiesa si divideva in due: il confine era il tredicesimo secolo. Prima, la Chiesa è innovatrice, dirompente, autentica cultura; dopo, la Chiesa è un’istituzione soggetta a corruzioni e decadenza. E questa Chiesa, che ha conosciuto la corruzione, è l’archeologia dei totalitarismi delle società moderne». Tra le sue opere, le più note sono Descolarizzare la società del 1971, La nemesi della medicina del 1976, Lavoro ombra nel 1981, Il genere e il sesso nel 1982, a testimonianza con questi titoli della vastità dei suoi interessi. Negli ultimi due decenni la sua visione critica si era fatta in qualche modo più sofferente: «La separazione tra il noi antico e l’io moderno - disse una volta - provoca la necessità di una nuova pelle, che deve essere sperimentata e sofferta». Rovesciando i canoni del modo di sentire dell’uomo occidentale, vedeva di conseguenza nell’espressione di compassione una forma non solo di sofferenza imposta, ma addirittura di tortura. Nonostante la malattia che lo assediava e che gli procurava pesanti esperienze, continuava a girare il mondo, instancabile, tra Stati Uniti, Messico e Brema, per raccontare e rinnovare la sua critica.