Giovedì 5 dicembre 2002

Jean-Pierre Dupuy, editore di Ivan Illich deceduto lunedì

”Il suo metodo pedagogico era shockare”

Di Eric FAVEREAU

 

Ivan Illich è morto a 76 anni, lunedì a Brema, in Gremania (Liberation di ieri). Uomo di tutte le culture, prete spretato, filosofo, pensatore ribelle, combatteva, diceva, tutte le certezze. Autore di Descolarizzare la società, La convivialità, Nemesi Medica, La disoccupazione creativa, o ancora Lavoro ombra, era in disparte. E in Francia, da una decina d’anni quasi dimenticato.

Jean-Pierre Dupuy, professore di filosofia sociale e politica all’Ecole Polytechnique e all’università de Standford, è stato l’editore di Ivan Illich in Francia. Autore di Pour un catastrophisme éclairé, parla della scomparsa del suo amico.

In Francia, oggi questo filosofo ribelle, molto letto e riconosciuto negli anni ’70, sembra essere totalmente scomparso dalla sfera pubblica

In Francia sì, ma non in Germania o negli Stati Uniti, dove il suo pensiero è molto presente. Ci sono alcuni elementi che possono spiegare questa partenza. Intanto, la sua assenza ha coinciso con un momento molto particolare della sua vita, in cui era stato colpito da un tumore al cervello. Aveva rifiutato di farsi operare per togliere quella protuberanza che portava sul viso. Era in conformità con il suo pensiero. E’ uno dei rari intellettuali ad avere sempre conservato questa conformità tra il suo pensiero e la sua vita.

Certo, ma perché non farsi operare?

Mostrava delle statistiche di questo tipo di operazione che dimostravano che la speranza di vita non ci guadagnava in nulla. Aveva ragione? Nel suo caso, egli ha vissuto sedici o diciassette anni con il suo cancro. Non è poco. La sua malattia era per lui un disturbo importante, con un dolore continuo. Quando lo si incontrava, occorreva abituarsi. Si discuteva con lui due o tre ore e ogni mezz’ora andava a prendere un decotto, di origine atzeca, diceva, a base di morfina ed altre erbe. Soffriva, ma di fronte al dolore, resisteva. Provava sempre una grande gioia nel parlare e nel discutere. E poi, durante i suoi ultimi vent’anni, ha continuato ad essere, così come diceva, un cittadino del mondo dividendosi tra le sue tre case, tra le quali quella del Messico vicino a Cuernavaca. Questo luogo storico, dove aveva creato nel 1971 il CIDOC (Centro Internazionale di Documentazione di Cuernavaca), un luogo specializzato nell’analisi critica della società industriale. Il Cidoc è stato chiuso nel 1976, ma ha conservato la sua casa. L’altro luogo era Brema, dove aveva molti amici. E l’altra sua base, l’università della Pensilvania negli Stati Uniti.

Cosa resta oggi di questo pensiero ribelle?

Il concetto di controproduttività. Dopo una certa soglia tutto crolla. In Illich vi è una nozione fondamentale, quella che per ognuno dei grandi valori (salute, mobilità, sapere) vi sono due modi di agire. Uno è il modo autonomo, così nel dominio della salute, sarebbe quello di condurre una vita igienica. Mentre il modo eteronomo è quello di andare verso la medicina. Illich diceva che l’eteronomia non è cattiva in sé, ma che a partire da una certa soglia, si arriva alla controproduttività. Invece di migliorare si paralizza. E la soglia è sorpassata quando l’istituzione afferma avere il monopolio radicale sul valore che pensa di difendere.

Questa nozione di soglia, Illich l’ha applicata alla scuola, alla medicina, al trasporto, ecc… Risultato: si vuole andare più in fretta, si arriva all’immobilità. La medicina vuole guarire tutto ed ecco che rende malati. Le telecomunicazioni si moltiplicano, esse ci rendono sordi e muti. E così di seguito. I sistemi d’informazione ci privano di senso, l’alimentazione ci fa ammalare e la scuola ci abbruttisce.

Ma perché questa pertinenza non è più visibile?

Ivan Illich è forse mal conosciuto, ma alcune delle parole che ha utilizzato (convivialità o controproduttività) sono diventate le sue parole. Queste parole, certo, esistevano prima, ma è stato Illich che ha dato loro la loro accezione (leggere qui sotto). Aggiungerei che un’altra ragione della sua scomparsa pubblica risiede nel suo successo. Il suo metodo pedagogico era quello di shockare. Le sue idee sono diventate parte dell’aria del tempo, e c’è stato un momento in cui non shockavano più.

Ivan Illich è morto credente, prete...

L’al di là? Era il suo giardino segreto.

 

Parole distintive

Di Alain AUFFRAY

 

Dimenticato da quasi tutti, compresi coloro che avevano fatto del suo “Descolarizzare la società” (1971) il loro libro da comodino, Ivan Illich resta ben vivo nel linguaggio. Gli si deve l’uso contemporaneo della parola convivialità, titolo di un saggio apparso nel 1973: “Intendo per convivialità l’inverso della produttività industriale”, spiega Illich in questo testo che ha marchiato una generazione di militanti ecologisti, vicino agli antimondialisti di oggi. Durante una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Illich stava, nel marzo 2002, al fianco di José Bové, in una discussione sullo sviluppo. Fu alla fine degli anni ’60, uno dei primi a denunciare il produttivismo e l’apologia del consumismo: “La dittatura del proletariato e la civilizzazione dei piaceri sono due varianti politiche della stessa dominazione”. La convivialità si è installata nel linguaggio. Ma in un modo a volte ingrato: il concetto militante serve anche a designare la facilità d’impiego degli strumenti informatici: la macchina sarebbe diventata “conviviale”