Il sangue necessario

Rocco Ronchi
Newsletter Liberopensiero (www.buongiorno.it)

 

Nella notte tra lunedì e martedì è morto nel sonno il filosofo Ivan Illich.

Chi era Ivan Illich? A questa domanda Ivan avrebbe forse risposto umilmente sostenendo di essere, dopotutto, soltanto uno "storico". Ma la storia di Illich è assai diversa da quella che impariamo sui banchi di scuola.

Egli è stato uno storico nel senso della "genealogia" di Nietzsche, un filosofo che, per altro, quasi mai è espressamente citato negli scritti di Illich sulla storia dell'educazione, sulla nascita dell'uomo economico o dell'alfabetizzazione occidentale. Illich è stato uno storico insuperato di quelle rotture epistemologiche, di quei salti di paradigmi che maculano la storia della civiltà rendendola discontinua e soggetta a virate improvvise. Il principio cardine della genealogia è un principio opposto a quello della "filosofia della storia". Questa è la storia considerata dal punto di vista del vincitore. È la storia che si spaccia come progresso e come aumento cumulativo della conoscenza. La sua parola d'ordine è un vero e proprio "vae victis" ("guai ai vinti") rivolto a coloro che dall'incedere maestoso della "storia" sono stati spazzati via. Infatti la parola d'ordine di ogni filosofia della storia è "l'origine è la meta" ovvero il presente, questo orrendo presente fatto di ingiustizia e devastazione della terra, è la verità, il punto di approdo evolutivo dell'intero passato. Il passato conterrebbe già in nuce, come germe e potenzialità, quello che il presente avrebbe fatto finalmente sbocciare. Nelle forme "primitive" di circolazione dei beni si celerebbero già, ad esempio, le regole auree del mercato e nel mito, nella tradizione e nel sentimento religioso popolare, sarebbe già contenuta l'anticipazione balbettante della moderna razionalità tecnico-scientifica. Naturalmente tutto quello che è stato sacrificato in questo cammino verso la meta, e cioè popoli, civiltà, sapienze, deve essere inteso come il tributo necessario di sangue pagato sull'altare del "progresso".

Esistenza vernacolare

Il principio della ricerca storica di Illich è invece opposto a quello della filosofia della storia. Esso suona così: "l'origine non è la meta" , "la meta non è la verità dell'origine". L'uomo come lo conosciamo non è per Illich l'uomo in sé. L'uomo che conosciamo è l'uomo "economico", l'uomo che pensa esclusivamente in base al principio di utilità e che scambia la razionalità per un calcolo basato sul rapporto costo-profitti. Sono esistite ed esistono tuttora altre umanità, altri modi di pensare la convivenza umana basati sul dono, sulla comunità, sull'autosufficienza, sulla solidarietà (Illich li chiama modi "vernacolari" dell'esistenza).

Queste possibilità dell'essere umano sono state indubbiamente sconfitte. Ma la loro sconfitta non è prova della loro non verità. La storia non è infatti un tribunale. Non è la giustizia incarnata. La storia è solo il dominio del più forte, spesso del più violento.

L'attenzione di Illich "storico" è tutta rivolta allora a quei momenti di svolta, nella storia occidentale, in cui una forma di vita è stata ricalcolata e reinterpretata in vista di nuovi fini. L'uomo "economico" si è costituito insomma sulle macerie fumanti di altre forme di umanità, sacrificando e mutilando parti essenziali dell'essere "uomo", torcendole a forza verso nuove direzioni che erano impensate e impensabili "prima". La storia è per Illich, non meno che per Nietzsche, segnata da queste discontinuità brutali, più simile, quindi, ad un processo violento di assoggettamento che allo scorrere inesorabile di un fiume verso la sua foce naturale.

Pietas

Ma questa sensibilità per il discontinuo, a differenza di quanto avviene in Nietzsche, ha per il cristiano Illich un senso spiccatamente etico e profetico. Essa, infatti, non solo dà voce alla vittima del processo storico, al sacrificato, al vinto, all'escluso, ma la mostra anche nella sua qualità di vittima innocente e, quindi, bisognosa di redenzione. La "filosofia della storia", invece, sposa una logica sacrificale: ciò che nel corso della storia è andato perduto, per il filosofo della storia,  doveva essere perduto. Il sacrificio della vittima (i mantelli al vaiolo per i pellerossa...) era insomma necessario perché la meta, già da sempre latente nell'origine, fosse finalmente raggiunta. La genealogia di Illich è allora la pietas del pensiero storico. Non c'era ragione alcuna - ragione forte, oggettiva, inscritta nel corso delle cose - perché la vittima dovesse essere sacrificata. La vittima, come ogni vittima, era innocente. Serbare memoria di questa innocenza è allora un modo tutto umano di onorarla e di elaborare, senza sfuggirvi, il nostro senso di colpa.