Ricordo di Ivan Illich

Franco La Cecla
articolo pubblicato su La Stampa del 4/12/2002

La contestazione degli anni 60, i rapporti con la chiesa, la malattia: un amico ricorda il pensatore Illich,

Era il 1978 ed avevo scritto ad Ivan Illich perché mi trovavo a fare l´obbiettore di coscienza nella stalla di Giannozzo Pucci a Ontignano, a guardia degli ultimi due esemplari di vacche chianine da proteggere. Pensavamo di aprire una biblioteca sulle «tecnologie alternative e conviviali» e fu Giannozzo a dirmi di contattare Illich. Me lo trovai di fronte, poco dopo, a Bologna, alla Biblioteca del Centro di Studi Religiosi diretto da Alberigo. Mi aveva dato appuntamento lì, era arrampicato su una scala e cercava tra grossi volumi con la competenza e l´agilità del gatto da biblioteca. Mi impressionò il suo volto come di chi ha sofferto molto. Ivan era allora in piena energia e pieno di umorismo, sottigliezze, e si rivelò di una disponibilità e simpatia estrema. Eppure quell’impressione di profondità dolorosa mi rimase.

Cominciò un rapporto ricchissimo. La sua radicalità, la sua coscienza del mondo, una cultura che era fatta di esperienza di luoghi, persone, di passione teologica, filosofica con un aspetto titanico nei confronti del secolo si coniugava alla capacità di far capriole, prendersi e prendere in giro, ballare il valzer, godere del cibo e della compagnia. Era un Ivan che aveva da poco chiuso il Centro di Documentazione di Cuernavaca in Messico e che voleva dedicarsi pienamente alla ricerca e allo studio dei grandi mali della nostra società. Insieme organizzammo un convegno a Rimini sull’Autocostruzione, cioè sul diritto degli abitanti a riprendersi tutta la parte di creatività espropriata da architetti e da urban planners. Fu un gran successo, al punto tale che lo stesso Renzo Piano si affrettò a scusarsi per avere inizialmente declinato l’invito. Ivan venne poi in Sicilia e lì ci conoscemmo meglio e capii un po’ di più la sua storia difficile con la Chiesa, e cominciai a condividere il suo senso di avventura intellettuale (lui avrebbe disprezzato la parola).  Era appena uscito il suo libro sul settore informale, Il lavoro Ombra che era una critica feroce sia all’economia tradizionale che alle teorie neoliberiste del self-help.

Passò qualche tempo e dal Messico Ivan mi scrisse e poi venne a trovarmi a Bologna per invitarmi, come disse lui, a «cantare il funerale al matrimonio». Stava scrivendo Genere e Sesso e voleva raccontare come il rapporto tra le differenze ricche e contraddittorie del femminile e del maschile fosse stato alterato dall’avvento del capitalismo col suo lavoro salariato e con la sua coppia tesa alla riproduzione della forza lavoro. Ma ancor prima voleva scavare nella storia della Chiesa e nel tentativo di distruggere il grande dominio differenziato di donne ed uomini. Voleva che gli dessi una mano sulla storia dell’abitare e della dimora. Ero spaventato, non pensavo di essere all’altezza. Un giorno, in campagna, da amici comuni che avevano una impresa «bio» si arrampicò su un albero e mi bombardò di frutti per sfottere la mia paura. Avevo ragione io, ma accettai e così cominciò un rapporto tempestoso, fertile, strano.

Ivan Illich a Berlino, al Wissenschaft Kolleg era una persona già diversa. Molto più dura e con una intenzione di «spurgarmi» dal provincialismo italiano. Poi venne Berkeley e lì, in mezzo ai suoi veri seguaci e a molti amici tentai disperatamente di seguire ogni sua indicazione, ma alla fine prevalse la mia natura indipendente e ribelle. Ivan stava già male, aveva i sintomi del cancro in faccia che poi avrebbe devastato di dolore il resto dei suoi anni. Pensava di dover morire di lì a poco. Era come una furia devastante, amici, conoscenti, studenti. Il suo corso su «Genere e Sesso» fu accolto con estrema violenza dalle femministe americane e con diffidenza dall’accademia. Ivan pensava che non c´era tempo, che doveva lasciare in qualche modo un messaggio forte. Litigammo su cose banali come il mio rifiuto di volermi fare plasmare da lui. Ivan sopravvisse al cancro e cominciò a conviverci. Nel frattempo la sua sfida aveva avuto effetti. Nel frattempo Ivan aveva rinunciato ad un po’ della sua furia. Aveva accettato la cattiva accoglienza di Genere e sesso e stava lavorando sul 1200 come secolo fondamentale nella storia della Chiesa e su Ugo di San Vittore, su cui scrisse un libro splendido: Nella Vigna del Testo.

Era attivissimo nonostante il male e la sua voce sui «Bisogni» nel dizionario dello Sviluppo curato da Wolfgang Sachs è di una forza profetica nei confronti di ciò che parecchi anni dopo i no-global riscopriranno. Titanico come sempre, Savonarola per il mondo cattolico italiano, e scomodo per la sinistra come per la destra, perché molto più radicale e con una visione che andava indietro nella storia. Ivan era qualcuno che soffriva per la mostruosità del secolo in cui viviamo, che inorridiva di fronte all’ipocrisia per cui i condannati a morte vengono tenuti artificialmente in vita per riciclarne gli organi, di fronte alla follia dei sistemi globalizzanti, che riducono nella mobilità, nella medicina, nell’educazione, nei media, le persone in clienti e pazienti. Rintracciava l’orrore nella corruzione della carità cristiana trasformata in istituzioni totalizzanti, diceva sempre «corruptio optimi pessima», niente di peggio della corruzione di ciò che è stato il meglio, il punto più elevato della coscienza occidentale.

Era un prete, un monsignore tanto scomodo che la Chiesa non era riuscita nemmeno a sospenderlo, perché dal punto di vista teologico era impeccabile. Dopo avergli fatto un processo interno al Tribunale dell’Inquisizione, lo avevano invitato come osservatore al Concilio Vaticano Secondo. Questo Ivan che parlava tredici lingue, che aveva avuto rapporti con mezzo mondo di movimenti di base e di gente importante, da Fidel a Kissinger, adesso viveva tra Brema e Cuernavaca.

Lo cominciai ad incontrare di nuovo e più spesso. Ad Assisi, a Brema, poi ad Oakland. Facevo parte oramai dei suoi vecchi amici. Lui era sempre acuto, profondo, molesto, aggressivo per sfidare ed insofferente a qualunque inquadramento uno gli volesse dare. Un giorno un’amica mi chiamò per dirmi che Ivan sarebbe stato a Milano, per una grande conferenza sulla storia della scrittura. Lo raggiunsi lì. Mi accolse con gioia, mi chiese di aiutarlo a salire le scale. Il convegno si svolgevo in una Banca. Mi chiese di aiutarlo a fumare la pipa che, come un vecchio persiano, si portava appresso con una sostanza che gli serviva a lenire le fitte terribili che gli arrivavano dal cancro lo sfigurava. Chiesi agli inservienti. Ci dettero la stanza del direttore. Ivan si sedette per terra, preparò la sua pipa e fumò e le volute salivano sulle volte innocenti e bancarie. Era un modo per sconfiggere il dolore, le apparenze, l’ipocrisia. Ivan fece un discorso meraviglioso. Poi con una scusa si interruppe, il dolore era troppo forte e restò in silenzio accanto agli altri.

Mi hanno detto che l’hanno trovato morto a Brema, mentre lavorava, seduto all’indiana, con il suo portatile che manovrava con la perizia di qualcuno che ha sempre il sospetto che la tecnologia possa non esserci amica.