Ricordo di Ivan Illich

Francesco Comida
newsletter "La nonviolenza in Cammino" del Centro di Ricerca per la Pace (www.nonviolenti.it

Francesco Comina, giornalista e saggista, è impegnato nel movimento di Pax Christi e in tante iniziative di pace e di nonviolenza; è nato a Bolzano nel 1967, laureatosi con una tesi su Raimundo Panikkar, collabora a varie riviste. Tra le sue opere: Non giuro a Hitler, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2000; ha partecipato alla redazione del libro di AA. VV., Le periferie della memoria; e a AA.VV., Giubileo purificato. Ivan Illich, una delle figure più belle della nonviolenza in cammino, è deceduto pochi giorni fa

Ho avuto la gioia di conoscere Ivan Illich alcuni mesi fa. E così ho sfiorato, in punto di morte, un altro maestro e un altro profeta.

Era arrivato da Firenze a Città di Castello senza preavviso il 15 settembre per partecipare ad un convegno de "L'altrapagina", una rivista alternativa locale messa in piedi da uno straordinario prete di frontiera, don Achille Rossi (prossimo "nonviolento dell'anno 2003").

Appena si diffuse la voce della sua presenza in sala, scoppiò un improvviso applauso e tutto intorno iniziò un passaparola generale per ricordare i tratti caratteristici del suo pensiero e della sua figura. Si ricordavano i libri di rottura (Descolarizzare la società; Rovesciare le istituzioni; Nemesi medica; Il genere e il sesso; Disoccupazione creativa; Le professioni mutilanti), il coraggio civile della sua testimonianza di sacerdote e di uomo, le sue "stravaganze" intellettuali e la sua radicalità di pensiero, che arrivava fino a sfidare il cancro pur di non cedere al ricatto della medicina tecnologica e delle sue logiche di mercato. E faceva una certa impressione vedere la protuberenza tumorale espandersi dal collo e lui resistere alle improvvise contrazioni del male che cercava di attutire attraverso intermittenti pipate a base di oppio.

A Citta' di Castello era voluto venire spontaneamente per conoscere la realtà di don Achille, di cui aveva sentito parlare da anni. Gli interessava il fatto che lì sopravviveva ancora l'esperienza di don Lorenzo Milani, che Achille Rossi continua a trasmettere attraverso un doposcuola per i ragazzi più svantaggiati della zona. E poi voleva acquisire il materiale degli studi panikkariani, dato che Rossi è pure il tramite, in Italia, del pensiero del grande filosofo indiano-ispanico, amico e maestro di Ivan per tutto quello che riguarda il dialogo interculturale e intra-religioso.

Prima di allora io non avevo mai visto Illich. Avevo sentito parlare di lui come di una sorta di guru dei movimenti alternativi, avevo letto del suo travaglio di sacerdote e delle sue dispute col Sant'Uffizio, che però non era mai riuscito a tacciarlo di eresia (anzi, era stato costretto a riconoscere la sua libertà nella fedeltà), avevo raccolto gli echi della sua testimonianza dai racconti di Alex Langer ed alcuni amici che ripercorrevano spesso il memorabile incontro che egli tenne a Bolzano nel 1985.

Mi ha impressionato il fatto che quando lo vidi entrare in sala pareva che lo conoscessi da sempre. Pur non avendolo mai visto, avevo di Illich esattamente l'immagine dell'uomo che mi appariva per la prima volta in quell'occasione. Magro, filiforme, i suoi occhi brillavano nonostante gli attacchi di dolore che lo irrigidivano, aveva un sorriso immediato e una passione per il suo interlocutore che mi ricordavano i volti pieni di vita degli indios discendenti degli incas o dei maya. Sembrava che ogni incontro per lui fosse uno sprofondamento nel "qui ed ora" e che tutto il resto intorno si fermasse quasi istantaneamente. Non so quanto impiegò per camminare lungo il corridoio di accesso alla sala delle conferenze, ma davanti ad ogni persona che incontrava si fermava per chiacchierare e chiedere nomi, luoghi, destinazioni. 

Poi intervenne, al fianco di Raniero La Valle (tema del convegno: "Il ritorno della guerra") per improvvisare una meditazione sul "male", origine e fine di ogni "disavventura bellica": "La guerra contemporanea, questa collaborazione tecnologica all'Apocalisse - disse in avvio - è profondamente implicata nell'idea che il male possa essere estirpato". Le prove gli vengono dalla scienza: "Mi ha sempre affascinato - proseguì - quello che trovo scritto nei libri di biologia a proposito dei batteri. Se essi si trovano in un liquido nutritivo nel quale c'è carenza di ossigeno, appena arriva una fonte di ossigeno si fanno reciprocamente la guerra per appropriarsi di questa scarsa risorsa. Ecco un bell'esempio di come si possa trasferire sul mondo dei batteri l'immagine di uomo fondata sulla scarsità, che è un concetto del XIX secolo. L'ossigeno è un valore al quale io aspiro perché tu lo desideri. Attribuire l'invidia ai batteri mi pare proprio un espediente fantastico". 

Si arriva così all'idea che l'uomo e' un essere che ha dei bisogni. Ma i bisogni hanno una caratteristica - continuava -, sono qualcosa di quantitativo che si può misurare: "Posso andare dal dottore e chiedergli: mi diagnostichi ciò di cui ho bisogno. O dirgli: sono stanco, mi dia qualcosa per superare la stanchezza. Oppure: mi faccia una diagnosi perché possa percepirmi, non come io mi sento, ma come lei mi vede. Il bisogno in senso stretto, come noi lo utilizziamo, è di questo tipo. In un mondo di sussistenza i bisogni si eliminano; la scarsità basata sulla santificazione dell'invidia dovrebbe poter essere eliminata".

Dopo la critica all'antropologia dei bisogni la disamina di Illich ha affrontato criticamente il concetto di valore: "Come si potrebbe tradurre in latino la parola 'valori'? Non esiste nessuna corrispondenza nè nel latino classico nè in quello medioevale. Gli antichi non conoscevano il valore, ma solo il bene, che è basato sulla verità della cosa. Il valore invece è una realtà misurabile; la società fondata sui valori reprime il senso comune che riconosce il bene e giudica quello che va e quello che non va in determinate circostanze. La sostituzione del bene con il valore non è stata avvertita in tutta la sua portata".

Il discorso di Illich si appassionava quando cominciava a parlare del silenzio della chiesa nei confronti della guerra. Un silenzio insuperabile, a parere dello studioso, perchè la chiesa si è adattata al pensiero dominante nella secolarità occidentale. "Le encicliche del XIX secolo sono discorsi in favore dei 'valori cristiani'. Io vorrei essere invece imitatore dei primi martiri, che venivano condannati 'ad leones' dai giudici romani come 'viri irreligiosi'. Oggi sono uomini irreligiosi coloro che non si fanno dirigere dai valori nè dirigono la propria azione orientandosi ad essi. Il valore ha un più e un meno, si può quantificare e rappresentare graficamente. Ve l'immaginate un grafico sulla crescita dell'amore in Santa Teresa di Lisieux o una curva che descriva l'amore o il bene? Siamo di fronte a una corruzione fondamentale".

"Quello che mi rattrista di più - proseguiva - è l'assunzione all'interno del discorso ecclesiale dei concetti di valore, di giustizia fondata sui valori, sulla produttività dell'essere umano. Perciò io intendo leggere la storia della modernità come storia della chiesa. Sono arrivato alla convinzione che anche gli errori più profondi della modernità nascono dai semi gettati dalla chiesa. 'Corruptio optimi pessima'. La cosa peggiore è la corruzione di ciò che è ottimo".

Come esempio di tale corruzione Illich ha citato la nozione di servizio. "Quando ero rettore di università, mi sono reso conto dell'esistenza di un settore dell'economia chiamato dei servizi. Oggi sappiamo che la maggior parte dei valori prodotti sono dei servizi. La parabola evangelica del samaritano ci presenta l'esempio di un uomo che si lascia commuovere fin nelle viscere dal poveraccio aggredito e intavola con questo "escluso" una relazione fraterna. Ma un'istituzione che si comporti come il samaritano minaccerebbe la trasmissione di una rivelazione della possibilità dell'amore. L'aveva già intuito S. Giovanni Crisostomo nel IV secolo, che invitava i vescovi a non fare le case per i forestieri, altrimenti i cristiani avrebbero perduto l'abitudine a trattare ogni uomo come fratello.

La chiesa, invece, ha dato l'esempio dell'istituzionalizzazione dell'amore. Più tardi ha istituzionalizzato anche le cose sacre ed è passata dalla comunicazione del Mistero nella liturgia alla creazione del catechismo".

 Insomma, Illich fa la storia della modernità come storia della corruzione della chiesa e ribadisce: "Solamente dove esistono servizi possono esistere bisogni in termini di domande, esigenze, diritti a dei prodotti del nostro mondo di scarsità". E si chiede se il "mysterium iniquitatis" della modernità non prenda le mosse proprio dalla trasformazione in imprese sociali di vocazioni profondamente personali, votate alla fraternità e alla sequela di Gesù.

Dopo la conferenza siamo andati a cena assieme. Gli ho detto che venivo da Bolzano e lui subito è partito col parlarmi di Alex Langer. Poi ha fatto silenzio. Il male ha ripreso le sue fitte e Illich si è ritirato nella sua stanza. Fumando la pipa come gli aveva insegnato un maestro persiano. Dicono che abbia fatto l'ultimo "tiro" pochi minuti prima di morire, nel silenzio, fedele al suo pensiero, alla sua etica e alla sua testimonianza.