La
resistenza secondo Ivan Illich
Pensare
la liberazione di tutti gli individui
Thierry Paquot[1]
Le Monde
Diplomatique - Gennaio 2003
Il pomeriggio di lunedì 2 dicembre Ivan Illich è
passato serenamente dal sonno all'eternità. D'ora in poi, è morto. Scrivo «d'ora
in poi», perché ormai da anni, allorché pronunciavo il suo nome,
immancabilmente i miei interlocutori mi chiedevano la data della sua scomparsa.
È morto, e possiamo augurarci che la sua opera completa sia oggetto di una
nuova edizione, che consentirà agli uni di scoprirla e agli altri di
rivisitarla. Opera impegnativa, rigogliosa, spiazzante, difficilmente
classificabile, a immagine e somiglianza del suo autore, che ben di rado si
trova là dove ci si aspetta di vederlo.
Piuttosto alto, magro, uno sguardo invitante, un
sorriso caloroso, un profilo dai tratti delicati, tranne che dal lato di
quell'impressionante escrescenza che gli sfigurava il volto, Ivan Illich sapeva
metterti a tuo agio. Una volta scambiate le prime parole sulla vita di tutti i
giorni, il suo pensiero si attivava, seguiva il ritmo della sua parola e ti
ricolmava della sua intelligenza. Parlava degli «umori» di un medico tedesco
del XVIII secolo, risaliva ad Aristotele, faceva una deviazione su Diderot e
Lavoisier, evocava Claude Bernard, indugiava su Balint, ritornava al suo medico
tedesco e si interrogava, ad alta voce, su diagnosi, consulto, espropriazione di
sé da parte di un altro - il medico - rifiuto del dolore e descriveva con
precisione l'apparato ospedaliero attuale, rimettendo in gioco, strada facendo,
alcune delle sue analisi, già datate, che si trovano in Nemesi medica.
Un altro giorno, la parola errabonda sceglieva
un'altra strada, dimostrava che il silenzio può essere un'arma di contestazione
allo stesso modo della non violenza, esponeva la riflessione filosofica di Max
Picard, la confrontava con quella di Emmanuel Lévinas, coglieva il destro per
riferire una discussione su «presa di parola» e silenzio con Michel de Certeau,
parlava dei padri della chiesa e della vita degli eremiti, ricordava diversi
happening silenziosi ai quali aveva partecipato, sostituiva la parola in una
società della scrittura, poi in quella dell'immagine, e si lasciava prendere
dall'entusiasmo per il XII secolo, il suo secolo prediletto. Questi due
aneddoti, di cui sono l'umile testimone, sono in sintonia con molti altri
racconti che altri commensali, imbarazzati o meravigliati, ricamano su questo
suo incredibile enciclopedismo, alimentato contemporaneamente da una estrema
facilità a maneggiare numerose lingue (più di una decina!) e da una curiosità
sconfinata.
È vero che il giovane Ivan - nato a Vienna da
padre dalmata cattolico e da madre ebrea tedesca - non ha un'unica lingua madre,
ma molte, il francese, l'italiano e il tedesco, prima ancora di imparare, dagli
otto anni in poi, il serbo-croato, la lingua dei nonni. Successivamente studierà
il latino e il greco - il che gli faciliterà l'approccio etimologico delle
parole e dei concetti - lo spagnolo, il portoghese, l'hindi. Si iscrive ai corsi
di cristallografia a Firenze, di filosofia e teologia a Roma, di storia
medievale a Salisburgo, è ordinato prete, parte per New York nel 1951, ottiene
una parrocchia portoricana, diventa vice-rettore dell'università cattolica di
Portorico nel 1956 - a trent'anni! - contesta sempre più vigorosamente sia il
sistema scolastico che le posizioni reazionarie del clero, crea seminari
paralleli e diversi gruppi di lavoro.
Tre anni dopo, attraversa in bus e a piedi tutta
l'America latina, si oppone alla concezione nordamericana dello sviluppo, si
stabilisce a Cuernavaca e apre il Centro internazionale di documentazione
culturale (Cidoc). Frequentato inizialmente da «volontari» statunitensi - del
programma lanciato da Kennedy, l'«Alianza para el progreso» - venuti a
studiare lo spagnolo e la cultura del paese in cui si recavano, il Cidoc è
famoso soprattutto per lo studio critico della società capitalista che vi hanno
portato avanti numerosi intellettuali di ogni nazionalità, sotto la guida del
fondatore.
Questo Centro funzionerà per dieci anni, dal 1966
al 1976 e, fin dal 1967, Ivan Illich rompe con Roma, che lo convoca in seguito a
un rapporto della Cia, ma che si preoccupa soprattutto dell'influenza di certi
testi ripresi in Liberare il futuro (1971), come «Scomparsa dell'ecclesiastico»
(1959). Accenna a certe pressioni esercitate sul Centro e anche a violenze
fisiche nei suoi confronti, senza però insistere troppo... Per una certa
sinistra radicale e terzomondista, Cuernavaca diventa una tappa obbligata.
L'impegno degli studi è affiancato da incontri conviviali, due attività
segnate dal cristianesimo. Del resto, anche se Ivan Illich torna allo stato
laico, è comunque convinto che «la maggioranza delle idee chiave che fanno del
mondo contemporaneo questa realtà particolare hanno un'origine cristiana»[2]
La fama di Ivan Illich è assicurata da
Descolarizzare la società e La convivialità: a neppure cinquant'anni d'età,
le sue idee sono discusse in tutto il mondo[3].
Le sue prime opere puntano a dimostrare che gli «strumenti» (si intendano con
questo le «istituzioni» e altri grandi «apparati» sociali, la Chiesa, la
Scuola, l'Ospedale, i Trasporti) una volta superata una certa soglia diventano
controproducenti - di una «controproduttività paradossale», precisa, proprio
perché non voluta dai loro ideatori. Quanto più progredisce un sistema
tecnico, e aumenta la parte di eteronomia dell'individuo lambda, tanto più
diminuisce la sua parte di autonomia, facendolo dipendere sempre di più da ciò
che non è in grado di controllare: l'energia nucleare, l'autostrada, la
chemioterapia, le manipolazioni genetiche, e via dicendo.
Al di là delle affermazioni troppo frettolosamente
semplificate dai suoi seguaci, come «la scuola descolarizza», «l'ospedale fa
ammalare», «l'automobile ostacola il traffico», si trova una critica
straordinaria del «progresso» e di ciò che lo legittima, cioè la
soddisfazione dei cosiddetti «bisogni»[4].
Ivan Illich rifiuta il punto di vista del Club di
Roma che, nel 1972, invita i leader del mondo a bloccare la crescita per
ritardare la penuria di materie prime e per ridurre lo spreco delle risorse
energetiche. Non crede minimamente all'esistenza di una qualche «protezione
della natura», e denuncia lo sfruttamento sconsiderato della tecnologia così
come l'economia politica dello sviluppo, tematiche che saranno riprese e
approfondite da autori quali René Passet e Serge Latouche. Questi libri vanno
letti insieme, tanto evidente è la loro appartenenza a un unico progetto: la
liberazione totale della singolarità di ogni individuo - a prescindere dalla
sua cultura, il suo reddito, il suo ruolo nel sistema produttivo.
Questa liberazione del soggetto - espressione che
non appartiene al suo vocabolario - si basa su una padronanza del proprio corpo
e dei propri bisogni, quale che sia la tecnologia disponibile. Ivan Illich ci
racconta l'aneddoto di una studentessa cui propone di bere un bicchiere di sidro
e che gli risponde: «No, grazie, il mio bisogno di zucchero è stato
soddisfatto per la giornata». I suoi bisogni sono stati confiscati dai
calcolatori di calorie e dalle tabelle di normalità... L'idea di bere insieme
un bicchiere, durante una conversazione, è del tutto estranea a questo tipo di
misura, e attiene a un rituale che fa sì, giustamente, che un bisogno sia
sempre culturale e storico. Lo studio dell'invenzione dei bisogni standardizzati
e validi per tutti occuperà Ivan Illich per molti anni e lo costringerà,
strada facendo, a stabilire altre genealogie, come quella di «essere umano»,
di «vita», di «persona», di «genere», di «salute»[5],
ripercorrendo la storia dell'Occidente.
In quale momento, in quali circostanze e per quali
conseguenze, per esempio, il lavoro diventa il momento predominante
dell'esistenza individuale e collettiva? Il Lavoro ombra e I valori vernacolari
completano i primi saggi e fanno chiarezza, insistendo sul linguaggio come
radicamento esistenziale principale di ciascuno, la sessualizzazione della
società come discriminazione tra i generi e la fede erronea nell'homo
oeconomicus come modello di comportamento. Queste opere, lette troppo
frettolosamente, irritano i terzomondisti, per i quali il «lavoro ombra» non
valorizza i «poveri» che sono l'indotto del «settore informale», e le
femministe, le quali rifiutano il differenzialismo dei generi di Illich e si
battono per una eguaglianza giuridica ed economica fra uomo e donna. Per quanto
riguarda poi le sue ricerche più recenti sulla espressione verbale, lo scritto
e l'immagine, passeranno inosservate.
Adulato dai fautori della «seconda sinistra»
francese durante gli anni '70, Ivan Illich sembra troppo pessimista allorché
essi ascendono alle responsabilità politiche, con l'elezione di François
Mitterrand alla presidenza nel 1981. I terzomondisti devono reagire alla fine
della guerra fredda e alla globalizzazione delle economie e delle
telecomunicazioni: non trovano più in Illich stimoli per reagire ai loro dubbi,
ai loro interrogativi. Gli ambientalisti non apprezzano la sua critica del
principio di responsabilità propugnato da Hans Jonas, e non aderiscono alla sua
critica della tecnologia, ispirata da Jacques Ellul, Lewis Mumford e altri
ancora.
In breve, non c'era più feeling tra un pensatore
dalla originalità sconcertante e una intellighenzia che ha perso la bussola.
Fuori dalla Francia, le reti create da Illich continuano a divulgare le sue
ricerche e si avventurano sui percorsi da lui aperti, e la sua influenza -
difficile da valutare - è indubbia, come testimoniano la popolarità dei suoi
concetti e la sua presenza nelle bibliografie.
Da Vancouver (Habitat I nel 1976) a Rio (Vertice
della Terra, 1992), dai comitati di quartiere per un bilancio partecipativo alle
associazioni per una alternativa alla globalizzazione neoliberista, sui discorsi
di Ivan Illich non è affatto sceso l'oblio.
[1]
Filosofo, professore all'Iup Parigi XII, editore e
amico di Ivan Illich.
[2]
Si legga David Cayley, Conversazioni con Ivan
Illich, Eleuthera, 1994.
[3]
Jean-Marie Domenach pone la rivista Esprit da lui
diretta al servizio del pensiero di Illich, pubblicando numerosi suoi
articoli nel 1970 e 1971 e dedicandogli due numeri: «Illich en débat», n.
3,
marzo 1972 e «Avancer avec Illich», n. 7-8 luglio-agosto 1973. Illich è
nel sommario della rivista Les Temps Modernes nel 1969 e 1970, e Herbert
Gintis redige una «Critica dell'illichismo», n. 314-315, settembre-ottobre
1972. Il n. 109 del dicembre 1972 della rivista Les Cahiers Pédagogiques e
il n. 62 della rivista L'Arc nel 1975 sono interamente dedicati a Illich.
[4]
Si legga Ivan Illich, «Needs», The Development
Dictionary, a cura di Wolfgang Sachs, Zed Books, Londra, 1992, pp. 88 e
seguenti.
[5] Si legga Ivan Illich, «L'ossessione della salute perfetta», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1999.