di Francesco
Codello
A
Rivista Anarchica (Anno 33, n. 287 - Febbraio 2003)
Lunedì 2 dicembre, Ivan Illich (Vienna, 1926) “a prolongé sa sieste
au point de rejoindre l’éternitè”. Così, dolcemente, quasi come fosse la cosa più
naturale del mondo, scrive Thierry Paquot, amico e editore di Ivan Illich (“Le
Monde Diplomatique”, Paris, gennaio 2003). Muore all’età di settantasei
anni a Brema, città dove insegnava all’Università. Da molti anni egli
divideva il suo tempo tra la Germania, l’università della Pennsylvania e il
suo domicilio a Cuernavaca (Messico).
Altrettanto dolcemente mi parlò di Paul
Goodman quando, nel lontano 1980, a Rimini, in occasione di un convegno sulle
“Tecnologie conviviali” (autocostruzioni e architettura alternativa),
riuscii ad intervistarlo per questa stessa rivista (a. X n. 3, aprile 1980).
Ricordo anche con quanto entusiasmo parlai
di lui, forse per primo in una rivista anarchica italiana, in un articolo su
“Volontà” (a. XXXI n. 4, luglio-agosto 1977). Certo allora non capivo
quanto la mancanza di una prospettiva politica non fosse una lacuna ma una forza
straordinaria del suo pensiero.
Di un pensiero originale, difficile da
classificare, ad immagine del suo autore che non si trova mai là dove ti
aspetteresti di incontrarlo. Un argomentare erudito e profondo, frutto di una
formazione cosmopolita (parlava oltre dieci lingue) e di radici mitteleuropee
meticcizzatesi con pensieri e suggestioni latino-americane, lo hanno portato ad
esplorare diverse e varie questioni relative all’uomo e alle istituzioni da
esso create.
Un pensatore che ha profondamente segnato la
mia generazione e che spero continui a “sconvolgere” anche quella attuale e
le future con il suo ragionare straordinariamente eclettico e aperto.
Fin dai primi lavori a noi giunti, Descolarizzare
la società (1972), Distruggere la scuola (s.d.), Rovesciare le
istituzioni (1973), La convivialità (1974) Nemesi medica
(1977), questo strano intellettuale, prete cattolico e vice-rettore
dell’Università di Porto Rico nel 1956, all’età di trent’anni, poi
spretato in opposizione alle gerarchie ecclesiastiche, riesce a “turbare” a
fondo la cultura dominante ma anche quella progressista con le sue tesi e le sue
convinzioni.
Dopo aver percorso a piedi e in bus
l’intera America Latina (nei primi anni sessanta) e aver contestato duramente
il modello di sviluppo nordamericano e capitalista, si insedia a Cuernavaca dove
fonda, nel 1966, il CIDOC (Centro Internazionale di Documentazione Culturale,
che durerà dieci anni) attorno al quale passano numerosi intellettuali e
ricercatori di varie parti del mondo.
Questo Centro diventa una fucina di studi ed
elaborazioni alternative che scaturiscono da riflessioni e ricerche in vari
campi, come nella scuola e nell’educazione, nelle istituzioni e sul modello di
sviluppo dominante.
Le sue tesi ruotano attorno alla convinzione
che “gli utensili”, o meglio le istituzioni, dopo un certo tempo diventano
improduttive e dannose per la libertà dell’uomo e per gli stessi scopi per i
quali erano state create. Così Chiesa, Scuola, Ospedale, Trasporti, ecc.,
diventano paradossalmente un ostacolo per le funzioni che avevano determinato la
loro fondazione. Più un sistema tecnico progredisce, più la parte di autonomia
in ogni individuo diminuisce, lasciandolo sempre più dipendente nei confronti
di ciò che non può più dominare e controllare.
Senza semplificare, come talvolta è stato
fatto, in slogan del tipo “la scuola descolarizza”, “l’ospedale rende
malati”, “la macchina intralcia la circolazione”, troviamo nel pensiero di
Illich una complessa ma chiara critica all’idea di progresso e soprattutto a
ciò che lo legittima: la necessità di soddisfare dei presunti “bisogni”.
In un’opera molto suggestiva e puntuale (Per una storia dei bisogni,
1981) egli sostiene che l’età contemporanea crea falsi bisogni e trascura in
realtà i veri problemi che ci affliggono, producendo una élite di nuovi
professionisti la cui funzione consiste proprio nell’inculcare alla gente
bisogni fasulli.
Ciò determina la convinzione che la
crescita industriale, lo sviluppo, non aumenta la ricchezza ma, di fatto, si
limita a modernizzare la povertà.
Ivan Illich contesta dunque l’approccio
che al problema dello sviluppo conferisce il Club di Roma, che nel 1972 invitava
i governanti del mondo a ridurre la crescita al fine di ritardare la penuria di
materie prime. Egli denuncia piuttosto lo spiegamento inconsiderato delle
tecniche così come l’intera economia politica dello sviluppo, che autori come
Serge Latouche hanno poi ripreso e approfondito.
Sterminata
produzione
Tutti questi libri di Illich sono da leggere
come un insieme unico tanto che hanno come scopo comune quello di liberare
l’uomo nella sua singolarità, quale siano la sua cultura, i suoi sogni, ecc.
Il suo approccio critico alla tecnologia lo
manifesterà lungo tutta la sua vita rifiutando di parlare in Tv o alla Radio, o
anche semplicemente davanti ad un registratore o ad un microfono, considerando
indispensabile per una comunicazione vera la sua forma diretta, “vis à
vis”, senza mediazioni, così come ricordo fece in quel convegno riminese del
quale sono stato testimone.
La liberazione del soggetto dipende dunque
dalla padronanza che l’uomo ha del suo corpo e dei suoi bisogni
indipendentemente dalle tecniche disponibili in modo che questi non siano
determinati, confiscati, calcolati da qualcun altro, chiunque o qualunque cosa
sia.
Questa ricerca sull’invenzione dei bisogni
lo occupa alcuni anni e lo spinge ad indagare sull’origine e sullo sviluppo di
altri concetti e sulla loro origine storica nella cultura occidentale. Eccolo
allora interrogarsi, ad esempio, su parole come “genere”, “sesso” (Il
genere e il sesso, 1984) e attirarsi critiche da lettori troppo superficiali
o volenterosi di piegare alle proprie convinzioni di parte un autore troppo
originale e inclassificabile.
Sarebbe per me impossibile rendere conto
adesso della sterminata produzione di questo intellettuale paragonato, a mio
avviso efficacemente, da Jacques Dufresne a una sorta di “Socrate del
villaggio globale” (Mort d’Ivan Illich, L’Encyclopédie de
l’Agora, 2002). Ma ritengo sia giusto dare conto a chi non lo conosce che egli
si è occupato di capire in quali circostanze e per quali conseguenze il lavoro
sia diventato il principale tempo vissuto dell’esistenza individuale e
collettiva (Le Chomage créateur, 1977; Le travail fantôme,
1981). Il linguaggio viene interpretato come una sorta di “principale
radicamento di ciascuno, così come la sessualizzazione della società come
discriminazione tra i generi e la credenza errata dell’homo aeconomicus
come modello di comportamento” (Thierry Paquot, cit.).
Le strade aperte dalle ricerche di Illich
nei vari spazi dello scibile umano e della conoscenza sono state intraprese e
saranno sicuramente ampliate, ma egli resta un pensatore unico ed eccezionale.
Gli ultimi anni della sua vita li ha dedicati allo studio della storia
medioevale, scrutando ed esplorando i modi di immaginare, percepire, pensare e
fantasticare tipici della metà del XII secolo, scavando alle radici dei luoghi
comuni della modernità per riesaminarli in una prospettiva storica perché
“solo nello specchio del passato risulta possibile riconoscere la radicale
alterità della topologia mentale del ventesimo secolo e divenire consapevoli
dei suoi assiomi generativi, che normalmente rimangono oltre l’orizzonte
dell’attenzione dei contemporanei” (Nello specchio del passato,
1992).
Altri lavori si sono succeduti e hanno
animato curiosità e ricerche di più persone, altre provocazioni Ivan Illich ha
spalmato sul grigiore e sul provincialismo delle culture occidentali dominanti e
talvolta anche su quelle sedicenti progressiste. La sua anormalità, il suo
essere fuori dagli schemi interpretativi lo hanno però sempre messo ai margini
dei media e della cultura ufficiale. La sua stessa morte è passata pressoché
inosservata e pochissimi se ne sono accorti.
Molto intelligentemente le nostre edizioni
Elèuthera hanno editato nel 1994 un pregevole lavoro che resta forse la sua
ultima testimonianza completa (David Cayley, Conversazioni con Ivan Illich)
e recentemente la rivista “Libertaria” ha pubblicato un dossier a cura di
Franco La Cecla e Mauro Suttora (a. 3 n. 4, ottobre-dicembre 2001).
Confesso che da poco avevo trovato il suo
indirizzo e contavo di contattarlo per chiedergli la disponibilità ad una serie
di colloqui da promuovere qui in Italia.
Non ce n’è stato il tempo perché la sua morte me lo ha impedito. Ivan Illich, “un profeta contro la modernità” ci lascia comunque molto su cui riflettere in tempi in cui forse non è più di moda.