Daniele
Novara
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Con la morte di
Ivan Illich, nel dicembre scorso, se n'è andato uno dei grandi intellettuali
del Novecento, che insieme a Laing, Marcuse, Foucault e pochi altri hanno
cercato di dissacrare i miti fondanti dello sviluppo della società occidentale
industriale, usando gli strumenti della critica radicale.
Negli anni settanta, i testi di Illich raggiungono tutto il mondo e mettono in discussione l'istituzione scolastica, il sistema di controllo della salute, il mito della velocità nei trasporti e quello della crescita industriale, proponendo nuove modalità di convivenza, da lui definite "vernacolari". Sono libri pubblicati dalle più grandi case editrici, letti ovunque e discussi nelle università e nei centri culturali, specie quelli legati alla contestazione e al cambiamento.
Illich apparve
allora come il profeta mancante, colui che riusciva a tradurre teoricamente il
bisogno forte e diffuso, ereditato dal '68, di girare pagina, di realizzare
finalmente una vera utopia radical-umanistica che nessuna ideologia era riuscita
storicamente a praticare.
La sua vita è
stata uno spaccato delle tensioni ideali del Novecento. Nato a Vienna nel 1926
da padre dalmata e madre tedesca di origine ebraica, dopo aver frequentato vari
corsi di studi si decise all'ordinazione sacerdotale nel 1951. Andò a vivere in
una parrocchia di New York a prevalenza portoricana dove poté toccare con mano
la condizione di vita delle classi subalterne. Ma la carriera ecclesiastica non
faceva per lui, e l'abbandonò nel 1961 stabilendosi a Cuernavaca, in Messico,
dove fondò il celebre Cidoc [Centro internazionale di documentazione], un vero
laboratorio per un pensiero critico e alternativo a quello dominante.
Negli anni
settanta e ottanta gira il mondo proponendo nei suoi seminari, molto affollati,
una ridefinizione delle ovvietà apparenti. La critica dell'ovvio è ciò che più
caratterizza il suo pensiero. "L'analisi delle ovvietà è la maniera più
semplice per imparare a pensare", sostiene Illich, e inizia un programma di
ricerca che lo porta a scavare nei meandri delle consuetudini, a interpellare
drasticamente le istituzioni più scontate.
In attesa di una
valutazione storica dell'apporto del suo pensiero alla cultura del Novecento,
occorre dire che ogni nuova intuizione di Illich nasce all'interno di un
movimento di pensiero che, seppur minoritario, rappresenta comunque un preciso
punto di svolta. L'esempio più classico e forse centrale è la sua proposta di
descolarizzazione.
Quando, nel 1970,
esce il suo celebre libro, "Descolarizzare la società", l'idea viene
raccolta, almeno per essere discussa, da tutti coloro che in quegli anni si
battevano per una scuola svincolata da ragioni burocratiche, una scuola senza
cattedre, aperta, un vero laboratorio d'esperienze. Raccogliendo questa istanza,
Illich la spinge più avanti. Dalle riflessioni con gli americani Reimer e Holt
nasce l'intuizione che la vera trappola scolastica consista nell'aver ingabbiato
il bisogno formativo nell'unico esito legittimato: l'istituzione della scuola.
"Noi diamo il nome di educazione ad un bene di consumo, ad un prodotto la
cui fabbricazione è assicurata da un'istituzione chiamata ufficialmente
scuola".
È questa la
critica epistemologica più innovativa che poi Illich applicherà anche ad altri
settori dell'ovvietà sociale: saper individuare i bisogni profondi sottostanti
le istituzioni tradizionali per offrire nuovi punti di approdo. Pertanto, nel
caso della scuola, Illich propone una trama di esperienze e situazioni formative
libere da costrizioni scolasticistiche. "All'attuale ricerca di nuovi
imbuti didattici si deve sostituire quella del loro contrario istituzionale:
trame, tessuti didattici che diano a ognuno maggiori possibilità di trasformare
ogni momento della propria vita in un momento di apprendimento, di
partecipazione e di interessamento" ["Descolarizzare la società: per
una alternativa all'istituzione scolastica", A. Mondadori, Milano 1972,
p.8].
Illich non ha un
progetto socio-politico articolato, non è da questo punto di vista un ideologo.
Cerca piuttosto evocazioni possibili, che diano la speranza che un futuro
diverso è possibile, che forse c'è già stato e va recuperato, se vogliamo
sopravvivere. "La società conviviale è una società che dà all'uomo la
possibilità di esercitare l'azione più autonoma e creativa, con l'ausilio di
strumenti meno controllabili da altri. La produttività si coniuga in termini di
avere, la convivialità in termini di essere" [Ivan Illich, "La
convivialità", A. Mondadori, Milano, edizione Oscar Saggi 1978, p. 48].
È nel concetto
di limite che il pensiero di Illich trova il suo esito più creativo.
"L'equilibrio umano è un equilibrio aperto, suscettibile di modificarsi
entro parametri flessibili e tuttavia finiti: gli uomini cioè possono cambiare,
ma entro certi limiti. L'attuale sistema industriale, invece, trova nella sua
dinamica la propria instabilità: è organizzato in funzione di una crescita
indefinita e della creazione illimitata di nuovi bisogni - che, nella cornice
industriale, divengono ben presto necessità. Una volta divenuto dominante in
una società, il modo di produzione industriale fornirà questo o quel bene di
consumo, passerà da questa a quell'altra merce, ma non ammetterà limiti
all'industrializzazione dei valori. Un simile processo di crescita esige
dall'uomo una cosa assurda: trovare la propria soddisfazione nel piegarsi alla
logica dello strumento" [Id., p.81].
E proprio su
questo versante, mentre si spegnevano i riflettori del '68 sulle sue riflessioni
critiche, si apriva per Illich un'alleanza forte col nascente movimento verde,
specie quello tedesco. Sono in particolare i Fundis [i verdi più radicali],
rappresentati in Italia da Alex Langer, a vedere in Illich uno dei padri
spirituali del nuovo movimento. Ma è un feeling che dura poco. Quando i Verdi
si avviano al potere, Illich è già altrove, impegnato nella critica del
bisogno di natura come ennesima mistificazione consumistica.
A quel punto, i
riflettori su Illich si spengono definitivamente e i suoi libri faticano a
trovare editori anche in Italia. Sembra scomparso ma proprio tre anni fa il
nuovo movimento lo ripesca dagli archivi giornalistici ributtandolo nella
mischia. Lo ritroviamo a Genova nei giorni caldi del luglio 2001, a tenere
seminari con Susan George e altri critici del sistema globalizzante.
Non ci può
essere intellettuale più vicino a questo movimento di Ivan Illich, così
attento alle culture, ai luoghi, alle radici, alle potenzialità delle comunità
locali.
Occorre, con
coraggio, rimuovere l'ostracismo di certo accademismo radical-chic e riscoprire
con forza un intellettuale profetico che ha saputo trenta o quarant'anni anni fa
indicare i limiti del nostro modello di crescita.
Se oggi certi
discorsi sulla longlife education e sulla formazione diffusa sono normalmente
accettati lo dobbiamo anche a lui, se oggi le medicine alternative trovano
sempre più sostenitori e praticanti lo dobbiamo anche a lui, se oggi possiamo
continuare a sognare che un altro mondo è possibile lo dobbiamo anche a ciò
che Ivan Illich per tutta la vita con tenacia ha saputo sostenere.