Messaggi nella rete

La notizia della morte di Ivan Illich mi ha spinto a condividere con altri quello che sentivo. Così ho mandato in rete il seguente messaggio a cui in tanti hanno risposto. (Vai alle risposte)

Michele Altomeni

 

Scusate il disturbo, ma ho bisogno di scrivere queste parole (certamente inadeguate)

 

Lunedì notte è morto nel sonno Ivan Illich. E' facile che a molti questo nome non dica nulla, o magari è qualcosa di percepito vagamente nel corso della vita, ma poi perso, sfumato nella mente.

Per me, invece, Ivan Illich è stato un raggio di sole. Quei raggi improvvisi, inaspettati, che squarciano il cielo dopo giorni di pioggia e nuvole. l'ho "incontrato" per caso, qualche anno fa. Anche per me era un nome percepito chissà quando e sfumato, finché, tra le mille pagine di un testo universitario di sociologia ho trovato un paragrafo di 20 righe su di lui, quello era lo spazio che Giddens (teorico del nuovo riformismo di sinistra - vedi Blair e D'Alema), aveva deciso di dedicargli, per accennare alle sue strambe teorie sulla descolarizzazione della società, cioè alla sua critica radicale alla scuola dell'obbligo.

Quell'eresia mi ha folgorato. Quelle poche righe avevano dato forma ad un concetto che sentivo mio, che forse non sapevo esprimere, ma che in qualche modo mi era stato trasmesso nel corso della vita, e che covava nel mio inconscio, e non era solo una questione di scuola, era un modo di leggere il mondo, la società.

Descolarizzare la Società, così si chiamava il testo a cui Giddens faceva riferimento. Ho provato a cercarlo, ma da anni era ormai fuori catalogo. La Mondadori pre-berlusconiana lo aveva pubblicato negli anni settanta, e ormai era un cimelio da mercatini dell'usato. La seconda folgorazione la ebbi scoprendo che quel testo introvabile lo avevano sui loro scaffali i genitori della mia compagna. Lo lessi in pochi giorni, e forse quella lettura mi ha cambiato più di ogni altra cosa.

Peter Kammerer, durante un viaggio in auto assieme, mentre ascoltavamo Wagner dalla sua autoradio, riuscì ad esprimere meglio di chiunque altro la magia di Ivan Illich, dei suoi discorsi e dei suoi scritti. Disse pressappoco: le parole di Ivan Illich sono come un massaggio al cervello, un massaggio che a poco a poco ti apre la mente". E' vero, è proprio così. Viviamo tutti all'interno dei nostri schemi, e su questi schemi ci fossilizziamo, come un muscolo inattivo che si intorpidisce. Illich aveva questa grande dote, sapeva levarsi in volo e guardare il mondo dall'alto, al di fuori delle mura che ci fanno ombra. E quella visione del mondo era capace di trasmetterla, ma non come tanti filosofi che si allontanano tanto dalla realtà da non saperla più raccontare a chi ci vive dentro. Illich era capace di partire dal suo lettore, dal suo interlocutore, e da lì smontare pezzo per pezzo le sue convinzioni, senza traumi. Alla fine di un libro di Illich o di una sua conferenza non si prova rabbia (come succede con tanti bellissimi libri che ci spalancano la realtà), non ci si trova spaesati; semplicemente si è più leggeri, si è più liberi, si è più umani, più vivi.

Da quella prima lettura ho dato la caccia agli altri libri di Illich. In gran parte sono fuori dai cataloghi. Girando per biblioteche sono riuscito a recuperarne alcuni e li ho fotocopiati interamente. Alcuni sono stati ripubblicati dalla piccola casa editrice Red (carissimi!!!). Alla fine credo di averne trovata una buona parte, almeno una buona parte di quelli tradotti in italiano. Però non li ho letti tutti, perché verso quei libri ho come un timore reverenziale. Sento di doverli centellinare, assorbirli lentamente, crescere con loro accanto, e ogni tanto sono loro a chiamarmi, a imporsi alla mia attenzione. Un po' come l'anello magico dei racconti di Tolkien, sono loro che mi cercano.

Su internet ho cercato più volte testi e siti che parlassero di Illich, ma si trovano pochissime cose, siti vecchi e abbandonati. Archeologia del web. Anche il grande mondo virtuale, dove ognuno può trovare un suo spazio, ha relegato Illich ai margini della cultura.

Eppure Ivan Illich è uno dei più grandi spiriti del secolo scorso. Uomo capace di scavare nelle pieghe della modernità. Come tutti i grandi è rimasto incompreso dai più per tutta la sua vita. Il poco successo di cui ha goduto è stato solo per le polemiche e lo scandalo che le sue teorie hanno sollevato tra gli intellettuali "organici". Non mi risulta che un solo telegiornale abbia dedicato 5 secondi alla sua scomparsa. Questo è un bene, chissà come lo avrebbero tritato e omogeneizzato.

Ivan Illich è un "inclassificabile". Per comodità in molti lo hanno definito anarchico, ma lui era oltre ogni definizione, era un libero pensatore, parlava e scriveva correttamente 10 lingue, studiava discipline apparentemente inconciliabili. Questa è uno degli aspetti di Illich, la contestazione del concetto di specializzazione, la critica radicale del potere dell'esperto. La difesa strenua della cultura popolare, non come rappresentazione folcloristica, ma come sapere diffuso e condiviso.

Qualche anno fa ho coronato un sogno, alla Fiera delle Utopie concrete di Città di Castello: assistere ad una sua conferenza. Era già malato, ma rideva della sua malattia e derideva il medico che aveva dovuto pagargli una cena avendo perso una scommessa su quanto avrebbe potuto sopravviere al cancro senza cure adeguate (e le cure adeguate, per il medico, erano solo quelle della medicina occidentale, altra certezza che Illich metteva in discussione, ma sul piano culturale ancora più che su quello scientifico).

Ivan Illich può dare alla nostra generazione e a chi vive questi tragici anni molto più di quanto sia riuscito a dare alla generazione degli anni settanta. L'opera di Illich è più che mai attuale. Il buio di questi tempi ha più che mai bisogno di quel raggio di sole. Per questo sento il bisogno di ricordarlo, di invitare tutti voi ad andare alla ricerca dei sui testi introvabili, tra la polvere di una biblioteca, tra gli scaffali di un bibliofilo. Chissà che, come succede a volte, la morte del corpo, non sia l'occasione della rinascita del pensiero. Chissà che qualche editore illuminato non decida di ripubblicare quei testi, che qualcuno non decida di dedicargli un sito come si deve, che qualche rivista non torni a pubblicare testi dimenticati.

Considero Ivan Illich il mio principale riferimento culturale e politico. Da anni ormai, quando parlo di lui con i miei conoscenti, lo chiamo maestro. Certo, scherzando, lui stesso avrebbe detestato la cosa. Ma in un certo senso lo è stato veramente. Non credo proprio di riuscire ad applicare nel quotidiano quanto lui mi ha trasmesso, e non credo nemmeno di essere riuscito a recepire interamente quanto da lui espresso. Ma per me rappresenta comunque una guida, fonte di alcuni principi basilari da cui partire per interpretare il mondo.

Per questo, per quello che devo personalmente ad Ivan Illich (senza che lui abbia mai saputo della mia esistenza), con questo messaggio non voglio condividere il dolore per la sua morte, ma semmai l'immensa gioia di avere incontrato le sue idee. Vorrei, se non altro, trasmettere a qualcuno la curiosità di saperne di più, di scoprire la grandezza di questo uomo.

Ma oggi, giorno in cui ho saputo della scomparsa di Illich, ho anche un altro piccolo sogno. Non so se riuscirò a realizzarlo, di certo non da solo, ma lancio la proposta. Vorrei fare qualcosa, qualche piccola cosa, perché Illich non sia dimenticato del tutto, perché il suo grande contributo non vada perso per sempre (quante volte la nostra civiltà vuole ripartire da zero a causa dell'oblio dei saperi passati?!?). Mi piacerebbe organizzare un piccolo convegno, un'assemblea, un momento di incontro qualunque per ricordarlo, per mettere in comune sensazioni e ricordi. Spero che Peter Kammerer legga questo messaggio, perché è lui la prima persona che mi è venuta in mente. Certo, saremo in pochi, la cosa non attirerà grandi folle, ma questo non importa. Poi vorrei provare ad aprire uno spazio su internet, anche se forse Illich non amava molto questo medium. Uno spazio per raccogliere materiali che lo riguardano. A partire da un atto di disobbedienza: pubblicare i libri che non vengono più stampati. Non ho soldi per pagare le licenze (forse dovrei pagarle alla Mondadori), e quindi non le pagherò. Sarebbe ora di promuovere una campagna per una legge che preveda che una casa editrice perde i diritti su un testo se smette di distribuirlo. Magari si potrebbe anche arrivare a ripubblicare qualche libro. Ripeto, da solo non riuscirò a fare nulla di tutto questo, ma spero che da qualche parte si trovi qualcun altro che prova gratitudine per quest'uomo e che senta il bisogno di divulgarne il pensiero.

 

Intanto, riporto qui sotto l'articolo de "Il Manifesto" da cui ho appreso la notizia della morte

(Vai all'articolo)

Un caro saluto a tutti e tante scuse per la lunghezza del messaggio (e un grazie a quanti sono arrivati fino a qui nella lettura!!!)