di
Serge Latouche
www.edscuola.it
In un bel articolo intitolato "Ivan
Illich ou la bonne nouvelle", uscito nel giornale francese "Le
monde" del 27/12/2002, Jean-Pierre Dupuy scriveva :
"La bonne nouvelle est
que ce n'est pas d'abord pour éviter les effets secondaires négatifs d'une
chose qui serait bonne en soi qu'il nous faut renoncer à notre mode de vie -
comme si nous avions à arbritrer entre le plaisir d'un mets exquis et les
risques afférents. Non, c'est que le mets est intrinséquement mauvais, et que
nous serions bien plus heureux à nous détourner de lui. Vivre autrement pour
vivre mieux".
Illich non ha usato esplicitamente, secondo
la mia conoscenza, la parola "decrescita", parola inoltre quasi non
traducibile in inglese[1].
Tuttavia durante il convegno "Défaire le développement-Refaire le
monde" tenuto a l'UNESCO a Parigi in marzo 2002 e che fu la sua ultima
comparsa pubblica, mi sembra che l'hbbia implicitamente fatta sua.
Nel suo articolo, Jean-Pierre Dupuy ricorda
che già negli anni 70, Illich aveva mostrato che la nostra crescita e il nostro
sviluppo non sono sostenibili. Nel suo ultimo libro "Quand la misère
chasse la pauvreté", Majid Rahnema, lo richiama anche lui, evocando il
testo di Ivan, "Liberer l'avenir"(1971)[2].
Perché lo sviluppo e la crescita non sono sostenibili? O come dice Jean-Pierre Dupuy, perché "notre de mode de vie est
à terme irrémédiablement condamné"? La risposta è semplice.
La nostra sovracrescita economica supera già
largamente la capacità di carico della terra. Se tutti gli abitanti del mondo
consumassero come l’americano medio, i limiti fisici del pianeta sarebbero
largamente superati[3].
Se si prende come indice del “peso”
ambientale del nostro stile di vita “l’impatto” ecologico di questo sulla
superficie terrestre necessaria, si ottengono risultati insostenibili sia dal
punto di vista dell’equità rispetto ai diritti di prelievo sulla natura, sia
da quello della capacità di rigenerazione della biosfera.
Se si considerano i bisogni di materiali e
di energia necessari per assorbire i rifiuti e gli scarti della produzione e dei
consumi, e a ciò si aggiunge l’impatto ambientale e delle infrastrutture
necessarie, i ricercatori che lavorano per il World Wild Fund (WWF) hanno
calcolato che lo spazio bioproduttivo dell’umanità è di 1,8 ettari a testa,
mentre un cittadino degli Stati Uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese
7,2, un europeo medio 4,5.
Siamo dunque molto lontani
dall’uguaglianza planetaria è più ancora da uno stile di civilizzazione
sostenibile che dovrebbe limitarsi a 1,4 ettari, ammesso che la popolazione
attuale resti stabile[4].
Queste cifre si possono discutere, ma esse
sono sfortunatamente confermate da un numero considerevole di indici. Come
richiama ancora Jean-Pierre Dupuy, le risorse del pianeta sono in via di
esaurimento e il clima in via di deregolamento a causa dell'effetto serra.
Ma se l'insostenibilità della crescita e
dello sviluppo sono una buona notizia è sopratutto perchè non sono auspicabili
e non lo sono per almeno tre ragioni:
1 generano una crescita delle diseguaglianze
e delle ingiustizie mai vista.
2 Creano un benessere largamente illusorio,
3 Non generano, anche per i ricchi stessi,
una società conviviale, ma un'anti-società ammalata della sua ricchezza (con
stress, malattie di ogni sorta: insonnia, obesita, ecc, e in fine la solitudine
e il suicidio).
Allora, parlare di dopo-sviluppo e di
decrescita non è soltanto lasciar correre l'immaginazione su quello che
potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fanta-politica o
esaminare un problema accademico. E' parlare della situazione di quelli che
attualmente al nord ed al sud sono gli esclusi o sono in procinto di diventarlo,
per tutti quelli dunque, per cui il progresso, la crescita e lo sviluppo sono
un'ingiuria e un'ingiustizia e che sono indubbiamente i più numerosi sulla
faccia della terra, il post-sviluppo si delinea tra noi e si annuncia nella
diversità.
Il post-sviluppo, in effetti, è
necessariamente plurale. Si tratta della ricerca delle modalità di rigoglio
collettiva nelle quali non sarebbero privilegiati un benessere materiale
distruttore dell'ambiente e dei legami sociali. L'obiettivo della buona
strada/vita si declina nei molteplici aspetti secondo i contesti. In altre
parole, si tratta di ricostruire delle nuove culture. Questo obiettivo può
essere chiamato l'umran (rigoglio) come in Ibn Kaldûn, swadeshi-sarvodaya
(miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, o bamtaare
(stare bene assieme) come dicono i Toucouleurs, o "fidnaa/gabbina",
"le rayonnement d'une personne bien nourrie et libérée de tout souci"
cher les Borana d'Ethiopie, o in tutti i modi possibili l'importante e di
designare la rottura con l'impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome
di sviluppo oppure, come oggi diciamo, di globalizzazione.
Per gli esclusi, per i naufraghi dello
sviluppo, non si tratta che di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e
la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui possiamo trovare
un po' qui e un po' là degli inizi di realizzazione aprono la speranza di un
post-sviluppo. Bisogna di volta in volta pensare e agire globalmente e
localmente. Non è altro che nella mutua fecondazione dei due approcci che si può
tentare di sormontare l'ostacolo della mancanza di prospettive immediate.
Il post-sviluppo e la costruzione di una
società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al nord
e al sud. Proporre la decrescita serena e conviviale come uno degli obiettivi
globali urgenti e identificabile attualmente e mettere in opera delle
alternative concrete localmente sono complementari.
La decrescita dovrebbe essere organizzata
non soltanto per preservare l'ambiente ma anche per ripristinare il minimo di
giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all'esplosione.
Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano così strettamente
legate.
I limiti del "capitale"
(patrimonio) natura non propongono soltanto un problema di equità
intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di
equità tra gli esseri viventi dell'umanità.
La decrescita non significa un immobilismo
conservatore. La gran parte dei saperi considerava che la felicità si
realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni.
L'evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una
riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata alle costrizioni naturali.
Preparare la decrescita significa, in altre
parole rinunciare all'immaginario economico, vale a dire alla credenza che più
è uguale a meglio o per dirla con Majid Rahnema "rinunciare all'egemonismo
del principio della crescita a tutti i costi". Il bene e la felicità
possono compiersi con costi minori.
Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire
delle relazioni sociali conviviali in un mondo sano può realizzarsi con serenità
nella frugalità, la sobrietà, una certa austerità nel consumo materiale.
La parola d'ordine decrescita ha soprattutto
come fine il segnare con fermezza l'abbandono dell'obiettivo insensato della
crescita per la crescita, il cui motore è la ricerca esasperata del profitto da
parte dei detentori di capitale.
Evidentemente, non si prefigge un
rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per
la decrescita.
In particolare la decrescita non va intesa
come crescita negativa[5].
Si sa che persino il rallentamento della crescita getta le nostre società nel
caos a causa della disoccupazione e del taglio dei programmi sociali, culturali
e ambientali, dai quali dipende un livello minimo di qualità della vita.
Immaginiamo quale catastrofe produrrebbe la
crescita negativa, expression antinomique et absurde qui traduit bien la
domination de l'imaginaire de la croissance! Come non c'è niente di peggio
che una società laborista/occupazionista senza lavoro/occupazione (Arendt),
cosi come non c'è niente di peggio che una società di crescita senza crescita!
La decrescita non è del resto immaginabile se non in una società di
"decrescita".
Una tale società suppone un'organizzazione
totalmente diversa, dove sia valorizzato l'ozio al posto del lavoro, e dove i
rapporti sociali siano più importanti della produzione e del consumo di
prodotti usa-e-getta, inutili e spesso nocivi. Una riduzione drastica del tempo
di lavoro per assicurare a tutti un posto di lavoro ne è la condizione di
partenza.
Ispirandosi alla carta "consumi e stili
di vita" proposta dal forum delle ong a Rio de Janeiro nel 1992, si può
riassumere il significato della decrescita nel programma delle 6 R : rivalutare,
ricostruire, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Sono sei obiettivi
interdipendenti, che insieme generano la cancellazione delle esternalità
negative della crescita e innescano il circuito virtuoso della decrescita
serena, conviviale e sostenibile[6].
Rivalutare vuol dire rivedere i valori nei
quali crediamo e sui quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che
vanno cambiati. Ristrutturare vuol dire adattare l'apparato produttive e i
rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori. Ridistribuire si
riferisce alla ridistribuzione della ricchezza e dell'accesso alle risorse o
patrimonio naturale. Ridurre vuol dire ridurre drasticamente gli orari di lavoro
(meno di due ore a giorno secondo Jacques Ellul) e diminuire l'impatto sulla
biosfera dei nostri modi di produrre e consumare. Infine, riutilizzare le
apparecchiature e i beni d'uso, anziché gettarli in discarica e riciclare gli
scarti indecomponibili derivanti dalle nostre attività.
Semplicemente, per il Nord, la diminuzione
della pressione eccessiva del modo di funzionamento occidentale sulla biosfera
è un'esigenza di buon senso e nello stesso tempo una condizione di giustizia
sociale e ecologica. Aspiriamo ad un miglioramento della qualità della vita e
non ad una crescita illimitata del PIL. Reclamiamo il progresso della bellezza
delle città e dei paesaggi, il progresso della purezza delle falde freatiche
che ci forniscono l'acqua potabile, della trasparenza dei corsi d'acqua e della
salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell'aria che respiriamo, del
sapore degli alimenti che mangiamo. C'è ancora molta strada da fare per lottare
contro l'invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, per preservare la
fauna e la flora selvatica, per salvare il patrimonio naturale e culturale
dell'umanità, senza parlare dei progressi da fare per la democrazia.
La realizzazione di questo programma è
parte integrante dell'ideologia del progresso e presuppone il ricorso a delle
tecniche sofisticate di cui alcune sono ancora da ideare. Sarebbe ingiusto
tacciarci come tecnofobi e come anti-progressisti sotto il solo pretesto che noi
reclamiamo un "diritto di inventario" sul progresso e la tecnica.
Questa rivendicazione è un minimo per l'esercizio della cittadinanza.
Per quanto riguarda i paesi del Sud,
frustati dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto
di decrescere (o di crescere, d'altra parte), quanto di riannodare il filo rotto
dalla colonizzazione, l'imperialismo e il neo-imperialismo, militare, politico,
economico e culturale, per riappropriarsi della loro storia e della loro identità.
Questo è un preliminare per dare ai loro problemi le soluzioni appropriate. Può
essere sensato ridurre la produzione di certe culture destinate all'esportazione
(caffé, cacao, arachidi, cotone, ecc.) come invece può avverarsi la necessità
di aumentare la produzione delle colture per uso alimentare. Si può pensare
anche a rinunciare all'agricoltura produttivista come al Nord per ricostituire i
suoli e le qualità nutrizionali, ma anche, senza dubbio, fare delle riforme
agrarie, riabilitare l'artigianato che si è rifugiato nell'informale, ecc.
Spetta ai nostri amici del Sud precisare quale direzione può prendere per loro
la costruzione del post-sviluppo.
In nessun caso, la rimessa in causa dello
sviluppo non può nè deve apparire come un'impresa paternalista e universalista
che la assimilerebbe a una nuova forma di colonizzazione (ecologista, umanitaria
...). Il rischio più forte è che i colonizzati abbiano interiorizzato i valori
del colonizzatore. L'immaginario economico, e particolarmente l'immaginario
sviluppista, è ancora più pregnante al Sud che al Nord. Le vittime dello
sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che in
un aggravarsi del male. Pensano che l'economia è il solo mezzo per risolvere la
povertà quando è la stessa che la genera. Lo sviluppo e l'economia sono il
problema e non la soluzione; continuare a pretendere e volere il contrario fa
parte del problema.
Una decrescita accettata e ben meditata non
impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una
vita festosa, (ossia, dionisiaca).
La decrescita dovrebbe essere organizzata
non solo per preservare l’ambiente, ma anche per reinstaurare un minimo di
giustizia sociale, senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione.
Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano così strettamente
legate. I limiti del “capitale” natura non pongono solo un problema di equità
intergenerazionale nella divisione delle parti disponibili, ma un problema di
equità tra i membri attualmente vivi dell’umanità.
[1]
L'impossibilité où nous nous sommes trouvés de traduire "décroissance"
en anglais est très révélatrice de cette domination mentale de l'économisme,
et symétrique en quelque sorte de celle de traduire croissance ou développement
dans les langues africaines. Aucun des néologismes proposés, ungrowth,
degrowth, dedevelopment, n'est vraiement satisfaisant.
[2]
Majid Rahnema, "Quand
la misère chasse la pauvreté", Fayard/Actes Sud, Paris 2003, p. 281.
[3] Si troverà una bibliografia esaustiva dei rapporti e dei libri... sul tema dopo il famoso rapporto del Club di Roma, in Andrea Masullo Il pianeta di tutti - Vivere nei limiti perché la terra abbia un futuro - Bologna 1998.
[4] Gianfranco Bologna - Italia capace di futuro, Bologna 2001, pp. 86-88.
[5]
On notera l'absurdité
de l'expression. Cela voudrait dire à la lettre : "avancer en reculant".
[6]
On pourrait allonger la
liste des "R" avec : rééduquer, reconvertir, reféfinir,
remodeler, réinventer/repenser, etc. et
bien sûr relocaliser.