Grazie, Ivan Illich
di Cristiana Cattaneo
Ha
attraversato la seconda metà del ‘900 e anche tutto il mondo da un capo
all’altro fecondandolo con la sua personalità, e suscitando ovunque azioni e
idee. Dagli Stati Uniti al Messico, dall’Europa all’Asia, ovunque era a casa
sua, compartecipando convivialmente dei luoghi e del pensiero.
E’
stato sale dell’intelligenza. Sempre stando nelle pieghe della vita e mai al
di sopra, come i boriosi monumenti viventi. Mai da accademico ma sempre da
amico, maestro, padre. Perché si metteva in ogni circostanza in un rapporto
personale. Stabiliva solo rapporti personali, non convenzionali. Cosa che gli
alienava la simpatia e la comprensione degli uomini appunto convenzionali.
La
sofferenza della malattia che per tanti anni l’ha accompagnato non ha potuto
costringerlo a ripiegarsi su se stesso.
Fino
all’ultimo ha mantenuto intatta la curiosità, la meraviglia per i luoghi e
per gli uomini. Per lui, e tutta la sua opera lo rivela, la vita era una
straordinaria, inesauribile avventura d’amore e d’intelligenza. Dove
l’esercizio dell’intelligenza era propriamente un atto d’amore e di gioia.
Pur
dichiarandosi uno storico e pur applicandosi alla critica storico-sociale e
culturale, Ivan Illich è stato filosofo nel senso più autentico e originario
del termine. Ha realizzato la missione socratica della critica del linguaggio e
di ogni forma convenzionalmente costituita, di ogni reificazione.
E’
stato più rivoluzionario dei rivoluzionari. Perché non ha mai permesso che
alcuna affermazione sul mondo della vita prendesse il posto del mondo della
vita. Denunciando sistematicamente con chiara, viva e amorosa intelligenza ogni
operazione che ottenesse quello scopo.
Per
questo è stato il più implacabile critico di ogni istituzione di potere. Senza
tuttavia cadere nella trappola anarchica, che conferma la politica
ipostatizzandone la negazione.
Ogni
suo scritto, ogni sua critica, ogni suo sforzo concettuale è stato un canto
d’amore, un francescano inno alla vita, un’esortazione agli uomini a non
farsi disumanizzare dalle loro stesse produzioni, foss’anche dall’idea di
vita biologica.
Per
lo più le esortazioni agli uomini in nome dell’amore e della giustizia si
traducono anch’esse in costruzioni che si reificano e dunque in catene. Ma
Illich si è guardato bene dall’indicare un metodo per la salvezza o un
soggetto privilegiato per guidare gli uomini alla felicità.
Questo
gli è stato spesso rimproverato, cioè di criticare senza un progetto,
indicando soluzioni vaghe e in fondo qualunquistiche. Ma bisognava essere ben
ottusi e sordi per non capire quale fosse il centro che la critica di Illich
metteva in luce.
Il
centro è riconducibile a questo: la critica del potere nella sua struttura
stessa, almeno come si manifesta nel moderno mondo occidentale. In alcuni
momenti Illich ne ricostruisce la genealogia nella stessa storia della Chiesa,
nel suo costituirsi come istituzionalizzazione della carità.
Il
senso profondo della struttura di potere non è la repressione ma
l’alimentarsi del mondo della vita, sottraendone di volta in volta aspetti
separati e riproponendoli in forma di amministrazione e controllo. Le moderne
istituzioni si costituiscono a spese del mondo della vita, distruggendone gli
intimi moventi, che Illich chiamava convivialità.
Ad
esempio la lingua madre insegnata. La lingua materna che ogni essere umano
venendo al mondo apprende per il fatto stesso di appartenere a un contesto che
gli dona la sua forma culturale, ebbene quella lingua, appropriata da un potere,
codificata e normativizzata, viene reimposta in modo artificioso e diventa una
forma fondamentale di controllo degli individui.
Non
importa se questo reinvestimento dall’alto verso il basso venga connotato in
termini di dovere o di diritto: si tratta di semplici variazioni di
punteggiatura. Quel che conta è che si costituisce artificiosamente un bisogno,
a cui la storia e il potere sembrano “naturalmente” rispondere.
E
così valga per tutte le aree del sapere e della prassi, di cui le comunità
vengono espropriate perché si formino quei corpi istituzionali che sono le
articolazioni stesse del potere, come la salute, l’educazione, i trasporti, il
tempo libero, i consumi, le aggregazioni stesse d’opposizione al potere.
Illich
si è sforzato in ogni modo di svelare che il bisogno è l’inganno ordito da
ogni e qualunque sistema di potere per imporre la sua colonizzazione della vita.
Perché lo stato di penuria che spinge gli uomini al consenso è fasullo, frutto
della rapina sistematica dei saperi, delle competenze, delle possibilità, delle
capacità, nonché della gioia, che sono doti per così dire naturali e
specifiche di ogni comunità umana di ogni tempo e luogo.
In
ogni modo ha lottato contro l’idea, incalzante da ogni versante politico e
culturale, di un mondo monodimensionale. Mostrando che i modi di vita, le
economie, le invenzioni e i saperi conviviali sono vari, multiformi e molteplici
come le lingue, e che per converso distruggere questa varietà e multiformità
dell’essere umano come di quello naturale è un’operazione mortale, ben al
di là delle analisi classiche sull’alienazione. Sempre esortando gli uomini
di ciascun contesto a trovare proprio lì , nelle situazioni e condizioni loro
specifiche, le idee e le risorse per sottrarsi alla rassegnata omologazione. E
fare questo partendo proprio da un’analisi disincantata dei bisogni.
Vi
si scorge l’influenza di Gandhi, di Polanyi, di Foucault, la familiarità con
Fromm. Si possono ben vedere le generazioni dei Sachs e di Vandana Shiva. Si
possono tracciare linee di ascendenza e discendenza, connessioni trasversali
dentro tutta la cultura del ‘900. Ed è sicuro che quest’uomo casto e povero
ha lasciato come il suo amato S. Francesco una filiazione straordinaria e
generosa di cui non si percepisce l’esaurimento.
Poiché
dunque Illich concepiva l’intelligenza come parte della vita ed egli stesso si
muoveva nella vita e nell’intelligenza come un pesce nell’acqua, mai avrebbe
potuto proporre un metodo astratto, valido genericamente o addirittura
universalmente, come l'analisi politica classica si compiace di fare
riproducendo in nuove forme quell'alienazione che pure mette in luce.
Egli
come Socrate metteva in guardia da ciò che non si deve fare, e questo è
il senso della sua critica delle istituzioni.
Con
tenacia mise in guardia dalla seduzione di concepire la storia come fosse
natura. E instancabilmente indagò istituzioni, concetti, usi lessicali.
Risalendone pazientemente la genealogia fino a mostrare con precisione anatomica
il momento e la procedura storica con cui la perversione possibile s’è
imposta con la sua maliarda promessa di migliorare il mondo e al contempo
renderlo più gestibile.
In
questo mondo quasi annichilito dalla prassi ci ha daccapo mostrato quanto sia
prezioso il lavoro del dotto. Di colui che parla a coloro che hanno bisogno di
pensare perché amano la terra e il cielo. Del resto nella sua persona si
riconosceva la vocazione moderna del pensiero critico che attraversa tutta la
filosofia tedesca, o anche francese, ma al di là si scorgeva l’umiltà del
ricercatore scientifico e il genio analogico dello studioso medievale. Cioè una
mente per vocazione e convinzione universale.
Perché
ciò che muoveva Illich e lo appassionava non era una qualche immagine o
realizzazione dell’umano, ma lo spirito dell’uomo nella sua inesauribile,
sorprendente creatività.
Come
Gandhi traeva la sua ispirazione, tutt’altro che dall’adesione a un progetto
storico, da una fiducia propriamente spirituale. La fiducia che il mondo
naturale ed umano è già sempre così com’è la base perfetta per
l’esplicarsi dello spirito nelle infinite forme dell’arte, della preghiera,
del sapere e della convivialità.