All’ombra di Girolamo
Domenico Farias
E’ mia intenzione commentare alcuni passi
autobiografici che si trovano nel volume curato da David Cayley, “Ivan Illich
in conversation” (1992) (trad. ital. di Stefano Stogl, Milano, 1994). Vorrei
precisare e integrare le parole del testo e in più spiegare perché in questo
caso la precisazione e la integrazione, raggiunto un certo punto, sono costrette
a sostare... Nel testo risulta una frattura oltre la quale il sentiero sembra
continuare, ma in mezzo c’è il vuoto o l’acqua di un torrente impetuoso.
Per quanto l’interprete mediatore cerchi di costruire ponti o pilastri per
rendere meno difficile al lettore comune il superamento dell’interruzione,
egli non può risparmiargli la fatica e il rischio di un salto ermeneutico per
passare da una sponda all’altra e cercare di cogliere così l’unità
essenziale che permane, l’unità del cammino di una vita che si salva, in
apparenza perdendosi.
* * *
Ricordando i luoghi dell’infanzia in Dalmazia, Illich pronuncia queste
parole: “L’isola dalla quale provengo è uno dei pochi luoghi ai quali Roma
concesse, dopo il Concilio di Trento, di celebrare la messa romana - istituita
appunto dal Concilio di Trento - in slavo, in slavo antico. Invecchiando sono
divenuto sempre più convinto che è positivo essere un consapevole residuo del
passato, uno che sopravvive ad un’altra epoca, uno attraverso cui si risale a
radici lontane, anche se non in modo intenzionale. Sono conscio
dell’incredibile privilegio di appartenere a certe tradizioni e di esserne
stato profondamente segnato” (op. cit. pag. 62). “Dopo aver lasciato la mia
vecchia casa in Dalmazia, non ho mai più avuto un posto che potevo chiamare
casa. Ho sempre vissuto in un accampamento…” (op. cit. pag. 44).
Queste parole hanno un significato immediato
e facile da intendersi a partire dal quale non è difficile acquisire altre
conoscenze geografiche e storiche importanti per comprendere meglio lo svolgersi
della vita di Ivan Illich. Spalato e la Dalmazia, Vienna non molto lontana,
ricordi del mondo mitteleuropeo di ieri, anteriore alla prima guerra mondiale,
trasmessi attraverso la figura del nonno e poi un passato ancora più remoto
ricevuto e interiorizzato mediante la contemplazione di un paesaggio naturale e
umano, consueto fin dall’infanzia, e che da allora è rimasto nell’anima
riemergendo e riproponendosi esplicitamente alla coscienza tanti anni dopo e a
migliaia di kilometri di distanza, nel Sud-Est asiatico, in Messico, in Brasile
o in Pennsylvania.
La Dalmazia di cui Ivan Illich parla con
David Cayley è sempre quella di cui parlava con me circa cinquant’anni fa a
Venezia quando, studenti di teologia in vacanza, cercavamo il luogo preciso
della casa dei suoi avi sull’altra sponda dell’Adriatico nella loro capitale
più vera. “Sai Domenico, mi diceva, noi dalmati non siamo certo italiani, ma
veneziani sì.” La stessa Dalmazia, ma anche una terra (e un mare) più
giovane, che ringiovanisce mentre lui sta invecchiando “sopravvivendo ad
un’altra epoca”. Un’epoca custodita nel ricordo dove non giace inerte, ma
vive riproponendosi alla coscienza in forme più essenziali e giovanili e tale
da ringiovanire anche l’ospite, come Atena nelle sue apparizioni faceva con
Odisseo.
“Sopravvivere ad un’altra epoca” è
anche revirescere (to grow green again, to grow strong, young again),
reviviscere (to revive), reflorescere (to blossom again), le espressioni si
trovano nelle pagine degli antichi scrittori latini de re rustica che parlano
dei risultati della potatura delle piante. Espressioni note e care a Illich,
ricevute, stavo per dire “succhiate”, da Gerhart H. Ladner che le studia
nell’opera The Idea of Reform uno dei libri a lui più cari, ricordato anche
nella conversazione con Cayley (pag. 157). Sapendo che era caro anche a me riuscì
a farmi avere una copia con dedica della seconda edizione riveduta. Ricordo
ancora il mio stupore quando il postino mi recapitò a Catanzaro il volume, che
avevo letto nella prima edizione senza però aver conosciuto l’autore di
persona.
Nella tarda età, la Dalmazia che rivive
nella memoria di colui che ne è “profondamente segnato” e che “appartiene
a certe tradizioni” potrebbe far pensare a Proust, al tempo perduto e
ritrovato, ma l’accostamento mi sembra molto imperfetto. Certamente è una
Dalmazia in idea, ma non si tratta di una forma ideal - tipica, di un’entità
meno che reale, fantomatica come le anime dell’Ade, naufragate nel tempo, ma
di un essere più che reale, epiousion, dal quale il soggetto riceve un
consolidamento esistenziale, una seconda giovinezza di cui non riesce a darsi
ragione. Si potrebbe pensare all’anamnesi platonica che schiude la visione
delle idee e introduce alla loro dialettica, ma non si coglierebbe nel segno.
C’è qualcosa di vero però anche in questo accostamento. Ricordare i nomi di
Platone e di Proust non è del tutto inutile, anche se a Illich è estranea
l’unilaterale oggettivazione della memoria del primo come la soggettivazione
della memoria del secondo.
All’isola dalmata dalla quale Ivan Illich
proviene e nella quale non si trova né intende ritornare egli non appartiene.
Il suo “incredibile privilegio” (pag. 62) non è di appartenere a una
regione della terra, ma di “appartenere a certe tradizioni e di esserne stato
profondamente segnato” (ibid.).
In maniera criptica, ma non troppo,
l’esperienza della terra, del vivere sulla terra tesaurizzata nella memoria è
integrata e coniugata nell’esperienza più ampia ed intima della paradosis
(tradizione) e dalla sfragis (suggello). La terra è doppia, è adahmah
(polvere) e insieme ehretz (suolo), entrambe misticamente trasposte, e
trasfigurate, destinate prima all’uso orientato dal paradigma levitico e
riprese poi e cristicamente trasfigurate.
Una terra fruita asceticamente in uno sforzo
di “celebrare il presente e di celebrarlo usandone il meno possibile (pag.
216). Ivan dice anche: “Lasciateci essere vivi e lasciateci godere
consciamente, ritualmente e apertamente del permesso di essere vivi in questo
momento” (pag. 218). “Credo che sapere che non abbiamo futuro sia una
condizione necessaria per pensare e riflettere. Ci può essere un domani ma non
c’è un futuro sul quale possiamo dire qualcosa o sul quale abbiamo un
qualunque potere…” (pag. 216).
Fruire la terra non inquadrata né
inquadrabile in un futuro e gioire in tale fruizione nella quale di essa si usa
il meno possibile: sembra un paradosso. Vorrei tentare di chiarirlo proponendo
un’interpretazione integratrice della quale, come dicevo prima, fino a un
certo punto sono sicuro. Poi ci sarà un salto e forse non coglierò nel segno.
Ma è bene che sia così. Vedremo perché.
Tutto ciò che dirò è riassumibile
nell’imperativo che Ivan ricorda e fa suo: “nudum Christum sequere”.
“L’ideale di alcuni monaci medioevali che ho letto” (pag. 216).
Con queste parole siamo ancora
in…Dalmazia. Sono infatti parole del dalmata Girolamo (Cfr. la voce nudité
nel Dictionaire de spiritualité) contemporaneo della distruzione di Stridone
sua città natale, nomade ad Aquileia, nella Gallia, ad Antiochia, a Roma, a
Scilla (molto vicina a Reggio Calabria mia dimora) e “accampato”
nell’ultima tappa terrena a Betlemme. Senza patria in un mondo civile senza
futuro, alla fine dell’età antica, quando Roma veniva saccheggiata per la
prima volta da Alarico e i cristiani potevano vivere alla lettera le parole
dell’apostolo Paolo: “non habemus hic manentem civitatem sed futuram
inquirimus…”, Agostino scriveva il De civitate Dei ...e Paolino si ritirava
a Nola.
Mi piace pensare che in Ivan vive qualcosa
di Gerolamo e se non è così, e l’amicizia fa velo al mio giudizio, gli
auguro che ciò avvenga; ma non sbaglio se paragono i nostri tempi a quelli del
grande padre della Chiesa Latina, tempi di violenza e di distruzione. Un
paragone errato per difetto perché oggi non è solo Roma ma la Terra che frana.
Credo che ognuno si riconosce in queste parole: “è davvero difficile dire che
per me la Terra e il suolo sono ancora la stessa cosa” (pag. 219).
L’imperativo di Girolamo: nudum Christum
sequere riguarda questa spoliazione abramica: “esci dalla tua terra!”, non
solo dalla Dalmazia, da Stridone o da Spalato o da Roma, ma anche e in generale
dalla Terra, anzi esci perfino da Gaia e dalle illusorie responsabilità che da
essa dovrebbero ricevere legittimazione.
Sarebbe presunzione sciocca pretendere di
sapere tutto della condizione nomade proposta dall’esistenza di Ivan Illich,
prima che dalle sue parole e dai suoi scritti, ma i tratti fondamentali della
tradizione alla quale egli appartiene e che lo ha segnato si possono fissare
abbastanza bene sia in se stessi che in rapporto ad altre prospettive dalle
quali ricevono chiarimento per contrasto.
E’ la grande tradizione dell’Eesodo,
dell’individuo, di un popolo che fa esperienza di un Dio diverso dagli altri
dei con dimora stabile in un luogo, di un Dio che passa sulla terra ed è
conoscibile solo da chi di è disposto a vederlo di dietro mentre passa e a
seguirlo.
Si potrebbe ricordare la “Vita di Mosè”
di Gregorio di Nissa. Quando leggiamo: “Allora dico: lasciateci essere vivi e
lasciateci celebrare” (pag. 218) è palese il ricordo delle parole del libro
dell’Esodo: “Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino
per fare un sacrificio al Signore nostro Dio.” (Es. 3,18). “Lascia partire
il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto” (Es. 5,1). “Lascia
andare il mio popolo perché mi possa servire” (Es. 7,26). “Allora il
Faraone replicò: Vi lascerò partire e potrete sacrificare al Signore nel
deserto. Ma non andate troppo lontano...” (Es. 8,23). “Rispose Mosè: …noi
non sapremo come servire il Signore finchè non saremo arrivati in quel luogo”
(Es.10.26).
Dove si trova questo luogo verso il quale
camminano i nomadi di Dio? Quali sono i sacrifici del viaggio? Che cos’è in
realtà il deserto?
Il pagano Celso era sicuro di poter
rispondere a queste domande. In esse egli vedeva un tema, evidentemente
ellenico, riconducibile alla distinzione platonica tra terra di quaggiù e la
terra pura situata nel cielo puro di cui si parla in un famoso passo del Fedone
(109 Bss): “Noi abitiamo intorno al mare del Fasi alle colonne di Ercole, come
formiche o rane intorno ad una palude…ma essa, la vera terra, si libra nel
cielo puro, dove sono le stelle, il quale la più parte di coloro che si
occupano di queste cose chiamano etere…crediamo di abitare in alto sopra la
terra, allo stesso modo di uno il quale, abitando in mezzo alla profondità del
mare, si immaginasse di abitare sulla superficie e vedendo, attraverso
l’acqua, il sole e le altre stelle, credesse cielo il mare…se uno riuscisse
a spingersi fin su all’estremo lembo dell’aria o, messe le ali, vi giungesse
volando, colui vedrebbe, levando il capo fuori dall’aria, allo stesso modo che
qui da noi i pesci, levando il capo fuori del mare, vedono le cose nostre, così
vedrebbe anche le cose di lassù”.
Contro Celso Origene nega che la terra
promessa, il luogo verso il quale cammina il popolo di Dio pellegrino, sia
identificabile con il cielo di cui parla Platone e al quale cercano di elevarsi
astronomi e astrologi (Cfr. Contra Celsum VII, 28).
Già l’ebreo Filone, profugo ad
Alessandria, amante non fanatico di Gerusalemme e della Terra Santa, si era
posto il problema dell’autentica conquista della Terra buona e pura e aveva
concluso che Mosè, che non l’aveva posseduta, ma solo contemplata dall’alto
del monte Nebo, l’aveva veramente fruita e più ancora Abramo o forse Geremia
che, profughi in patria, avevano goduto come veri leviti del LUOGO SANTO. Filone
spiega anche con tutta chiarezza che non si devono confondere gli uomini della
terra con gli uomini del cielo, ma non bisogna nemmeno dimenticare le differenze
essenziali tra gli uomini del cielo e gli uomini di Dio, e tra le fatiche del
viaggio affrontate dai primi e le sofferenze e le prove che devono superare i
secondi, pericoli degli elementi e pericoli degli uomini, pericoli del corpo e
pericoli dell’anima.
Anche Ivan diffida dell’astronomia e
dell’astrologia, diffida addirittura del cielo, questo perché diffida della
scienza. “Nel 1992 non provo più alcun interesse per le teorie
scientifiche” (pag. 220). “Non dimenticherò mai…Sullo sportello del
frigorifero erano appiccicate due foto: una era il nostro pianeta e una era un
ovulo fecondato. Due cerchi approssimativamente delle stesse dimensioni, uno
verde - azzurro e l’altro rosa. Una studentessa mi disse: “Ci sono due porte
d’ingresso per comprendere la vita”. Il termine porta d’ingresso mi colpì
profondamente”. (pag. 202). “Ho iniziato allora a riflettere se quei due
cerchi, il verde-azzurro e il rosa non fossero il sacrum della nostra epoca.
Essi sono differenti dagli altri sacra perché sono scienza pura, non sono
oggetti. Sono, per dirla con il cardinal Ratzinger, emblemi di fatti
scientifici, esiti di strumenti tecnologici. Come suggestivamente afferma
Wolfgang Sachs, la visione più violenta mai ottenuta è stata quella della
Terra da un punto esterno. Prova ora ad immaginare quante tonnellate di
esplosivo sono occorse per separare una macchina fotografica Hasselblad dalla
Terra, così che fosse possibile scattare una fotografia del nostro pianeta da
un punto esterno…Tieni presente con che forza viene abolita la tradizionale e
probabilmente necessaria divisione tra quì e lì quando guardiamo la Terra da
un punto esterno (pag. 203). “La Terra, che è solo una fotografia scattata
con una Hasselblad piazzata all’interno di un satellite che gira intorno ad
essa, è la negazione della Terra. Uno può anche parlare di ateismo, ma la
parola agaia non esiste; e tuttavia Gaia è un’ipotesi <agaia>,
un’ipotesi <agaistica>, nemica di ciò che la Terra è…La Terra è
qualcosa che puoi annusare, che puoi gustare. Io non vivo su un pianeta” (pag.
209).
Per non fraintendere questo testo e altri di
tenore analogo e coglierne invece il senso autentico è necessario non
dimenticare che l'autore è un nomade. Pochi oggi potrebbero mostrare una
esistenza più sterritorializzata della sua. Già cinquanta anni fa mi colpiva
la rapidità e la precisione con cui preparava e aiutava gli altri a preparare i
bagagli e a progettare spostamenti, tanto nei viaggi reali attuali quanto nei
viaggi virtuali. Questo nomade nato non vuole vedere la Terra dall'esterno, non
è interessato alla Terra - pianeta.
Perché? Addirittura sembra non interessato
al cielo, come se la tradizione che lo ha segnato non dicesse coeli enarrant
gloriam Dei e non raccontasse dei re magi e della stella.
Perché ha diffidenza verso Gaia? E il
desiderio di annusare la Terra, quasi un cane che cerchi tartufi'? E' questo un
atteggiamento da nomade?
Non c'è contraddizione?
Nelle conversazioni con Cayley si trovano
chiarimenti su questi interrogativi, ma io vorrei aggiungere alcune integrazioni
dei cui valore ermeneutico sono ancora sicuro. Il salto verrà più in là.
Anche Ivan, come altri, parlando dell'oggi,
pronuncia qualche volta la parola "nulla” (pag. 203), altre volte la
parola "vuoto" (pag. 207). Talora le due parole sono strettamente
associate, come in questo passo: "considero il vuoto nel quale conducono le
soglie verde - azzurra e rosa molto più spaventoso, perché ciò che sì trova
dietro queste soglie non è solo il vuoto, ma il nulla” (pag. 206).
Rileggendo i testi si vede che il nulla di
cui essi parlano è il risultato di una distruzione operata dall'uomo,
spaventosa nell'operato e ancor più nell'operatore. Un nulla quindi con un
duplice profilo.
"Prova a immaginare quanta violenza è
stata fatta alle donne, quanta impudica violenza è stata esercitata, per
fotografare lo zigote... quando guardiamo all'invisibile della gravidanza come a
qualcosa già visibile qui” (pag. 203).
Questo è il primo profilo del nulla.
Il secondo profilo, in certo senso ancora più
spaventoso, è nell’operatore, non solo, si badi bene, in colui che ha operato
la distruzione, ma anche in colui che appellandosi incongruentemente alla
responsabilità crede in un cosmo dipendente dall'uomo, capace di migliorare,
guarire e salvare la vita, di potere da solo riparare i danni della prima
distruzione o di impedire che altri danni si aggiungano.
Il pensiero di lllich su questo aspetto del
"nulla” si chiarisce meglio in queste parole: "Sto parlando di un
modo di essere, di parlare, di esprimersi e di percepire nel quale la
caratteristica del mondo come cosa creata appare fortemente accentuata, nel
quale si parla di un ovulo fecondato, del cerchio rosa, come di una creatura
senza mai pensare al creatore. Il termine creatura è stato distaccato dal
termine, dall'oggetto di fede, cui nella nostra tradizione occidentale è 'stato
sempre collegato”. (pag. 213). Poco prima aveva detto: “La vita è diventata
un falso dio e una negazione del Dio che si fece carne e ci redense" (pag.
212).
Il primo nulla = la vita violentata e
distrutta. Il secondo nulla = la negazione della vita, un nulla dentro, l'uomo,
un nulla interiore, un "pensiero" che derealizza, un rifiuto, una
negazione, non solo della prima ma anche della seconda creazione, una pretesa di
potere ricreare la vita distrutta, di poterla "salvare", di esserne in
questo senso responsabile, di esserne il ricreatore, dandone invece solo un
orrendo surrogato, suscitando "quella vita che è nulla" (pag. 213).
Non avendo avuto modo di parlare con Illich
a proposito della responsabilità, sulle prime ciò che di lui avevo letto in
proposito non mi era risultato comprensibile. Anche il riferimento a Jonas (pag.
217), mi aveva disorientato, un autore di cui non ho approfondito la produzione
più tarda, ma che mi ha insegnato tante cose sullo gnosticismo antico e su
Filone di Alessandria.
Rileggendo più attentamente, mi sono
accorto di essere caduto forse in un equivoco legato a una mia interpretazione
troppo etimologica e teologica della parola “responsabilità”, della quale
invece a Ivan interessano i connotati storici più precisi e più recenti. Più
recenti quanto all'evoluzione semantica di una parola, ma molto antichi quanto
alla tesi enunciata, una tesi di filosofia morale.
Il "nomadismo" di Ivan Illich
prende le distanze non solo dagli astri ma anche e forse di più dall'autarchia
morale stoico - cinica e dal loro modo di intendere la virtù per cui arrivano a
dire come Epitteto: "Secondo la ragione non sei peggiore né minore degli
Dei" e Seneca: "Giove in che cosa supera l'uomo virtuoso?”.
Filone di Alessandria su chi la pensa e si
comporta così dice: “Invece della pietà è l’egoismo (filautia) che hanno
abbracciato attribuendo a sè stessi la causa delle azioni rette" (De
Praemiis 12). Agostino dirà con nettezza: "Deformare potuimus, reformare
non possumus.” (PL,.38, 255), parole assai care a Ladner. Schematizzando forse
troppo, Baio, riassumendo, concluderà` "Virtutes paganorum splendida vitia
”
Non so se anche Ivan condividerebbe tale
giudizio in riferimento a tante situazioni odierne. Forse sì, forse no. Mi
sembra che ciò che lui dice sulla responsabilità mostri con evidenza la
diversità tra primato della morale e primato della fede e miri a tenere aperta
e conservare transitabile una via stretta che è l'unica via di salvezza per
porre riparo alla desolazione dei tempi della "scomparsa della decenza
elementare" o della "umanità elementare" (pag. 219).
Questi tempi non vanno giudicati dall'alto
della virtù come unica ricchezza del saggio che nessuna distruzione può
raggiungere (Omnia mea mecum porto!; Mea virtute me involvo).
Né il cielo della teoria né il cielo dei
valori morali orientano la sequela di Cristo. Essa cerca Cristo nella terra
desolata e ridotta a palude fangosa.
Anche qui mi piace ricordare un passo di
Girolamo: "La terra ha dato il suo frutto” (Ps 66 (67),1). “La terra,
santa Maria, dalla nostra terra, dal nostro seme, da questa melma, da questo
fango, da Adamo. Sei terra e tornerai alla terra (ib.7). Questa terra ha dato il
suo frutto: ciò che hai perduto nel paradiso, lo ha dato il fiore. Dice nel
Cantico cantici: “lo sono un fiore dei campo e un giglio delle convalli”.
Ecco questo fiore è diventato frutto, perché noi lo mangiassimo, perché ci
sfamassimo delle sue carni ...” Notate che cosa dice il frutto in persona:
“Se il grano di frumento non cade in terra e non muore, non può portare molti
frutti (Gv. 12,24). La terra ha dato il suo frutto ... ha dato il grano di
frumento ... il grano di frumento è caduto in terra ed è morto. Si è
moltiplicato nella spiga, quello che era caduto da solo è risuscitato insieme
con molti." (Cfr. Origene - Gerolamo -.74 Omelie sul libro dei Salmi, a
cura di Giovanni Coppa, Edizioni Paoline, Milano, 1993, pag. 7).
Questo passo integra significativamente
elementi centrali ai quali Ivan fa riferimento, ma che forse al lettore
potrebbero non apparire nella loro profonda unità.
Si sa quanto nella storia del monachesimo il
tema del pellegrinaggio e della xenitheia si sia intrecciato a quello della
immobilità, al voto di stabilità, massimamente esemplato in Cristo inchiodato
sulla croce, a sua volta conficcata e innalzata sulla terra. E’ l'ascensione
nel senso del Vangelo di Giovanni. E’ un punto importante per non fraintendere
il dinamismo agapico con altri dinamismi intellettuali o morali.
Il cristiano non vuole lasciare la terra
perché non vuole lasciare il Crocifisso e va, se Lui vuole, in un altro luogo
purché lì si trovi il Cristo. Come Maria Maddalena sta vicino alla tomba vuota
e si chiede dove l'hanno posto. Come un povero cane fiuta la tomba. Credo sia
qui l'origine del culto delle reliquie.
Spero proprio che una precomprensione
eccessivamente soggettiva non mi abbia portato fuori strada, ma è in questo
senso che io intendo le parole a pagina 219: “Voglio essere in grado dì
baciare il suolo su cui mi trovo, di toccarlo. ... qualcosa che richiede tutti i
tuoi sensi per poterla afferrare, per poterla sentire. La terra è qualcosa che
puoi annusare…”. "La cosa importante era che la gente stessa fiutava la
santità di una reliquia, l'odore di santità (pag. 93). "Le ossa dei santi
...la cristianità ha mosso i primi passi celebrando la gloriosa vittoria delle
persone che avevano volontariamente accettato la pena estrema" (pag. 92).
“La gente stessa fiutava la santità di una reliquia, l’odore di santità"
(ib.). "Ma non esiste più" (íb.). "Da quel momento - fine dei
secolo X - nessuno sentì più l'odore delle reliquie" (ib.).
Queste parole intese letteralmente non
corrispondono a verità. Scherzosamente dirò che sottovalutano una città assai
cara a Ivan ... Marburg! Ho in mente le pagine dedicate da Ernst Kantorowicz,
nella sua opera su Federico ll, alle giornate di tripudio a Marburg inondata
dall'odore dell'olio balsamico che trasudava dalle ossa di Santa Elisabetta di
Turingia portate a spalla anche dall'imperatore e cugino che camminava a piedi
nudi.
Ancora più suggestive e diffuse le pagine
di Montalambert - Histoire de Sainte Elisabeth de Hongrie. duchesse de Thuringe
(1207-1231), Paris, 1830. Pagine storiograficamente discutibili. Oggi disponiamo
di un'opera più sicura (Jeanne Ancelet - Hustache, Sainte Elisabeth de Hongrie,
Paris, 1947) che di quella giornata del I° maggio 1236 fa una ricostruzione
attenta (Cfr. pagg. 354-357).
Da Marburg a Bologna, un'altra città assai
cara a Ivan, dove Enrico Morini, studioso del monachesimo orientale, anche di
quello calabrese, ha pubblicato nel 1996, nelle Edizioni Studio Domenicano:
“La Chiesa ortodossa - Storia, Disciplina, Culto. Le pagine 401 - 409 saranno
lette con piacere da chi vuole cristianamente, come Ivan, "Baciare e
annusare la terra", senza essere per questo “un seguace della
comunicazione corporea" (Cfr. Conversazioni, p.2l6).
* * *
Ciò che Girolamo afferma sul fiore
germinato sulla terra e ciò che dice lllich sul profumo delle reliquie va
integrato con un parallelo tra le parole di Girolamo sul frutto e sul convito e
le espressioni di Ivan Ilich sulla mensa imbandita. Non intendo sostenere che in
esse c'è la chiave per ricostruire la sua visione generale della convivialità.
Sarebbe grande presunzione da parte mia.
Alle pagine 205 - 206 si ricorda la tomba e
insieme la tavola: “I luoghi sacri cristiani sono costruiti intorno a un
altare, a un tavolo, che è posto sopra una tomba vuota". Prima altare, poi
tavola, per richiamare senza dubbio che i primi cristiani preferivano evitare la
parola altare, la riservavano per la liturgia celeste dove altare è Cristo
stesso (come lo chiama l'Apocalisse). Sulla terra c'è una mensa, la mensa
imbandita di cui parla Girolamo nel passo che abbiamo citato. I cristiani non
uniscono solo la croce e la rosa ma anche la croce e il grano, la croce e l'uva,
la croce e il pane, la croce e il vino. La tavola imbandita da Dio in Cristo,
nell'ultima cena, memoriale della Pasqua. Questa è ricordata a pag. 206. La
tavola imbandita è ricordata a pag.216 dove si legge: “… che simboleggi
l'opposizione a quella danza macabra dell'ecologia, la tavola imbandita dove la
vitalità viene consapevolmente celebrata in opposizione alla vita.” La parola
vita sottolineata vuole significare lo svuotamento, anzi la nullificazione che
la vita reale e terrena subisce quando non viene dato a Cristo quel che è di
Cristo.
“La vita è diventata un falso dio e una
negazione di Dio che si fece carne e ci redense” (pag. 217). Queste parole,
ritengo, si devono intendere in rapporto a ciò che prima si diceva della
pretesa umana di autocostituirsi in soggetti responsabili della salvezza,
* * *
Sulla “tavola imbandita”, tutto sommato,
nelle “Conversazioni” non si trova molto. E’ un silenzio deliberato credo,
come quello su Maritain di cui si dà la motivazione a pag. 106.
Una tavola imbandita, in un contesto non
liturgico però, è quella del pranzo a Parigi, con Ariès, che avrebbe
pubblicato il famoso libro sulla morte. Al ristorante fu servita qualche
bottiglia di Cahors (pag. 39). Rileggendo, in un primo tempo mi è venuta in
mente una espressione di Girolamo che, commentando il versetto dell’Ecclesiaste
: “Per stare lieti si fanno banchetti e il vino allieta la vita” (Eccl.
10,19) dice: “Onmis ...vir sanctus qui, ut Christus praecepit, magister
Ecclesiae est, in risu et laetitia panem facit ed vini pocula ministrat in
gaudio”. In un secondo tempo, da anni molto lontani, dai giorni degli studi di
teologia, è riaffiorato un altro ricordo, di un vero magister che aveva
trattenuto a pranzo a casa sua Ivan, andato a visitarlo perché voleva saperne
di più sulla Herrlichkeit di Gesù. Cosi la conversazione continuò inter
pocula. Era Romano Guardini, l'autore di Der Herr.
Tornando in Italia, Ivan mi informò sui
chiarimenti ricevuti, sulle circostanze dell'incontro e sulla gioia che gli
avevano dato.
* * *
Il lettore si sarà accorto che sto
divagando. Avverto, infatti, un profondo rispetto e perciò sosto... C'è una
interruzione ed è consigliabile il silenzio, un silenzio che vorrei però fosse
eloquente. E’ il silenzio opportuno e talora doveroso, quando anche sulla
tavola imbandita calano le ombre o addirittura, il Signore ci protegga tutti,
“la notte” (cfr. Gv. 13,30).
Ma, ancora una volta, traggo luce, conforto
e speranza da Girolamo, per tentare quello che all'inizio di questo scritto ho
chiamato il salto ermeneutico. Lascio parlare lui. E anche il lettore, se vuole,
potrà ascoItarlo, leggendo integralmente in primo luogo l'Epistola 21 a papa
Damaso, dove egli parla del banchetto, del Padre e dei due fratelli. Qui riporto
solo queste parole di Girolamo che vanno alla radice della nostra incapacità di
sederci con la veste candida intorno alla tavola imbandita, ringraziando il
Padre insieme: “Tu ea mente qua invides fratri, qua a patris recedis aspectu
et semper in agro es (sottolineatura mia), nunc quoque vis absente eo inire
convivium”.
Gli altri testi di Girolamo, che ricordo suoi o della tradizione che da
lui si è diffusa, sono il commento al Salmo 40 e quello al Salmo 55 (Cfr. PL
26, 1003ss; 1044ss): una sorta di vademecum per chiunque siede nella gioia, ma
anche nella sofferenza, intorno alla tavola imbandita e talora non sa se è
calpestato o se sta calpestando. E forse è bene non
saperlo dum peregrimanur a Domino, finché viviamo direbbe Gaston Fessard,(G.
Fessard -L’actualité historique, Paris 1960 p.293, t. I) l’actualité
historique, ce noeud des libertès humaines au sein duquel s’echangent leurs
questions et leurs réponses pour donner au monde un sens qui les rapproche ou
les écarte de leur fin trascendente.”
C'è la Trascendenza Maggiore e ci sono le
trascendenze reciproche minori delle anime che nella Chiesa pellegrina vivono
non solo una teologia apofatica, ma anche una antropologia apofatica ed è bene
che, per rimanere nella comunione, si esercitino tutte nel salto: “Charitas
omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet…Videmus nunc per speculum, in
aenigmate” (I° Cor, 13. 7-12).
Domenico FARIAS (1927, Reggio Calabria,
Italia) ha studiato problemi di filosofia della politica e del diritto,
caratteristici delle società a elevato sviluppo scientifico e tecnico. Le sue
ricerche negli anni più recenti si sono portate sulle correnti creazioniste del
giusnaturalismo, per indagarne le origini in Filone d'Alessandria e per
valutarne la importanza in rapporto ai dibattiti odierni sui principi del
diritto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “L'ermeneutica dell'ovvio” -
I (1990); “Studi sul pensiero sociale di Filone di Alessandria” (1993);
“Emergenze della cultura contemporanea e coscienza dei principi del diritto”
(1998). Insegna nella Università di Messina. Conosce Ivan Illich fin dal 1948,
dagli anni di studio presso la Università Gregoriana in Roma.. E’ deceduto il
7 luglio 2002.