Se l'amore diventa un valore

Articolo tratto da www.altrapagina.it

 

La società fondata sui valori reprime il senso comune che riconosce il bene e giudica quello che va e quello che non va. La presenza di Ivan Illich al convegno de l’Altrapagina è giunta tanto gradita quanto inaspettata. Un vero regalo del grande studioso a una piccola rivista di provincia che egli dichiara di apprezzare per la sua “località”, il suo radicamento nel territorio.
L’intervento di Illich ha preso le mosse da una frase di La Valle:«Grazie a Dio il vaiolo è stato estirpato» e ha mostrato la connessione esistente tra l’idea che il male si possa estirpare e la necessità di eliminare cinque miliardi di esseri umani considerati esuberi. Prima di tessere la trama del suo ragionamento, Illich ha rievocato un incontro recente: «Tre settimane fa mi trovavo a cena con un vecchio saggio persiano. Dopo cena, mentre fumavamo, ha aspettato che suo figlio, un uomo di 45 anni, se ne andasse e mi ha confidato: “Prima dei cinquant’anni, non lo dico di fronte a lui, ma la logica esige che tutti questi esseri umani vengano estirpati”».
Raniero La Valle nel suo intervento aveva qualificato la guerra come geocidio. Per Illich «la guerra contemporanea, questa collaborazione tecnologica all’Apocalisse, è profondamente implicata nell’idea che il male possa essere estirpato». E cerca di dimostrarlo a livello scientifico, legale e teologico.
«Mi ha sempre affascinato quello che trovo scritto nei libri di biologia a proposito dei batteri. Se essi si trovano in un liquido nutritivo nel quale c’è carenza di ossigeno, appena arriva una fonte di ossigeno si fanno reciprocamente la guerra per appropriarsi di questa scarsa risorsa. Ecco un bell’esempio di come si possa trasferire sul mondo dei batteri l’immagine di uomo fondata sulla scarsità, che è un concetto del XIX secolo. L’ossigeno è un valore al quale io aspiro perché tu lo desideri. Attribuire l’invidia ai batteri mi pare proprio un espediente fantastico».
Si arriva così all’idea che l’uomo è un essere che ha dei bisogni. Ma i bisogni hanno una caratteristica: sono qualcosa di quantitativo che si può misurare: «Posso andare dal dottore e chiedergli: mi diagnostichi ciò di cui ho bisogno. O dirgli: sono stanco, mi dia qualcosa per superare la stanchezza. Oppure: mi faccia una diagnosi perché possa percepirmi, non come io mi sento, ma come lei mi vede. Il bisogno in senso stretto, come noi lo utilizziamo, è di questo tipo. In un mondo di sussistenza i bisogni si eliminano; la scarsità basata sulla santificazione dell’invidia dovrebbe poter essere eliminata».
Dopo la critica all’antropologia dei bisogni la disamina di Illich affronta il concetto di valore: «Come si potrebbe tradurre in latino la parola “valori”? Non esiste nessuna corrispondenza né nel latino classico né in quello medioevale. Gli antichi non conoscevano il valore, ma solo il bene, che è basato sulla verità della cosa. Il valore invece è una realtà misurabile; la società fondata sui valori reprime il senso comune che riconosce il bene e giudica quello che va e quello che non va in determinate circostanze. La sostituzione del bene con il valore non è stata avvertita in tutta la sua portata».
Il discorso di Illich diventa appassionato quando comincia a parlare del silenzio della chiesa nei confronti della guerra. Un silenzio insuperabile, a parere dello studioso, perché la chiesa si è adattata al pensiero dominante nella secolarità occidentale. «Le encicliche del XIX secolo sono discorsi in favore dei “valori cristiani”. Io vorrei essere invece imitatore dei primi martiri, che venivano condannati ad leones dai giudici romani come viri irreligiosi. Oggi sono uomini irreligiosi coloro che non si fanno dirigere dai valori né dirigono la propria azione orientandosi ad essi. Il valore ha un più e un meno, si può quantificare e rappresentare graficamente. Ve l’immaginate un grafico sulla crescita dell’amore in Santa Teresa di Lisieux o una curva che descriva l’amore o il bene? Siamo di fronte a una corruzione fondamentale».
E Illich si spiega: «Quello che mi rattrista di più è l’assunzione all’interno del discorso ecclesiale dei concetti di valore, di giustizia fondata sui valori, sulla produttività dell’essere umano. Perciò io intendo leggere la storia della modernità come storia della chiesa. Sono arrivato alla convinzione che anche gli errori più profondi della modernità nascono dai semi gettati dalla chiesa. Corruptio optimi pessima. La cosa peggiore è la corruzione di ciò che è ottimo».
Come esempio di tale corruzione Illich cita la nozione di servizio. «Quando ero rettore di università, mi sono reso conto dell’esistenza di un settore dell’economia chiamato dei servizi. Oggi sappiamo che la maggior parte dei valori prodotti sono dei servizi. La parabola evangelica del samaritano ci presenta l’esempio di un uomo che si lascia commuovere fin nelle viscere dal poveraccio aggredito e intavola con questo “escluso” una relazione fraterna. Ma un’istituzione che si comporti come il samaritano minaccerebbe la trasmissione di una rivelazione della possibilità dell’amore. L’aveva già intuito S. Giovanni Crisostomo nel IV secolo, che invitava i vescovi a non fare le case per i forestieri, altrimenti i cristiani avrebbero perduto l’abitudine a trattare ogni uomo come fratello. La chiesa, invece, ha dato l’esempio dell’istituzionalizzazione dell’amore. Più tardi ha istituzionalizzato anche le cose sacre ed è passata dalla comunicazione del Mistero nella liturgia alla creazione del catechismo».
Insomma, Illich fa la storia della modernità come storia della corruzione della chiesa e ribadisce :«Solamente dove esistono servizi possono esistere bisogni in termini di domande, esigenze, diritti a dei prodotti del nostro mondo di scarsità». E si chiede se il mysterium iniquitatis della modernità non prenda le mosse proprio dalla trasformazione in imprese sociali di vocazioni profondamente personali, votate alla fraternità e alla sequela di Gesù.
Dopo questo excursus sui servizi il cerchio del discorso si chiude: «Ritorniamo al vaiolo che, grazie a Dio, è sterminato. Il male nel mondo tragico degli antichi non si può eliminare, nessuno ci pensa. Nemmeno nel mondo cristiano le conseguenze del peccato possono essere eliminate. Ma il valore negativo, quello del vaiolo come quello dei cinque miliardi di esuberi, può essere estirpato».