Capitolo
4. i limiti dello sviluppo
4.1
La controproduttività delle istituzioni della società industriale
Abbiamo
visto come, nella prospettiva illichiana, in una società industriale la
trasformazione dei bisogni in richiesta di merci abbia dato origine alla
versione moderna della povertà che consiste nella menomazione delle capacità e
dell’indipendenza degli individui, e come “dove regna questo tipo di povertà,
è impedito o criminalizzato qualsiasi modo di vivere che non dipenda da un
consumo di merci.”.[1] Questo nuovo tipo di
povertà, non va confusa con il divario tra ricchi e poveri,
in quanto non si tratta soltanto dell’iniquità della distribuzione
delle ricchezze, ma del fatto che ci sia una falsa ricchezza che produce
frustrazione, dovuta a quelle istituzioni che sono state create per migliorare
la condizione umana, ma non solo non raggiungono il proprio scopo, ma arrivano a
peggiorarla, privando l’uomo di quelle capacità di far fronte autonomamente
alle difficoltà e alle necessità che gli si presentano nel corso della sua
vita. Si tratta di quella che Illich definisce la controproduttività
delle istituzioni di una società «ad alta intensità di merci», che si
configura quando queste, superata una certa soglia, non sono più in grado di
raggiungere il fine per cui erano state create, bensì si frappongono come
ostacoli al raggiungimento di tale fine, così che "al di là di un certo
grado d’intensità, la medicina produce impotenza e malattia, l'istruzione
diventa il massimo generatore di una divisione menomante del lavoro; i sistemi
di trasporto veloce trasformano gli abitanti delle città in passeggeri per
circa un sesto delle loro ore di veglia, e per un altro sesto in forzati che
lavorano per pagare Agnelli, la Esso e la società delle autostrade".[2]
Per
cogliere con precisione la controproduttività delle istituzioni del sistema
industriale, occorre che essa venga distinta da altre caratteristiche tipiche di
tale sistema con cui si è spesso portati a confonderla, ossia
le esternalità negative che
l’industria rigetta nell’ambiente.
Le
esternalità negative sono quei costi sociali che non sono compresi nel costo
monetario di un prodotto. Ad esempio la sporcizia e il rumore, i danni degli
incidenti e la degradazione ambientale, la discriminazione dovuta all’aumento
del traffico e il dispendio di forze di polizia per controllarlo sono tutte
esternalità tipiche dell’automobile, alcune di esse potrebbero essere rese
interne al prezzo d’acquisto, ma la maggior parte di esse non è né
quantificabile, né, tantomeno, scaricabile all’interno. “Al di là di un
certo grado d’intensità della produzione industriale, le esternalità non si
possono ridurre ma solo spostare”[3].
Mentre le esternalità indicano quello che una società e disposta a tollerare
per consentire il consumo, la controproduttività segna il «funzionamento
controintenzionale» di un’istituzione industriale:
questa
controproduttività specifica è un effetto collaterale indesiderato della
produzione industriale, che non si può scaricare all’esterno del particolare
settore economico che lo produce. Fondamentalmente essa non è dovuta né ad
errori tecnici, né a sfruttamento di classe, bensì alla distruzione, provocata
dal regime industriale, delle condizioni ambientali, sociali e psicologiche che
sono necessarie per lo sviluppo dei valori d’uso non-industriali e
non-professionali. La controproduttività è il risultato di una paralisi delle
capacità pratiche autonome, indotta dal modo di vita industriale.”[4]
Dalla
distruzione delle condizioni necessarie per il mantenimento e lo sviluppo
dell’azione autonoma della gente vengono generate quelle istituzione
controproduttive quali la scuola che rende stupidi, la medicina che produce
malati e il trasporto accelerato che fa sprecare tempo. “L’automobile, il
sistema sanitario, la scuola, il management si tramutano allora in perniciose
nocività per il consumatore e non arrecano più alcun beneficio se non a chi
fornisce i servizi”.[5]
Tuttavia la gente non si ribella a questo sistema che crea «bisogni più
rapidamente che soddisfazioni» poiché, secondo Illich, esso ha il potere di
generare diversi tipi di illusioni, in quanto le istituzioni professionalizzate
“oltre a compiere atti concreti sui corpi e sulle menti [...] funzionano come
potenti rituali, generatori di fede nelle cose che i loro gestori promettono”.[6]
La
prima illusione è data dall’idea che «l’uomo nasca per consumare e che
possa raggiungere qualunque scopo acquistando beni e servizi», ignorando
l’importanza dei valori d’uso non negoziabili anche nel contesto economico
delle società industrializzate. Qualsiasi
sistema economico crollerebbe di colpo qualora la produzione di valori
d’uso si contraesse oltre un certo limite, in quanto “ciò che la gente
compie o fabbrica senza alcuna intenzione di farne commercio è altrettanto
incommensurabile e inestimabile per il mantenimento di un sistema economico
quanto l’ossigeno che essa respira”.[7]
Questa
illusione nasce dalla convinzione che si possa sostituire la produzione autonoma
con il ricorso alle merci, dalla confusione tra valori personali e
valori standardizzati che si è diffusa in tutti i campi dell’attività
umana, nel momento in cui non vengano correttamente considerati
i limiti intrinseci della produzione industriale di beni e servizi, ossia
la congestione e la paralisi. La prima è il superaffollamento delle istituzioni e il
sovraccarico di domanda sociale, la seconda è la distruzione dell’autonomia
individuale derivante della dipendenza dalle merci. Entrambe sono riconducibili
al «monopolio radicale» delle merci nelle società industriali.[8]
La
seconda illusione consiste nella
convinzione che gli strumenti industriali «per acquisire efficacia nel
perseguimento di un fine specifico, non possano che diventare sempre più
complessi e arcani”, e, quindi, “richiedano necessariamente operatori
speciali, dotati di un elevatissimo grado di addestramento, e che soltanto in
questi operatori si possa riporre piena fiducia”. In realtà, per Illich, è
vero proprio il contrario in quanto “più le tecniche si moltiplicano e
accrescono la loro specificità, tanto meno complessa diventa, spesso, la
valutazione che presiede al loro impiego”, quindi da un punto di vista sociale
“il titolo di progresso tecnico dovrebbe essere riservato ai casi in cui nuovi
strumenti accrescano la capacità e l’efficienza di una più vasta massa di
persone, e in particolare permettano una più autonoma produzione di valori
d’uso”.[9]
La
terza illusione risulta dalla fiducia incondizionata nell’operato degli
esperti, che vengono incaricati persino di fissare un limite alla crescita,[10]
e nasce dalla confusione tra «libertà» e «diritti». Mentre le libertà
tendono alla salvaguardia dell’autonomia individuale (e quindi alla produzione
di valori d’uso), i diritti tutelano l’accesso alle merci e contribuiscono a
definirne il carattere di obbligatorietà. Tale illusione, quindi, “consiste
appunto nel credere che la rivendicazione pubblica dei diritti porti
senz’altro a salvaguardare le libertà. Di fatto, quanto più una società
affida ai professionisti l’autorità legale di definire i diritti, tanto più
le libertà dei cittadini si dissolvono”.[11]
Per
descrivere la condizione dell’uomo moderno nelle società industriali, e la
controproduttività delle sue istituzioni, Illich si serve delle allegorie della
mitologia greca, e in particolare della figura di Prometeo e della punizione (
la Nemesi) che egli attira su di sé per via della sua presunzione nei confronti
delle forze ad esso superiori.
Ovunque
le istituzioni industriali abbiano superato una certa soglia, la “nemesi”,
ossia la vendetta degli dei, si abbatte sull’umanità. Un tempo essa era
riservata ad un’elite di uomini, agli eroi che, come Prometeo, spinti da una
presunzione smisurata ( la hubris),
oltrepassavano i limiti della condizione umana attirando su di loro l’ira e la
gelosia degli dei; il castigo che Nemesi riserva a Prometeo rimane un simbolo
dell’implacabile vendetta cosmica, a cui neanche l’eroe si può sottrarre.
“Oggi
l’aspetto sociale della nemesi è cambiato. Con l’industrializzazione del
desiderio e la tecnicizzazione delle relative risposte rituali, la hubris è
divenuta un fenomeno di massa. Il progresso materiale senza fine è diventato
l’obiettivo di Ognuno. La hubris industriale ha infranto la cornice mitica che
poneva limiti alle fantasie irrazionali, ha fatto sembrare razionali le risposte
tecniche a sogni insensati e ha tramutato l’aspirazione a valori distruttivi
in una cospirazione tra fornitore e cliente. La nemesi che si abbatte ora sulle
masse è l’inevitabile contraccolpo del progresso industriale. La nemesi
moderna è il mostro in cui si è materializzato il sogno industriale imperante.
È presente dovunque ci sia scolarizzazione universale, trasporto di massa,
lavoro salariato industriale, medicalizzazione della salute.”[12]
Al
giorno d’oggi la nemesi è diventata strutturale ed endemica, nel senso che,
le istituzioni che come scopo dichiarato dovevano proteggere i più deboli
dall’ostilità dell’ambiente, e dalle ingiustizie e dai soprusi dei più
forti, sono diventante la fonte principale della miseria e della sofferenza.
L’insegnamento è pianificato insegna a stare al proprio posto, il trasporto
programmato paralizza la maggior parte dei passeggeri e offre dei
vantaggi soltanto a una minoranza di privilegiati, in agricoltura si
investono dei capitali sempre maggiori è dilaga la malnutrizione. Tutto ciò
“non è che l’applicazione di una legge universale: quando col modo
industriale si produce più di una certa quota di valore, le attività di
sussistenza si paralizzano, declina l’equità e diminuisce la soddisfazione
globale”.[13]
Dopo un certo livello di hubris la nemesi appare
di un’intensità direttamente proporzionale allo sforzo investito, “quanto
maggiore è il progresso economico di una comunità, tanto più è rilevante la
parte che ha la nemesi industriale nel dolore, nel deterioramento , nella
discriminazione e nella morte.”[14]
Nelle
società industriali non si tratta dunque di correggere i vizi di funzionamento
delle sue istituzioni, di riqualificare il personale, di rendere i beni e i
servizi prodotti più rispondenti ai bisogni, di moralizzare i comportamenti di
funzionari e addetti, e non si tratta neppure di perseguire uno «sviluppo» nel
quadro di sistemi sociali diversi da quello capitalista.
Ancora
non ci si rende conto che la nemesi è la materializzazione di una risposta
sociale a un’ideologia profondamente errata; non si comprende ancora che è
un’illusione delirante alimentata dalla struttura rituale, non tecnica, delle
nostre grandi istituzioni industriali. Come i contemporanei di Galileo si
rifiutavano di guardare al telescopio i satelliti di giove perché temevano che
ne restasse scossa la loro visione geocentrica del mondo, così i nostri
contemporanei rifiutano di guardare in faccia la nemesi perché si sentono
incapaci di imperniare le loro costruzioni socio-politiche sul modo di
produzione autonomo anziché su quello industriale[15].
È
dunque necessario, per Illich,
individuare una politica dei limiti
allo sviluppo e alla tecnologia industriale,
intesa a realizzare un equilibrio tra produzione industriale e produzione
autonoma:
se
il modo di produzione industriale si espande al di là di una certa fase e
continua a urtarsi col modo autonomo, la sofferenza personale aumenta e comincia
la dissoluzione sociale. Nell’intervallo – fra il punto di sinergia ottimale
tra produzione industriale e produzione autonoma, e il punto di massima egemonia
industriale tollerabile – diventano necessarie delle procedure politiche e
giuridiche per far regredire l’espansione industriale.[16]
Per
realizzare una società conviviale che raggiunga un tale equilibrio occorre
quella che Illich definisce l’«austerità conviviale», ossia un’austerità
non imposta dall’alto e fondata sulla produzione standardizzata, bensì
un’austerità considerata dalla comunità come «virtù sociale», “per cui
la gente riconosce e fissa dei limiti al potere che ognuno può rivendicare
sugli strumenti, tanto per la propria soddisfazione quanto per servire gli
altri”.[17]
Questa
austerità conviviale sollecita la società a proteggere il valore d’uso
personale contro l’arricchimento mutilante. Protette dalla perniciosa
opulenza, sorgerebbero molteplici culture differenziate, tutte moderne e tutte
propizie a un impiego diffuso degli strumenti moderni. L’austerità conviviale
delimita infatti in tal modo l’utilizzazione degli strumenti, che la proprietà
di questi perderebbe gran parte del suo potere attuale. Che le biciclette
appartengano qui alla comunità e li a chi le adopera non muta la natura
essenzialmente conviviale della bicicletta come strumento. I beni di questo tipo
continuerebbero ad essere prodotti, in gran parte, con metodi industriali, ma
sarebbe diverso il modo di considerarli e di apprezzarli. Oggi le merci sono
principalmente degli articoli che rispondono direttamente a dei bisogni creati
da coloro che le hanno progettate. [Nella prospettiva conviviale] invece, il
loro prezzo deriverebbe dal fatto di essere o materiali grezzi o strumenti che
permettono alla gente di generare valori d’uso assicurando la sussistenza
delle rispettive comunità.[18]
La
proposta «conviviale» di Ivan Illich è
essenzialmente una ricerca per una politica dei «limiti dello sviluppo».
Parlando di tali limiti non si può prescindere dal rapporto del M.I.T. (Massachussets
Institute of Tecnology), rapporto commissionato dal Club di Roma sui «dilemmi
dell’umanità», che si proponeva di aprire un «dibattito sullo sviluppo».[19] Tale rapporto denunciava,
già nei primi anni settanta, «la problematica» situazione mondiale
caratterizzata da un intreccio di complessi problemi e la assoluta inadeguatezza
degli strumenti con cui tali problemi erano stati affrontati.
L’uomo
è ovunque messo di fronte a problemi stranamente difficili da impostare ed
elusivi: il deterioramento dell’ambiente, la crisi delle istituzioni, la
burocratizzazione, l’espansione incontrollata delle città, l’insicurezza
del lavoro, l’alienazione della gioventù, il rifiuto del sistema dei valori
sociali da parte di un sempre maggior numero di persone, l’inflazione e ogni
altro squilibrio monetario ed economico, per citarne solo alcuni. Questi
problemi apparentemente diversi, hanno almeno tre caratteristiche in comune:
hanno dimensioni o effetti su scala mondiale, e si manifestano in tutti i paesi
a certi livelli di sviluppo, indipendentemente dai sistemi politici e sociali
vigenti; sono complessi e variano
in funzione di molteplici elementi tecnici, sociali, economici e politici;
interagiscono intensamente tra loro secondo modalità non ancora chiarite. [...]
Siamo convinti che la nostra attuale organizzazione sociale e politica, la
nostra visione a breve termine, il modo frammentario di affrontare le cose e,
soprattutto, il nostro attuale sistema di valori, siano inadatti alla
problematica moderna, sempre più complessa e globale, o perfino a concepirne la
vera natura. [20]
Prendendo
le mosse dal riscontro di una tale situazione, il M.I.T. individuava lungo la
linea dello sviluppo cinque settori fondamentali del «sistema mondiale»
(popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti e
consumo delle risorse naturali) che nel caso in cui ne fosse rimasta inalterata la crescita «esponenziale»,
sarebbe stato probabile “un improvviso, incontrollabile declino del livello di
popolazione e del sistema industriale”,[21]
entro i successivi cento anni. Quindi il MIT proponeva il contenimento dello
sviluppo attraverso il raggiungimento di uno «stato di equilibrio globale» in
cui le grandezze fondamentali (popolazione e capitale) rimanessero costanti,
mentre era necessaria una drastica riduzione dell’inquinamento, del consumo di
materie prime orientando l’attività economica verso i servizi sociali, e un
aumento della produzione alimentare attraverso il miglioramento delle tecniche
agricole.[22] Il Club di Roma e gli
scienziati del M.I.T. puntavano, dunque, a fissare i limiti dello sviluppo da un
punto di vista meramente quantitativo, e l’equilibrio globale è realizzabile
soltanto attraverso una rigida programmazione guidata e controllata da un
ristretto gruppo di tecnocrati.
Nella
prospettiva illichiana anche se è di fondamentale importanza
l’approfondimento del dibattito sulla «degradazione dell’ambiente» e sui
limiti ecologici, “ è ancora più importante prendere coscienza che i limiti
posti all’ambiente fisico rappresentano solo una dimensione di un problema che
di dimensioni ne ha almeno cinque”[23].
Infatti
per Illich “l'equilibrio umano è un equilibrio aperto, suscettibile di
modificarsi entro parametri flessibili e tuttavia finiti",[24]
lo sviluppo industriale avanzato minaccia la popolazione su diversi piani
dell'esistenza. Illich ne distingue cinque, ossia il diritto di conservare le radici
nell'ambiente con cui ci si è
evoluti, l'autonomia nell'azione, l'intenzionalità,
il diritto alla parola, il diritto alla tradizione o «ricorso al precedente», a cui aggiunge la frustrazione,
che tuttavia non può dar luogo all’estinzione dell’uomo come le altre
cinque. A ognuno di essi corrisponde perciò un parametro con un limite allo
sviluppo stesso. Rispetto alle forme classiche di nocività, Illich ritiene che,
dato il carattere centrale dell'inversione fra mezzi e fini, non sussista più
la dualità carnefici-vittime, almeno nel senso che gli appartenenti a entrambe
le categorie risultano perdenti in quanto oppresse dalla dualità
operatori-clienti.[25]
Riguardo
alla degradazione dell’ambiente, è
riconosciuta «la necessità di porre un limite alla procreazione, al consumo e
allo spreco», anche se ciò non significa che la sopravvivenza può essere
garantita burocraticamente attraverso la regolazione dei «livelli di
riproduzione, di domanda, di produzione e di consumo». L’unica soluzione
alla crisi ecologica è che «gli uomini capiscano che sarebbero più
felici se potessero lavorare insieme e prendersi
cura l’uno dell’altro», attraverso «la capacità del corpo sociale di
reagire contro la progressiva materializzazione dei valori, contro la loro
riduzione a compiti tecnici».[26]
L’autonomia
nell’azione è minacciata dal «monopolio radicale»[27]
del prodotto industriale. «La difesa contro
il monopolio radicale è possibile a una sola condizione: che si esprima sul
piano politico, un accordo unanime sulla necessità di mettere un termine
all’aumento del prodotto da consumare. Un tale consenso si situa esattamente
all’opposto dell’atteggiamento che è ora comune a tutte le opposizioni
politiche e che consiste nel chiedere più cose utili per gente inutile».[28]
L’intenzionalità
minacciata dalla «superprogrammazione» può essere recuperata attraverso un
ristabilimento dell’«equilibrio del sapere» attraverso l’adozione di
strumenti semplici e «conviviali».[29]
Il
diritto alla parola è annullato da
una «polarizzazione del potere» dovuta alla crescente potenza dello strumento
industriale che mai «è stato tanto potente» e «mai è stato a tal punto
accaparrato da una élite». Con ciò si cancella qualsiasi possibilità di una
reale opposizione. Una minoranza che agisce per ottenere «la propria
parte in una società di sviluppo, non otterrà altro, per la maggioranza dei
suoi membri, che un senso sempre più acuto d’insoddisfazione». «Solo una
struttura di produzione che protegga l’eguale ripartizione del potere permette
un’eguale godimento dell’avere».[30]
Il
diritto alla tradizione è impedito
dall’«obsolescenza programmata» che produce una «svalorizzazione» del
passato e del «ricorso al precedente». Attraverso l’obsolescenza e la
necessità artificiale sostengono «una società in cui il livello di consumo
non solo rispecchia ma crea la gerarchia del privilegio». Neppure i concetti
sfuggono all’obsolescenza, per cui la «logica del sempre
meglio sostituisce quella del bene come norma strutturante dell’azione».
La società orientata verso lo «star meglio» avverte come una minaccia
l’idea stessa di una limitazione del progresso. «La dialettica della storia
va in frantumi. Il rapporto tra il presente e la tradizione svanisce. Il
linguaggio perde le sue radici, la memoria sociale si raggela, il precedente
cessa di avere influenza sul Diritto». L’unica via per salvaguardare la
dignità e la storia dell’uomo è la limitazione del «tasso di obsolescenza e
innovazione obbligatoria».[31]
Dal
punto di vista della «ricerca radicale» di Illich riconoscere i limiti dello sviluppo significa riconoscere i
limiti dello strumento, quindi la soluzione del M.I.T.
di affidare agli esperti l’incarico di fissare un limite alla crescita
appare come una mera illusione:
Si
suppone che intere popolazioni, socialmente condizionate a provare bisogni a
comando, non attendano altro che di sentirsi dire di che cosa non hanno bisogno.
Gli stessi agenti multinazionali che per una generazione hanno imposto ai
ricchi come ai poveri un modello internazionale di contabilità, di deodorante,
di consumo d'energia, patrocinano ora il Club di Roma. Docilmente l'Unesco si
accoda e addestra specialisti nell'imputazione di bisogni su scala regionale.
Così, in nome del loro presunto bene,i ricchi vengono programmati a sobbarcarsi
nei propri paesi un dominio professionale più costoso, e a riconoscere ai
poveri bisogni di tipo più economico e frugale. I più intelligenti dei nuovi
professionisti sanno benissimo che la penuria crescente porterà a una sempre
maggiore accentuazione dei controlli sui bisogni: non a caso l'impiego più
prestigioso, oggigiorno, è la pianificazione centralizzata del decentramento
ottimale della produzione. Ma il fatto di cui ancora non ci si rénde conto è
che attendersi la salvezza da una limitazione decretata dai professionisti
significa far confusione tra libertà e diritti..[32]
Sullo
specifico problema del «degrado ambientale», la soluzione auspicata è la
ricerca di una «ecologia politica radicale», che non può che basarsi, per
Illich, sul «recupero degli usi civici», in quanto la trasformazione
dell’ambiente da «commons» in risorsa produttiva è la forma più radicale
del degrado ambientale. Tale degrado ha una lunga storia, che si sovrappone alla
storia del capitalismo, ma non è in alcun modo riconducibile ad essa.[33]
L’importanza di questa trasformazione è stata ignorata o sottovalutata
dall’ecologia politica, tuttavia essa deve essere riconosciuta, se si vogliono
organizzare movimenti per la difesa di quel che rimane dell’uso comune
dell’ambiente. Tale compito è urgente, perché per definizione le risorse
richiedono una protezione poliziesca, e una volta che tale protezione è in
atto, il loro recupero come beni d’uso comune diviene sempre più difficile.
Infatti “se non si arriverà a riconoscere filosoficamente e giuridicamente la
distinzione tra la scarsità delle risorse produttive e gli usi civici equamente
distribuiti e permeabili, la futura società
rigidamente statuale sarà un’espertocrazia oligarchica, antidemocratica e
autoritaria governata dagli ecologi”.[34]
In un mondo in cui emergono sempre più i limiti della natura la «sopravvivenza
del pianeta» può diventare una giustificazione per un massiccio interventismo
statale nella vita delle persone di tutto il mondo, e un’ecologia orientata
alla gestione delle risorse naturali si oppone a un’ecologia che tende a
preservare le «comunanze locali».[35]
Come
rileva anche W. Sachs è di fondamentale importanza distinguere tra una cultura
che considera la natura come un «bene comune», un organismo vivente, tendente
a circoscrivere l’azione degli uomini su di essa poiché si attende una
risposta ostile nel momento in cui vengono superati certi limiti, e una visione
che, «appiccicando» il concetto di «ambiente» sul mondo naturale ne fa
scomparire le qualità concrete, rendendo la natura passiva e senza vita, in
attesa solo di essere agita.
Man
mano che emergono i limiti della natura dovuti all’esaurimento delle risorse e
all’inquinamento, questi appaiono unicamente come vincoli fisici alla
sopravvivenza umana, si va verso un’«ecocrazia globale» in cui:
il
capitale, la burocrazia e la scienza, la sacra trinità della modernizzazione
occidentale, si dichiarano indispensabili per fronteggiare la nuova crisi e
promettono di essere in grado di prevenire il peggio attraverso una migliore
gestione ingegneristica, una pianificazione integrata e modelli ancora più
sofisticati. [...] l’ambiente è rilevante solo se la dinamica competitiva del
sistema industriale è data per scontata, altrimenti l’ambiente non sarebbe in
pericolo e quindi potrebbe essere lasciato senza gestione. A ben vedere, le
invocazioni perché sia assicurata la sopravvivenza del pianeta non sono altro,
spesso, che invocazioni alla sopravvivenza del sistema industriale.[36]
Secondo
una tale visione «ecocratica» “l’obiettivo prometeico di far correre la
macchina industriale a ritmi ancor più elevati e di salvaguardare al medesimo
tempo la biosfera del pianeta richiederà un’enorme aumento nella regolazione
e nella sorveglianza.”[37] Se non viene messa in
discussione la logica del «produttivismo competitivo» e quindi il presupposto
della scarsità, con tutte le sue «strategie manageriali» orientate
all’efficienza nell’uso delle risorse e alla gestione del rischio
ambientale, si tenderà sempre più verso uno Stato forte e centralizzato che
mira alla sola efficienza del sistema industriale.[38]
Illich
non presenta la sua «ricerca
radicale» come una nuova disciplina scientifica o un’impresa
interdisciplinare, bensì come “l’analisi dimensionale della relazione
dell’uomo con il suo strumento”[39].
"C'è disfunzione nello strumento in uno di questi ambienti [cellula di
base, città, stato, ecc.] quando lo spazio, il tempo e l'energia richiesti
dall'insieme degli strumenti eccedono la scala
naturale corrispondente".[40]
La visione politica illichiana è quindi vicina al paradigma della morfologia
sociale di E. F. Schumacher.[41]
Schumacher
muove le sue indagini riconoscendo come tutte
le attività umane all’interno della società industriale
siano subordinate al «ruolo dell’economia» e ai suoi presupposti
utilitaristici.[42]
“Non è esagerato dire che con l’aumento del benessere, l’economia si è
portata al centro dell’interesse pubblico e le prestazioni economiche, la
crescita economica, l’espansione economica e così via, sono diventate
l’attrattiva costante, se non l’ossessione, di tutte le società moderne”[43].
Per una qualsiasi attività che sia stata giudicata antieconomica, la possibilità di crescere e di svilupparsi, o
addirittura di esistere, risulta difficile, se non impossibile. Nel suo
significato più intimo, “è antieconomico
tutto ciò che non realizza un profitto adeguato in denaro”[44].
L’opinione prevalente è che il bene comune sarà sviluppato al massimo se
ogni soggetto economico, che si tratti di industria o di commercio, massimizzerà
il capitale investito, avviene con ciò l’esaltazione dell’individualismo e
dell’irresponsabilità. Inoltre, tutti i beni vengono trattati allo stesso
modo ossia “secondo il valore di mercato e non sulla base di ciò che sono in
realtà”[45].
Dal punto di vista dell’economia vengono
annullate in questo modo tutte le differenze qualitative (metaeconomiche)
tra i beni e ne vengono esaltate le sole dimensioni quantitative.
La
logica di mercato per motivi pragmatici, soffoca innumerevoli tentativi di
stabilire distinzioni qualitative d’importanza fondamentale per l’uomo e la
società; a queste istanze non è concesso nemmeno di porsi. Il trionfo del
quanto sul come trova in tal modo le giustificazioni della sua ascesa nel gioco
del mercato. Livellare significa dare un prezzo e così rendere possibile lo
scambio. Nella misura in cui il pensiero economico si basa sugli scambi, esso
toglie alla vita il carattere di sacro, giacché non vi è nulla di sacro in ciò
che ha un prezzo. Non sorprende
quindi, dato che il pensiero economico pervade tutta la società, che anche
semplici valori non-economici come la bellezza, la salute o la pulizia possano
sopravvivere solo se si dimostrano economici.[46]
Una
volta che ogni bene, sia che si tratti di un bene primario, derivato
direttamente dalla natura, sia che si tratti di un bene secondario di origine
industriale, viene considerato dal solo punto di vista quantitativo (Illich
direbbe che è stato inserito in un «contesto di scarsità»), i principi
utilitaristici e dell’interesse
personale diventano l’unica guida dell’azione umana. La «cruda ottica
materialistica» così affermata, porta a considerare l’intera natura e le sue
risorse soltanto dal punto di vista della produttività industriale, applicata
con tanta violenza da lasciar presagire, per Schumacher, scarse «possibilità
della sopravvivenza a lungo termine» di tale «civiltà industriale».[47]
Tutto ciò poiché l’«uomo produttore» non può permettersi
«il lusso di non-agire in modo economico» e i «lussi» veramente
necessari quali «la bellezza, la salute o la stabilità» costano troppo, nel
momento in cui l’uomo è dominato “dal piccolo, volgare, calcolato
atteggiamento verso la vita che viene razionalizzato dal calcolo economico”.
L’equilibrio e l’armonia tra gli uomini e tra questi l’ambiente possono
essere ritrovati solo attraverso una trasformazione filosofica costituita da un
“giusto riconoscimento dei valori metaeconomici”.
[48]
Anche
per Schumacher l’analisi del M.I.T. sui limiti fisici dello sviluppo del
sistema industriale pur se utile,
si rivela banale per un verso, nel momento in cui “capire come sia impossibile
la crescita infinita del consumo materiale in un mondo finito non richiede molto
di più di un semplice atto intuitivo”,[49]
insufficiente per un altro, visto che “in
realtà il sistema industriale moderno non è gravemente minacciato da possibili
scarsità o dai prezzi alti della maggioranza dei materiali cui lo studio del
M.I.T. dedica tanta ponderosa attenzione”. L’orientamento quantitativo di
questo studio, come in genere dell’economia moderna, “è talmente lontano
dai problemi qualitativi che persino la qualità degli ordini di grandezza cessa
di essere valutata”.[50]
In
realtà, per Schumacher, i problemi delle società industriali derivano dall’«illusione
di un potere senza limiti» nei confronti della natura, alimentato dai successi
scientifici e tecnologici. [51]
L’economia
moderna è spinta innanzi da una frenesia di avidità e indulge in un’orgia di
invidia, e queste non sono caratteristiche casuali ma le vere e proprie ragioni
del suo successo. Il problema è se tali cause possono funzionare efficacemente
per lungo tempo o se portano in se stesse i germi della distruzione.[52]
Un’economia
nuova, un’economia della stabilità implica un profondo mutamento di rotta
della scienza e della tecnologia che devono aprirsi alla saggezza e, quindi, al
rispetto dell’uomo e della natura. È necessaria una rivoluzione della
tecnologia che produca nuovi metodi e attrezzature che secondo Schumacher devono
avere almeno tre requisiti: abbastanza economiche da essere accessibili a
ognuno; adatte all’applicazione su piccola scala; compatibili con il bisogno
di creatività umana.[53]
Questi
requisiti rappresentano, la base per un nuovo rapporto tra uomo e uomo e tra
uomo e natura. Innanzitutto i metodi e i macchinari devono essere a basso costo
in relazione definita con i salari delle società in cui saranno usate. Se il
costo di un posto di lavoro è troppo elevato una società rischia la
concentrazione della ricchezza e del potere in poche mani, una disoccupazione
strutturale e un conseguente problema dovuto agli esclusi, agli emarginati
difficili da integrare nella società, e una cattiva distribuzione della
popolazione concentrata nelle metropoli.
Devono
essere applicate su piccola scala in quanto hanno così minori possibilità di
danneggiare l’ambiente naturale, poichè la loro forza è piccola in relazione
alla capacità di recupero della natura. L’applicazione su grande scala di
conoscenze parziali genera numerosi pericoli che la natura non è in grado di
reggere.
Infine
il terzo requisito, considerato il più importante da Schumacher, stabilisce che
i metodi e le attrezzature devono lasciare spazio alla creatività umana. Oggi
il lavoro è diventato una fatica inumana da abolire con l’automazione. Ma
esso è uno dei fondamenti della società, e non si può pensare una società
sana e stabile fondata su qualcosa che è da eliminare. Il lavoro industriale
infatti “distrugge l’anima, senza significato, meccanico, monotono, stupido
è un insulto alla natura umana e provoca necessariamente e inevitabilmente
evasione della realtà e aggressività, e non c’è dose di panem et circenses
che possa in alcun modo compensare il danno arrecato”[54].
Se
il compito della tecnologia sarebbe quello «di alleggerire il carico di lavoro
che l’uomo deve sopportare per sopravvivere e sviluppare il suo potenziale»,
tuttavia, il tipo di lavoro che la tecnologia moderna riesce a ridurre molto
bene, è il lavoro produttivo e abile delle mani dell’uomo con i diversi
materiali così che, per Schumacher, «gran parte della nevrosi moderna può
essere dovuta proprio a questo fatto”. L’uomo, secondo la definizione di
Tommaso d’Aquino, è l’essere dotato di mani e cervello, e la cosa che più
ama e l’essere impegnato creativamente, produttivamente e utilmente sia con le
mani che con il cervello. Nelle società moderne, soltanto chi è ricco, può
permettersi il lusso di, trovare un buon maestro, avere il tempo per imparare e
mettere in pratica gli insegnamenti e avere uno spazio e dei buoni utensili per
il suo lavoro, poiché, molto ridotte sono le possibilità di arrivare a un
reddito decente con questo tipo di lavoro.[55]
Moltiplicando
il numero di coloro che sono impegnati in un lavoro noioso e senza gioia, che si
rivela produttivo soltanto indirettamente, la tecnologia moderna ha trasformato
l’intera produzione in un disumano lavoro a giornata, che anziché arricchire
l’uomo, lo svuota. L’uso della conoscenza che si è fatto è solo uno degli
usi possibili, e fino adesso si è trattato di un uso distruttivo e poco saggio,
e la tecnologia moderna, nel modo in cui si è sviluppata e tende a svilupparsi,
mette in mostra un volto disumano e lontano dalla saggezza, per cui diviene
necessario lo sviluppo di una tecnologia diversa, di “una tecnologia
dal volto umano che, invece di rendere superflue le mani e il cervello
dell’uomo, li aiuti a diventare molto più produttivi di quanto siano mai
stati finora”.[56]
Questa si rende necessaria sia per le società occidentali, sia e soprattutto
per le società povere e in via di sviluppo, che tentano di adottare la
tecnologia moderna, ma che chiaramente non possono riuscirci se non a patto di
sopportarne le più terribili conseguenze in termini di disoccupazione di massa,
emigrazione di massa nelle città, decadimento rurale e intollerabili tensioni
sociali.
Citando
Gandhi, Schumacher, sostiene che “i poveri del mondo non possono essere
aiutati con la produzione di massa, ma solo con la produzione da parte delle
masse”.[57]
Il sistema di produzione da parte delle masse si basa sulle risorse che sono a
portata di tutti, ossia le mani e i cervelli degli uomini, e li sostiene con
utensili di ottima fattura. La tecnologia di cui questo sistema usufruisce,
utilizzerà al meglio la conoscenza e l’esperienza moderna per condurre al
decentramento, per essere compatibile con le leggi dell’ecologia, presterà
attenzione all’uso di risorse non-rinnovabili e sarà progettata per servire
le persone invece che renderle serve delle macchine. Essa viene chiamata «tecnologia
intermedia» dall’autore per significare la sua superiorità
rispetto alle tecnologie primitive delle epoche passate, ma allo stesso
tempo la sua semplicità, economicità e libertà rispetto alla «supertecnologia
dei ricchi».[58]
“Ogni attività che non riconosce un principio autolimitativo è diabolica”[59]
afferma perentoriamente Schumacher che, in questo modo, non si pone in un
atteggiamento di rifiuto della crescita e del progresso, ma procede verso un
tentativo di rideterminazione delle caratteristiche di un «vero progresso»
orientato verso la qualità piuttosto che verso la quantità.
Il
vero problema è quello di determinare le caratteristiche del progresso. [In
molti ritengono che] la direzione che ha preso e che continua a seguire la
tecnologia moderna (verso dimensioni sempre più grandi, velocità sempre più
elevate e violenza sempre crescente, sfidando tutte le leggi dell’armonia
naturale) sia l’opposto del progresso. Da qui la necessità di fare
considerazioni conclusive e di trovare un nuovo orientamento. L’esame decisivo
indica che stiamo distruggendo le basi della nostra stessa esistenza, e il
riorientamento si basa sul ricordo di ciò che è realmente la vita umana.[60]
Se
si può rilevare come la «tecnologia intermedia» di Schumacher anticipi in
qualche modo lo «strumento conviviale» di Illich, soprattutto in relazione ai
limiti che devono essere imposti alla tecnologia per la salvaguardia delle reali
esigenze dell’uomo, un’ulteriore
punto di contatto è dato dalla
conseguente limitazione del potere degli esperti a favore della gente comune:
la
politica è una faccenda troppo importante per essere lasciata agli esperti.
Oggi il contenuto principale della politica è l’economia, e l’essenza
dell’economia è la tecnologia. Se la politica non può essere lasciata agli
esperti, altrettanto vale per l’economia e la tecnologia. La causa della
speranza si appoggia sul fatto che la gente comune è spesso capace di guardare
le cose con maggiore ampiezza, e in modo più «umanistico», di quanto non
faccino normalmente gli esperti. Il potere della gente comune, che oggi tende
completamente a sentirsi priva di potere, non sta nel dar vita a nuove linee di
azione, ma nel dare simpatia e sostegno ai gruppi di minoranza che già hanno
dato vita a qualcosa.[61]
Un
nuovo corso dello sviluppo si fonda dunque, per Schumacher, sulla speranza di un
ritorno alle reali e più profonde esigenze dell’uomo, alla sua «dimensione»
reale. “L’uomo è piccolo, e perciò piccolo è bello. Procedere verso il
gigantismo significa procedere verso l’autodistruzione.” Tale inversione
comporta un prezzo come per ogni cosa che vale, quindi “reindirizzare la
tecnologia affinché serva l’uomo invece di distruggerlo esige soprattutto uno
sforzo d’immaginazione e l’abbandono della paura”.[62]
Schumacher,
oltre a indicare i limiti necessari da imporre alla tecnologia, fornisce anche
un esempio del rovesciamento dei criteri dell’economia occidentale attraverso
l’«economia buddista».[63]
Le prime considerazioni riguardano il lavoro che l’economista moderno
considera “come poco più che un male necessario”. Infatti, per il datore di
lavoro esso è un elemento di puro costo che va ridotto al minimo se non può
eliminarsi del tutto tramite l’automazione dei processi di produzione, mentre
per il lavoratore è il sacrificio necessario del suo «tempo libero» in cambio
del salario. Entrambi ne farebbero volentieri a meno, l’ideale del datore
sarebbe riuscire a produrre senza impiegare nessuno, quello del lavoratore
sarebbe di percepire un reddito senza essere impiegato. Le conseguenze pratiche
di questo atteggiamento conducono all’accettazione di qualsiasi metodo che
riduca il carico di lavoro. Si giunge così, alla esasperata divisione del
lavoro, che è qualcosa di diverso dalla ordinaria specializzazione che
l’umanità pratica da sempre, che diviene frammentazione dei processi
produttivi, in cui si arriva al prodotto finale “senza che nessuno abbia
dovuto fornire più che un movimento delle proprie membra, totalmente privo di
significato in se, e spesso neppure specializzato”[64]. Secondo il punto di
vista buddista, invece, il lavoro ha essenzialmente tre funzioni: dare
all’uomo la possibilità di utilizzare e sviluppare le sue facoltà, fornirgli
le condizioni per superare il suo egocentrismo e farlo riuscire in una impresa
comune con gli altri uomini, produrre i beni e i servizi necessari a
un’esistenza adeguata. Alla luce di questi principi, l’organizzazione del
lavoro in modo da farlo diventare noioso e privo di significato apparirebbe
quasi un crimine, mentre la ricerca di tempo libero alternativo al lavoro
verrebbe considerata un fraintendimento di una delle verità fondamentali
dell’esistenza umana, ossia che lavoro e tempo libero sono aspetti
complementari del processo vitale che non possono essere separate senza
distruggere “la gioia del lavoro e la grande gioia del tempo libero”. La
stessa meccanizzazione andrebbe distinta tra quella che accresce il potere e le
capacità dell’uomo e quella che trasferisce il suo lavoro a uno schiavo
meccanico, “lasciando l’uomo nella posizione di chi deve servire uno
schiavo”. L’essenza della civiltà, per il buddista non è la
moltiplicazione dei bisogni ma la purificazione del carattere dell’uomo, e
quindi il lavoro deve contribuire anche a questo. Svolto in condizioni di libertà
e dignità, esso e i suoi prodotti danno soddisfazione a chi lo svolge.
Anche
dal punto di vista dei consumi, le tesi degli economisti materialisti non
reggerebbero agli occhi di un’economia buddista. Le società occidentali
misurano il livello di vita in base ai consumi, dando per scontato che un uomo
che consuma di più viva meglio di un uomo che consuma meno. Per il buddista
invece il consumo è solo uno strumento per il benessere, e il fine dovrebbe
essere quello di ottenere il benessere massimo dal minimo consumo di beni.
L’economia occidentale ricerca la massimizzazione dei consumi tramite
l’ottimizzazione dei processi produttivi, mentre l’economia buddista aspira
alla massimizzazione “della soddisfazioni umane attraverso forme ottimali di
consumo”.[65]
Per
Schumacher il rovesciamento dei criteri dell’economia attraverso il “Giusto
sostentamento” previsto dal Budda, sembra indicare “la Via di Mezzo” tra la crescita moderna e la
stagnazione tradizionale, il superamento dell’antagonismo
fra la sventatezza materialista e l’immobilità tradizionale.[66]
Abbiamo
visto come dalla critica illichiana alla società industriale emergono diverse
ragioni che dimostrano il fallimento dello sviluppo economico, e conducono a un
urgente riorientamento della ricerca verso uno «sviluppo negativo», o come
dice Latouche, verso la «decrescita»,[67]
riconducibili essenzialmente a tre motivi fondamentali: la degradazione
dell’ambiente,[68]
la controproduttività paradossale delle istituzioni[69]
e la discriminazione di carattere «sessista».[70]
Senza
uno sviluppo negativo, è impossibile mantenere un equilibrio ecologico,
pervenire a un giusto rapporto tra i vari paesi o arrivare alla pace tra i
popoli. E questa politica dovrà ovviamente essere attuata nei paesi ricchi
assai più che in quelli poveri. Il massimo in cui si possa ragionevolmente
sperare è un uguale accesso alle scarse risorse del mondo al livello attuale
delle nazioni più povere. Per tradurre questa proposta in azione specifica
sarebbe necessaria una multiforme alleanza di gruppi e d’interessi diversi che
si proponesse il recupero degli usi civici, quella che definisco una «ecologia
politica radicale».[71]
La
«decrescita», la ricerca verso lo sviluppo negativo, o meglio ancora, visto la
connotazione prettamente economica del termine «sviluppo», la ricerca di
politiche «alternative allo sviluppo», è una conditio sine qua non della stessa sopravvivenza umana.
Infatti,
per Illich, occorre un’inversione dei criteri dell’economia, in quanto porre
dei limiti allo sviluppo, non può ridursi alla ricerca di economie alternative,
ma significa indirizzare la ricerca verso una ben più radicale «alternativa
all’economia»[72].
Il
desiderio reiterato di porre l’economia al servizio della gente e del suo
benessere, anziché al servizio delle merci e della loro accumulazione, non
intacca il alcun modo il postulato della scarsità, per il quale si imputano
bisogni e desideri all’Homo oeconomicus.
Gli economisti, professionisti e non, dell’apparato o dissidenti, mostrano con
ogni discorso quanto tale postulato sia profondamente radicato nelle loro menti.
[...] Gli economisti sono coloro
che conoscono e gestiscono i programmi. Parlando di bisogni «di base»,
di valori «umani», di sviluppo «personale», reclamando un «uso
sostenibile delle risorse» e un tasso di crescita «temperato da considerazioni
d’ordine culturale», l’economia può essere verniciata a nuovo, ma nessuno
dei suoi assiomi di fondo viene scalfito. Il suo linguaggio rimane utile
unicamente per comprendere ciò che è stato trasformato da bene culturalmente
condiviso in valore, attraverso la sua riformulazione come elemento sociale che
svolge determinate funzioni in un contesto di scarsità.[73]
Una
seria critica dell’economia convenzionale conduce a un paradosso, per cui
“allo scopo di evidenziare le conseguenze implicite e inevitabili della
crescita economica, deve quantificare in termini monetari la distruzione
culturale che ne risulta”,[74] e il superamento di un
tale paradosso richiede una “critica all’economia come campo disciplinare
che va ben oltre una semplice critica «dall’interno»”, una critica che
rovesci il presupposto della scarsità.
“Nella
teoria e nella prassi ogni forma di sviluppo significa la trasformazione di
culture orientate alla sussistenza e la loro integrazione in un sistema
economico”,[75] quindi, per Illich, lo
sviluppo comporta sempre l’espansione del campo d’azione dell’economia
formale a spese delle attività orientate alla sussistenza. Ciò significa
l’affermazione di una sfera in cui lo scambio è inteso come un gioco a somma
zero a scapito di tutte le altre forme tradizionali di scambio. In questo modo
“lo sviluppo implica sempre la propagazione della dipendenza da merci e
servizi percepiti come scarsi”, e crea, quindi, “un ambiente dal quale le
condizioni necessarie per le attività di sussistenza sono state eliminate con
la trasformazione dell’ambiente stesso in risorsa per la produzione e la
circolazione delle merci”.[76]
“Lo
sviluppo e l'economia sono il problema e non la soluzione; continuare a
pretendere e volere il contrario fa parte del problema”, afferma anche
Latouche, se si nutre la speranza
in ulteriori riduzioni del cosiddetto sviluppo, bisogna secondo Illich,
promuovere la ricerca sul «dono non-economico», sul «bene comune» che
l’ideologia economica ha trasformato in «valore». Questa ricerca richiede il
recupero delle “vecchie idee di benedizione e dono per parlare della
riscoperta dell’arte di gioire e di affrontare il dolore”, e di un
linguaggio scevro da implicazioni economiche.
Il
problema-chiave è la limitazione dell’economia
e specialmente la rimozione dell’ombra proiettata dalle strutture economiche
sopra il dominio culturale. A questo scopo dobbiamo a discutere
disciplinatamente i temi di pubblico interesse, scegliendo dei termini che non
trascinino surrettiziamente con sé i postulati della scarsità. Solo nella
misura in cui i valori vengano riconosciuti nella loro relazione sussidiaria con
ciò che chiamo «benedizioni», diventa possibile trattare in modo disciplinato
le questioni inerenti la vita pubblica dopo il fallimento dello sviluppo.[77]
Il
post-sviluppo si presenta, allora, come la costruzione di società alternative
conviviali in cui venga realizzata
una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile ai
più, in cui le comunità si riapproprino della propria autonomia per la
definizione delle proprie necessità e dei propri desideri, in vista della «qualità»
della vita piuttosto che della «quantità» delle cose, in cui l’«economico»
sia reintegrato nel sociale. Si auspicano, quindi, delle società, o meglio
delle comunità, post-moderne, nel senso che queste dovranno superare la ragione
utilitaristica come unica ragione di vita collettiva, riconoscendo nella
tradizione il primato dei rapporti tra gli uomini rispetto al primato tra gli
uomini e le cose, riacquistando dei principi di solidarietà attraverso il
recupero di una dimensione «olistica» della vita comunitaria.
La
via tracciata da Illich è una via verso un post-sviluppo, che
necessita del recupero del «bene comune», della «ricchezza comune» le
cui definizioni e percezioni variano da cultura
a cultura. L’«occidentalizzazione del mondo»[78] generata dallo sviluppo
economico, ha condotto all’«uniformazione dei modi di vita» e alla «standardizzazione
dell’immaginario», così che sono andate scomparendo le miriadi di forme di
vita comunitaria insieme con le loro lingue, le loro tradizioni e le loro
percezioni del mondo. Il superamento
dell’ideologia economica, la riscoperta di un uomo che non sia homo
oeconomicus, comporta la riscoperta di una miriade di strade e di modi di vita
alternativi all’esistenza economica, e al produttivismo.
Un
embrione, o meglio un abbozzo di quella che potrebbe costituire una società
postmoderna, è rappresentata per Latouche dalle società che vivono di un’«economia
informale»:
nella
derelizione delle bidonvilles si dispiega una straordinaria vitalità. Non si
tratta di accontentarsi di una sopravvivenza biologica per costruire greggi
docili a disposizione delle imprese, schiavi meccanici di un consumo e di una
produzione deliranti. Si tratta di una creazione, della ricostruzione di una
società umana mediante lo stravolgimento e il recupero degli oggetti e delle
forze della modernità a partire dai valori culturali e dai legami residui delle
comunità tradizionali. Una vera e propria sintesi si realizza, nella vita
quotidiana concreta all’insaputa dei pensatori e dei teorici, tra le due
eredità. Questa fusione che potrebbe dar vita a un’autentica postmodernità
cerca se stessa a tentoni nelle maglie sempre più lente dell’ordine mondiale
in crisi.[79]
L’economia
informale intrattiene un doppio rapporto d’identità e di differenza con
l’economia formale. Anch’essa da infatti origine alla produzione di beni e
servizi comparabili a quelli del settore «normale», per la soddisfazione di bisogni
normali e omologati, creando impieghi
simili remunerati con redditi di
analogo livello. Tuttavia, secondo Latouche, questa somiglianza è soltanto
un’illusione che inganna gli economisti, in quanto l’economia
informale non è un’attività salariale in senso stretto, poiché, è
innanzitutto svolta nell’ambito familiare o tribale, e anche se retribuisce
una manodopera, non obbedisce pienamente né alla logica della salariale, né a
tutto ciò che il lavoro presuppone in occidente, ossia a principi come l’«etica
del lavoro» o la sua «missione redentrice». Infine a
distinguere la produzione informale è soprattutto lo scopo, che non è
mai l’accumulazione illimitata, «la produzione per la produzione», e il
risparmio, quando esiste, non è destinato all’investimento per la
riproduzione allargata, bensì viene speso in gran parte per la soddisfazione di
bisogni culturali quali spese festive e solidarietà di gruppo.[80]
La
lezione dell’informale, se liberata da tutte le ambiguità che caratterizzano
il suo «recupero» da parte di chi propone uno «sviluppo alternativo»,[81]
costituisce un barlume di speranza per la società postmoderna, in quanto
“dimostra che la solidarietà è una forma di ricchezza autentica”.[82]
Se,
“nonostante i suoi difetti, malgrado le catastrofi ecologiche o i rischi di
un’apocalisse nucleare, la società moderna non può essere considerata
negativa sul piano delle realizzazioni tecniche e materiali”,[83]
sarebbe, forse, assurdo rifiutare le possibilità dell’immenso aumento della
capacità produttiva dell’uomo. Sembra, quindi, necessaria e auspicabile una
società che realizzi una sintesi tra il dinamismo
della società moderna e la solidarietà
delle comunità tradizionali. In una tale società postmoderna non vigerà la
legge della società tecnica moderna secondo cui tutto ciò che è possibile
fare, bisogna farlo. “La collaborazione con la natura invece
dell’aggressione non esige una rinuncia né agli apporti del progresso né ad
effettuare nuove ricerche in un altro
spirito e in altre direzioni”.[84]
“Rinunciando a massimizzare una felicità ridotta a vuota utilità, la società
postmoderna si riallaccia all’ideale
di equilibrio delle saggezze anteriori è da un contenuto pieno al vecchio
obiettivo del bene comune”.[85]
Come avverrà la sintesi, e quali saranno i bisogni delle generazioni future,
sono domande alle quali non si può rispondere, ma non deve essere motivo di
paura la diminuzione della pressione concorrenziale.
[1]
I.Illich , Per una storia dei bisogni, cit. p. 9
[2]
ivi p. 60.
[3]
Cfr. I.Illich, Nemesi Medica, cit. p. 228
[4]
ivi p. 229
[5]
I.Illich , Per una storia dei bisogni, cit. p. 61
[6]
ibidem
[7]
ivi p. 62
[8]
cfr. ivi pp. 61-66. Riguardo al monopolio radicale vedi par. 3.3
[9]
cfr. ivi pp. 66-71
[10]
vedi sotto par. 4.2
[11]
I.Illich , Per una storia dei bisogni, cit. p. 73
[12]
I.Illich, Nemesi Medica, cit. p. 281
[13]
ivi p. 282
[14]
ivi p. 283
[15]
ivi p. 284
[16]
ivi p. 287
[17]
I.Illich , Per una storia dei bisogni, cit. p. 33
[18]
ivi p. 34
[19]
Aa. Vv., I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano, 1972
[20]
ivi p. 22-23
[21]
ivi p. 32
[22]
cfr. ivi cap. VI
[23]
I.Illich, La convivialità, cit. p. 68
[24]
ivi p. 67
[25]
cfr. ivi pp. 67-70
[26]
cfr. ivi pp. 70-73
[27]
vedi sopra par. 3.3
[28]
cfr. I.Illich, La convivialità, cit. pp. 73-81
[29]
cfr. ivi pp. 81-92. Per lo strumento «conviviale» vedi sopra par. 3.4
[30]
cfr. ivi pp. 92-98
[31]
ivi p. 98-102
[32]
I. Illich, Per una storia dei bisogni, cit. p. 71. Riguardo alla confusione tra
libertà e diritti vedi par. 4.1
[33]
vedi sopra par. 1.4
[34]
I.Illich, Il genere e il sesso, cit. p. 36n
[35]
W. Sachs, “Ambiente”, in W.Sachs, Dizionario
dello sviluppo, cit. pp. 41-59
[36]
ivi p. 57
[37]
ibidem
[38]
cfr. ivi pp. 57-58
[39]
I.Illich, La convivialità, cit., p. 104
[40]
ibidem.
[41]
E.F.Schumacher, Piccolo è bello. Uno studio di economia come se la gente contasse
qualcosa, Mondadori,
Milano, 1978 . Per le analogie fra Illich e Schumacher, cfr. R.Ciucci, La società conviviale. La profezia post-industriale di Ivan Illich,
ETS, Pisa 1984, p. 128; e A.M.Revedin, Tecnologia,
linguaggio e mutamento. Aspetti del rapporto politico nelle società
industriali avanzate, Giuffrè Editore, 1978, pp. 26-28.
[42]
Cfr. ivi parte I cap. III pp. 28-38
[43]
ivi p. 29
[44]
ivi p. 30
[45]
ivi p. 31
[46]
ivi p. 32
[47]
ivi p. 90
[48]
ivi p. 93
[49]
ivi p. 97
[50]
ivi pp. 97-98
[51]
ivi p. 6
[52]
ivi p. 20
[53]
ivi p. 22
[54]
cfr. ivi pp. 22-25
[55]
cfr. ivi p. 120
[56]
ivi p. 124
[57]
ibidem
[58]
ivi p. 124
[59]
ivi p. 125
[60]
ivi p. 127
[61]
ivi pp. 127-128
[62]
ivi p. 129
[63]
ivi pp. 39-47
[64]
ivi p. 40
[65]
ivi p. 43
[66]
ivi p. 47
[67]
S. Latouche, Il
dopo-sviluppo e la decrescita come necessità della società conviviale,
in www.edscuola.it,
“Illich non ha usato esplicitamente, secondo la mia conoscenza, la parola
«decrescita»”, tuttavia, afferma Latouche, “mi sembra che l’abbia
fatta implicitamente sua”.
[68]
Vedi sopra par. 4.2
[69]
vedi par. 4.1
[70]
vedi par. 1.5 e par. 2.4
[71]
I.Illich, Il genere e il sesso, cit. p. 34
[72]
cfr. I.Illich, Nello specchio del passato, cit. pp. 33-45
[73]
ivi p. 36
[74]
ibidem
[75]
ivi p. 21
[76]
ivi pp. 21-22, vedi sopra paragrafo 1.4
[77]
ivi pp. 44-45
[78]
S.Latouche, L’occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 1992
[79]
ivi p. 129
[80]
ivi pp. 135-136
[81]
S.Latouche , Il pianeta dei naufraghi.
Saggio sul doposviluppo, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, pp. 127-158.
A p. 133 Latouche dice: “Per evitare
gli equivoci e sottolineare, sul terreno delle pratiche concrete, le
opposizioni tra sviluppo «alternativo» e alternativa
allo sviluppo è necessario smontare il contenuto e denunciare le ambiguità
delle tre componenti essenziali dello sviluppo alternativo:
l’autosufficienza alimentare, i bisogni fondamentali, le tecnologie
appropriate.”
[82]
Ivi p. 186
[83]
ivi p. 202
[84]
ivi p. 203
[85]
ivi p. 212