Capitolo 3. I bisogni nella società industriale
Caratteristica
dell’età dell’economia è la ridefinizione dell’uomo in termini di
bisogni. e Insieme alla storia
dell’homo oeconomicus si può rintracciare la genesi del concetto moderno di
bisogno. “Credo che la storia, se praticata
con serietà, ci consenta di vedere con maggiore chiarezza la condizione di Uomo
Bisognoso tipica dell’Homo oeconomicus”[1],
dice Illich che, concordando con lo storico canadese M. Ignatieff, dubita della
reale possibilità, e dei suoi precedenti tentativi[2],
di scrivere una storia dei bisogni in senso stretto, ma che di esso si possa
rintracciare soltanto una «sociogenesi»
del concetto occidentale moderno di bisogno[3].
Per Ignatieff:
il
bisogno è stato un termine centrale nel linguaggio dello stoicismo, della
tragedia classica, del cristianesimo agostiniano, del discorso illuminista sulle
passioni e sugli interessi, del marxismo e della psicanalisi. Ognuno di questi
linguaggi costituisce una rottura radicale con gli altri. I termini mutano
significato e posizione concettuale, cambiano le domande essenziali, che mutano
forma a seconda del linguaggio. La rottura più netta fu quella tra il
linguaggio religioso e quello laico del bisogno. Nel corso del processo,
l’idea stessa del bisogno spirituale non assunse nuova forma, ma anzi finì
nel dimenticatoio.[4]
Non
è, dunque, ragionevole fare un paragone della nozione odierna di bisogno con il
posto che il termine occupava in epoche precedenti e in contesti diversi della
società occidentale moderna. Infatti:
per
la maggior parte di coloro che vivevano in una cultura di sussistenza, la vita
si basava ancora sul riconoscimento di limiti che non potessero essere
trasgrediti. Ciò che poteva produrre il suolo era noto, tre giorni durava il
viaggio verso il mercato, il figlio poteva intuire dal padre quale sarebbe stato
il proprio futuro. Cosicché per «bisogno» si intendeva «necessità». Questi
bisogni, nel senso di necessità, dovevano essere sopportati. Ciascuna cultura
era la gestalt sociale assunta
attraverso l’accettazione dei bisogni in un luogo ed in una particolare
generazione. Ciascuna rappresentava l’espressione storica di una celebrazione
unica della vita entro un’arte della sofferenza che rendeva possibile esaltare
la necessità. Ciò che mediava tra desiderio e sofferenza differiva da cultura
e cultura. [...] In una economia morale di sussistenza, l’esistenza dei
desideri era data per scontata tanto quanto la certezza che non potessero essere
placati.[5]
Nelle
culture tradizionali l’obiettivo delle comunità e quello di mediare
tra il desiderio e le necessità che la condizione umana impone, di far si che
tale condizione venga accettata. La natura religiosa del linguaggio del bisogno
sottostà, in qualche modo, ad ogni comunità precedente all’avvento
dell’illuminismo europeo. Fino ad allora era la dimensione spirituale a
muovere le coscienze umane le cui preoccupazioni sono fondamentalmente rivolte
ai bisogni dello spirito, con cui si placano le necessità terrene.[6] È la scienza
illuministica a condurre alla secolarizzazione del linguaggio dei bisogni, ed è
con Hume in particolare, «il massimo non credente del secolo diciottesimo»,
che si ha una delle prime filosofie sociali a intendere l’ordine della società
come un «sistema dei bisogni». Indipendentemente da ogni consolazione
religiosa o metafisica, nella società mercantile che andava prendendo forma
attorno ai filosofi, gli individui trovavano delle ragioni di vita, e il
conseguimento della felicità, nelle passioni e nel soddisfacimento dei bisogni
materiali. Da questo momento inizia l’era del progresso, nasce quel «ethos
prometeico» che spinge l’uomo alla trasformazione e al dominio della natura
che lo conduce a estendere e a trasformare i suoi stessi bisogni. Si afferma la
teoria economica della Ricchezza delle
Nazioni di Adam Smith, la «mano invisibile» che regola le leggi del
mercato fa la sua comparsa nel punto in cui dimostra che il progresso umano può
conciliare gli interessi di ognuno nel soddisfare i propri bisogni materiali
attraverso il ricorso alla produzione e, dunque, a «beni» diventati oramai «prodotti»,
valori di scambio e quindi merci.[7]
Anche la successiva «utopia comunista» delineata da Marx presuppone la
«completa soddisfazione materiale» per superare l’antitesi tra interesse
privato e bene pubblico, e questa si fonda su una “fantasia di una abbondanza
produttivistica”.[8]
Anche se direttamente, Marx non definisce mai il concetto di bisogno, è la
stessa merce che viene definita “come una cosa che mediante le sue qualità
soddisfa bisogni umani di qualsiasi tipo”[9]
e la «concezione materialistica della storia» abolisce ogni bisogno religioso
o metafisico, considerandolo come «bisogno estraniato»[10].
Quando
arrivano nel dibattito odierno, “i desideri si trasformano in bisogni, bisogni
di merci, bisogni di prodotti, bisogni che possano essere soddisfatti”[11],
si parla di bisogni che possono essere classificati e che devono essere
soddisfatti, essi non compaiono «né
come necessità, né come desideri», bensì si presentano come bisogni «quantificabili»
e «misurabili» in cui “la tecnica viene accettata come un mezzo per
cambiare, abolire, la necessità che la condizione umana impone”[12].
Attraverso
i poteri della scienza, della tecnologia e della politica si è cercato di
scavalcare la legge della necessità, di trasformarla da parte integrante della
condizione umana a un nemico, un male per l’uomo e la società.
L’istituzione di scuole, ospedali, aeroporti, strade, sistemi
d’informazione, all’occhio di Illich, ritualizza la fine della necessità,
attraverso l’erezione di questi templi atti a santificarne lo
smantellamento e la ricostruzione dei desideri sotto forma di bisogni.[13]
Illich
non giunge a definire esplicitamente la nozione di bisogno, ma emerge dalla
contrapposizione con altri termini, quali «necessità» o
«desiderio», come abbiamo visto, ed è comunque legata alla percezione
della scarsità in cui vive l’uomo economico. Essa viene meglio chiarita
quando alla dualità «bisogno-desiderio» affianca quella tra «aspettativa-speranza»:
La
speranza di compier il bene è stata rimpiazzata dall’aspettativa della
definizione e soddisfazione dei bisogni. Empaticamente, le aspettative fanno
riferimento a un «non ancora» diverso da quello delle speranze. La speranza
nasce dalla necessità che nutre il desiderio. La speranza si orienta verso
l’imprevedibile, l’inaspettato, il sorprendente. Le aspettative nascono dai
bisogni nutriti dalle promesse di sviluppo e si orientano verso le
rivendicazioni, i diritti d’accesso, le richieste. La speranza si appella alla
discrezionalità di un altro da sé personale, sia esso umano o divino. Le
aspettative si fondano sul funzionamento di sistemi impersonali che
distribuiranno da mangiare, cure sanitarie, istruzione, sicurezza e ancora
altro. La speranza si confronta con l’imprevedibile, l’aspettativa con il
probabile.[14]
Nel
processo di questa trasformazione «le speranze diventano aspettative e i
desideri diventano rivendicazioni», la genesi
dei «bisogni» è quindi rintracciabile nella trasformazione del desiderio in
richiesta di merci , il bisogno si «istituzionalizza», diventa la percezione e
il riconoscimento della mancanza di un «valore»,un bene o un sevizio
mercificato, e quindi la rivendicazione di questo.
Ricorrere
ai bisogni per definire la condizione umana è ormai diventato un assioma:
l’essere umano viene così percepito come animale bisognoso. [...] Questa
percezione dell’essere umano come soggetto bisognoso si pone in radicale
rottura con ogni tradizione conosciuta. Lo stesso vale per la definizione
corrente di «eguaglianza», ricavata in base a questa «miserabile» ottica.
Entro tale prospettiva il concetto di eguaglianza rimane ancorato alla certezza
dell’identità dei bisogni di base della gente. Noi non siamo affatto eguali a
causa dell’intrinseca dignità e qualità di ogni persona, ma in virtù della
legittimazione a rivendicare il riconoscimento di una carenza.[15]
La
condizione di uomo bisognoso è quindi implicita nell’uomo economico,
in quanto, parallelamente alla comparsa dell’uomo economico, anche la
nozione di bisogno[16],
ad essa legata viene a caratterizzare la «discontinuità radicale» della
modernità occidentale, le società moderne, che vedono la genesi dell’homo
oeconomicus, nascono come società egualitarie che si fondano sull’individuo
determinato dai suoi bisogni egualitari fondamentali in condizioni di scarsità
universale[17].
La
stragrande maggioranza dei cinque miliardi di individui oggi viventi accetta
incondizionatamente la propria condizione umana di dipendenza da beni e servizi,
una dipendenza chiamata bisogno. Nell’arco di una sola generazione l’uomo
del bisogno, l’homo miserabilis, è diventato la norma.
Il
movimento storico occidentale [...] ha scoperto prima, e fissato poi, i bisogni.
In questo processo ci è dato osservare una transizione nella condizione umana,
un passaggio dall’uomo che si arrabatta al bisogno-dipendente.[18]
L’origine
del «bisogno» come trasformazione del desiderio in epoca moderna coincide,
nella prospettiva illichiana, con la «modernizzazione dell’invidia». L’homo
oeconomicus, il soggetto dell’economia, l’individuo contemporaneo,
possessivo e neutro, che vive in funzione di decisioni basate su considerazioni
di utilità marginale, essendo ogni decisione economica radicata nel presupposto
della scarsità,[19]
tende ad un tipo d’invidia sconosciuto in epoca premoderna. Le prove di questa
trasformazione storica del desiderio, ossia l’evoluzione dei «bisogni»
basati su un confronto invidioso con le aspirazioni altrui, sono fornite dallo
studio di R. Girard su alcuni romanzi del secolo diciannovesimo[20].
Per Illich, è Girard a dimostrare che “l’homo oeconomicus fa la sua
apparizione soltanto a partire dalla metà del XIX secolo, quando una persona
comincia a desiderare solo ciò che vede desiderare agli altri”.[21]
Nel
suo studio, Girard propone una riflessione su come i grandi scrittori
dell’ottocento, da Stendhal a Proust, da Balzac a Dostoevskij, avrebbero
descritto una rivoluzione psicologica nella percezione del desiderio che sarebbe
sfuggita ai critici dell’epoca in questione. Questa modalità del desiderio è
già presente nei personaggi del romanzo cavalleresco di Cervantes ma a
rivelarla pienamente sono soltanto i «grandi romanzieri» i quali descrivono
tale mutazione del «desiderio umano e dell’invidia».[22]
Per
Girard il desiderio diventa «mimetico» o «triangolare» nel momento in cui
tra il soggetto e l’oggetto del desiderio si insinui un «mediatore», che
costituisce il modello del soggetto, in modo che il desiderio secondo
sé si trasforma in desiderio secondo
l’altro. Quindi l’invidia
diviene spiegabile solo se “si rinuncia a prendere le mosse dall’oggetto
della rivalità e si fa del rivale stesso, ossia del mediatore, il punto di
partenza della analisi, nonché quello d’arrivo.”[23] Il soggetto del desiderio
mimetico diviene “quanto mai incapace di distogliersi dall’oggetto
irraggiungibile” in quanto è questo oggetto e ad esso soltanto che “il
mediatore comunica il suo prestigio, possedendolo o desiderando di
possederlo”, mentre “gli altri oggetti non hanno alcun valore agli occhi
dell’invidioso”.[24]
I
sentimenti dell’invidia, della gelosia e dell’odio, che già Stendhal
definisce moderni, si fondano su tale
«brama mimetica» al di fuori di qualsiasi oggetto specifico, e vengono
associati a “quell’imperioso bisogno di imitazione che pervade, a detta dei
romanzieri, tutto il XIX secolo”, e se questi
sentimenti si espandono non
è per una misteriosa e sventurata moltiplicazione di «nature invidiose» o «temperamenti
gelosi, “bensì perchè trionfa la mediazione interna in un universo in cui
vanno scomparendo a poco a poco le differenze fra gli uomini”.[25]
“Soltanto
i romanzieri denunciano la natura imitativa del desiderio. Questa natura
è difficile da percepire oggigiorno, poiché l’imitazione più fervida è
anche la più vigorosamente negata. [...] Il vanitoso romantico non vuole più
essere il discepolo di nessuno. È convinto di essere infinitamente originale. Dovunque, nel XIX secolo, la spontaneità diventa dogma e
sostituisce l’imitazione. Non lasciamoci illudere, non si stanca di ripetere
Stendhal, gli individualismi clamorosamente dichiarati nascondono un nuovo modo
di copiare. I disgusti romantici, l’odio della società, la nostalgia del
deserto, allo stesso modo dello spirito del gregge, il più delle volte non
simulano altro che una morbosa preoccupazione dell’altro”.[26]
Il
desiderio che prende le mosse dall’oggetto equivale al desiderio spontaneo «secondo
natura», così il «vanitoso romantico», il soggetto della società borghese
fa appello ai luoghi comuni dell’ideologia imperante, dalla devozione e
dall’altruismo per mascherare la parte che l’altro sostiene nei suoi desideri. “Il pregiudizio oggettivo si
unisce al pregiudizio soggettivo e questo duplice pregiudizio si radica
nell’immagine che tutti ci facciamo dei nostri desideri”.[27]
Soggettivismi
e oggettivismi, romanticismi e realismi, individualismi e scientismi, idealismi
e positivismi sono in apparente contrapposizione, ma segretamente si accordano
per dissimulare la presenza del mediatore. Tutti questi dogmi sono la traduzione
estetica o filosofica di visioni del mondo proprie alla mediazione interna.
Discendono tutte, più o meno direttamente, da quella menzogna che è il
desiderio spontaneo. Difendono tutte una medesima illusione di autonomia alla
quale l’uomo moderno è appassionatamente attaccato.[28]
Una
volta mascherata la «brama mimetica» di un individuo diventa l’espressione
della sua «identità», e per Illich, l’invidia così «modernizzata» si
istituzionalizza nei «bisogni» di tipo moderno. Avviene quell’evoluzione dei
bisogni basati su un «confronto invidioso con le aspirazioni altrui».
L’individualismo «invidioso»
viene favorito e insieme mascherato
dalle istituzioni «produttive» moderne. “Dal punto di vista strutturale, la
moderna caratteristica di tali istituzioni consiste nella loro capacità di
sviluppare programmaticamente desideri mimetici, in tal modo producendo
istituzionalmente il presupposto della scarsità”,[29]
a differenza delle istituzioni del passato che, orientate verso la sussistenza,
cercavano di ridurre e smascherare tali desideri.
Nelle
«società ad alta intensità di merci» il bisogno è diventato la percezione e
il riconoscimento della mancanza di un bene o un sevizio. I bisogni «mercificati»,
in una situazione di interdipendenza col mercato, si uniformano, e la stragrande
maggioranza delle persone è oramai sottoposta alla condizione di
consumatori-utenti la cui soddisfazione dipende esclusivamente dalla fornitura
«istituzionalizzata» di beni-servizi studiati ad hoc da un’élite di specialisti i quali producono conoscenze
che si sottraggono al comune dominio.[30]
Ogni
individuo, fin dalla nascita, si vede attribuire i suoi bisogni sanitari,
assistenziali, di studio e di lavoro definiti da una schiera di architetti,
insegnanti, medici, avvocati, operatori sociali, che rappresentano gli esperti
dell’amministrazione dei bisogni.
Il
rapido ricambio dei prodotti, inoltre, rende i desideri vacui e informi. Sicché,
paradossalmente, un forte consumo di massa derivato da bisogni indotti genera
nel consumatore una crescente indifferenza al desiderio specifico, vissuto.
Sempre di più i bisogni sono creati dallo slogan pubblicitario e dagli acquisti
fatti su prescrizione del funzionario, dell'estetista, del ginecologo e di
decine di altri diagnosti.
La
specificità e l’individualità dei bisogni vengono cancellati dal «bisogno
di essere istruiti sul modo di aver bisogno» che “compare in ogni cultura
in cui le decisioni e gli atti non sono più la risultante di una esperienza
personale del soddisfacimento”. A tal punto il consumatore divenuto «flessibile»
non può che sostituire i bisogni sentiti con i bisogni appresi.
Man
mano che si progredisce nell'arte d'imparare a provare bisogni, la capacità
di modellare i propri desideri in funzione di una personale ricerca di
soddisfazione diventa una prerogativa rara, propria della gente molto ricca o di
quella più diseredata.[31]
Inoltre
i bisogni vengono frammentati in componenti sempre più piccole, ognuna
gestita da un apposito specialista, così che:
diviene
difficile per il consumatore integrare le disparate offerte dei suoi diversi
tutori in una totalità che abbia senso, che possa essere desiderata con piena
cognizione di causa e ottenuta con piacere. Dall'alimentazione all'istruzione,
dall'armonia coniugale all'inserimento sociale, dalla dietetica alla meditazione,
dall'aggiornamento al riciclaggio, consulenti, esperti e altri personaggi del
genere sono pronti a cogliere ogni nuova possibilità di gestire la gente e a
offrire i loro prodotti prefabbricati per appagare ogni bisogno parcellizzato.[32]
«Bisogno»
nella società industriale diviene la riproduzione su scala individuale di un
modello professionale, ignorare i
propri bisogni o dubitarne diventa
un comportamento sociale inammissibile.
Buon
cittadino è colui che attribuisce a se stesso bisogni standardizzati, con tanta
convinzione da soffocare ogni altro possibile desiderio e, a maggior ragione,
ogni eventuale idea di rinuncia. [...]Un cittadino senza bisogni sarebbe fortemente
sospetto. La gente ha bisogno d'un impiego, si dice, per l'assistenza che
garantisce prima ancora che per i soldi. Sparisce la comunità, sostituita da
una nuova placenta composta di tubi che erogano assistenza professionale.
Sottoposta a cure intensive permanenti, la vita si paralizza.[33]
Prima
la proliferazione delle merci, ciascuna tendente a diventare una necessità,
ha efficacemente addestrato il consumatore a provare bisogni a comando. Poi la
graduale parcellizzazione dei bisogni in spezzoni sempre più piccoli e
distinti ha portato il cliente a dipendere dal giudizio del professionista per
poter dare un significato all’insieme dei propri bisogni così frammentati.
Nel
processo di attribuzione dei bisogni che Illich a delineato, attraverso la
standardizzazione dei desideri, dei «valori personali», che tendono così a
scomparire, si giunge alla contrazione dello spazio e dell’autonomia e della
creatività degli individui. Una
volta trasformati i desideri personali in «valori istituzionalizzati» si
creano le condizioni per quello che Illich definisce «il monopolio radicale»[34]
delle merci industriali. Attraverso il monopolio radicale si altera il rapporto
tra la capacità di soddisfazione autonoma dei bisogni e il ricorso a beni e
servizi prodotti industrialmente. In questo modo il sistema di produzione
industriale genera dei bisogni «forzati»
soddisfabili dal solo consumo «obbligatorio» di beni e servizi prodotti
industrialmente.[35]
Gli
uomini possiedono la capacità innata di curare, confortare, spostarsi,
apprendere, costruirsi una casa e seppellire i propri morti. Ognuna di queste
capacità risponde a un bisogno. I mezzi per soddisfare questi bisogni non
mancano fin tanto che gli uomini dipendono da ciò che possono fare da sé e per
sé, ricorrendo solo marginalmente a professionisti. [...] si stabilisce un
monopolio radicale allorché gli uomini abbandonano la loro capacità innata di
fare quel che possono per sé e per gli altri, in cambio di qualcosa di «meglio»
che solo uno strumento dominante può procurargli. Questo monopolio radicale
rispecchia l’industrializzazione dei valori. Alla risposta personale
sostituisce l’oggetto standardizzato; crea nuove forme di scarsità attraverso
l’accettazione di un nuovo criterio di misura, e quindi di classificazione,
del livello di consumo della gente. Questa riclassificazione provoca l’aumento
del costo unitario di fornitura del servizio, svaluta la prestazione non
professionale, modula l’attribuzione dei privilegi, restringe l’accesso alle
risorse, rende ostile l’ambiente all’iniziativa autonoma e mette la gente in
stato di dipendenza forzosa. [36]
Per
Illich vivendo in un mondo in cui “la maggior parte della gente è convinta di
avere dei bisogni”[37],
oltre all’autonomia delle persone va
scomparendo anche la solidarietà
sociale, nel momento in cui i
bisogni che rappresentano «le relazioni morali intercorrenti tra sconosciuti»
nello Stato di welfare. Seguendo il ragionamento di Ignatieff secondo cui le
persone negli stati moderni:
hanno
dei bisogni, e poiché vivono in welfare state, questi bisogni danno loro titolo
– il diritto – ad accedere alle risorse di gente come me. I loro bisogni e i
loro titoli stabiliscono una silenziosa relazione tra di noi. Tuttavia, io sono
consapevole che questa mediazione crea una barriera tra di noi. Noi siamo
responsabili gli uni degli altri, ma non siamo responsabili degli uni verso gli
altri. Le mie responsabilità nei loro confronti sono mediate da una generale
divisione del lavoro. [...] È questa solidarietà tra sconosciuti, questa
trasformazione, attraverso la divisione del lavoro, dei bisogni in diritti e dei
diritti in assistenza, che ci fornisce una base, per quanto fragile, per
affermare che viviamo in una comunità morale.[38]
Negli
Stati assistenziali la solidarietà corrisponde all’attribuzione dei bisogni.
Il welfare può essere considerato il tentativo di “creare una società in cui
gli individui ricevano ciò di cui hanno bisogno, per essere liberi di scegliere
il bene”, così che un bene comune viene amministrato dalle burocrazie
assistenziali degli Stati moderni a nome dei cittadini.
Al
fine di dare a tutti le medesime opportunità di vivere liberamente, lo Stato
oggi soddisfa i bisogni di mangiare, avere una casa, di vestirsi, di istruzione,
trasporti e assistenza medica (almeno in alcuni paesi). Gli
esperti di bisogni, in nome della libertà, oggi si pronunciano su
bisogni di sconosciuti. Evidentemente le società che cercano di dare a tutti la
medesima opportunità di essere liberi possono
farlo soltanto a spese della libertà stessa.[39]
Si
giunge al fatto paradossale che, per legittimare il comune impegno in favore
della libertà di scelta, si arriva a questa incessante intrusione nella logica
delle scelte individuali da parte degli esperti dei bisogni.
Inoltre se con il welfare “si è cercato di realizzare la fraternità
dando a ciascun individuo il diritto di attingere alle risorse comuni”,
tuttavia “non sembra che l’uguaglianza dei provvedimenti sociali riduca la
competizione” e quindi soddisfi il bisogno di solidarietà sociale.
Vincolato
al parere degli esperti, e disgregando la solidarietà sociale il termine «bisogno»
assume per Illich la funzione di “eufemismo per la gestione dei cittadini
negli Stati assistenziali”.
In
questo senso il concetto di «bisogno» implica delle «subdole e asimmetriche»
relazioni di potere che vengono chiaramente percepite da S. de Beauvoir quando
dice:
Nella
relazione schiavo – padrone il padrone non mostra di dare grande importanza al
bisogno che ha dell’altro; lui ha in pugno il potere di soddisfare il bisogno
attraverso la propria azione. Lo schiavo, invece, nella sua condizione di
dipendenza, con le sue speranze e le sue paure, è abbastanza consapevole del
bisogno che ha del padrone. Persino se il bisogno fosse, alla fin fine,
ugualmente pressante per entrambi, lavorerebbe sempre in favore
dell’oppressore e contro l’oppresso.[40]
Nella
società industriale il «monopolio radicale» delle merci coincide con il
monopolio dei «professionisti» nell’attribuzione di bisogni, per cui dietro
un apparente miglioramento delle condizioni di vita e degli standard di consumo,
lo «strumento industriale» si concentra nelle mani di una ristretta e scelta
cerchia di professionisti e burocrati, generando una «versione moderna della
povertà», , che consiste in una menomazione delle capacità e
dell’indipendenza dei singoli e dei gruppi. Una continua ridefinizione delle
posizioni sociali sulla base di criteri estremamente variabili e difficilmente
controllabili vige in un mondo in cui “ogni giorno si inventa un nuovo tipo
d’inferiorità, che per un verso giustifica una nuova professione ma per un
altro verso crea un nuovo gradino sociale”.[41]
Una
volta che una società ha trasformato i bisogni fondamentali in richiesta di
merci, la povertà si definisce secondo i parametri stabiliti arbitrariamente
dai professionisti, così che “sono poveri quelli che non sono riusciti in
misura rilevante a tenere dietro a qualche reclamizzato ideale consumistico”. [42]
Per
questo motivo, quando i movimenti sociali mirano solo ad obiettivi «egualitari»,
per la soddisfazione di «bisogni
fondamentali», non intaccano la struttura del dominio e del privilegio, bensì,
la richiesta di una maggiore scolarizzazione, di ulteriori prestazioni
sanitarie, di ampliamento delle infrastrutture viarie, di incremento dei
trasporti, e in genere una richiesta sempre maggiore di merci secondo i criteri
dominanti non fa che rafforzare i caratteri tipici dei sistemi sociali fondati
sul «modo di produzione industriale» che conduce solo a un elevato senso di
frustrazione. “Fino a quando una minoranza agisce allo scopo di ottenere la
propria parte in una società di sviluppo, non otterrà altro, per la
maggioranza dei suoi membri, che un senso sempre più acuto
d’insoddisfazione”.[43]
Allo stesso modo i gruppi che si limitano a rivendicare il controllo delle
istituzioni esistenti non fanno che conferire a queste un nuovo tipo di
legittimità:
Cambiare
il gruppo dirigente non è una rivoluzione. Che significa il potere ai
lavoratori, il potere nero, il potere delle donne o quello dei giovani, se non
è altro che il potere di sostituirsi a quello già esistente? Un potere del
genere è, al massimo, quello di gestire meglio una crescita che in tal modo,
grazie a queste provvidenziali prese di potere, è messa in grado di proseguire
nella sua corsa gloriosa.[44]
Combattere
la «povertà di tipo moderno» significa combattere il «rovinoso dominio»
dell’industria, non si tratta, quindi, di sostituire il potere esistente con
il potere di un altro gruppo che presuppone il «modo di produzione industriale»,
ma di prendere coscienza di una necessaria «pluralità dei modi di produzione»
che una società deve far coesistere.
Le
società moderne, ricche o povere che siano, possono scegliere tra due strade
opposte. Possono produrre un nuovo campionario di merci - magari più sicure,
meno dispendiose, più facilmente ripartibili - e intensificare così
ulteriormente la loro dipendenza dai beni di consumo. Oppure possono affrontare
in un modo completamente nuovo il rapporto tra bisogni e soddisfazioni. In altre
parole possono o conservare le loro economie ad alta intensità di mercato,
modificando soltanto le caratteristiche tecniche del prodotto, o ridurre la loro
dipendenza dalle merci. La seconda soluzione comporta l'avventura di immaginare
e costruire strutture nuove in cui gli individui e le comunità possano
elaborare un diverso tipo di attrezzatura moderna; scopo di questa nuova
organizzazione dovrebb'essere quello di permettere alla gente di modellare e
soddisfare direttamente e personalmente una crescente porzione dei propri
bisogni.[45]
Per
riappropriarsi e ridefinire i propri bisogni, e liberarsi dalla dipendenza
delle merci, le persone
devono sottrarre gli strumenti e l’attrezzatura al monopolio degli
specialisti il cui intervento crea la «scarsità» dei beni prodotti e genera
frustrazioni sempre crescenti. Questa riappropriazione non può prescindere,
nella critica illichiana, a una ridefinizione del concetto di strumento alquanto larga:
uso
i termini strumento e
attrezzatura nel senso più ampio possibile di mezzo, vuoi che sia nato
dall'attività costruttrice, organizzatrice o razionalizzante dell'uomo, vuoi
che, come la selce preistorica, venga semplicemente appropriato dalla mano per
realizzare un compito specifico, cioè messo al servizio di un'intenzionalità.
[...] la categoria degli strumenti abbraccia tutti i mezzi
ragionati dell'azione umana, la macchina e il modo d'impiegarla, il codice e
il suo singolo operatore. L'area coperta dal concetto di strumento varia da
cultura a cultura; dipende dalla presa che una determinata società esercita
sulla sua struttura e sul suo ambiente. Ogni oggetto assunto come mezzo di un
fine diviene strumento, ogni mezzo concepito apposta per un fine è uno
strumento ragionato. Lo strumento è inerente al rapporto sociale.[46]
In
questo senso, vengono considerati strumenti tanto una scopa, una penna a sfera,
o un motore, quanto l'automobile o il televisore. Una fabbrica di carne in
scatola o una centrale elettrica, che sono istituzioni produttrici di beni,
rientrano anch'esse nella categoria degli strumenti, come vanno comprese
nell'attrezzatura le istituzioni produttrici di servizi, quali la scuola,
l'organizzazione medica, la ricerca, i mezzi comunicazione, i centri di
pianificazione. Le leggi sul matrimonio e i programmi scolastici modellano la
vita sociale alla stessa stregua della rete stradale. Una volta definito lo
strumento, Illich rintraccia una distinzione, fondamentale nella sua
prospettiva, tra quello che è lo «strumento industriale» e quello che è lo
«strumento conviviale»:
Lo
strumento è inerente al rapporto sociale. Allorché agisco in quanto uomo, mi
servo di strumenti. A seconda che io lo padroneggi o che viceversa ne sia
dominato, lo strumento mi collega o mi lega al corpo sociale. Nella misura in
cui io padroneggio lo strumento, conferisco al mondo un mio significato; nella
misura in cui lo strumento mi domina, è la sua struttura che mi plasma e
informa la rappresentazione che io ho di me stesso. Lo strumento conviviale è
quello che mi lascia il più ampio spazio e il maggior potere di modificare il
mondo secondo le mie intenzioni. Lo strumento industriale mi nega questo potere;
di più: attraverso di esso, è un altro diverso da me che determina la mia
domanda, restringe il mio margine di controllo e governa il mio senso della
vita. La maggior parte degli strumenti che mi circondano oggi non può essere
utilizzata in modo conviviale: sono strumenti ragionati nelle mani di altri, e
ancora più spesso strumenti ragionati sfuggiti dalle mani di tutti e che
esercitano selvaggiamente le funzioni intrinseche alla propria struttura. […]
Lo strumento è conviviale nella
misura in cui ognuno può utilizzarlo, senza difficoltà, quando e quanto lo
desideri, per scopi determinati da lui stesso. L'uso che ciascuno ne fa non lede
l'altrui libertà di fare altrettanto; né occorre un diploma per avere il
diritto di servirsene. Tra l'uomo e il mondo, è conduttore di senso, traduttore
di intenzionalità..[47]
Lo
strumento industriale conduce al rovesciamento dei rapporti tra uomo e natura e
tra uomo e tecnologia, “la relazione dall’uomo allo strumento è divenuta
una relazione dallo strumento all’uomo”, e questi si ritrova privato della
libertà di modellare il proprio mondo e i propri bisogni in autonomia, nel
momento in cui in cui “ è lo strumento che fa dell’uomo il suo schiavo”. Indipendentemente dal contesto in cui viene
utilizzato, è la natura dello strumento industriale che lo rende dannoso,
quindi “la dittatura del proletariato e la dittatura del mercato sono due
varianti politiche che celano lo stesso dominio da parte di un’attrezzatura
industriale in costante espansione”[48],
e solo la scoperta che ad esso non si può applicare il concetto di
appropriazione, può condurre a una soluzione[49].
L’alternativa,
nella visione illichiana, è rappresentata da un’inversione delle istituzioni
industriali, attraverso l’adozione di strumenti
«conviviali»[50]
che valorizzino l’esercizio della libertà personale e l’autonomia delle comunità[51].
Sono gli strumenti che invece di produrre merci, producono il loro opposto,
ossia il valore d’uso, o meglio il valore «vernacolare».[52]
“Da questa inversione l’industria e la burocrazia non saranno distrutte, ma
eliminate nella misura in cui ostacolano l’autonomia, l’autarchia e
l’autogoverno”[53]. In una società «conviviale»
si dovrebbe realizzare “un equilibrio tra gli strumenti che producono una
domanda per creare e soddisfare la quale sono stati concepiti, e gli strumenti
che invece stimolano l’invenzione e l’adempimento personali.”[54] Mentre gli strumenti
industriali tendono alla materializzazione
di programmi astratti che riguardano gli «esseri umani» in generale, gli
strumenti conviviali favoriscono l’attitudine di ciascuno a perseguire i
propri fini, nella maniera propria, inimitabile.
I
primi presentano i caratteri dell’eteronomia
mentre i secondi si sviluppano verso l’autonomia.[55]
Tuttavia un medesimo strumento può accrescere indifferentemente tanto il potere
del modo di produzione industriale (eteronomo) quanto il potere del modo di
produzione conviviale (autonomo).
Il
monopolio professionale che si estende sulla nuova tecnologia non è affatto
inevitabile. Le grandi invenzioni dell’ultimo secolo, quali i nuovi metalli, i
cuscinetti a sfera, certi materiali da costruzione, l’elettronica, certi
procedimenti di analisi e certi medicamenti, sono suscettibili di accrescere il
potere di entrambi i modi di produzione, di quello eteronomo come di quello
autonomo. Di fatto però la nuova tecnologia non è stata per lo più
incorporata nella strumentazione conviviale, ma in confezioni e in complessi
istituzionali. Messa pressoché costantemente al servizio della produzione
industriale, grazie alla sua indubbia capacità di recare vantaggio a chi la
gestisce la tecnologia ha consentito ai professionisti di instaurare un
monopolio radicale.[56]
Il
monopolio radicale delle merci, caratteristico delle società industriali,
produce bisogni non necessari che verranno soddisfatti da un apparato di
professionisti, quindi la critica sociale,
per Illich, invece di battersi per il rinnovamento e la richiesta di beni
e servizi deve orientarsi verso un “atteggiamento distaccato e scettico nei
confronti degli esperti”.
La
proposta conviviale rappresenta un tentativo di recupero di una dimensione
comunitaria e di una «sussistenza di tipo moderno».
Il
termine “economia di sussistenza” è oggi generalmente usato per indicare
una forma di sopravvivenza di gruppo che è marginale quanto alla dipendenza dal
mercato, e nella quale la gente produce ciò che utilizza per mezzo di strumenti
tradizionali e nel quadro di un'organizzazione sociale ereditata che spesso,
tramandandosi, non subisce alcuna revisione. Io propongo di recuperare questo
termine in un senso moderno, chiamando “sussistenza moderna” il modo di
vita predominante in un'economia post-industriale in cui la gente sia riuscita
a ridurre la propria dipendenza dal mercato, e ci sia arrivata proteggendo -
con mezzi politici - una infrastruttura dove le tecniche e gli strumenti servano
in primo luogo a creare valori d'uso non quantificati né quantificabili dai
fabbricanti professionali di bisogni.[57]
Il
discorso di Illich si può così sinteticamente delineare: nelle società
industriali moderne i bisogni coincidono quasi esclusivamente con delle merci e
costituiscono la riproduzione al livello individuale di un modello
professionale. Nelle società attuali i beni e
i servizi (ovvero l’oggetto dei bisogni) sono l’esito di una
produzione pressoché totalmente «istituzionalizzata» e il bisogno diventa un
«diritto» quando si rivolge a beni e servizi istituzionalmente prodotti: una
volta che il bisogno si è trasformato in diritto legalmente riconosciuto, solo
il corpo dei professionisti-specialisti potrà legalmente soddisfarlo. Il
desiderio specifico «personalmente sentito» tende a scomparire nel momento in
cui i bisogni degli individui sono creati e gestiti dai professionisti. Abbiamo
visto sopra come la soluzione illichiana consista in una «riduzione della
dipendenza delle merci», ottenibile soltanto attraverso il recupero di una tecnologia conviviale che permetta agli individui di tornare a
modellare e soddisfare personalmente una parte via via maggiore dei propri
bisogni[58].
Mentre il «sistema dei bisogni» della società industriale «ad alta intensità
di merci» conduce a una «espropriazione» delle «capacità individuali» e
del «desiderio personale», in una società fondata su principi «conviviali»
i bisogni vengono definiti autonomamente dai membri di una comunità. Una volta
che è stata riconosciuta la «storicità» dei bisogni,[59]
una società conviviale deve muoversi
verso una riduzione dei bisogni «quantificabili»
e «misurabili» nati insieme all’ideologia economica e il recupero di una
dimensione qualitativa dei bisogni determinati in modo autonomo da una «comunità».
In
rapporto a tali tematiche è stata rilevata una scarsa attitudine di Illich al
confronto con altri autori che si sono occupati di questi argomenti quali
Herbert Marcuse e Agnes Heller[60].
Per Marcuse attraverso la «manipolazione
dei bisogni» si preclude l’emergere di qualsiasi opposizione all’interno di
un’organizzazione economico-tecnica di una società che si può così definire
totalitaria.[61]
I bisogni umani sono «bisogni storici» e sono definibili storicamente nella
loro «verità» e «falsità». Il bisogno «falso» è eteronomo e repressivo
sfugge al controllo soggettivo dell’individuo, mentre il bisogno «vero» può
essere espresso solo da individui liberi, ossia coscienti della loro «servitù»,
tuttavia “l’emergere di questa coscienza è sempre ostacolato dal
predominare di bisogni e soddisfazioni che sono venuti in larga misura quelli
propri dell’individuo”[62]. Ogni dimensione
interiore viene cancellata dalla mimesi, dall’identificazione degli individui
con l’esistenza che è loro imposta e in cui trovano compimento e
soddisfazione. Il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua
esistenza alienata, si diffondono così forme di comportamento ad
una dimensione che escludono tutto ciò che trascende “l’universo
costituito del discorso e dell’azione”.[63]
Illich
stesso sembra però negare questa corrispondenza quando sostiene che uno studio
sui bisogni non può prescindere dalla scarsità come dato di fatto: “le
discussioni sui bisogni veri o falsi, su quelli fondamentali, o su quelli
sociali in contrapposizione a quelli individuali non ha di norma prestato
attenzione alla pervasività delle merci all’interno della società. Non le
prendiamo dunque in considerazione”.[64]
Quando
invece è la Heller a analizzare l’eredità della «teoria dei bisogni in Marx»[65],
per Illich “è forse grazie a quella tradizione che l’espressione «bisogni
di base» può suonare come un’invenzione umanistica se usata nel dibattito
sullo sviluppo”[66].
Per
la Heller le scoperte economiche di Marx, rispetto alla teoria economica
classica, sono tutte in qualche modo costruite sul concetto di bisogno.[67]
Marx scopre la «manipolazione» dei bisogni con riferimento ai bisogni «raffinati»
o «indotti» delle classi dominanti.
Un
determinato bisogno non diventa «manipolato per le sue qualità concrete, ma a causa dei seguenti fattori: a) nuovi oggetti
di bisogni e quindi bisogni sempre nuovi appaiono là dove la produzione di
determinate merci (e dei bisogni corrispondenti) è più redditizia dal punto di
vista della valorizzazione del capitale; b) la vera meta è in effetti la
soddisfazione dei bisogni di una «forza essenziale estranea»; la creazione e
la soddisfazione dei bisogni individuali anche se appare all’individuo come
fine, è in realtà solo un mezzo nelle mani di questa «forza essenziale»; c)
l’aumento dei bisogni appartenenti a un
gruppo ben determinato, e
l’orientamento del singolo a soddisfarli, a scapito dello sviluppo di bisogni
che, per quanto non servano alla valorizzazione del capitale o perfino la
ostacolino, sono determinanti per la personalità umana, avviene in accordo al
meccanismo della produzione capitalistica. (così l’espansione dei beni di
consumo individuali, causa la continua introduzione di nuovi prodotti, sviluppa
bisogni corrispondenti in modo tale da diventare un freno al bisogno di tempo
libero e da impedirne lo sviluppo); d) la libertà individuale è quindi solo
apparente: il singolo sceglie gli oggetti dei suoi bisogni e plasma i bisogni
individuali non conformemente alla sua personalità, ma soprattutto al posto da
lui occupato nella divisione del lavoro; e) sotto un certo aspetto l’individuo
diventa effettivamente più ricco (avrà più bisogni ed oggetti di bisogni );
ma questo arricchimento è unilaterale e non limitato da altri bisogni. Poiché
il fine non è lo sviluppo molteplice
dell’individuo, il singolo diventa schiavo
di quel ristretto gruppo di bisogni.”[68]
La
Heller qui rileva come oggi nelle società capitaliste mature, i bisogni «manipolati»
si sono estesi alla maggioranza della popolazione.
La
manipolazione dei bisogni è «inversione» dei rapporti tra mezzo e fine (la
soddisfazione dei bisogni da fine si fa mezzo della valorizzazione del
capitale); del rapporto tra quantità e qualità, “ il capitalismo quantifica
il mondo, complessivamente qualitativo, dei bisogni umani [..] e lo rende «acquistabile»;
vecchi bisogni qualitativi, che non possono essere né quantificati, né
acquistati vengono inibiti”[69].
L’impoverimento
dei bisogni corrisponde alla loro riduzione o omogeneizzazione: “il bisogno di
avere è quello cui si riducono tutti i bisogni e che li rende omogenei.”[70]
L’interesse
inteso come motivazione dell’azione individuale, esprime la riduzione dei
bisogni ad avidità: è la riduzione del bisogno, anche del bisogno dell’altro
uomo. L’interesse personale definisce il mondo mercantile come il «mondo
dell’universalità dell’egoismo»: “i soggetti dello scambio sono
reciprocamente indifferenti, sono in relazione l’un l’altro solo per quanto
riguarda la realizzazione dei loro interessi personali”[71].
L’analisi
dei bisogni viene utilizzata dalla Heller per
definire le condizioni del superamento del capitalismo[72],
che presuppone «il superamento della struttura borghese dei bisogni nel suo
complesso» attraverso il riconoscimento da parte delle masse dei suoi «bisogni
radicali», ossia quei bisogni che “non possono essere soddisfatti nel quadro
della società capitalista”[73].
Essi non sono bisogni esistenti e nemmeno «estensioni» di quelli esistenti,
dal momento che il soggetto che
essi presuppongono è una classe operaia che ha raggiunto la coscienza della sua
missione storica[...] che è in grado, ora, di decidere e di agire secondo lo
spirito di una simile coscienza di classe.”[74]
Questi
dovrebbero condurre a una «rivoluzione del modo di vivere» dell’uomo in
tutti i suoi aspetti, e “sono soltanto gli uomini che si organizzano
consapevolmente in comunità che possono iniziare e condurre a termine la
formazione di questa nuova struttura dei bisogni.”[75]
Per la Heller le condizioni per un simile programma sono già sviluppate,
infatti:
strati
sempre più ampi di uomini sono insoddisfatte, si sentono sperdute in un mondo
in cui esistono soltanto bisogni quantitativi e cercano spontaneamente una forma
di vita che si sottragga al loro dominio. Quando numerosi gruppi di giovani, e i
migliori di essi, abbandonano il sistema di prestigio e di valori dei loro
padri, basato sui frigoriferi e sull’automobile, quando masse di studenti, di
nuovi i migliori, abbandonano le università per motivi simili, quando nuove
strutture familiari si moltiplicano, assumendo la forma della comune, tutto
questo manifesta il fatto che si è sviluppato un bisogno di trasformare la
struttura esistente dei bisogni. Qualsiasi cosa si celi dietro questa
opposizione dei bisogni qualitativi contro il predominio di quelli puramente
quantitativi, essa significa che un movimento di comunità che sviluppi bisogni
radicali non è più, almeno non necessariamente, un utopia.[76]
Spetta
al movimento socialista sviluppare comunità che abbraccino masse sempre più
ampie, nelle quali i bisogni vengano ristrutturati sotto il dominio di quelli
qualitativi, e soltanto un movimento di questo tipo sarebbe in grado di
eliminare i dualismi prodotti dal sistema capitalistico tipo quelli tra
educatore ed educato, élite e massa, teoria e prassi. In queste «comunità
organiche» ”la teoria e la prassi non dovrebbero più incontrarsi sul «mercato»”,
e sarebbero così “le comunità stesse – le loro aspirazioni e i loro
bisogni – a produrre la teoria, esprimendo e formulando queste aspirazioni
e questi bisogni [...] e controlleranno permanentemente e correggeranno
la teoria mediante la propria attività”.[77]
Anche
se, come abbiamo sopra rilevato, Illich considera i discorsi sui bisogni
riconducibili alla matrice marxista come un contributo all’affermazione del
mito dei «bisogni di base», tuttavia l’autodeterminazione del sistema dei
bisogni e delle forme di vita da parte di «comunità libere», quale emerge
dagli scritti della Heller, appare uno strumento critico per la lettura della
proposta «conviviale» di Ivan Illich.
[1]
I.Illich Nello specchio del passato, cit. p. 38
[2]
Cfr. I.Illich, Per una storia dei bisogni, Mondadori, Milano, 1981
[3]
D.Cayley, cit. p. 116. Cfr. M.Ignatieff, I
bisogni degli altri: Saggio sull’arte di essere uomini tra individualismo
e società, il Mulino, Bologna, 1986.
[4]
M.Ignatieff, cit., p. 17
[5]
I. Illich, Bisogni, cit. p. 65
[6]
cfr. M.Ignatieff, cit. cap. 1 e 2
[7]
ivi Cap. 3, pp. 77-102
[8]
ivi p. 124.
[9]
K.Marx, Il capitale, Editori riuniti ,1972 p. 47 cit. in A. Heller, la
teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 23
[10]
A.Heller, cit., p.50
[11]
D.Cayley, cit., p. 115.
[12]
D.Cayley, cit. p. 118
[13]
I.Illich, Bisogni, cit., p.65
[14]
ivi pp. 65-66.
[15]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit., p. 40
[16]
“Il termine [bisogno], così come «popolazione», «sviluppo», «povertà»
o «pianificazione», appartiene ad una categoria di parole che appartiene
ad una categoria di parole che personalmente considero neologismi
surrettizi, vecchi termini il cui significato corrente prevalente è sempre
nuovo, mentre coloro che li utilizzano hanno ancora l’impressione di dire
qualcosa che è stato sempre detto”, in I.Illich, Bisogni
p. 81
[17]
vedi sopra par. 2.1 , cfr. inoltre I.Illich, Il
genere e il sesso, cit. p. 26n
[18]
I.Illich, Bisogni, cit. p. 63.
[19]
Cfr. sopra, cap. I.
[20]
R. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani, Milano, 1981.
[21]
D.Cayley, cit. p. 140.
[22]
Cfr. R.Girard, cit. cap. I
[23]
ivi p. 16
[24]
ivi p. 17
[25]
ibidem
[26]
ivi p. 18
[27]
ibidem
[28]
ibidem
[29]
I.Illich, Lavoro-ombra, cit. p. 182
[30]
I.Illich, Per una storia dei bisogni, cit. pp. 30-34
[31]
ivi p. 55
[32]
ibidem
[33]
ivi pp. 55-59
[34]
Il «monopolo radicale» non è “il dominio di una marca o un prodotto ma
la necessità industrialmente creata di servirsi di un tipo di prodotto”
in I.Illich, La convivialità, RED,
Como, 1993 p. 74
[35]
ivi pp. 73-80
[36]
ivi p. 77
[37]
D.Cayley, cit. p. 115
[38]
M.Ignatieff, cit. p. 6
[39]
ivi p. 135
[40]
S. de Beauvoir, Il secondo sesso, il Saggiatore, Milano, 1984, citato in I.Illich, Bisogni,
cit. p. 83.
[41]
I.Illich, La convivialità, cit., p. 96
[42]
Cfr. I.Illich, Descolarizzare
la società, Mondadori, Milano, 1972 p. 23-24
[43]
I.Illich, La convivialità, cit., p. 97
[44]
ibidem
[45]
I.Illich, Per una storia dei bisogni, cit. p. 32
[46]
I.Illich, La convivialità, cit., pp. 40-41.
[47]
Ivi, p. 41-42. Accanto alla distinzione fra strumenti conviviali e
industriali Illich se ne serve
di un'altra, ossa quella fra strumento maneggiabile e strumento manipolabile.
“Lo strumento è al tempo stesso mezzo di controllo e trasformatore di
energia. La scuola è un mezzo di controllo, il veicolo un trasformatore di
energia. Come sappiamo, l'uomo dispone di due tipi energia: quella che trae
da se stesso (o energia metabolica) e quella che attinge dall'esterno.
Maneggia la prima, manipola la seconda. Perciò distinguerei anche tra lo
strumento maneggiabile e lo strumento manipolabile. Lo strumento
maneggiabile adatta l'energia metabolica a un compito specifico. È
polivalente, come la selce naturale, il martello o il temperino; o
monovalente e altamente elaborato, come il tornio del vasaio, il telaio per
tessere, la macchina per cucire a pedale o il trapano del dentista. Lo
strumento maneggiabile può raggiungere la complessità dell'organizzazione
di trasporti diretta a trarre dall'energia umana il massimo di mobilità
[…]. Lo strumento maneggiabile è conduttore di energia metabolica; vi si
applica la mano, il piede. L'energia che richiede può essere prodotta dalla
maggior parte di chi mangi o respiri. Lo strumento manipolabile è mosso,
almeno in parte dall'energia esterna. Può servire a moltiplicare l'energia
umana: sono i buoi che tirano l'aratro, ma per guidarlo occorre un uomo.
Anche un montacarichi o una sega elettrica sposano l'energia metabolica
all'energia esogena. Tuttavia lo strumento manipolabile può superare la
scala umana.”
[48]
Ivi, p. 25
[49]
Cfr. ivi p. 47
[50]
Illich intende “per conviviaità il contrario della produttività industriale[...] il
passaggio dalla produttività alla convivialità e il passaggio dalla
ripetizione della carenza alla spontaneità del dono”, in ivi, p. 26
[51]
Comunità e autonomia,
sono categorie in un certo senso complementari che Illich riprende da Weber:
“Una relazione sociale deve essere definita comunità
se, e nella misura in cui, la disposizione dell’agire sociale poggia -
nel caso singolo o in media o nel tipo puro - su una comune appartenenza
soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) degli individui che a
essa partecipano”. M.Weber, Economia
e società, Ed. di Comunità, s.l. 1995, p. 38, cfr. ivi vol. I
(“Teoria delle categorie sociologiche”), parte I, cap. I.
[52]
vedi sopra cap. 1 nota 76
[53]
ivi p. 27
[54]
ivi p. 45
[55]
Anche per quanto concerne la distinzione tra autonomia e eteronomia, Illich
riprende la distinzione fra ordinamento
autonomo e ordinamento eteronomo
formulata da Weber: “L’autonomia vuol dire che l’ordinamento del
gruppo non viene statuito - come nel caso dell’eteronomia - da individui
estranei, ma dai membri del gruppo in virtù di questa loro qualità” cfr.
M.Weber, Economia e società, cit. p. 48
[56]
I.Illich, Per una storia dei bisogni, cit. p. 69
[57]
ivi p. 84
[58]
Vedi sopra par 3.3 e par 3.4
[59]
vedi par. 3.1
[60]
R. Ciucci, La società conviviale. La profezia post –industriale di Ivan Illich,
ETS, Pisa, 1984 p. 72
[61]
Cfr. H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967 p. 23
[62]
ivi p. 27
[63]
ivi p. 32
[64]
I.Illich, Bisogni, cit., p. 82n.
[65]
A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, cit.
[66]
I.Illich, Bisogni, cit. p. 82n
[67]
A. Heller cit. p. 23
[68]
ivi p. 55-56
[69]
ivi p. 60
[70]
ivi p. 62
[71]
ivi p. 70
[72]
R.Ciucci, cit. p. 76
[73]
A.Heller, cit. p. 161
[74]
ivi p. 162
[75]
ibidem
[76]
ivi p. 162-163
[77]
ibidem