Capitolo 2. L'uomo economico
Quando
parla di homo oeconomicus tuttavia
Illich dichiara di usare il termine “nel modo in cui lo usa Louis Dumont”,
il quale “ha cercato con un commentario sui testi di Mandeville, Hobbes, Locke
e Marx di descrivere in che modo l’uomo economico si fosse imposto in
Europa”[1].
Già in un testo precedente,[2]
Dumont dicendo “che le diverse varietà di uomini distinguibili all’interno
della specie sono varietà sociali;
poi, che la varietà corrispondente alla società delle caste si caratterizza
essenzialmente per la sua sottomissione alla gerarchia come valore supremo, l’esatto contrario dell’egualitarismo
che regna, come uno dei valori cardinali, nelle nostre società di tipo
moderno”, aveva sottolineato il
contrasto gerarchia-eguaglianza. Accanto a questo, soggiacente ma di
applicazione più generale, esiste un’altro contrasto olismo-individualismo:
la
maggior parte delle società valorizza innanzitutto l’ordine, e dunque la
conformità di ogni elemento al suo ruolo nell’insieme- in breve, alla società
come un tutto unico; io chiamo questo orientamento dei valori «olismo» [...]
Altre società, e certamente la nostra, valorizzano innanzitutto l’essere
umano individuale: ai nostri occhi ogni uomo è l’incarnazione dell’intera
umanità e come tale è uguale a ogni altro uomo, e libero. Questo è quello che
chiamo «individualismo». Nella concezione olistica i bisogni dell’uomo come
tale sono ignorati o subordinati, la concezione individualistica invece ignora o
subordina i bisogni della società. Ora, tra le grandi civiltà che il mondo ha
conosciuto il tipo di società che ha predominato è quello olistico; sembra
anzi che questa sia stata la norma, con la sola eccezione della nostra civiltà
moderna e del suo tipo individualistico di società.[3]
Se,
sul piano logico l’olismo implica la gerarchia e l’individualismo implica
l’eguaglianza, quando si tratta della realtà “le società olistiche non
danno tutte lo stesso grado di rilevanza alla gerarchia, né le società
individualistiche all’eguaglianza”, anzi, trattandosi di valori generali,
inglobanti, si può dire in senso molto lato che “gerarchia e eguaglianza sono
necessariamente congiunte in qualche modo in qualsiasi sistema sociale.”[4]
All’individualismo[5]
così come è stato definito e caratteristico della società occidentale
moderna, Dumont aggiunge ulteriori aspetti fondamentali di esso riguardanti i
rapporti dell’uomo con le cose e con la ricchezza. Se nella maggioranza delle
società, ossia nelle società tradizionali “i rapporti fra gli uomini sono più
importanti e hanno un valore più alto dei valori tra gli uomini e le cose”[6],
nel tipo moderno di società invece “i rapporti fra gli uomini sono
subordinati ai rapporti fra gli uomini e le cose”[7].
Vi è per Dumont un capovolgimento in tale rapporto, e strettamente legata a
questo è la concezione della ricchezza della società moderna. Infatti, nelle
società tradizionali “la ricchezza immobiliare è nettamente distinta da
quella mobile”, in quanto ai beni fondiari e ai diritti sulla terra, che sono
innestati nell’organizzazione sociale, è legata la ricchezza derivata dal
potere sugli altri uomini, mentre la ricchezza mobile, il denaro, viene
“disprezzata come mero rapporto con le cose”[8].
Con il mondo moderno “è avvenuta una rivoluzione in tutto ciò: il legame tra
ricchezza immobiliare e potere sugli uomini è diventata pienamente autonoma non
solo in sé ma come forma superiore della ricchezza in generale, mentre la
ricchezza immobiliare ne diventava una forma inferiore, meno perfetta”[9].
Nel momento in cui si assiste al sorgere di una categoria autonoma e unificata
di ricchezza “si può tracciare una chiara distinzione tra ciò che chiamiamo
«politico» e ciò che chiamiamo «economico»”[10],
distinzione non conosciuta nelle società tradizionali.
È
questa un’idea che riporta alla dimostrazione di Polanyi sull’eccezionalità
dell’era moderna nella storia dell’umanità, dovuta alla separazione
radicale degli aspetti economici dal tessuto sociale e la loro costituzione in
ambito autonomo.[11]
La
modernità è quindi, per Dumont, come per Illich, il frutto di una
“rivoluzione nei valori che sembra proprio essersi prodotta lungo i secoli
dell’Occidente cristiano”[12] e che ha portato
all’affermarsi dell’individualismo nell’ideologia moderna.[13]
Nel
corso dei secoli si è verificata nell’Europa occidentale una trasformazione
profonda, segnalata nel modo più spettacolare dall’emergenza di nuove
categorie di pensiero, come il politico e l’economico e delle istituzioni
corrispondenti”[14].
Per Dumont si può rintracciare la genesi di tutto questo e si può vedere, che
“come la religione aveva dato alla luce il politico, così a sua volta il
politico darà alla luce l’economico”[15].
Se
nel cristianesimo l’individualismo è presente fin dalle origini, a partire
dal XIII secolo avviene un’evoluzione che “consiste in un movimento che
parte dall’individualismo-fuori-dal-mondo e va verso un
individualismo-nel-mondo (e che diventa sempre più tale), processo nel quale la
stessa comunità olistica finisce per sparire o quasi”.[16]
Attraverso un complesso processo di differenziazione “l’ambito della
religione che all’inizio è unico e ingloba ogni cosa, dà alla luce (con
l’aiuto del diritto) la categoria nuova, speciale, del politico, mentre sul
piano delle istituzioni lo Stato eredita i suoi tratti essenziali dalla Chiesa,
che esso soppianta in quanto società globale.”[17]
In questo modo la categoria del politico risulta “da ciò che, sotto l’egida
della religione e della Chiesa, costituiva l’unità dei valori ultimi si è
distaccato un quantum di valori assoluti che costituiscono un ambito autonomo.”[18]
Già
sul contributo delle opere dei canonisti e dei teologi dal XIV al XVII secolo
Schumpeter scriveva che “l’economico acquistò un’esistenza definita se
non separata”[19], ma le domande che essi
si ponevano, relative al bene pubblico, anche se vertono sull’economico,
compaiono con un legame molto debole tra di loro e non vengono trattate da un
punto di vista specifico. “Analogamente, gli autori detti mercantilisti del
XVII e XVIII secolo mescolano insieme quelli che noi chiamiamo fenomeni
economici e politici”[20],
in essi l’economia politica appare come un ramo della politica e non gode di
un ambito a se stante.
Con
Quesnay e i fisiocratici “il pensiero economico ha fatto un grande passo in
avanti”[21],
ma è con la teoria politica di Locke che si afferma il concetto di proprietà
esclusivo dell’individuo, quell’«individualismo possessivo»[22]
fondamentale per l’emancipazione dell’economico dal politico.
All’uomo come essere sociale viene giustapposto l’uomo come individuo
essenzialmente proprietario della propria persona e questa sostituzione è resa
possibile dal cristianesimo che garantisce l’individuo come essere morale,
“grazie al rapporto con Dio, il rapporto astratto tra i membri del genere
umano può essere sostituito ai legami che caratterizzano una comunità”.[23]
Con
Locke il primato assegnato alla proprietà afferma il primato del rapporto degli
uomini con le cose, segnando così una tappa fondamentale nel passaggio dall’olismo
all’individualismo, anche se ancora, in questa fase, l’economico che si è
emancipato dal politico è ancora vincolato dalla moralità. Questa ulteriore
emancipazione che realizza l’economico dal campo della morale viene
riscontrata da Dumont nell’opera di Mandeville.
Fondamentale nel suo pensiero, e successivamente in quello di Adam Smith,
è la tesi che l’egoismo (self-love: amore di sé) lavori per il bene comune,
idea espressa già nel sottotitolo della Favola
delle api: “Vizi privati, benefici pubblici”. L’alveare di Mandeville,
“specchio della società umana, vive nella corruzione e nella prosperità”[24],
ma quando ritorna la virtù “insieme al vizio spariscono attività e prosperità,
e subentrano l’inattività, la povertà e la noia, in una popolazione
fortemente ridotta.”[25] Il male, rappresentato
dai vizi quali il lusso è l’orgoglio, è quindi necessario per il benessere e
la prosperità sociale. Ma
Mandeville fa di più e allarga la funzione del male (che non è solo il male
morale delle imperfezioni, delle passioni e dei bisogni dell’uomo, ma anche il
male naturale degli ostacoli che frappone una natura intrattabile) a
fondamentale per l’esistenza stessa della società. Infatti, se “da un lato
l’uomo è socievole grazie a quelle tra le sue qualità che sono giudicate
negativamente, sia da un punto di vista morale in senso stretto, come i vizi,
sia, come i bisogni, da un punto di vista morale in senso lato che vi vede delle
imperfezioni, delle scomodità; dall’altro l’uomo è costretto a vivere in
società dal mondo esterno che crea sempre nuovi ostacoli al problema della
propria preservazione”[26].
In questo modo Mandeville scopre “che la soddisfazione dei bisogni materiali
dell’uomo è la sola ragione per la quale gli uomini vivono in società.”[27]
La prosperità materiale diventa il cuore della vita sociale, il primato dei
rapporti degli uomini con le cose (i bisogni materiali in questo caso)
è ulteriormente affermato e “si può considerare la Favola,
e specialmente il poema vero e proprio, come dedicato tutto quanto a questo
cambiamento di primato: la moralità va bene (forse) per la società piccola e
stagnante di ieri, ma non per la società grande e potente – l’economia - di
oggi. [...] Locke e Hume erano occupati dal medesimo spostamento ad altri
livelli. È chiaro che si tratta di uno degli assi principali nella transizione
dall’ideologia tradizionale all’ideologia moderna.”[28]
C’e
una continuità fondamentale tra il pensiero di Locke, Mandeville e Hume in
quanto vanno tutti verso la stessa direzione: la proprietà di Locke, la
prosperità materiale di Mandeville e l’interesse comune in Hume,
affermano “il mutamento dei valori che distingue la civiltà moderna da
tutte le altre e che corrisponde al primato della visione economica del nostro universo ideologico.”[29]
La
natura non provvede, se non in modo limitato, ai bisogni degli uomini che
tuttavia, perseguendo i loro
interessi particolari, lavorano senza saperlo per il bene comune.
È
qui che entra in gioco la “Mano invisibile” del mercato, quell’«armonia
naturale degli interessi»[30]
esposta in modo compiuto nella Ricchezza
delle nazioni di Adam Smith. Qui l’individualismo è «quasi» arrivato al
suo compimento, tanto che per Dumont, non è arbitrario considerare la
pubblicazione di quest’opera nel 1776, l’atto di nascita della categoria
dell’economico, ossia dell’economia
come ambito separato, dell’economia politica.
[31]
L’indipendenza dell’economico rispetto al politico è arrivata soltanto dopo
l’affermazione del postulato della coerenza interna dell’ambito economico, orientata verso il bene comune. Così
con la teoria del valore-lavoro esposta in quest’opera, l’individuo
nel rapporto attivo con la natura, ossia con il suo lavoro, diventa il
creatore di ricchezza, di valore.
“Questo
rapporto naturale dell’uomo singolo con le cose si rispecchia in qualche modo
nello scambio egoistico tra gli uomini, che pur restando un surrogato del lavoro
gli impone la sua legge e ne permette il progresso. Come nella proprietà in
Locke, è il singolo individuo che viene esaltato, l’uomo egoista che effettua
scambi, oltre che lavorare, il quale nella sua fatica, nel suo interesse e nel
suo guadagno, lavora per il bene comune, per la ricchezza delle nazioni”.[32]
Con
Adam Smith nasce il liberalismo economico ma se “comunemente forse è il
liberalismo economico a essere considerato il culmine dell’ideologia economica
[ e quindi dell’individualismo]. in esso permane un limite: l’homo
oeconomicus non subordina gli altri aspetti dell’uomo, né ha l’ambizione
dell’uomo di Marx”.[33]
È
con Marx, infatti secondo Dumont, che l’individualismo arriva alla sua
apoteosi, e “il punto di vista economico non si limita più a fiorire in
quanto attività specialistica ma si impadronisce della sociologia, della storia
e della politica”.[34] Nonostante il suo
pensiero, nel suo aspetto comunista e collettivista, appaia centrato sulla
totalità sociale, “Marx è essenzialmente individualista”[35],
egli non sarebbe uno dei fondatori della sociologia bensì “un economista che
fa della sociologia”.[36]
Il
voto rivoluzionario del giovane
Marx, che al fine di riconciliare e unire il pensiero e l’azione, s’impegna
per l’emancipazione dell’uomo con la parola d’ordine “l’uomo è
l’essere supremo per l’uomo”[37],
dimostra già, prima dell’incontro con l’economia politica, la sua visione
individualistica.
La
classe con le «catene radicali» è solo la condizione necessaria
dell’emancipazione assoluta di tutti gli uomini, o meglio dell’emancipazione
dell’Uomo in astratto, dell’Uomo, quindi, come essere autosufficiente e
incarnazione del valore supremo, dell’Uomo come Individuo nel senso compiuto, moderno del termine. Inoltre, la
persona che pronuncia questo voto, lo fa evidentemente in quanto Individuo,
come essere indipendente il cui valore supremo è precisamente l’Individuo,
l’Uomo liberato dalle sue catene, purgato da ogni dipendenza.[38]
Anche
nella «concezione materialistica della storia», esposta nell’Ideologia
tedesca, il rapporto dell’uomo con la natura, ossia la produzione, riceve
il primato rispetto ai rapporti tra gli uomini, cioè la società. Se, tuttavia
in quest’opera compare qualche riferimento alla società, o meglio alla
comunità nel senso olistico come lo intende Dumont, e all’uomo come essere
essenzialmente sociale, esso viene abbandonato da Marx, in quanto nel suo
progetto è «l’imperativo dell’emancipazione» a orientare la totalità
della sua indagine.
Nella
realizzazione di questo disegno, è indubbio che la prospettiva economica della
società e della storia abbia servito potentemente a sostenere un orientamento
puramente individualistico, malgrado il riferimento, fatto a denti stretti e
presto dimenticato, alla società, alla lingua e alla coscienza in quanto
radicata nella società.[39]
Successivamente,
nel momento in cui Marx si volge all’economia politica, trova un punto di
vista molto vicino al suo tanto che:
non
c’è da stupirsi che Marx abbia trovato la teoria economica indispensabile
come fornitrice di una dimostrazione scientifica di ciò che per lui era stato
fino ad allora una norma etica. Quello che retrospettivamente appare
straordinario è piuttosto quanto poco Marx abbia dovuto cambiare nei postulati
operativi dei fondatori: ha potuto costruire sulle fondamenta di Ricardo, non ha
avuto bisogno di rifiutarle. [...e ciò perché] più che una questione di verità
scientifica, è una questione di consenso generale sui valori nel mondo esterno;
detto in altre parole, il fatto è che Marx resta all’interno dei presupposti
fondamentali dell’ideologia moderna a proposito della teoria del
valore-lavoro.[40]
Come
in Smith e in Ricardo, nello stesso Marx la teoria del valore-lavoro ha alla
radice la valorizzazione dell’uomo come individuo, e anche la ricerca
dell’essenza dei fenomeni economici in una sostanza (ricchezza, produzione,
lavoro) è ideologicamente in accordo con la valorizzazione individualistica. La
produzione, essendo il rapporto dell’uomo con la natura in quanto rapporto
predominante, «è cosa dell’individuo».
Nelle
opere della maturità,[41]
in Marx, che pure ha individuato la discontinuità radicale tra il mondo moderno
e borghese, e il mondo che lo aveva preceduto, “le sue percezioni sono rimaste
limitate e non si sono sviluppate teoricamente perché la sua teoria era invece
incentrata sulla continuità tra i due periodi”[42].
Egli “ non ha utilizzato appieno la sua chiara percezione del contrasto
tra la natura e le cose da un lato, e gli uomini come oggetti dei rapporti umani
dall’altro”[43],
in quanto questa condurrebbe alla sostituzione di una forma di dipendenza con
un’altra, alla dipendenza indiretta materiale della società borghese
significherebbe sollecitare l’antica dipendenza diretta tra gli uomini nella
sua forma più arbitraria, ma “la rivoluzione proletaria deve non soltanto
rovesciare la società borghese, ma insieme porre fine alla «preistoria» umana
in generale”.[44]
Nonostante
le sue «appercezioni sociologiche» e i suoi richiami all’olismo, il pensiero
di Marx rimane essenzialmente e profondamente individualista nel momento in cui
i bisogni, il lavoro, la produzione appartengono tutti all’economia e quindi
al rapporto del singolo individuo con la natura.
Il
rapporto degli uomini con le cose ( che sia la proprietà, che siano i bisogni
materiali e infine le merci) ha il primato assoluto nel momento in cui, nella
natura, vista come limitata e limitante i bisogni umani fondamentali, iniziano a
venir percepite le condizioni di scarsità universale.[45]
In questo modo le culture si trasformano in economie, i beni diventati valori, e
dunque merci, accompagnano lo sradicamento dell’individuo particolare dal
contesto culturale in cui stava inserito. L’eguaglianza non viene riferita
alla dignità e qualità di una persona, bensì stabilita per mezzo del rapporto della persona con le cose, basata sul
comune riconoscimento dei bisogni di base di ogni uomo.[46]
Un
solido fondamento all’intuizione che il tratto comune essenziale
dell’individuo, base di tutto il pensiero democratico moderno, è il suo
carattere possessivo, viene data secondo Illich, da C. B. Macpherson[47].
Egli dimostra che tutti gli individualismi del XIX e del XX secolo si fondano
sul valore supremo dell’individuo libero, autoaffermantesi e possessivo, nella
misura in cui si considera la libertà un possesso, e precisamente una
liberazione da qualsiasi rapporto non economico con gli altri.
L’individualismo
del diciassettesimo secolo rimane di fondamentale importanza per tutta la
tradizione liberal-democratica successiva, sia che gli si rimproveri di aver
indebolito la tradizione cristiana della legge naturale, sia che gli si
riconosca il merito di aver aperto nuovi orizzonti di libertà e progresso. Come
posizione filosofica di fondo, esso, risale almeno ad Hobbes in cui compaiono
assunti profondamente individualistici anche se non giunge a soluzioni particolarmente liberali, tuttavia, i
successivi tentativi di lotta per il raggiungimento di uno stato liberale
rimangono legati all’affermazione dei diritti dell’individuo così come
concepiti da Hobbes stesso, e la stessa dottrina utilitaristica dell’ottocento
“è in fondo una riformulazione dei principi individualistici che furono
elaborati nel seicento. Bentham ha costruito su Hobbes”[48].
Macpherson
con il suo studio sostiene che, originario dell’individualismo del
diciassettesimo secolo è il suo aspetto possessivo e che da questo scaturiscono
le radici delle difficoltà di una giustificazione della teoria
liberal-democratica.
L’aspetto
possessivo si trova in una concezione dell’individuo inteso essenzialmente
come proprietario della propria persona o delle proprie capacità, per le quali
nulla deve alla società. L’individuo non viene inteso né come un tutto
morale, né come una parte di un tutto sociale, ma come proprietario di se
stesso. L’essenza dell’uomo consiste nel non dipendere dalla volontà
altrui, e la libertà è funzione di ciò che si possiede. La società diventa
così una massa di individui liberi e uguali, in rapporto fra loro in quanto
proprietari delle proprie capacità, e di ciò che hanno acquisito mettendole a
frutto. La società consiste di relazioni di scambio tra proprietari. La società
politica diventa un meccanismo progettato al fine di difendere questa proprietà
e di mantenere un’ordinata relazione di scambio.
Se
non si può dire che le concezioni di libertà, diritto, obbligazione, e
giustizia del secolo diciassettesimo siano tutte derivate per intero da questo
concetto di possesso, si può tuttavia dimostrare, per Macpherson, che esse ne
furono fortemente condizionate, e si può constatare come gli assunti possessivi
corrispondono sostanzialmente ai rapporti effettivi di una società dominata dal
mercato.[49]
Gli
assunti che compendiano l’individualismo possessivo che scaturiscono nel
diciassettesimo secolo per Macpherson si possono sintetizzare nelle seguenti
sette proposizioni:
1.
Ciò che rende umano un uomo è l’essere libero dalla dipendenza delle
volontà altrui.
2.
Libertà da tale dipendenza significa libertà da qualsiasi relazione con
gli altri, tranne quelle che l’individuo intraprende nella prospettiva del
proprio interesse.
3.
L’individuo è essenzialmente proprietario della propria persona e
delle proprie capacità, per le quali non deve niente alla società.
4.
Benché l’individuo non possa alienare in modo totale la proprietà
della propria persona, può tuttavia alienare la propria capacità lavorativa.
5.
La società umana consiste in una serie di relazioni mercantili.
6.
Poiché la libertà dalle volontà altrui è ciò che rende umano un
uomo, la libertà di ogni individuo può essere legittimamente limitata solo
dagli obblighi e dalle forme che sono necessari per assicurare agli altri la
stessa libertà.
7.
La società politica è un’invenzione dell’uomo per la tutela della
libertà individuale della propria persona e dei beni e, quindi, per il
mantenimento di relazioni di scambio disciplinate tra gli individui, considerati
come proprietari di se stessi.[50]
Questi
assunti in diverse forme sono presenti nelle teorie di Hobbes e Locke e in cui
è presente un modello di società che corrisponde a un modello di società
mercantile sviluppata, e anche se non riescono a fornire una giustificazione
alla teoria liberal-democratica per il mutamento delle società mercantili
possessive dovuto all’emergere della classe operaia come struttura politica
distinta, i principi dell’individualismo possessivo “secondo cui l’uomo è
libero e umano in virtù della condizione di proprietario esclusivo della
propria persona e la società umana è sostanzialmente una serie di relazioni
mercantili [....] corrispondono ancora alla nostra società”[51].
Illich
sottolinea che soltanto attraverso questo suo carattere possessivo l’individuo
contemporaneo “può adeguarsi al presupposto della scarsità su cui non può
che basarsi l’economia politica”[52].
Se per Illich “la percezione dell’ego come essere umano e l’esigenza che
le istituzioni si adeguino ai suoi bisogni egualitari umani costituiscono una
rottura con tutte le forme premoderne di autoconsapevolezza”[53],
tuttavia, le caratteristiche precise di questa discontinuità radicale della
consapevolezza sono ancora oggetto di dibattito.
Le
posizioni di tale dibattito vengono analizzate da M. Sahlins quando sviluppa
“una critica antropologica dell’idea che le culture umane siano
un’espressione dell’attività pratica e, al di là di questa,
dell’interesse utilitario”[54].
La
storia dell’antropologia(e delle scienze sociali in genere) è attraversata
dall’opposizione tra due paradigmi: uno che
insiste sulla dipendenza della cultura da determinazioni pratiche,
utilitarie ed ecologiche(a partire da Morgan e Malinowski), e un altro che
sottolinea invece la funzione simbolica della cultura(da Boas e Radcliffe-Brown)[55],
in
questo annoso contrasto tra utilitarismo e spiegazione in termini di cultura, le
alternative possono essere espresse in linea di massima in questo modo: per il
primo indirizzo, l’ordinamento culturale va inteso come la codificazione
dell’azione concreta, intenzionale e programmatica dell’uomo; per l’altro,
viceversa, l’azione umana nel mondo è da vedere come mediata da un progetto
culturale, che dà ordine all’esperienza pratica, al comportamento
consuetudinario e insieme ai rapporti tra loro.[56]
Contro
vari generi e specie di ragione pratica, Sahlins propone una ragione di tipo,
“simbolico e significante, identificando il carattere distintivo dell’uomo
non col fatto di vivere in un mondo materiale (circostanza comune a tutti gli
altri organismi), ma che lo fa secondo uno schema significante di sua
invenzione; in tale attitudine il genere umano non ha uguali”, inoltre
“riconosce nella qualità decisiva della cultura – e cioè
nell’attribuzione a ogni modo di vita di proprietà che lo caratterizzano –
non l’inevitabile adeguamento alle necessità materiali, ma il fatto che la
cultura si adatta secondo uno schema simbolico che non è mai il solo possibile.
È quindi la cultura a fondare l’utilità”.[57]
Esplicitando
la controversia tra ragione pratica e ragione
culturale, e prendendo posizione in favore della seconda, Sahlins sottopone
a critica il «materialismo storico» che con l’antropologia utilitaristica
condivide un’epistemologia presimbolica del rapporto soggetto-oggetto e una
nozione strumentale della cultura
che si orienta verso un progetto naturale e materiale di soddisfacimento dei
bisogni. Presupponendo la logica strumentale sulla logica simbolica, il
materialismo storico si preclude sia la comprensione delle società
tradizionali, sia la dimensione significante della produzione capitalistica di
merci tipica della società borghese.[58]
Anche
per Sahlins, l’uomo di Marx è homo
oeconomicus anche se di una varietà particolare, “la visione di Marx
della condizione umana nei Manoscritti
di Parigi somiglia a una «mentalità di mercato» spiritualizzata, che combina
i bisogni umani (di autoaffermazione), le scarsità naturali (di mezzi
oggettivi) e la progressiva liberazione dell’uomo da questa triste condizione
per mezzo dell’azione finalizzata – il suo progressivo arricchimento
mediante l’uso sempre più efficace del suo potere di appropriazione e
dell’attività di scambio con altri uomini”[59].
Il suo pensiero appare comunque «utilitaristico e razionalista», e anche se
non definì con precisione la «natura
del vantaggio materiale tipico dell’azione umana», “la natura della
razionalità economica appare nell’analisi storica di Marx come evidente di
per sé, come qualcosa che deriva direttamente dalla necessità naturale della
produzione. [...] Tutto dipende dalla razionalità della produzione
, dall’efficacia strumentale del processo lavorativo. Infatti in questa forma
devono costituirsi le condizioni materiali al di là della volontà degli
uomini, e sull’esperienza pratica di quelle essi costruiscono la loro
esistenza sociale e intellettuale”[60]. Ma
per Sahlins è proprio questo il problema del materialismo storico e di
tutte le teorie naturalistiche della cultura, il fatto che “esso ammette
l’interesse pratico come condizione intrinseca e autoesplicantesi, interna
alla produzione e quindi inevitabile nella cultura”.[61]
I
principi utilitaristici dell’interesse pratico elaborati dalla teoria
economica e poi applicati a tutti i campi dell’azione sociale, conducono
all’illusione che la società occidentale sia unica nel costruire le sue
istituzioni su base prammatica, ma Sahlins dimostra che in essa la “produzione
di beni è nello stesso tempo il modo principale di produzione e trasmissione
simbolica”[62].
Quindi paragonandola ad altre società asserisce che:
La
peculiarità della cultura occidentale sta nell’istituzionalizzazione del
processo nella produzione di e come produzione di beni, in confronto a un mondo
primitivo in cui il luogo della differenziazione simbolica coincide con i
rapporti sociali, soprattutto con i rapporti di parentela, e in cui le altre
sfere di attività sono ordinate dalle distinzione operative della parentela.[63]
E
può in questo modo concludere che:
Ciò
che alla fine distingue la civiltà occidentale è il modo di produzione
simbolica, questo travestimento da Prodotto Nazionale Lordo del processo con cui
si crea valore simbolico. Ma una simile istituzionalizzazione del processo
simbolico non fa che renderlo più elaborato, e al tempo stesso meno soggetto a
controllo e più pericoloso. Più elaborato perché incoraggia tutte le capacità
umane di manipolazione simbolica all’interno di un singolo ordine sociale,
producendo così un’enorme crescita culturale. Più pericoloso, perché
nell’interesse di questa crescita esso non esita a distruggere qualunque altra
forma di umanità la cui differenza con noi consiste nell’aver scoperto non
solo altri codici di esistenza, ma anche modi di raggiungere un fine che ancora
ci sfugge: la padronanza da parte della società dei mezzi con cui la società
padroneggia la natura.[64]
In
accordo con Sahlins e Dumont, e in aperta polemica antimarxista, Illich sostiene
che alla radice della trasformazione della natura umana che mira al dominio
sulla natura non vi è «l’ascesa del capitalismo»; ciò significa
“scambiare il sintomo con la malattia” e afferma che “la radice del
capovolgimento è molto più profonda. è, naturalmente, di natura simbolica,
religiosa.”[65]
Ma se non ha nulla da obiettare a Sahlins nel vedere che “la differenza tra
ieri e oggi sta in un modo di produzione simbolica” tuttavia
Illich aggiunge a questa un’altra «rottura fondamentale», ovvero che,
la discontinuità profonda tra le forme di esistenza passate e
l’individualismo occidentale, consiste nella «scomparsa del genere».
Nel
processo di trasformazione della condizione umana che conduce all’affermazione
dell’homo oeconomicus un’ulteriore
aspetto, di fondamentale importanza per la critica illichiana, è rappresentato
dal «passaggio dal dominio del genere a quello del sesso».
Illich
contrappone il regime della scarsità al regno del genere, e sostiene che una
delle condizioni decisive dell’ascesa del capitalismo e di un modo di vivere
dipendente da merci prodotte industrialmente sia la «scomparsa del genere
vernacolare», e per far ciò deve adottare il termine «genere» in
un’accezione particolare, in modo da far emergere una dualità “troppo
evidente in passato perché fosse necessario darle un nome, e oggi talmente
lontana da noi da farla spesso confondere con il sesso”.[66]
In questo senso:
Il
genere distingue i luoghi, i tempi, gli utensili, i compiti, i modi di parlare,
i gesti e le percezioni associati agli uomini da quelli associati alle donne.
Questa modalità associativa costituisce il genere sociale, perché è propria di un periodo e di un luogo. Io la
chiamo genere vernacolare, perché questo insieme di associazioni caratterizza
una popolazione tradizionale (in latino, una gens)
tanto quanto il suo parlato vernacolare.[...] Intendo per «sesso» il risultato
di una polarizzazione di quelle caratteristiche comuni che, a partire dal tardo
Settecento, si attribuirono a tutti gli esseri umani. A differenza del genere
vernacolare, che rispecchia sempre un’associazione tra una cultura duale,
locale e materiale e gli uomini e le donne che subiscono la sua influenza, il sesso
sociale è «cattolico» (nel senso di universale); polarizza le forze del
lavoro, la libido, la personalità o l’intelligenza degli esseri umani e
consegue a una diagnosi (in greco «discriminazione») delle deviazioni rispetto
alla norma astratta e neutra dell’«umano».[67]
Le
considerazioni di Illich su questo aspetto prendono le mosse dal carattere
discriminatorio e sessista del lavoro di tipo industriale. “Non conosco società
industriale in cui le donne siano economicamente eguali agli uomini”. Una
società industriale non può esistere, per Illich, senza il presupposto unisex
che entrambi i sessi siano fatti per lo stesso lavoro, percepiscano la stessa
realtà e abbiano gli stessi bisogni. Le istituzioni economiche si basano sul
presupposto della scarsità di valori neutri, ugualmente necessari per individui
neutri in competizione tra di loro.[68]
Da un esame dei diversi settori in cui Illich suddivide l’economia moderna[69],
emerge, in modi differenti, una triplice discriminazione nei confronti delle
donne, tipica dell’economia industriale, e dimostrata da una notevole
letteratura femminista sulla questione. Le origini di queste discriminazioni
sono individuate nella nascita del lavoro moderno suddiviso in lavoro salariato
(produttivo nella terminologia
economica) e lavoro domestico (riproduttivo)
che rappresenta, per Illich, l’esempio più evidente di quello che definisce
«lavoro ombra»[70].
Ma
“fuori dalle società industriali, il lavoro unisex, quando c’è, è una
rara eccezione”. Nelle società
tradizionali in cui vige un’economia di sussistenza sono poche le cose che
possono fare sia le donne che gli uomini. Tra i generi nelle culture non
economiche è ravvisata una complementarietà, nozione che Illich riprende esplicitamente dalla
fisica moderna, e che considera di fondamentale importanza la sua applicazione
alle scienze sociali per il superamento dell’approccio «sessista» che si
fonda sull’utilizzo di categorie «neutre».[71]
Il
genere è qualcosa di diverso dal sesso e di assai più ampio. Esprime una
polarità sociale che è fondamentale e che non può essere la stessa in due
luoghi diversi. Ciò che un uomo
non può fare o deve fare cambia da una valle all’altra. Ma questo sfugge
all'antropologo sociale, la cui terminologia è una maschera unisex che copre
una realtà a due facce. Ciò che Bohr e Heisenberg hanno fatto per
l'epistemologia della fisica non è ancora avvenuto nelle scienze sociali. Che
la luce corrisponda ai paradigmi sia della particella sia dell'onda, che nessuna
delle due teorie possa trasmetterne da sola la complessa realtà e che non
esista una struttura più ampia che ci permetta di coglierla più chiaramente
sono oggi verità a tutti note. Ma che un approccio simile sia necessario per
quasi tutti i concetti delle scienze sociali è per molti ancora una novità.[72]
La
complementarietà dei generi è insieme «asimmetrica e ambigua» e le scienze
sociali, riducendo ogni interazione allo scambio,
gettano le basi per un’analisi di
tipo economico dei rapporti tra uomini e donne, ed è in questo senso che Illich
parla di «sesso economico».[73]
Tuttavia la complementarità di genere è di fatto inesprimibile, e l’unico
discorso su di essa può essere quello metaforico.[74]
Ulteriori
ostacoli alla comprensione del genere sono ravvisati nell’approccio «sociobiologico»[75] e nella teoria
sociologica del «ruolo».[76]
Quest’ultima in particolare tende
a camuffare quella che è la realtà del genere in quanto presuppone già l’
esistenza di un individuo neutro, di un «essere umano» a cui viene attribuito
un «ruolo sessuale».
L’analisi
di una cultura «vernacolare» non
industriale permette a Illich di dimostrare l’esistenza del genere. Il campo
privilegiato nella ricerca del genere è costituito dall’associazione
tra il genere e gli utensili, in quanto permette di vedere come gli
stessi utensili sono intrinseci ai
rapporti sociali e dimostrano la complementarietà dei generi:
Ogni persona si mette in relazione con la società tramite le azioni
e gli utensili di cui si è efficacemente impadronita per compiere queste
azioni. Nella misura in cui essa s’impadronisce attivamente dei propri
utensili, la loro forma determina l’immagine che la persona si fa di se
stessa. In tutte le società preindustriali, a un insieme di compiti riservati a
un genere corrisponde un insieme di utensili egualmente specifici. Persino
quelli destinati a un uso comune possono essere toccati solo da una metà della
popolazione. Afferrando e adoperando un utensile, ci si mette anzitutto n
rapporto con il genere cui esso è riservato. Ne consegue che le relazioni tra i
generi sono principalmente sociali. La separazione degli utensili determina la
complementarietà materiale della vita.[77]
Oltre
che negli strumenti, la complementarità asimmetrica e ambigua dei generi
è ravvisata in tutti gli elementi materiali della cultura vernacolare, e dalla
divisione dei compiti alle attività commerciali e artigianali in una società
premonetaria, la distinzione dei generi e sempre rintracciabile.[78]
Allo stesso modo, tale complementarietà, è presente nei contesti
spazio-temporali i cui si muovono uomini e donne
e quindi anche nella stesso ambiente «vernacolare».“Lo spazio
occupato dagli uomini è considerato di natura diversa
di quello destinato alle donne; ogni tipo di spazio richiede il movimento
e i ritmi temporali corrispondenti”.[79]
Infine è lo stesso universo simbolico che è caratterizzato dall’asimmetria
del genere, in quanto “l’estensione, la prospettiva, la coloritura e gli
oggetti che le donne vedono e recepiscono sono differenti da ciò che vedono e
recepiscono gli uomini”.[80]
Le
società precapitalistiche sono basate sul genere e il passaggio al capitalismo
coincide antropologicamente con il passaggio dal regno del genere al regime del
sesso in cui uomini e donne diventano entrambi «esseri umani», soggetti neutri
e produttori individuali.
Con il XVII secolo - o [...] con certe idee religiose del XII secolo - l’essere
umano, il sé, l’'individuale, sono diventati il modello del nostro pensiero. E
di conseguenza è emerso un modo completamente nuovo di vedere l’altro: è un
altro con la pelle nera; il “dentro” post-cartesiano è una zona speciale
inscritta all’interno di uno spazio generale; gli individui che parlano
inglese sono un gruppo speciale di un’umanità dove altri parlano francese o
tedesco; io sono un tipo di essere umano che dal punto di vista fisico è
costruito in modo diverso dagli altri: tu sei biondo, io sono bruno, tu sei
donna, io sono uomo. Questa perdita dell’idea di alterità ha portato il
collasso di ciò che, per quanto ho potuto vedere finora, è costitutivo di
tutto il linguaggio, la cultura e il pensiero tradizionali. La tensione tra le
complementarità asimmetriche si è dissolta in una astratta nozione a priori,
che di conseguenza trova distinzioni accidentali”.[81]
Come
il genere e il sesso la scarsità è un fatto storico che poteva derivare
soltanto dal presupposto che l’uomo
è individualista, possessivo e, quando si tratta della sua sopravvivenza
materiale, privo di genere «un rapace neutrum oeconomicum» dice Illich. Tutte
le istituzioni, dal matrimonio alla scuola, incarnano questo presupposto, il
soggetto della storia è trasformato: “esso non è più la gens o i lares che
designavano la complementarità ambigua e asimmetrica di un insieme di donne o
di uomini in grado di fissarsi i propri limiti; ma è diventato una costruzione
ideologica modellata in un falso «noi» ,
come la classe, la nazione, la società anonima o la coppia associata.”[82]
[1]
D.Cayley, cit. p. 139. Illich si riferisce all’opera di L.Dumont,
Homo aequalis 1. Genesi e trionfo dell’ideologia economica, Adelphi,
Milano, 1984 (ed. orig. 1977). Illich rinvia più volte all’opera di
Dumont come fondamentale per il riconoscimento della discontinuità radicale
che caratterizza l’individuo «occidentale» moderno. Evidenzieremo,
quindi, le tappe fondamentali con cui il sociologo francese
rintraccia la genesi di tale individuo.
[2]
L. Dumont, Homo hierarchicus, il sistema delle caste e delle sue implicazioni,
Adelphi, Milano, 1991 (ed. orig. 1966).
[3]
L.Dumont, Homo aequalis, cit. p. 18
[4]
ivi p. 19
[5]
Necessaria nello studio di Dumont è la differenziazione del termine «individuo»
che non si opera abitualmente tra “1) il soggetto empirico della parola, del pensiero, della volontà, campione
indivisibile della specie umana, quale s’incontra in tutte le società; 2)
l’essere morale, indipendente,
autonomo e dunque (essenzialmente) non sociale, quale s’incontra
innanzitutto nella nostra ideologia moderna dell’uomo e della società”,
ivi p. 24, l’uso che ne farà Dumont è sempre nel senso 2, utilizzando
invece «l’uomo particolare» o «l’agente umano particolare» nel caso
del senso 1.
[6]
ivi p. 20
[7]
ibidem
[8]
ibidem
[9]
ivi p. 21
[10]
ibidem
[11]
ivi p. 21. Cfr. Polanyi, La grande
trasformazione, cit.. Dumont propone il suo studio come una visione più
ampia del lavoro di Polanyi, fondando al tempo stesso il suo contrasto
olismo-individualismo sulla
linea della tradizione sociologica in cui Maine distingue tra «statuto»
e «contratto», e Tonnies tra «Gemeinschaft»
e «Gesellschaft». Cfr. ivi p. 22
[12]
ivi p. 22
[13]
Dumont definisce «ideologia» “l’insieme delle idee e dei valori comuni
in una società. Poiché nel mondo moderno esiste un insieme di idee e di
valori comune a numerose società, paesi o nazioni, parleremo di una
ideologia moderna in contrapposizione con l’ideologia di una determinata
società tradizionale [...] l’ideologia in generale è abbastanza simile a
ciò che l’antropologia americana chiama cultura”, ivi p. 23.
Successivamente parla dell’ideologia come “un insieme sociale di
rappresentazioni. [...] Che una rappresentazione particolare entro questo
insieme sia giudicata vera o falsa, razionale o tradizionale, scientifica o
no, non ha nulla a che vedere con la natura sociale della cosa. [...]
bisogna guardarsi qui da una tendenza scientista assai diffusa che offusca
il problema del rapporto tra le attività scientifiche specializzate, così
sviluppate intorno a noi, e le forme generali della coscienza. Nessuna
ideologia nella sua totalità può venir detta vera o falsa, perché nessuna
forma di coscienza è mai completa, definitiva o assoluta.” In ivi p. 36
[14]
Ivi p. 32
[15]
ivi p. 34
[16]
ivi p. 33
[17]
ibidem
[18]
ibidem
[19]
ivi pp. 55-56. La citazione è tratta da J. A. Schumpeter, Storia
dell’analisi economica, Torino, 1959-1960.
[20]
Ivi p. 56
[21]
ivi P. 65
[22]
vedi par. 2.2
[23]
ivi p. 105
[24]
ivi p. 111
[25]
ibidem
[26]
ivi p. 114
[27]
ivi p. 115
[28]
ivi p. 127
[29]
ivi p. 133
[30]
ivi p. 61. Dumont cita un espressione di E. Halévy, La
formation du radicalisme philosophique, Paris, 1901-1904.
[31]
Cfr. ivi p. 55
[32]
ivi p. 156
[33]
ivi p. 50. Il riferimento è a Polanyi.
[34]
ivi p. 175
[35]
ivi p. 178
[36]
ibidem
[37]
rif. all’”Introduzione alla critica della filosofia del diritto” di Hegel
[38]
ivi p. 185
[39]
ivi p. 221
[40]
ivi p. 225
[41]
ci si riferisce a Il Manifesto, a il Capitale e
ai Grundrisse. Dumont cerca di
rintracciare “anche se in modo sommario e imperfetto” lo schema
evoluzionistico e dialettico sotteso alla dottrina di Marx e vede cosi che:
“il quadro globale della Storia consiste in tre tappe fondamentali. Tesi:
la comunità primitiva: i rapporti sociali sono in sé soddisfacenti, ma lo
stato non sviluppato dei rapporti con la natura impone, nella società
stessa e nella cultura in generale (religione), forme di schiavitù.
Antitesi (di cui la società borghese rappresenta il culmine): sviluppo del
potere naturale dell’uomo, al prezzo della sua soggezione sociale della
divisione del lavoro, dell’alienazione, ecc. Sintesi: sulla base di
un’accresciuta produttività, i rapporti sociali vengono rimodellati su
una base umana, trasparente; l’aspetto comunitario della prima tappa viene
reinstaurato e si conserva al tempo stesso l’individuo moderno, purgato
solo dei suoi aspetti negativi. [...] La parola d’ordine è: emancipare
l’uomo. La tendenza essenziale mira probabilmente alla fine di ogni
subordinazione e di ogni trascendenza; in breve di ogni asservimento. Nella
prima tappa l’uomo era schiavo nei confronti della natura; nella seconda
la società diventa potente contro la natura, ma l’asservimento è tra
uomo e uomo; la terza tappa deve abolire quest’ultima forma di
asservimento, mentre la prima forma non potrà reimporsi a causa dello
sviluppo della produttività”. Ivi p. 264-265
[42]
Ivi p. 270
[43]
Ivi p. 267
[44]
Ivi p. 269
[45]
I.Illich, Il genere e il sesso, cit. p. 26n
[46]
Cfr., I.Illich, Nello specchio del passato, cit. p. 40
[47]
I. Illich, Il genere e il sesso, cit p. 26, cfr. C. B. Macpherson, Liberta
e proprietà alle origini del pensiero borghese, Milano, ISEDI, 1973, e La
vita e i tempi della democrazia liberale, Milano, Il Saggiatore, 1980
[48]
C. B. Macpherson, Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese, cit. p. 26
[49]
cfr. ivi p. 27
[50]
ivi pp. 297-298
[51]
ivi p. 304
[52]
I. Illich, Il genere e il sesso, cit. p. 27n
[53]
Illich, Il genere e il sesso cit. pp. 25-26
[54]
M. Sahlins, Cultura e utilità, Milano, Anabasi, 1994, p. 7
[55]
Cfr. ivi cap. 2, pp. 68-141
[56]
ivi pp. 68-69
[57]
ivi p. 8, corsivo nostro
[58]
Cfr. ivi cap. 3 pp. 142-183
[59]
Ivi pp. 179-180. Cfr. su questo punto sopra par. 2.1, inoltre L.Dumont, Homo
aequalis, cit.
[60]
Ivi p. 182
[61]
Ivi p. 225
[62]
ivi p. 230
[63]
Ivi p. 231
[64]
Ivi p. 241
[65]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit., p. 129
[66]
I.Illich, Il genere e il sesso, cit. p.18
[67]
ibidem.
[68]
Cfr. ivi cap. I
[69]
cfr. ivi cap. II. Illich distingue tra l’economia
documentata (quella ufficiale), l’economia
non documentata (o informale o sommersa), e il «lavoro-ombra».
[70]
vedi sopra par. 1.5
[71]
“La scienza è doppiamente sessista. È un’attività dominata dai maschi
e si fonda su categorie neutre. [...] Il primo tipo di sessismo lo chiamerei
morale e lo attribuirei alla mentalità individuale e collettiva degli
scienziati.[...] Il secondo tipo di sessismo, più fondamentale, io lo
chiamo sessismo epistemologico. Esso estrae dal genere – maschile e
femminile – i concetti e i metodi della scienza ufficiale. Ciò è
implicito in ogni discorso scientifico che confonde genere e sesso, nonché
nel linguaggio quotidiano quando la conversazione è dominata da una trama
di «parole chiave»” ivi p. 98n. Vedi cap. I n. 57
[72]
Ivi, p. 95.
[73]
Cfr. ivi cap. III. “La complementarità dei generi è insieme asimmetrica
e ambigua. L’asimmetria comporta una sproporzione di dimensioni o di
valore o di potenza o di peso; l’ambiguità no. L’asimmetria denota una
posizione; l’ambiguità il fatto che i due generi non combaciano
precisamente.[...] io qui intendo contrapporre la complementarità che è
alla base dei rapporti tra i generi al processo di scambio tra soci formali.
La prima tende, idealmente, a «rapporti sussistenti» cioè a significati
legati metaforicamente e non antiteticamente. Lo scambio comporta invece un
rapporto tra attori sociali e un vincolo comune indipendente dallo scambio
stesso. Lo scambio porta i partner a un accoppiamento sempre più chiaro (omogeneità anziché ambiguità),
la cui asimmetria tende di conseguenza alla gerarchia
e alla dipendenza. Dove è lo
scambio a strutturare i rapporti, è un denominatore comune che definisce le
posizioni reciproche. Dove è invece l’ambiguità a costituire le due
identità che mette in rapporto, si generano incongruità parziali tra
uomini e donne, neutralizzando qualsiasi tendenza alla gerarchia e alla
dipendenza. ” ivi p. 102n
[74]
Cfr. ivi pp. 100-101
[75]
Cfr. ivi p. 103-107 “La tesi di tutti i sociobiologi è una sola. [...] Il
ragionamento è questo: già tra i primati la femmina si adatta al maschio.
Gli uomini primitivi dominano le loro donne, l’alta cultura
istituzionalizza questo predominio, ed è quindi scientificamente legittimo
ipotizzare che si debba ai geni la regolarità di questo schema della
preminenza degli uomini e della soggezione delle donne. Il predominio
genetico giustifica i ruoli sessuali di ieri e di oggi.”
[76]
“«Ruolo» è un concetto mediante il quale [...] la sociologia collega
l’ordine sociale ai comportamenti caratteristici degli individui che lo
compongono. [..] l’uso del ruolo come categoria nelle scienze sociali
preclude la possibilità di introdurre il genere nel dibattito. Il genere
mette in rapporto tra loro due persone che sono più profondamente altre
di quanto possano esserlo due individui che coprono un ruolo”. Ivi p. 108
[77]
ivi p. 120.
[78]
cfr. ivi cap. IV.
[79]
ivi p. 140n. Cfr. cap. V.
[80]
ivi p. 165n.
[81]
D.Cayley,. cit., p. 134-135.
[82]
I.Illich, Il genere e sesso, cit. pp. 228-229