Capitolo 1. Il presupposto della scarsità
1.1
L’uomo economico nelle società occidentali
Il
pensiero di Ivan Illich sul mondo moderno ruota intorno all’analisi
critica del modo di produzione industriale e dell’ideologia economica che
sottostà ad esso, in particolare vengono messi in discussione quei principi
dell’economia politica che generano quell’ethos
prometeico[1]
che si diffonde nella società occidentale con lo sviluppo delle tesi
illuministiche di progresso, e che ha mutato la natura profonda dell’uomo.
Nell’arco
di un paio di secoli la natura umana è stata profondamente trasfigurata, alla
radice di tale trasformazione vi è un processo secolare di mutamento, “che si
chiamasse alle volte progresso, alle volte sviluppo, alle volte crescita”[2],
il cui risultato e la mutazione dell’homo
sapiens in homo oeconomicus. La
riflessione illichiana si concentra su questo processo, cercando continuamente
di comprendere e di chiarire la sostanza di tale mutamento insieme alla
trasformazione delle società tradizionali in società industriali “ad alta
intensità di merci”.
L’uomo
economico è il protagonista dell’epoca della scarsità, quell’epoca che ha
inizio nel momento in cui “gli uomini hanno annunciato la scoperta delle
risorse nella cultura e nella natura (in ciò che era il loro patrimonio comune)
e le hanno trasformate in valori economici”[3].
L’homo oeconomicus fa la sua apparizione intorno alla metà del diciannovesimo
secolo, quando si va affermando l’idea che l’uomo può soddisfare i suoi
bisogni solo attraverso il ricorso alle merci[4],
e che questa sua propensione al commercio e allo scambio è affatto naturale. Già
nel secolo precedente, Adam Smith dicendo che “nessuno ha mai visto un cane
fare con un altro cane uno scambio leale e deliberato di un osso con un altro
osso”, e successivamente ”nessuno ha mai visto un animale esprimere con
gesti e grida naturali ad un altro: questo è mio e questo è tuo”[5],
intendeva sottolineare che a distinguere l’uomo dagli animali sia la sua
naturale inclinazione allo scambio, conseguenza necessaria della facoltà della
ragione e della parola. Sulle orme di Smith
molti dei pensatori dell’ottocento assumevano che “scambiare beni sul
mercato era naturale essendo qualunque altro tipo di comportamento un
comportamento economico artificiale, risultato d’interferenze negli istinti
umani”[6],
e si tentò “di istituire un sistema economico autoregolato basato sul motivo
del guadagno individuale”[7].
Illich con Polanyi ritiene che “non c’è nulla di naturale nella
legge della domanda e dell’offerta, nella legge che regola i prezzi”[8], e che “nonostante il
coro di invenzioni accademiche tanto insistente nel diciannovesimo secolo, il
guadagno e il profitto nello scambio non hanno mai prima svolto un ruolo
importante nell’economia e per quanto l’istituzione del mercato fosse
abbastanza comune a partire dalla tarda Età della Pietra, il suo ruolo era
soltanto incidentale nei confronti della vita economica”[9].
La mercificazione, quindi non va confusa con lo scambio e i mercanti che come
diplomatici andavano in terre straniere a scambiare dei beni con altri beni
secondo prezzi fissati politicamente, “sono di millenni più vecchi di quelli
che usano i mercati per rendere scarse
le merci rispetto alla domanda”[10].
La vicenda dell’homo oeconomicus è la storia della produzione delle merci, o
meglio delle merci industriali, delle merci capitalistiche degli ultimi due
secoli e mezzo. Se già nel 1909 Marcel Mauss rilevava che “sono state le
nostre società occidentali a fare, assai di recente, dell’uomo un animale
economico”[11]
per Illich “l’uomo occidentalizzato è homo oeconomicus. Noi definiamo
occidentale una società le cui istituzioni sono state ristrutturate in funzione
della produzione disenbedded
(sradicata) di merci che soddisfino i bisogni fondamentali di questa creatura
[l’uomo economico]”[12].
Nelle
società occidentali si svolge la vicenda dell’uomo economico, vicenda che
rappresenta la storia “nel corso del quale prendono forma un certo
numero delle nostre attuali certezze, e queste certezze sono tutte necessarie
per vivere in un mondo dove in ultima istanza tutto può essere comprato con i
soldi”[13].
Per comprenderla è necessario comprendere la trasformazione delle istituzioni
operata dall’affermazione dell’ideologia economica a partire dal
diciannovesimo secolo, trasformazioni riconducibili al ruolo dominante svolto
dal mercato nell’economia capitalistica fondata sul presupposto della scarsità delle risorse, mezzi e beni necessari per la soddisfazione
dei bisogni dell’uomo economico.
La
scarsità, da principio materiale dell’economia di mercato, diventa
presupposto dello spazio mentale di chi vive una società capitalista.
Ivan Illich con Karl Polanyi dimostrano come diversi concetti, che
appaiono applicabili sia ai contesti tradizionali che a quelli moderni, mutano
in realtà in modo consistente il loro significato a seconda che vengano
utilizzati parlando di società antiche piuttosto che odierne; e ciò in virtù
della presenza o assenza della (percezione della) scarsità come presupposto
fondamentale.
Il
sistema economico autoregolato fondato sul motivo del guadagno individuale che
si cercò d’istituire nel diciannovesimo secolo è un’esperienza senza
precedenti nella storia nata dal pregiudizio secondo cui l’uomo primitivo si
occupa già di attività lucrose. Il “paradigma del selvaggio barattante”,
ipotizzato da Adam Smith, diventando un assioma per una schiera di studiosi di
economia politica, storia sociale, filosofia politica e sociologia genera una
“visione distorta della vita e della società” in cui l’economia e il
mercato assumono una funzione dominante sul resto dei rapporti sociali[14].
Da un tale approccio nasce una tradizione che tende a svalutare l’interesse
per le civiltà tradizionali,
Gli
stessi pregiudizi che portarono la generazione di Adam Smith a considerare
l’uomo primitivo come dedito al baratto e al commercio, condussero i
successori di quella generazione a sconfessare ogni interesse nell’uomo
primitivo poiché si veniva ora a sapere che egli non era stato incline a quelle
lodevoli passioni.[15]
Le
differenze tra i popoli civili e quelli “non civilizzati” vengono ampiamente
esagerate, soprattutto nella sfera economica e soltanto dopo
che Max Weber protestò contro “l’abitudine di mettere da parte
l’economia primitiva come irrilevante per il problema dei motivi e dei
meccanismi delle società civili”[16],
si svilupparono quelle ricerche storiche e antropologiche che confermavano le
sue intuizioni. Da questi studi emerge la costante dell’uomo come «essere
sociale» in tutte le società di ogni tempo e luogo.
Negli
studi antropologici di Malinowski e Thurnwald, Polanyi trova gli argomenti per
confutare l’idea dell’eterno uomo economico e i postulati individualistici e
utilitaristici dell’economia liberale, e vengono contrapposti ad essi da una
parte l’importanza dei rapporti di reciprocità e di redistribuzione e
dall’altra il carattere eccezionale e periferico dei mercati e del commercio
nelle società tradizionali fino all’era del mercantilismo[17].
L’eccezionale
scoperta delle recenti ricerche storiche ed antropologiche è che l’economia
dell’uomo, di regola, è immersa (embedded) nei suoi rapporti sociali.
L’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel
possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione
sociale, le sue pretese sociali i suoi vantaggi sociali. Egli valuta i beni
materiali soltanto nella misura in cui essi servono a questo fine. Né il
processo di produzione né quello di distribuzione sono legati a specifici
interessi economici legati al possesso di beni; tuttavia ogni passo di questo
processo è collegato ad una molteplicità di interessi sociali che alla fine
assicurano che il passo necessario venga compiuto.[18]
Ci
viene così dimostrato che nella stragrande maggioranza delle società della
storia umana l’economia svolge un ruolo esiguo, o meglio, si rileva come
l’economia sia immersa, incorporata, “enbedded” nelle altre
relazioni sociali, mentre viene rivelato il carattere di “disenbedded” della
concezione formalistica dell’economia, il suo essere sradicata, non
incorporata nel resto delle attività della vita
sociale[19].
Approfondendo
tali distinzioni Polanyi viene a elaborare due concezioni diverse
dell’economia, due significati diversi del termine «economico» che hanno
origine diverse e che dovrebbero
essere ben presenti nelle scienze sociali, ossia il significato sostanziale e il significato formale
dell’economia.
Il
significato sostanziale di economia deriva dal fatto che l’uomo dipende per la
sua sopravvivenza dalla natura e dai suoi simili. Esso si riferisce a
quell’interscambio tra il soggetto e il suo ambiente naturale e sociale che ha
per scopo di procurargli i mezzi materiali per il soddisfacimento dei suoi
bisogni.
Il
significato formale di economia deriva dal carattere logico del rapporto
mezzi-fini, quale traspare dall’impiego di termini come “economico” o
“economizzare”. Esso si riferisce a un caso tipico di scelta, quella del
diverso impiego cui destinare i mezzi, scelta resa necessaria dal fatto che tali
mezzi esistono in misura insufficiente.[20]
I
due significati non hanno nulla in comune in quanto il primo, quello
sostanziale, ha una base fattuale, mentre il secondo implica una base logica.
Il
significato formale implica l’esistenza di un sistema di regole che si
riferiscono alla scelta di usi alternativi cui destinare mezzi scarsi; il
significato sostanziale non implica né una scelta né un’idea di scarsità;
il conseguimento delle condizioni materiali dell’esistenza può comportare, o
no, la necessità di operare scelte; quando poi essa sussista, essa può non
avere nulla a che fare con l’effetto limitativo della “scarsità” dei
mezzi; in realtà, alcune tra le più importanti condizioni fisiche e sociali
necessarie per l’esistenza, come la disponibilità d’acqua o di aria, o
l’affetto di una madre per i propri figli, non sono, in genere, così
limitate.[21]
La
tesi di Polanyi è che solo il significato sostanziale del termine
“economico” può fornire i concetti di cui hanno bisogno le scienze sociali
per comprendere le varie tipologie di
economia effettivamente esistite ed esistenti, mentre la nozione corrente di
economia mette insieme i due significati, così come mette insieme i concetti di
“sussistenza” e di “scarsità”. Le regole dell’economia formale
trovano una chiara applicazione nell’organizzazione della vita sociale
sviluppata nell’Europa occidentale e nell’America settentrionale negli
ultimi due secoli che si fonda sugli scambi e sul presupposto della scarsità,
tuttavia, se si tenta di applicare queste regole a forme istituzionali diverse
da quelle del mercato, si rischia di cadere nell’”illusione
economicistica, che consiste nell’artificiale identificazione
dell’economia con la forma che essa assume in un sistema di mercato”[22].
Il
presupposto della scarsità e le regole dell’economia formale che da esso
scaturiscono, una volta diventate le leggi dell’economia, pretendono di
assumere la natura di leggi universali che governano le
società in cui si presume la presenza virtuale di un sistema di mercato.
La scoperta della vera natura sociale dell’uomo comporta la necessità di un
nuovo punto di partenza per l’analisi dell’economia umana come processo
sociale, e ciò comporta il recupero del significato sostanziale del termine
economico.[23]
1.3
Il presupposto della scarsità nella visione illichiana della modernità
Nei
suoi scritti Illich dichiara di usare il termine scarsità in un’accezione
ristretta, ossia:
quella
adoperata dagli economisti da quando, nel 1874, L.Walras gli attribuì questo
preciso significato. In questo senso, la parola scarsità definisce il campo in
cui le leggi economiche mettono in rapporto: 1) soggetti (individui possessivi, invidiosi, neutri, siano essi
persone o società anonime); 2) istituzioni
(che alimentano la simbolicamente mimesi); 3) merci all’interno di 4) un ambiente nel quale gli usi civici sono
stati trasformati in risorse pubbliche
o private. In questa accezione non si può parlare del termine scarsità
parlando di: 1) uccelli rari che interessano qualche ornitologo; 2)la dieta
frugale di cui vivono da secoli i cammellieri del deserto; 3)una alimentazione
deficiente, diagnosticata da un assistente sociale che va a visitare una
famiglia; 4) le ultime riserve di grano in un tipico villaggio francese dell’XI
secolo, dove l’uso o la violenza ne assicuravano a tutti una parte per quanto
piccola fosse la disponibilità.[24]
“La
scarsità ha una storia che aspetta ancora di essere scritta” si rammarica
Illich che considera un ostacolo, da questo punto di vista, la storia
dell’economia tradizionale in quanto “viene compilata perlopiù a partire
dal presupposto che concetti attinenti alla scarsità possono essere applicati
ovunque e in ogni luogo”.[25]
In questo senso essa si contrappone a una storia dell’esperienza e del
concetto di scarsità.
Tuttavia
“con il suo insegnamento Polanyi gettò le basi dello studio dell’esperienza
della scarsità”[26], nel momento in cui
riesce a rintracciare la distinzione tra un rapporto di «incorporazione» (l’embedded)
e di «non incorporazione» (il disembedded)
dell’economia nella società.
Lo
sviluppo di un economia incorporata a una non incorporata e nella realtà, per
Polanyi, un processo graduale[27].
La distinzione tra i due tipi è essenziale per la comprensione della società.
Fu Hegel ad affrontarne per la prima volta
le sue origini sociali all’inizio dell’ottocento, e Marx a
svilupparle successivamente. La scoperta empirica in termini storici fu fatta da
Maine che, utilizzando i termini status
e contractus, intorno al 1860 cercò di provare che la società
moderna era fondata sul contractus
mentre quella antica lo era sullo status.
Lo status, che determinato dalla
nascita, e quindi derivato dalla parentela,
definisce i diritti e i doveri di una persona in seno alla società,
sopravvive nel feudalesimo e entro certi limiti fino alla società ugualitaria
del secolo XIX. Gradualmente ad esso si sostituisce il contractus, ossia un
sistema di diritti e doveri fondato sulle transizioni bilaterali. La dualità
tracciata da Maine viene ripresa in Germania da Tönnies che, in Comunità
e società (Gemeinschaft und Gesellschaft) del 1888, fa corrispondere la «comunità»
allo status e la «società» al contractus, con la differenza che per Maine
l’introduzione del contratto aveva liberato l’individuo dalla servitù dello
status, mentre l’ideale politico di Tönnies era la restaurazione della
comunità, liberata dagli aspetti autoritari e paternalistici del suo stadio
presocietario, e tendente verso una forma più avanzata, una comunità vista
come una fase cooperativa dell’esistenza umana che avrebbe fatto salvi i
vantaggi del progresso tecnologico e della libertà individuale. Per Polanyi,
sulla linea tracciata da questi pensatori nel trattare l’evoluzione della
civiltà umana, per lungo tempo non viene compiuto alcun progresso fino
alle fondamentali tesi di Malinowski sulla natura della società primitiva, dove
l’antitesi viene applicata all’economia e per cui si può dire che
lo
status o la Gemeinschaft dominano dove l’economia è incorporata in
istituzioni non-economiche; mentre il contractus
o la Gesellschaft sono caratteristici
dell’esistenza nella società di una sfera economica distinta. [...] Il contractus
è l’aspetto legale dello scambio. Non ci si deve quindi sorprendere se una
società fondata sul contractus ha una
sfera dello scambio istituzionalmente separata e avente proprie motivazioni: il
mercato. Lo status, invece,
corrisponde a una situazione precedente cui si accompagnano essenzialmente la
reciprocità e la ridistribuzione.[28]
Fino
a quando prevalgono le forme della reciprocità e della ridistribuzione si può
parlare di un economia incorporata nella vita sociale, in quanto, a determinare
la partecipazione degli individui alla vita economica sono le istituzioni
parenterali, religiose, giuridiche o comunque le istituzioni non-economiche. Nel
momento in cui la società è fondata sul contratto, le basi materiali
dell’esistenza umana vengono, invece, garantite
da istituzioni specificamente economiche, quali l’impresa privata o il sistema
salariale, motivate dall’impulso al guadagno pecuniario e regolate dalle leggi
mercantilistiche della domanda e dell’offerta. È questo il caso
dell’economia ottocentesca che, indipendente dal resto della società,
istituzionalmente separata dai centri politici e governativi e autonomamente
governata da proprie leggi, rappresenta l’esempio estremo di un’economia «non
incorporata».
Quella
che per Polanyi è l’origine dell’economia «non incorporata» rappresenta
per Illich la nascita del «regime della scarsità»[29],
nel momento in cui all’interno
della società occidentale si svincola un’economia formale “compaiono le
interazioni sociali basate sul postulato della scarsità”[30],
e avviene la «mercificazione di
ogni aspetto della vita».
L’economia
è la scienza dei valori scarsi. Quello che non è scarso non può essere
computato. Non soltanto beni e servizi ma, anche il lavoro è reso computabile
dalla sua scarsità. Il postulato di essa è quel fondamento delle istituzioni
moderne che conferisce loro l’impronta propriamente moderna: la produzione
pedagogica esiste a patto che il sapere auspicabile sia scarso, la salute deve
essere intesa come bene scarso perché si giunga alla moderna medicina, ci deve
essere scarsità di tempo perché si possa conferire valore economico alla
rapidità, i sindacati sussistono solo nella misura in cui il lavoro sia scarso
o tale sembri. La scarsità sta alla base della struttura familiare del nostro
tempo e dell’accoppiamento di un salariato e della sua lavoratrice-ombra a
formare un’unità sociale. Nulla di corrispondente alla quale si trova in
altre società. [...] Il pensiero e l’azione moderni sono profondamente
condizionati dal fatto che la scarsità
è attribuita in misura via via crescente a tutto ciò che ha valore; ed essa,
che in altre epoche veniva ascritta solo a determinati beni in circostanze
particolari, come a esempio il grano in primavera e durante la guerra, il pepe o
gli schiavi, oggi sembra costituire il principio stesso di tutti i valori
sociali. .[31]
Polanyi
ha fatto capire che solo in epoca moderna l’economia si è dotata di
istituzioni e leggi proprie, Illich vede poi come queste leggi diventino il
fondamento di ogni istituzione politica e sociale, e come ciò rende possibile
una maggiore comprensione delle culture tradizionali.
Tutte
le culture tradizionali conosciute possono essere interpretate come
configurazioni significative il cui scopo principale è la repressione della
condizioni nelle quali la scarsità diventerebbe dominante nei rapporti sociali.
Queste culture fanno valere regole di condotta che prevengono la comparsa del
fenomeno della scarsità e perciò recidono l’invidia e il timore di essa.
[...] la resistenza opposta alla generalizzazione a tutta la società
dell’esperienza della scarsità è un tratto comune che distingue la
condizione umana dal regime della scarsità.[32]
Se
né il pensiero economico né la società industriale non sono state in qualche
modo influenzate
dall’interpretazione dell’esperienza della scarsità come «costruzione
sociale» recente, tuttavia “il riconoscimento delle culture tradizionali,
come rimedio alla diffusione dell’esperienza della scarsità ha comunque posto
le basi per nuove prospettive teoriche e per un nuovo realismo nella storia
delle culture e della mentalità”.[33]
Nel
contesto della scarsità si genera la trasformazione di tutto quello che era
considerato bene in valore di scambio, in merce, che conduce direttamente alla
“metamorfosi delle culture in economie” così che diviene necessario per
Illich tracciare la fondamentale “distinzione fra l’ambiente come bene di
uso comune, in cui le attività di sussistenza della gente sono immerse, e
l’ambiente come risorsa che serve alla produzione economica di quelle merci da
cui dipende la sopravvivenza in una società moderna”[34].
Se
l’epoca della scarsità è quell’epoca che ha inizio nel momento in cui
“gli uomini hanno annunciato la scoperta delle risorse nella cultura e nella
natura (in ciò che era il loro patrimonio comune) e le hanno trasformate in
valori economici”[35], occorre rintracciare
l’origine di tale trasformazione.
Ancora
all’inizio dell’era moderna, il concetto di «risorsa» è legato
alle sue radici nel verbo latino surgere che evoca l’immagine di una sorgente d’acqua che sgorga
dalla terra, “come una sorgente, una «ri-sorsa» sgorga con continuità,
anche se viene ripetutamente usata”[36].
Esso sta a indicare la relazione tra gli uomini e la natura e, facendo risaltare
il potere di autogenerazione della natura, suggerisce anche l’idea di
reciprocità tra le generazioni di uomini che, beneficiando dei doni che
conferisce la terra, stanno bene
attenti a non soffocarne la
generosità.
Con
l’avvento dell’economia e dell’industrializzazione si verifica una rottura
concettuale e le «risorse naturali» diventano “quelle componenti della
natura richieste come input per la produzione industriale e per il commercio
coloniale”.[37] La natura, che
viene spogliata dal proprio potere creativo diventando un contenitore di
materiali grezzi che attendono alla loro trasformazione in «input per la
produzione di merci», trasformandosi in
materia morta e manipolabile, diventa dipendente dagli uomini che aspirano a «sviluppare»
le risorse naturali in maniera pianificata per facilitare la generazione di
rendite e la crescita del capitale.
Ciò
avviene grazie alla «desacralizzazione» della natura operata dal programma
baconiano e dalla rivoluzione scientifica che ne seguì. L’opera di Francis
Bacon rimane cruciale nella fondazione della scienza moderna intesa a fonte di
potere economico e politico. Egli sviluppa un metodo sperimentale in cui “ la
natura delle cose si svela più rapidamente sotto le vessazioni dell’arte che
nella sua libertà naturale”, cosicché “la disciplina del sapere
scientifico e le invenzioni meccaniche cui la prima ha condotto non esercitano
solo «una guida discreta sul corso della natura: hanno anche il potere di
conquistarla e di soggiogarla, di scuoterla sin dalle sue fondamenta».”[38]
Coerentemente con l’imperativo dello sfruttamento insito nel nascente
capitalismo, la natura smette di essere vissuta come «Madre Natura», come
organismo vivente autorigenerantesi, e diventa materia inerte, morta e
manipolabile.
La
rimozione delle idee animistiche ed organicistiche sul cosmo hanno decretato la
morte della natura, ed è questo l’effetto di maggior portata della
rivoluzione scientifica. La natura veniva ora vista come un sistema di
particelle morte, inerti, mosse da forze esterne piuttosto che interne, per cui
una struttura meccanica così concepita poteva legittimare la manipolazione
della natura. Per di più, come struttura concettuale, l’ordine meccanico vi
ha associato una struttura di valori basata sul potere in tutto compatibile con
la direzione presa dal capitalismo commerciale.[39]
La
desacralizzazione della natura ha così comportato la violazione della sua
integrità mediante la violazione dei limiti che dovevano essere rispettati
perché la vita della natura potesse rigenerarsi e rinnovarsi. Da un punto di
vista filosofico, una relazione etica si stabilisce tra una cultura che
riconosce questi limiti inviolabili e cerca di contenere l’azione umana e la
percezione della Madre Natura organismo vivente rigenerantesi, mentre si situa
all’estremo opposto la relazione tra una cultura industriale ed una «risorsa
naturale», dove i limiti vengono visti come vincoli che vanno rimossi, in cui
“ogni aspetto etico relativo alla natura viene distrutto e la relazione si
riduce a una questione puramente commerciale”.[40]
Parallela
all’opera di distruzione della sacralità della natura, si verifica un
processo di distruzione della natura come bene comune, ossia un bene a cui tutti
hanno accesso e verso cui tutti condividono le stesse responsabilità. La
distruzione degli «usi civici» (o
comunanze) rappresenta un passaggio essenziale per la creazione di risorse
naturali come offerta di materie prime per l’industria.
Le
comunanze pur se identificate dalla corona inglese come «terre improduttive»
erano invece terre che assicurando pascoli comuni agli animali delle comunità
contadine, legno e pietre per la costruzione, selvaggina e frutti per
l’alimentazione, sostenevano un
gran numero di contadini in virtù di diritti comuni. Si tratta degli «usi
civici» che “riguardano quella parte dell’ambiente che era oltre la soglia
della casa di un uomo e fuori delle sue terre, ma su cui quell’uomo aveva
diritti d’uso acquisiti – non per produrre merci, ma per assicurare la
sussistenza alla propria famiglia”.[41]
Queste
terre, nel momento in cui venivano sottoposti a migliorie quali l’abbattimento
di alberi, il prosciugamento di paludi, la fertilizzazione dei suoli più
poveri, venivano successivamente recintate e divise in appezzamenti da affittare
a prezzi competitivi. A beneficiare di tali migliorie non erano solo i
proprietari terrieri ma anche coloro che potevano permettersi di affittare
queste terre, mentre a pagarne le spese sarebbero stati i contadini senza terra
e quelli piccoli e medi che si sarebbero impoveriti per la perdita di quei
diritti comuni da cui dipendeva la sopravvivenza delle loro fattorie. Ugualmente
penalizzati sarebbero stati anche coloro che costituivano la manovalanza e i
lavoratori dell’industria, che venivano privati di ciò che permetteva loro di
evitare di essere completamente dipendenti dai salari e dall’assistenza. “Il
processo di recinzione fu lo spartiacque che modificò le relazioni delle
persone sia nei confronti della natura, sia tra le persone stesse. Fu in quel
momento che le leggi sulla proprietà privata sostituirono i diritti
consuetudinari della gente all’uso delle comunanze rimanenti”[42].
La
legge della consuetudine che umanizzava l’ambiente istituendo gli usi civici
era di solito non scritta. È ciò non solo perché la gente non si dava la pena
di metterla per iscritto, ma anche perché la realtà che essa proteggeva era
troppo complessa per essere riducibile in paragrafi. La legge degli usi civici
regolava il diritto di passaggio, il diritto di pesca e di caccia, il diritto di
pascolo e quello di raccogliere legna e piante medicinali nel bosco. [...]
parlando di commons, usi civici, la
gente si riferiva a un aspetto dell’ambiente limitato, necessario alla
sopravvivenza della comunità, utile a vari gruppi in modi diversi ma che in
senso strettamente economico, non veniva percepito come scarso.[43]
Deforestazione
e recinzione delle comunanze, dalla madrepatria veniva applicata anche alle
colonie così che ovunque foreste e terre incolte divenivano «riserve forestali».
Inizia la gestione scientifica delle foreste che non era nient’altro che la
formalizzazione dell’attacco alle foreste e ai diritti dei popoli locali sui
prodotti delle foreste stesse. Quando le foreste, l’acqua o le piante vengono
gestite scientificamente per assicurare le materie prime all’industria,
vengono espropriate alle comunità le cui vite e i cui mezzi di sussistenza
hanno contribuito a garantire per secoli. La trasformazione della natura in
risorsa va di pari passo con l’alienazione degli antichi diritti dei popoli
nei confronti della natura come fonte di sostentamento.[44]
La
privatizzazione degli usi civici inaugura un nuovo ordinamento ecologico. Le
recinzioni non solo trasferirono fisicamente il controllo dei pascoli dai
contadini ai proprietari terrieri, ma segnarono anche un radicale atteggiamento
della società nei confronti dell’ambiente. Fino allora tutti i sistemi
giuridici avevano considerato la maggior parte dell’ambiente come commons,
bene di uso comune, da cui la gente poteva trarre gran parte del proprio
sostentamento senza dover ricorrere al mercato. Dopo la privatizzazione,
l’ambiente divenne in primo luogo una risorsa al servizio di «imprese», che,
organizzando il lavoro salariato, trasformavano la natura nei beni e nei servizi
necessari a soddisfare i bisogni fondamentali dei consumatori. Questo
cambiamento è il punto in cui l’economia politica è cieca.[45]
Avviene
quella che Illich definisce «l’espropriazione della comunità di villaggio»
o più genericamente «la distruzione
della comunità»[46] e che viene descritta
anche da Polanyi quando parla della
resistenza «inconscia» della società inglese del diciottesimo secolo al
tentativo di farne «una mera appendice del mercato».[47]
Gran
parte del danno sociale arrecato alla campagna inglese nasceva dapprima dagli
effetti sconvolgenti del commercio
sulla campagna stessa. La rivoluzione nell’agricoltura precedeva decisamente
la rivoluzione industriale. Tanto la recinzione dei terreni demaniali che il
formarsi di proprietà compatte che accompagnarono il nuovo grande progresso nei
metodi dell’agricoltura ebbero un potente effetto di sconvolgimento. La guerra
alle aziende familiari, l’assorbimento di orti e terreni a conduzione
familiare, la confisca dei diritti sui terreni demaniali privarono l’azienda
familiare dei suoi principali sostegni: i guadagni della famiglia e la sua base
agricola. Fino a che l’industria domestica era sostenuta dai vantaggi e dalle
possibilità di un orto, di un appezzamento di terreno o di diritti di pascolo,
la dipendenza del lavoratore dal reddito monetario non era assoluta; il
campicello delle patate o tenere le oche, una mucca o anche un asino nei terreni
demaniali, faceva tutta la differenza e i guadagni familiari funzionavano come
una specie di assicurazione contro la disoccupazione; la razionalizzazione
dell’agricoltura sradicò inevitabilmente il lavoratore e ne minò la
sicurezza sociale.[48]
Il
ridimensionamento del diritto consuetudinario rappresentava un colpo notevole
all’uso comune della natura nell’ambito di un economia di sussistenza,
successivamente, i processi che tendevano alla costituzione di un «mercato del
lavoro», accompagnate dalle leggi assistenzialistiche e paternalistiche
tendenti a placare la miseria crescente dovuta alla crescente urbanizzazione,
concorrevano, anche se in modo diverso, alla scomparsa dell’ambiente
comunitario. “Le città industriali [...] rappresentavano un deserto
culturale, i suoi slums riflettevano semplicemente la loro mancanza di
tradizione e di autorispetto civico”.[49]
Fino a quando gli uomini avevano uno status a cui aggrapparsi, una
struttura formata da parenti e compagni, potevano «lottare per questa e
riguadagnare la propria anima», ma nel momento in cui si trovava immerso nella
miseria cittadina o intrappolato in una «poorhouse» “la decenza e il
rispetto di sé costruiti attraverso secoli di vita organizzata si consumavano
rapidamente”.[50]
Il lavoro, insieme alla terra e
alla stessa moneta, diventava una
merce «fittizia», e man mano che andavano scomparendo le comunanze, e quindi
le economie di sussistenza, faceva
la sua comparsa il lavoro «salariato» di tipo moderno, e gli uomini stessi si trasformavano in «risorse umane» per
il nascente capitalismo, e il loro destino era ormai sempre più legato a «un’utopistica
economia di mercato».
La
scomparsa degli «usi civici» e la trasformazione della natura in ambiente le
cui «risorse» vanno sfruttate per fini produttivi è la condizione per
l’emergere del lavoro industriale di tipo moderno. I termini «lavoro» e «impiego»
oggi sono, per Illich, delle «parole chiave»[51],
in quanto nessuna delle due aveva il significato attuale fino a poco più di un
secolo fa, e sono tuttora intraducibili in gran parte delle lingue extraeuropee,
le quali possiedono dei termini per designare attività che esigono un
pagamento, ma in forma diversa rispetto a quello che nelle società industriali
«occidentali» viene chiamato lavoro.
Infatti,
durante tutto il Medioevo, ciò che oggi si intende per «lavoro» era
segno di miseria, che si contrapponeva ad almeno tre forme di fatica
quotidiana, quali le attività domestiche, l’attività manuale e la mendicità.
Il modello strutturale della società medievale era tale da escludere sia la
disoccupazione che la totale dipendenza dal lavoro salariato, e chi doveva
vivere di questo in modo non occasionale, veniva considerato non semplicemente
un «povero» ma uno che «in miseria viveva», “al pari della vedova
abbandonata o dell’orfano, era uscito dal contesto della comunità, e aveva
quindi bisogno dell’assistenza pubblica”.[52]
Provvedere alle necessità della vita mediante un lavoro salariato era un segno
di assoluta impotenza, il sintomo della sconfitta e della perdita, “equivaleva
alla confessione che un lavoratore non aveva un focolare al cui mantenimento
contribuire, né altro posto nel contesto sociale che lo autorizzasse a prender
parte al convito, a godere dell’ospitalità o della carità”.[53]
Per
la maggior parte degli europei, il valore sociale del lavoro salariato ha subito
un capovolgimento tra il Seicento e l’Ottocento. Solo lentamente, infatti, il
salario è divenuto, da segno di carenza, pretesa legale. Solo lentamente, il
supplemento della sussistenza, spesso indispensabile, si è trasformato in mezzo
per soddisfare tutte le esigenze vitali. L’idea che la totale dipendenza del
lavoro salariato possa eliminare la miseria, anzi arricchire il lavoratore, era
impensabile prima della Rivoluzione francese.[54]
La
guerra contro la cultura popolare e la sussistenza del nuovo stato nazionale
distrusse le possibilità di un’economia di sostentamento con
l’espropriazione dei pascoli comuni e gli altri diritti d’uso collettivo, ma
le popolazioni cercavano di reagire con insurrezioni e rivolte contro
l’attacco alle basi sociali di quella che è stata definita una «economia
morale»[55].
Così la trasformazione di uomini e donne in lavoratori produttivi, e la
formazione del proletariato, non avviene prima del XIX secolo inoltrato, quando
avviene una nuova divisione “del lavoro secondo i sessi, in attività
produttiva e non produttiva, con il connesso trasferimento del lavoro fuori
dalla casa e la reclusione domestica della donna”.[56]
L’uomo
venne tolto alla casa perché quivi il lavoro non era abbastanza produttivo, e
la donna vi venne stabbiata perché l’economia di sussistenza era crollata. La
teoria del valore-lavoro ebbe per effetto di far apparire la forza lavoro
dell’uomo quale mero catalizzatore del denaro, degradando la casalinga a
massaia economicamente dipendente e mai come prima improduttiva. Da allora, essa
fu il bel possesso e il fedele sostegno dell’uomo, e venne assegnata per il
suo «lavoro amoroso», alla protezione del focolare.[57]
Nel
momento in cui «il popolaccio si trasformò in classe operaia», la guerra alla
sussistenza poté contare su un sostegno di massa, visto che il lavoratore si
ritrovò complice del proprio datore in quanto entrambi interessati
all’espansione economica, mentre «il rituale della lotta di classe»
mistificava tale collusione tra lavoro e capitale nella soppressione della
sussistenza. Allo stesso tempo l’uomo diveniva il «capofamiglia» sempre più
dipendente dal lavoro salariato, indotto a vedersi come il portatore di tutto il
peso del lavoro della società, anche per il continuo ricatto di una donna
improduttiva, e “nella famiglia e tramite la famiglia si amalgamavano così
le due forme complementari del lavoro industriale: lavoro salariato e
lavoro-ombra”.[58]
Per
lavoro-ombra intendo il moderno complemento non retribuito del lavoro salariale,
cosa che un tempo semplicemente non esisteva. Certo, gran
parte delle attività non erano retribuite – il lavoro salariato
costituiva l’eccezione. Ma la mancata retribuzione non trasformava la fatica
in lavoro-ombra. [..esso] è un tipo di lavoro che non poteva esistere prima che
la famiglia, il luogo della sussistenza, diventasse una home che oggi è il luogo del consumo; prima,
dunque, che l’esistenza fosse resa dipendente dal consumo di merci.[59]
Nell’ambito
famigliare, uomini e donne creavano assieme quanto serviva al mantenimento della
famiglia stessa, dal quale, quanto ne risultava veniva «spremuto e schiumato»,
e in questo modo trasformato in «prodotto», ad Illich preme l’indagine sul
tipo di lavoro che non è retribuito, ma che è necessario per rendere
utilizzabili le merci industriali preconfezionate, tracciando “la differenza
tra questo contributo moderno, non retribuito, economicamente indispensabile,
all’economia di mercato, il lavoro di sussistenza e il lavoro salariato”.[60]
Il
lavoro-ombra nelle società industriali comprende
gran parte delle attività domestiche, l’impegno degli acquisti e il consumo
forzato, lo studio come preparazione al lavoro, l’andirivieni tra casa e luogo
di lavoro, la delega agli esperti della «cura» della propria esistenza e
l’attesa ai semafori, “in una parola gran parte di ciò che viene
etichettato come vita privata o vita in famiglia”, e che viene spesso definito con eufemismi quali «attività del tempo libero»,
«attività consumistiche», «volontariato», «shopping». Questo tipo di
lavoro non retribuito è «economicamente costrittivo», nel senso che le
ideologie economiche “sostengono che deve esser fatto, in quanto componente
indispensabile della riproduzione della forza lavoro e dei rapporti di
produzione”, per cui “mentre ci si deve dar da fare per ottenere un lavoro
salariato, nel lavoro-ombra ci si è ficcati per forza”.[61]
Per
comprendere bene la natura del lavoro-ombra, bisogna che si tenga sempre ben
presente che esso rappresenta una realtà completamente opposta rispetto alle
attività di sussistenza, “il lavoro-ombra non assicura la sussistenza della
famiglia, ma trasforma, senza retribuzione, merci preconfezionate in beni di
consumo”.
E
oggi che il lavoro salariato diviene sempre più rapidamente superfluo, i
microprocessori possono produrre merci sempre più scadenti per disoccupati che
vengono costretti a un crescente lavoro-ombra in nome di un moderno self-help.
L’autodisciplina non retribuita frutto del lavoro-ombra diviene sempre più
importante del lavoro salariato ai fini della futura crescita economica. [...]
il lavoro ombra per ora innominati e inindagato, è diventato quel settore in
cui oggi in ogni società industriale la maggioranza, soprattutto le donne,
subiscono una dolorosa discriminazione.[62]
Il
lavoro industriale si fonda su un «apartheid strutturale» oggi continuamente
mistificato, in almeno quattro modalità.
La
prima forma in cui il lavoro-ombra viene travestito è rappresentata dal
richiamo alla biologia, che relega la donna al ruolo domestico-materno a un
fondamento naturale.[63]
Una
seconda forma di travestimento porta a confondere il lavoro-ombra con la
cosiddetta «riproduzione sociale», “termine che è un’infelice etichetta
con cui, da Marx in poi, si disegna un coacervo delle attività che non
rientrano nell’ideologia del lavoro, ma che qualcuno deve pur svolgere”,
e che vanifica il tentativo di cogliere la differenza fondamentale tra il
contributo della donna in un economia di sussistenza e il suo arruolamento
gratuito alla riproduzione della manodopera industriale.[64]
La
terza maschera del lavoro-ombra è ravvisata da Illich nell’«applicazione di
metri di misura economici a comportamenti estranei al mercato monetario»,
definendo così il «settore informale» dell’economia, includendo in esso
tutte le attività che non possono essere quantificate con un prezzo. Ciò
“permette di descrivere il lavoro-ombra come una forma di produzione economica
non compiuta in maniera abbastanza razionale e produttiva di giustificare una
pretesa di remunerazione”.[65]
Infine
una quarta mistificazione del lavoro-ombra è dovuta alla rivendicazione di un
salario per il lavoro domestico fatta da coloro che applicando «paraocchi
femministi ai loro occhiali marxisti», vedono lo sfruttamento della donna
da parte del lavoratore salariato alla stregua dello sfruttamento di
questi da parte del suo datore. “Accade così che la congiura dei nemici di
classe al servizio della crescita, escogitata nel XIX secolo, venga ad essere
rafforzata da una guerra dei sessi nell’ambito di ciascuna famiglia”.[66]
Un
ruolo di primaria importanza per
l’occultamento delle discriminazioni implicite del lavoro industriale, è
svolto dalla ricerca scientifica, che, «ossessionata dal progresso», ha
lavorato per nascondere la doppia natura del lavoro industriale, e ha impedito
la definizione di concetti adatti a descriverne la struttura profonda al di là
delle apparenze. Soltanto una ricerca «anticonvenzionale», che non si è
adeguata agli imperativi accademici, ha potuto riconoscere il carattere sui
generis del lavoro domestico delle società industriali, e di come la
comparsa di tale lavoro coincida
con la perdita della vita orientata verso la sussistenza.
Il
lavoro domestico moderno, tuttavia, e solo il prototipo del lavoro-ombra che si
va allargando sulla scia della crescita economica, e “l’economia industriale
sempre più dipende dalla capacità della sua ideologia di destinare al
lavoro-ombra crescenti maggioranze”. Così nelle società occidentali le
varie corporazioni di esperti e professionisti dei vari settori
“impongono ai loro clienti il lavoro-ombra del consumo dei propri servizi”,
e “la creazione di lavoro-ombra sottoposto a vigilanza professionale
nell’ambito dell’apprendimento e della cura medica, nonché
dell’assistenza, è ormai la principale occupazione del residuo lavoro
salariato. Coloro che sono remunerati per creare lavoro-ombra costituiscono
l’odierna élite del lavoro”.[67]
La
scoperta e la definizione del lavoro-ombra è essenziale per la ricerca sulle
società industriali, la cui particolarità, rispetto alle società tradizionali
orientate verso la sussistenza, non consiste solamente nella generale dipendenza
dalle merci, ma anche nella stretta complementarità che lega mercato e
lavoro-ombra. L’approfondimento di questo aspetto è necessario per la
comprensione di una società che spinge gli oppressi e loro rappresentanti a
collaborare per la propria oppressione.[68]
Il
«diritto alla comunanza», e quindi il recupero degli «usi civici»,
rappresentano un motivo fondamentale nella critica illichiana «della forma di
vita ad alta intensità di merci». Tale istanza nasce dal riconoscimento della
trasformazione della condizione esistenziale dell’uomo che si riflette già
nel mutamento dell’accezione del termine tedesco «Gemeinheit»:
io
qui mi servo della parola Gemeinheit,
sostantivazione dell’aggettivo gemein
corrispondente al latino comunis che
deriva dalla radice indoeuropea mei,
«scambiare, barattare». In origine, mei
significava «ciò che è di scambievole spettanza di parecchi», senso che oggi
ancora si ritrova in Alm, pascolo, e
in All-me(i)nde, pascolo comunale,
beni comuni, che esprime il diritto di una comunità o collettività a una
propria forma di fruizione dell’ambiente circostante. [...] Fino agli inizi
del XVII secolo, il vocabolo Gemeinheit
(oggi trivialità, volgarità) indicava esclusivamente questi diritti alla
fruizione e i loro soggetti; solo alla fine del secolo esso ha acquisito un
secondo significato derogatorio, quello appunto che s’è detto, nonché
profano, empio, rozzo, basso, vile, ecc. Il significato iniziale è andato
smarrito, e la parola è sopravvissuta a tutt’oggi solo nel suo secondo
significato.[69]
L’uso
del termine Gemeineheit, traducibile
con l’inglese commons o con
l’italiano usi civici viene qui
utilizzato da Illich per denotare «la base ambientale dell’economia di
sussistenza in modo da render chiaro, per contrasto, lo sfruttamento a fini
produttivi» denotato, invece, da termini quali «proprietà socializzata» o «pubblica
utilità» tratti dal lessico sociologico e di economia politica fondati sul
presupposto della scarsità.
Con
la soppressione e distruzione delle comunità e il progredire e l’imporsi
dell’economia di mercato, con la trasformazione degli «usi civici» in
risorse, la trasformazione tutte le attività dell’uomo, che un tempo venivano
considerate non economiche e immerse all’ambito comunitario, diventano attività
produttive misurabili quantitativamente che necessitano di un’amministrazione.
In
questo modo emerge la contrapposizione tra il mondo moderno fondato sul
“regime della scarsità”, modellato sull’idea economica della produzione e
del consumo di merci, e il mondo premoderno delle culture tradizionali in cui
l’aspetto economico rimane marginale rispetto al resto delle attività sociali
orientate verso la sussistenza, e in cui si producono valori «vernacolari»[70]
piuttosto che merci.
Quando
propongo la distinzione tra valori vernacolari e valori economicamente
misurabili (e perciò amministrabili) [...] distinguo il trasporto organizzato
dalla locomozione con la propria energia metabolica, il vernacolo dal
colloquiale insegnato, il cibo fatto in casa dall’alimentazione
preconfezionata. Ma i chilometri percorsi a piedi o su ruote, le calorie
assorbite dall’uno o dall’altro tipo di cibo, i termini usati nel linguaggio
insegnato o vernacolare, non sono pur sempre
gli stessi chilometri, calorie, termini? Indubbiamente lo sono; ma questo
rende le due attività comparabili solo in senso ristretto e non dal punto di
vista sociale. La differenza fra locomozione, parola e cibo vernacolari e i loro
analoghi trasformati irresistibilmente in merce è molto più profonda: il
valore vernacolare è in larga misura determinato da colui che lo crea, mentre
il bisogno della merce è determinato e configurato nel consumatore dal
produttore, ed è lui che ne definisce il valore.[71].
Il
recupero del «bene comune» è il recupero delle attività «vernacolari», di
un modo di vita comunitario che l’economia e il mercato hanno colonizzato e
frammentato attraverso una forma di società in cui le attività umane diventano
attività produttive in vista della soddisfazione di bisogni realizzabile
solamente tramite il ricorso a «prodotti».[72]
Stabilire
il diritto a tale recupero è, per Illich, necessario per ogni aspetto
della vita, a partire dal «diritto alla lingua comune»[73].
Infatti dall’esame del linguaggio
quotidiano delle società industriali emerge il suo carattere economico,
a cui si contrappone il parlato vernacolare delle comunità preindustriali.
L’origine
della moderna idea di «lingua
materna» insegnabile , rintracciata da Illich intorno alla fine del XV secolo
con la “Gramatica sobre la lengua
castellana” di Nebrjia, segna il primo tentativo di colonizzare il
linguaggio dei sudditi, attraverso la sostituzione «della
parlata del popolo con l’imposizione della lengua di Castiglia». Da quando è in uso tale termine sta a
indicare l’esatto opposto del parlato vernacolare:
La
lingua materna si contrappone dunque alla lingua
comune,
intendendo con la prima, non già l’espressione collettiva di una comunità,
bensì lo strumento linguistico che una società razionalmente organizzata crea
per sé, mantenendolo, difendendolo e imponendolo a tutti i propri membri. Sicché,
la «lingua materna» designa, a differenza della lingua comune vernacolare,
anche un programma di prestazione lavorativa.[74]
L’insegnamento
del linguaggio quotidiano non ha precedenti nelle culture preindustriali, in
quanto, se l’idea dell’insegnamento della lingua è una scoperta della fine
del quattrocento, solo durante il secolo ventesimo che la lingua è stata
effettivamente trattata come un bisogno universale che può essere soddisfatto
per tutti mediante una produzione e una distribuzione pianificate e programmate,
e con ciò Illich può affermare che la lingua insegnata è «frutto della produzione»
e quindi una merce.
Le
culture tradizionali dovevano la propria sussistenza alla luce del sole, captata
soprattutto dall’agricoltura [...] conducevano un’esistenza sostanzialmente
fondata su valori vernacolari; in tali società gli utensili erano di fatto
prolungamenti delle braccia, delle dita, e delle gambe. Non occorreva produrre
energia in impianti centralizzati per distribuirla alla clientela, così come
non c’era bisogno di una produzione linguistica. La lingua veniva attinta da
ciascuno dal proprio ambito culturale, dall’incontro con altri individui che
si potevano annusare e toccare, amare e odiare. Il vernacolo si diffondeva allo
stesso modo con cui venivano per lo più ripartiti cose e servizi, e cioè
attraverso forme molteplici di reciprocità, non già diventando clienti di un
insegnante o di un professionista appositamente incaricato. Come non si
distribuiva il combustibile, così non si insegnava la lingua.[75]
Il
linguaggio vernacolare non soggetto alla razionalizzazione costituisce un
fenomeno sociale completamente diverso dalla lingua insegnata, esso designa una
«mondo condiviso» e quindi padroneggiato, mentre un linguaggio razionalizzato
in un mondo soggetto al regime della scarsità è un linguaggio prodotto in cui
“il parlare non colloca più il parlante al centro del suo mondo, ma ne fa il
prigioniero di una lingua”.[76]
All’infuori
delle società europee moderne non si è mai tentato di imporre alle popolazioni
un linguaggio quotidiano sottoposto al controllo di insegnanti retribuiti, mai
era stato pagato e distribuito come una merce, anzi Illich sottolinea il fatto,
che non dovrebbe essere trascurato dagli economisti, che “questa lingua
materna insegnata è stata la prima merce specificamente moderna, il modello di
tutti i futuri «bisogni fondamentali»”[77].
La
lingua insegnata, in questo modo, stabilisce nella società industriale, un
monopolio sul linguaggio parlato, allo stesso modo dei mezzi di trasporto sulla
mobilità autonoma basata sull’uso delle gambe, della medicina su un modo di
vita sano, e in genere delle merci sui valori vernacolari.
[1]
Cfr. I.llich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano,
1977, cap. VIII, pp. 279-282.
[2]
I.Illich, Bisogni, in W.Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998, p.
61
[3]
ivi p.62
[4]
D.Cayley, Conversazioni con Ivan Illich, Elèuthera, Milano 1994, p. 140
[5]
A.Smith, La ricchezza delle nazioni, Utet, Torino, 1975, p. 92
[6]
K.Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974 p.338
[7]
ibidem
[8]
Cayley cit. p. 140
[9]
Polanyi, cit. p. 57
[10]
Cayley, cit. p. 141
[11]
M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche,
Einaudi,Torino, 2002 p. 131
[12]
I.Illich, Il genere e il sesso. Per una critica storica dell’uguaglianza,
Mondadori, Milano, 1984, p. 25n
[13]
Cayley cit. p. 142
[14]
Polanyi, cit., cap. IV
[15]
ivi p. 60
[16]
ibidem
[17]
Cfr. ivi A.Salsano Introduzione
p. xxv, e Note sulle fonti pp.
337-42
[18]
ivi p. 61
[19]
J. R. Stanfield, Karl Polanyi e il pensiero economico contemporaneo, in AA.VV., Karl
Polanyi, a cura di A. Salsano, Bruno Mondadori, Milano, 2003, p. 150
[20]
K. Polanyi, Traffici e mercati negli antichi imperi, Einaudi, Torino,
1978 p. 297
[21]
ivi pp. 297-8
[22]
ivi p. 331
[23]
Cfr. ivi cap. XII
[24]
I.Illich, Il genere e sesso, cit. p. 36n
[25]
ivi p. 181
[26]
I. Illich, Nello specchio del passato, RED, Como, 1992, p. 114
[27]
K. Polanyi, Economie primitive, arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980, pp.
78-92
[28]
ivi p. 81
[29]
Per Polanyi l’economia «non incorporata» “prende le mosse da un
diffuso impiego della moneta come mezzo di scambio” ivi p. 80, mentre per
Illich il «regime della scarsità» “nasce storicamente con la
proliferazione del denaro come scarso mezzo di scambio”, in I.Illich, Il
genere e il sesso, cit. p. 36n. Lo stesso Polanyi distingue i diversi
usi della moneta che viene utilizzata in diversi modi «nei pagamenti; come
misura; come mezzo di scambio
diretto». «Mentre nella società moderna la moneta impiegata come mezzo di
scambio è dotata della capacità di svolgere tutte le altre funzioni, nella
società antica è piuttosto vero il contrario». L’assunto che la «moneta
è un mezzo di scambio» è un assunto tipicamente moderno che ha portato ad
affermare che «perfino nelle condizioni primitive i vari impieghi della
moneta sono inseparabili» e che «soltanto gli oggetti quantificabili che
servono da mezzi di scambio possono dunque essere considerati moneta».
Superando tale assunto dell’economia che vede la moneta moderna come «adatta
a tutti gli scopi», è
possibile rintracciare e spiegare il fatto che la definizione della moneta
nelle società tradizionali è derivata dai suoi impieghi: come mezzo di
pagamento, di unità di misura, di tesaurizzazione e di scambio, e che è
possibile vedere come «in origine i vari impieghi della moneta furono
istituzionalizzati separatamente. Cfr. ivi cap. VIII “Semantica degli
impieghi della moneta” pp. 170-198.
[30]
I. Illich, Nello specchio del passato, cit. p. 114
[31]
I.Illich, Lavoro-ombra, Mondadori, Milano, 1985 p. 180
[32]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit. pp. 114-115
[33]
ibidem
[34]
ivi p. 47
[35]
I.Illich, Bisogni, cit. p. 62
[36]
V. Shiva, Risorse, in W. Sachs(a cura di), Dizionario
dello Sviluppo, cit. p 261
[37]
ibidem
[38]
ivi pp. 266-267
[39]
ivi p. 268. Qui V. Shiva cita C.
Merchant, The Death of Nature, Harper and Row, New York, 1980.
[40]
Ivi p. 271
[41]
I.Illich, Il genere e sesso, cit. p. 34n.
[42]
V.Shiva cit. p. 270
[43]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit. p. 48
[44]
cfr. Shiva cit. p. 270
[45]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit. p. 49
[46]
I.Illich, Lavoro-ombra p. 189
[47]
Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, cit. cap. VII e VIII
[48]
ivi pp. 117-118
[49]
ivi p. 126
[50]
ivi p. 127
[51]
Cfr. I.Illich, Lavoro ombra, cit. p. 111, cfr. anche I.Illich, Il
genere e il sesso, p. 20-21, in cui si dice che “le parole chiave sono
un aspetto caratteristico del linguaggio moderno,[...] queste parole possono
sopraffare il lessico di una lingua tradizionale. [...esse] sono forti,
persuasive e d’uso comune. Alcune sono etimologicamente antiche ma hanno
assunto un significato nuovo e radicalmente diverso dal precedente. «Famiglia»,
«uomo» e «lavoro» sono esempi a tutti noti. Altre sono di conio più
recente e sono state forgiate in origine per un uso esclusivamente
specialistico. A un certo punto però sono scivolate nel linguaggio
quotidiano e indicano una vasta area di concetti e di esperienze.[...] In
ogni lingua industrializzata queste parole chiave sembrano coniate dal senso
comune. E ogni lingua moderna ne ha un suo insieme particolare che esprime
una particolarissima visione della realtà sociale e ideologica del mondo
contemporaneo. L’insieme delle parole chiave è omologo in tutte le lingue
industrializzate moderne. La realtà che esse interpretano è
fondamentalmente la stessa dappertutto”.
[52]
Illich, Lavoro-ombra, cit. p. 113
[53]
ivi p. 114
[54]
ivi p. 116
[55]
cfr. E. P. Thompson, Rivoluzione
industriale e classe operaia in Inghilterra, Milano, il Saggiatore,
1969.
[56]
I.Illich, Lavoro-ombra, cit. p. 118
[57]
ivi p. 119
[58]
ivi p. 120
[59]
ivi p. 109
[60]
ibidem
[61]
ivi p. 110
[62]
ivi p. 111
[63]
ivi pp. 120-121. vedi sotto cap. II nota 158
[64]
ivi p. 122
[65]
ibidem
[66]
ivi p. 123
[67]
ivi p. 129
[68]
ivi p. 132
[69]
I.Illich, Lavoro ombra, cit. pp. 7-8
[70]
Vernacolare “è un termine
tecnico che proviene dal diritto romano[...]indica l’opposto di una
merce[...]si riferisce alle cose fatte in casa, tessute in casa, coltivate
in casa e non destinate al mercato, ma al solo uso domestico. In molte
lingue moderne vernacolo è divenuto sinonimo di dialetto. Ma in mancanza di
un termine migliore, mi piacerebbe infondere nuova vita in questa antica
parola”in Il genere e il sesso,
cit., p. 94n., “abbiamo bisogno di una parola che esprima in maniera
immediata il frutto di attività non motivate da considerazioni di scambio;
una parola che indichi quelle attività non legate al mercato, con cui la
gente soddisfa dei bisogni, ai quali nel processo stesso del soddisfarli dà
forma concreta. Vernacolare mi sembra una buona vecchia parola, che può
risultare accettabile a molti contemporanei, in questo senso ampio” in Nello
specchio del passato, cit. pp. 122-123. Nelle opere dei primi anni
settanta quali “La convivialità”
e “Nemesi medica”, Illich parla ancora di «valori d’uso» in
contrapposizione a «merci».
[71]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit. p126
[72]
cfr. sotto par. 3.3
[73]
Cfr. “Il diritto alla lingua comune”,e “la lingua materna come merce”, in I.Illich, Lavoro ombra, cit. rispettivamente
pp. 12-38, e pp. 39-71.
[74]
ivi p. 49
[75]
ivi pp. 52-53
[76]
ivi p. 54
[77]
ivi p. 56