Introduzione
Le riflessioni di Ivan Illich sul «modo di produzione industriale» compaiono
già alla fine degli anni sessanta, quando l’autore, uomo di Chiesa e ancora
all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, fonda in Messico, insieme a
diversi collaboratori, il Centro Interculturale di Documentazione di Cuernavaca
(CIDOC), il cui scopo dichiarato è quello di opporsi alla «crociata per
lo sviluppo» lanciata in quegli anni dal governo americano e dai vertici
ecclesiastici spingendo «developpers», missionari e «peace corps» in America
Latina. Illich considera questo come un nuovo tipo, molto più perverso, di
colonialismo che vuole distruggere dall’interno i sistemi culturali dei paesi
del «terzo mondo» e omogeneizzarli all’idea roosveltiana
«e tutta nordamericana recentissima» di sviluppo e progresso.
Il
CIDOC, dove vengono raccolti da un lato enormi quantità di lavori sulle
tradizioni popolari latino-americane e dall’altro dati e materiali sullo
sviluppo delle grandi istituzioni mondiali, diventa
una fucina di studi, riflessioni su vari campi, dalla scuola all’educazione,
dalla medicina al trasporto, da cui scaturiscono elaborazioni alternative alle
istituzioni e al modello di sviluppo dominante, che vengono espresse negli
scritti, editi nei primi anni settanta, e che godranno di maggiore attenzione
tra quelli pubblicati del nostro autore, quali Descolarizzare
la società, La convivialità e
Nemesi medica.[1]
Nel
frattempo Illich, che rinuncia ai privilegi ecclesiastici pur mantenendo i voti
religiosi, va maturando una «critica
radicale» all’idea di progresso e soprattutto a ciò che lo legittima: la
necessità di soddisfare dei presunti bisogni.
Questa ricerca sull’invenzione dei bisogni lo occupa alcuni anni e lo spinge
ad indagare sull’origine e sullo sviluppo di altri concetti e sulla loro
origine storica nella cultura occidentale. Lo studio della storia diventa così
il campo privilegiato dell’analisi illichiana, proprio
“per poter riconoscere quei postulati moderni che, non essendo stati
sottoposti a indagine critica, si sono trasformati nelle forme a priori di
percezione caratteristiche della nostra epoca”.[2]
Ciò farà di Illich una sorta di «archeologo della modernità» secondo cui
“solo nello specchio del passato
risulta possibile riconoscere la radicale alterità della topologia mentale del
ventesimo secolo e divenire consapevoli dei suoi assiomi generativi”,[3]
è allorché dal passato si ritorna al presente, ci si accorge che la
maggioranza di questi assiomi costitutivi il nostro spazio mentale “è tinta
con i colori dell’economia”.
Nel
primo capitolo di questo lavoro vengono trattate quelle che, per Illich, sono le
trasformazioni che si realizzano nella
società, nel momento in cui, prendendo forma l’«economia» come ambito
separato dalla politica e fondato sul «presupposto della scarsità», vengono a
scomparire le tradizionali concezioni della natura intesa come «bene comune»
nelle economie orientate alla sussistenza. Una particolare attenzione si rivolge
al concetto moderno di lavoro, al modo in cui tale concetto sia profondamente
legato alla «scienza economica», e alle differenze sostanziali con il concetto
del lavoro in un ambito economico tradizionale volto verso il sostentamento. Si
rileva inoltre come Illich, a tal proposito, si avvalga della concezione «sostanziale»
dell’economia delineata dal lavoro di
K. Polanyi.
Sulla
linea del primo, nel secondo capitolo si approfondiscono i caratteri
dell’homo oeconomicus, come
questa figura faccia la comparsa in una società moderna orientata verso l’«individualismo»,
vista attraverso la distinzione ravvisata da L. Dumont tra società olistiche
tradizionali e individualistiche
moderne, dualità che a sua volta si inserisce nella tradizione sociologica
sulla via delineata da Maine con il dualismo tra «statuto» e «contratto» e
da Tönnies con la distinzione tra «comunità e società».
Attraverso
la riflessione di C. B. Macpherson
viene ulteriormente definito il
carattere «possessivo» dell’individualismo moderno, per arrivare al
dibattito antropologico sulla «discontinuità radicale» della forma di
consapevolezza caratteristica dell’uomo occidentale, in cui Illich prende
posizione a favore dell’antropologia critica di M. Sahlins, e in cui innesta
il discorso sull’importanza della scomparsa
del «genere» sostituito dal sesso «economico», inteso, questo, come un
attributo secondario dell’«essere umano» considerato come soggetto neutro, e
che solo da un individuo percepito in tal modo poteva scaturire l’homo
oeconomicus.[4]
Nella
visione illichiana la scienza economica presuppone anche «l’uomo bisognoso»,[5]
quindi, il terzo capitolo tratta la parallela «sociogenesi» del moderno
concetto di bisogno, del carattere «mimetico»
di tale concetto come ravvisato dallo storico canadese M. Ignatieff, e dalle
riflessioni sul «desiderio triangolare» di R. Girard. A questo punto emerge
una delle tematiche che più stanno a cuore all’autore, e di capitale
importanza nella definizione dei concetti fondamentali su cui fonda la sua «critica
radicale» alle società industriali, e su cui poggiano, in particolare, la
teoria della «controproduttività» e la «critica degli esperti». I bisogni
modernamente concepiti, diventando cioè bisogni di merci, conducono alla
gestione eteronoma dei cittadini da parte di un’élite di professionisti e
burocrati. Dal «monopolio radicale» delle merci, emerge, una nuova forma
«tutta moderna e industrializzata» di povertà,
che “non fa altro che privare le sue vittime della libertà e del potere di
agire autonomamente, di vivere in manièra creativa; le riduce a sopravvivere
grazie al fatto di essere inserite in relazioni di mercato”[6].
In questo modo, caratteristica della modernità, diviene, per Illich, la perdita
dell’autonomia da parte dei soggetti
e delle comunità a partire dalla stessa definizione dei propri bisogni. Allo
scopo di comprendere meglio il pensiero illichiano su questi punti,
si traccia un confronto con
le analisi sui bisogni elaborate H. Marcuse
e da A. Heller.
Infine,
il quarto capitolo inserisce la critica illichiana nel dibattito sui limiti
dello sviluppo e sul degrado
ambientale, inaugurato nei primi anni settanta dal M.I.T. su commissione del
«Club di Roma». Viene sottolineato come questa critica si avvicini al
paradigma della «morfologia sociale» elaborato da L. Korh e divulgato, insieme
alle idee di una limitazione della tecnologia industriale
e la possibilità di diverse «tecnologie appropriate», da E. F.
Schumacher . Il lavoro si conclude con l’esposizione delle possibili
alternative all’economia individuate da Illich, e sulla plausibilità della
realizzazione di una società postmoderna vista anche attraverso lo studio e le
prospettive fornite da S. Latouche.
[1]
I cenni biografici sono ricavati da D.Cayley, Conversazioni
con Ivan Illich, Elèuthera, Milano, 1994 e dai siti internet: www.ivanillich.org
e da www.altraofficina.it/ivanillich/htm
[2]
I.Illich, Nello specchio del passato, RED, Como, 1992, p. 34
[3]
ivi p. 10
[4]
I.Illich, Il genere e il sesso, Mondadori, Milano, 1984
[5]
I.Illich, Nello specchio del passato, cit. p. 38
[6]
I.Illich, Per una storia dei bisogni, Mondadori, Milano, 1981, p. 8