Scortesia per gli ospiti
Incontro con un guru degli Anni 70 che oggi critica la «compassione istituzionalizzata» della società occidentale

Franco La Cecla
La
Stampa 7 giugno 2001

 
«Come responsabilità di tutti 
la carità è finita ai tempi di Costantino.
Adesso è nelle mani degli assicuratori
e sono nate corporazioni professionali
per la salute e per l'assistenza»
 
 

Fuori impazzano i frutti della New Economy. La San Francisco degli hippies e della beat generation, dell’ecologia e degli esperimenti sociali e sessuali è ormai un ricordo. I nuovi ricchi, i ventenni che hanno fatto i soldi con computer ed internet, quelli che qui vengono chiamati i «dot.comers» - quelli del «punto com», hanno comprato le aree che erano un tempo di artisti e immigrati latinos e tutto è stato trasformato in residenze di lusso. Il risultato è una città leccata ma devitalizzata, ed un tappeto di messicani che dormono per strada aspettando al mattino di entrare nei cantieri del boom edilizio. In questa atmosfera il vecchio Ivan Illich, guru di più generazioni di contestatori delle istituzioni, viaggiatore infaticabile tra il Messico e il resto del mondo, storico, filosofo e critico sociale tiene un seminario di sei settimane sulla «storia dell’ospitalità». Lo fa nei locali di We the people un’associazione fondata da Jerry Brown sindaco di Oakland, la città dei «neri» che fronteggia San Francisco sulla baia.
Jerry Brown - qualcuno lo ricorderà come governatore della California negli anni ’70 - è un personaggio del mondo di Allen Ginzberg e dei Grateful Dead, ma oggi somiglia più a un protagonista dei Sopranos, il serial televisivo sulla mafia americana. Per piacere alle middle class nere ha importato ad Oakland una enorme scuola militare ed un Casinò. Ospite di Brown, Ivan Illich, nonostante questi enormi cambiamenti, si ostina a raccontare cosa c’è sotto alla nostra incapacità di liberarci dalle istituzioni. Nel corso degli ultimi trent’anni lo ha fatto puntualmente, una volta attaccando la scuola dell’obbligo come fabbrica dell’emarginazione - nel suo libro Descolarizzare la società (in Italia pubblicato da Red Studio), un’altra la medicina ufficiale come macchina per creare consumatori incapaci di avere una propria salute - in Nemesi Medica (sempre Red Studio). Negli ultimi anni si è occupato di come i professionisti hanno modellato i nostri bisogni e di come la nostra vita quotidiana si è trasformata in un tappeto di dati e probabilità - i tanto discussi exit-poll - gestiti da esperti. Oggi combatte la filosofia della «prevenzione» che trasforma consumatori in «decision makers» per cui una donna che aspetta un bambino viene avvertita da un consulente sulla probabilità di dare alla luce un mostro e deve scegliere se tenerselo o meno. Il tutto in base a proiezioni che si basano su generalizzazioni spesso dipendenti dalle multinazionali della salute e delle assicurazioni.
Ivan Illich ricostruisce l’archeologia di queste dipendenze, e di come abbiamo perso la capacità di gestire la nostra vita in maniera originale e piena di un senso profondo dei limiti della gioia e del dolore. Sei mesi fa con un gruppo di amici e studenti aveva già parlato per quattro settimane della «Perdita degli spazi comuni in città». Questa volta per altre quattro settimane il suo tema è L’ospitalità e il dolore. Per il vecchio guru nato a Vienna (le sue origini sono dalmate), ma vissuto dappertutto e con una conoscenza diretta di tredici lingue, «L’ospitalità è qualcosa che la gente faceva istintivamente, una accoglienza informale, una maniera di dare una mano allo straniero o al passante in difficoltà. Era l’appello al faccia a faccia, la decisione personale di incontrare l’altro nei suoi problemi contingenti, senza volerlo definire a partire da questi. Fin quando nel terzo secolo dopo Cristo al tempo di Costantino la Chiesa non pensa bene di istituire degli "ospizi" - degli xenodocheion dal greco xenia che sta per ospitalità - . Da quel momento l’accoglienza passa dalla decisione di ciascuno nei confronti del prossimo alla istituzione di un luogo che definisce i criteri e i requisiti per essere considerati poveri e bisognosi». Continua Illich: «La nuova istituzione dello xenodocheion si diffonde in mezzo secolo a tutto l’impero romano. Al tempo di Giuliano l’Apostata, è già arrivata alle aree urbane dell’Asia. Quando Giuliano l’Apostata cerca di ristabilire - contro la diffusione del cristianesimo - gli antichi dei pagani dell’Impero, chiede però ai suoi governatori di mantenere la pratica degli ospizi». Illich cita le parole dell’Imperatore: «Se l’Ellenismo non fa i progressi che dovrebbe la colpa è nostra... Non vedete che ciò che ha contribuito al successo dell’ateismo (cioè del Cristianesimo) è la carità verso gli stranieri?».
È a quel punto che lo stato imperiale fa sua l’istituzione dell’ospitalità. In questo Illich vede la fine di un’epoca in cui la carità era ancora responsabilità di tutti. L’asocialità di cui il mondo contemporaneo fa prova, la paura ed il disinteresse per i vicini che anche qui a San Francisco ha ormai decretato la fine di ogni forma spontanea di aggregazione, sarebbe dunque un male originato in quei secoli lontani. Il vecchio Illich, stanco e sfigurato in faccia da un male pesante da sopportare, non ha dubbi: «La povertà istituzionalizzata è una invenzione che la Chiesa ha passato allo stato e alle istituzioni e che ha condotto verso una trasformazione della compassione in qualcosa che è oggi nelle mani degli assicuratori e delle corporazioni professionali della salute e dell’assistenza». Aggiunge: «La compassione è una parola ebraica, rahum, che viene dall’Esodo e che è stato tradotta come "misericordia", ma che si riferisce più precisamente al grembo femminile e a ciò che in esso accade quando è eccitato dall’amore. Gli ellenisti traducono questo atteggiamento con la parola eleos o anche eleomosyne da cui viene la nostra "elemosina", levando alla parola il suo connotato carnale, appassionato. Così la rahum diventa pietà, qualcosa che Platone ed Aristotele consideravano un difetto morale».
Illich sostiene che la modernità occidentale è figlia della compassione istituzionalizzata. Racconta la storia di un suo amico cinese che convertitosi al Cristianesimo fa un pellegrinaggio a piedi da Pechino a Roma: «In Asia Centrale trova ospitalità dappertutto. Nei paesi di lingua slava viene accolto ancora, anche se con più difficoltà, a casa della gente. Quando arriva nel cuore dell’Occidente e della Cristianità deve cercare da dormire in una locanda o in un ospizio». Per Illich la compassione istituzionalizzata crea un nuovo statuto della sofferenza e della povertà: «Già il Cristianesimo aveva scoperto un tipo di dolore diverso da quello che l’antica Grecia definiva con le parole - algos , o lype , o nosos - che si riferivano piuttosto ad uno stato dell’anima. La poena cristiana si riferisce anzitutto al corpo e alle sofferenze inflitte al Cristo». Illich spiega al suo pubblico che la compassione è un tipo nuovo di sentire: «Quello che viene chiamato il manifestarsi del sé occidentale, dell’individuo, nasce dall’esperienza fisica del sé. La separazione tra il noi antico e l’io moderno procura una nuova pelle che può essere sperimentata, sofferta. Nell’esercizio fisico del sentire le sofferenze del prossimo, il dolore della malattia e della stessa tortura diventano un’esperienza peculiare della sensibilità sottratta all’insieme delle miserie della vita.» La compassione si concentra su un dolore fisico che trasforma il senso stesso che un individuo ha di sé. Illich sostiene che per questo motivo la compassione - come nuova sensibilità al corpo - è anche alla base dei più sofisticati mezzi di tortura. «Ci sono mezzi di tortura che alienano a tal punto il torturato che non può più separare il proprio io da ciò che gli fa male. Il torturato viene devastato psichicamente dal dolore perché non può più vivere con questo se stesso alterato».
Illich sostiene che ospitalità e senso del dolore vanno di pari passo e la loro gestione può creare nuove mostruosità. Lo dice un po’ da profeta, un po’ da uomo di altri tempi che vuole mettere in guardia il suo pubblico di contemporanei. Nella cornice post-modern dell’America suburbana ciò suona particolarmente disorientante. Illich si definisce come un «alienato» che si è abituato a guardare il presente dal passato, per acquisire la distanza necessaria per coglierne l’allarmante e disumana attualità.