Il rovescio del
progresso
Giuseppina Ciuffreda
Il Manifesto 4/12/2002
Ivan Illich, filosofo, sociologo, teologo, protagonista di una stagione teorica che aveva messo al centro la controproduttività dei sistemi, corrosivo demolitore del mito del moderno e del progresso, è morto nel sonno a Brema. Aveva 76 anni. Pensatore impegnato nella critica della società industrializzata, ha anticipato luci e ombre di un mondo globalizzato
E' morto nel sonno, lunedì a Brema,
mentre riposava prima di tornare al suo lavoro, che non ha mai smesso
sopportando con pazienza e stoicismo i dolori del male che da anni deformava il
suo viso. Teologo, filosofo, storico, antropologo, Ivan Illich è stato
soprattutto uno sciamano abile a sciogliere il pensiero dai vincoli dei luoghi
comuni. Un seminario con lui era un'esperienza totale. I suoi ragionamenti,
densi di riferimenti storici, scardinavano sicurezze intellettuali sedimentate,
provocando arroccamenti seguiti da rese incondizionate. Nel novembre del 1985 ho
sperimentato la forza del suo pensiero libero e al tempo stesso costellato di
erudizione profonda, in un seminario residenziale nel centro culturale di San
Fortunato di Assisi. Tre giorni conviviali - con, tra gli altri, Wolfgang Sachs,
Alexander Langer, Francuccio Gesualdi, Anna Donati, Paolo Galletti, Peter
Kammerer e Christopher Baker - centrati su genere e sesso, comunanze, lavoro,
sviluppo durante i quali Illich metteva continuamente in crisi idee formate in
anni di esperienze e di studi. Ricordo la rabbia e, alla fine, un sollievo quasi
fisico, la percezione di avere una mente più libera. Ma anche con un contatto
meno intenso Illich riusciva a stimolare una percezione diversa della realtà.
Come nella prima edizione della Fiera delle utopie concrete - ideata da
Alexander Langer - a Città di Castello, nel 1988, dove parla dell'acqua, tema
della Fiera e del suo libro H2O e le acque dell'oblio (editore Macro),
una storia del fiume che diventa canale di scarico che comincia dall'odore.
Nato a Vienna nel 1926 da famiglia dalmata con ascendenze ebraiche, Ivan Illich
diventa prete dopo la guerra. Va a New York presso la comunità portoricana,
dove, negli anni Sessanta, matura la convinzione che le strategie di sviluppo
scardinino le culture locali dell'America latina e degli altri paesi definiti
sottosviluppati. Lascia allora New York e si stabilisce, nel 1961, a Cuernavaca,
in Messico, dove fonda il Centro documentazione interculturale (Cidoc) per
raccogliere una documentazione su due temi: la cultura popolare e l'ideologia e
l'azione delle grandi agenzie internazionali che lavorano su educazione, salute
e sviluppo economico.
Negli anni Settanta vengono pubblicati i suoi libri più famosi, Descolarizzare
la società (Mondadori) e Nemesi medica: l'espropriazione della salute (sempre
Mondadori). Sono gli anni della contestazione giovanile, della critica alle
istituzioni totali, ma il pensiero di Illich non vive una sola stagione. Sarà
capace, infatti, di nutrire anche i movimenti ambientalisti e di ecologia
sociale degli anni Ottanta e Novanta. Così è in sintonia con gli intellettuali
controcorrente nei diversi momenti, da Erich Fromm a Paulo Freire, a Wolfgang
Sachs. Ormai è un prete scomodo per la chiesa postconciliare e alla fine non
sarà più ufficialmente sacerdote. Vivrà in Messico e in Germania, dove
insegna all'università di Brema, e seguirà soltanto i fili della sua ricerca
storico-culturale.
Non legge i giornali, non risponde agli inviti di istituzioni anche prestigiose.
Partecipa soltanto ad incontri dove può stare a diretto contatto con la gente,
soprattutto con i giovani che, in tutto il mondo, vogliono pensare in modo più
libero, senza dipendere da concetti divenuti luoghi comuni. In questo è
favorito dalla sue straordinarie capacità linguistiche: conosceva infatti più
di dieci lingue.
Negli ultimi venti anni ha lavorato con molti intellettuali ambientalisti
critici dello sviluppo. Nel 1988, presso l'università della Pennsylvania,
nell'ambito del Science Technology and Society Program, Illich dà vita a
seminari interdisciplinari a tema con Wolfgang Sachs, Jeanne Robert e Barbara
Duden aperti anche ad altri ricercatori, su ecologia, vita, percezione dello
spazio, del tempo e del corpo umano nel XIX secolo, la facoltà del cuore nella
religiosità medioevale, per conoscere meglio le costruzioni del nostro modo di
pensare osservandone la genesi. Scavano negli strati del nostro sapere, guardano
al sapere come qualcosa che può e deve essere storicizzato, superando gli
steccati disciplinari. Anche le modalità di lavoro non sono tradizionali:
cucinano e mangiano insieme nella casa ospitante di Barbara Duden allo State
College.
Da queste esperienze nascerà l'Archeologia dello sviluppo di Wolfgang
Sachs, il primo di una serie di suoi testi sull'argomento, che il manifesto
pubblica nel 1989 eccezionalmente in undici articoli usciti di seguito.
Comunità, vita quotidiana, vernacolare, sono parole-chiave della ricerca di
Illich. Per questo è stato ritenuto un nostalgico del passato. Polemiche
suscitò il suo libro Genere e sesso (Mondadori), del 1985, in cui
narrava la distruzione della differenza operata dal capitalismo che, puntando
alla costruzione del lavoratore neutro, ha agitato l'esca dell'emancipazione
davanti alle donne. Ma, anche nei punti più estremi, sempre le sue affermazioni
hanno offerto spunti di riflessione. Ricordo le reazioni irritate di molti, me
compresa, quando attaccava lo zelo misericordioso e il voler aiutare il Terzo
mondo. «Dobbiamo restare indifferenti?» chiedevamo. Ma Illich insisteva: «Se
qualcuno vuole farti del bene, scappa». Il suo era un invito a riflettere sulle
cause e sugli effetti di un'azione e, soprattutto, sui concetti che l'avevano
originata in un determinato periodo storico.
Storia e motivazioni, dunque, nascita e morte delle idee: una sorta di
ginnastica intellettuale poco praticata in genere che non intendeva fermare
spinte generose ma formare menti aperte. Per dare vita a una società conviviale
- tema al centro del suo libro La convivialità. Una proposta libertaria per
una politica dei limiti allo sviluppo (red edizioni) - densa di relazioni,
umori, sapori, odori, radicata nella cultura popolare e aperta a un nuovo che
abbia ancora corpi e umanità.
Ivan Illich è stato il grande paladino della cultura dei popoli, dei loro
saperi, dell'arte di vivere praticata anche nelle condizioni più povere ma non
per questo miserabili. E un grande disvelatore dei concetti-impalcatura che
sostengono la civiltà occidentale industriale con la sua vocazione imperiale ed
omologatrice. Per questo Ivan Illich è uno degli intellettuali veri del
ventesimo secolo, un precursore di quanti - individui, piccoli gruppi, movimenti
- resistono a strategie mondiali nemiche della diversità e sperimentano
alternative con radici locali e coscienza planetaria.
IVAN ILLICH
Nato a Vienna il 4 settembre 1926 aveva studiato mineralogia, cristallografia e
storia dell'arte all'università di Firenze per poi laurearsi in filosofia a
Salisburgo. Di famiglia ebraica si era convertito al cattolicesimo. Ordinato
sacerdote nel 1951, per cinque anni era stato prete in una parrocchia
portoricana a New York. Lasciata la tonaca aveva poi intrapreso la strada
dell'insegnamento della filosofia ed era stato prorettore dell'Università
cattolica di Portorico. Abbandonato l'incarico per contrasti con le autorità
civili e religiose locali, si era stabilito all'università di Cuernavaca, in
Messico, dove aveva fondato nel 1961 il celebre Centro interculturale di
documentazione (Cidoc) che rappresentò uno dei maggiori centri mondiali di
contestazione alla società industrializzata. Docente in varie università,
studioso impegnato nella critica delle istituzioni e nella indicazione di
alternative che sviluppino la creatività e dignità umana, dall'80 viveva tra
Messico, Usa e Germania.