L'immagine di Dio e il volto del nemico

 

Alessandro Vanoli

 

In questa sede devo parlare di guerra giusta e non posso che farlo con qualche imbarazzo. Da una parte sono forse, fra i presenti, uno di quelli che condivide meno certi punti di vista metodologici che furono cari a Ivan Illich. Dall’altra, è il tema stesso, la guerra, a suscitare qualche remora in un simile contesto. Devo ammettere, però, che non ritengo il concetto di “guerra giusta” come l’inevitabile contrario di una qualche forma di “pace”. Siamo di fronte, piuttosto, a un’idea molto complessa, che non si risolve solo nell’esperienza tragica della distruzione e del dolore umano e morale, ma che ha molto a che fare anche con la costruzione di una politica, di un qualsiasi ordinamento che riesce a reggere una comunità.

Se è vero che l’idea di “guerra giusta” a noi più prossima rimanda alle grandi costruzioni teoriche dell’età moderna e, dunque, a una nuova specifica forma di stato, è vero anche che tale concetto ha una storia ben più profonda: insomma, non si capirebbe nulla del bellum iustum  pensato da Grozio nella prima metà del ‘600, senza rifarsi a quella tradizione che riconduceva alla latinità romana e, per questa via, sino alla cultura greca.

Per Platone polemos fu la guerra nel suo senso più assoluto, una guerra che si conduceva contro gli altri, contro coloro che non facevano parte della polis, esterni cioè a quel piccolo nucleo urbano in cui la grecità vide la perfezione dell’esperienza politica. Se polemos  fu ciò che si poteva condurre per tutelare il proprio spazio politico, combattendo al suo esterno, il suo contrario fu la stasis, la guerra che scoppiava fra persone simili, all’interno dello spazio politico, la guerra che non si doveva fare.

Qualcosa di molto simile, anche se con taglio esplicitamente più giuridico, pensarono i romani quando contrapposero il bellum iustum, la guerra che si faceva contro chi non apparteneva alla romanità, al bellum iniustum, cioè la guerra civile. Qualcosa di molto simile ereditò il Medioevo attraverso la patristica cristiana, che all’esperienza giuridica e politica dell’Impero Romano, come è noto, guardò come modello di riferimento. Agostino di Ippona, per fare un esempio importante, guardò al bellum iustum non solo come a qualcosa di possibile, ma anche come qualcosa di funzionale a tutelare la città dell’uomo. Giunti ad Agostino, insomma, abbiamo un’idea di guerra giusta le cui radici affondano nel passato romano e greco, il cui fondamento di giustizia risiede nella necessaria tutela di uno spazio politico interno contro uno esterno, che spesso non appartiene neanche al pensabile tanto è lontano: luogo di barbari, di esseri la cui lontananza dalla perfetta umanità è resa evidente dal linguaggio oscuro e dagli usi riprovevoli. A questo schema, però, il cristianesimo deve aggiungere un’ulteriore spiegazione: la guerra giusta deve essere tale, infatti, perché voluta da Dio. Agostino lo dice espressamente e lo fa, attingendo a un esplicito retaggio biblico, che da quel momento si salderà alle precedenti teorie politiche classiche.

 Un esempio per tutti, ma un esempio importante: le battaglie combattute da Giosuè (Giosuè, 6,16-21): «Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: “Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città. La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore” […] Il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé e occuparono la città. Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada ogni essere nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, perfino il bue, l’ariete e l’asino». Il presupposto è fondamentalmente chiaro: la guerra era possibile perché Dio aveva deciso che quel popolo era condannato.

Nella storia occidentale si saldano, insomma, due tradizioni differenti: una che guarda alla giustizia come esplicito atto dettato dalla volontà di un dio, l’altra che guarda alla guerra giusta come a un’altrettanto chiara necessità istituzionale e politica. Solo quando si arriverà all’età moderna, quella di Grozio e di Hobbes, la guerra giusta sembrerà quasi dimenticare il dettato divino: la guerra è giusta perché esiste uno stato che deve tutelare la propria identità e il proprio spazio politico. Si potrebbe pure allargare il discorso ad altri spazi mediterranei, per scoprire, ad esempio, che in ambito islamico si costruì un’analoga immagine della guerra giusta (il discorso sarebbe complesso, ma qui non intendo semplicemente l’abusato concetto di jihad), dove accanto alla volontà divina esplicitata dal Corano convive e si salda una percezione politica imperiale, che distingue tra un territorio dell’islam (dar al-islam) e un territorio della guerra (dar al-harb). Esiste una comunità dei credenti che si riconosce in uno spazio politico percepibile e la guerra contro ciò che è fuori è giustificabile in nome di questa distanza di carattere politico. La differenza, la vera differenza, è nella separazione moderna, quella per intenderci operata da Hobbes come da Grozio, tra questi due fondamenti: di fronte alla nascita di uno stato fondato sulla ragione l’elemento divino cessa lentamente le sue funzioni, anche per quanto concerne la legittimazione della guerra.

Non si tratta a questo punto di porre facili giudizi di valore su tale mutamento: la guerra allontanata da Dio non diventa migliore. Ma neppure peggiore: le facili condanne della modernità dovrebbero essere vagliate anche alla luce di tale frattura, interna alla nostra tradizione, che è stata in grado di separare la distruzione dall’arbitrio di un Dio armato di una giustizia  violenta e incomprensibile.

Identità, rispetto, pace, sono tutti concetti che escono dallo stesso crogiuolo e che prima dell’età moderna ebbero ben poco senso. Identità, rispetto, pace, si definirono, nella nostra storia, all’interno della costruzione di uno stato che fu spazio politico e sociale. Un luogo che oggi si sta sgretolando sotto il peso di una globalizzazione che allargando a dismisura lo spazio ne lacera inevitabilmente il senso politico e le identità sociali a esso legate. Forse non è un caso che proprio in questo momento si oda sempre più forte il grido banalizzante di una guerra che vuole tornare a essere al tempo politica e divina.

La guerra, soprattutto quella “giusta”, ha rappresentato nella storia un elemento di identificazione. Sembra drammatico (e per molti versi lo è), ma quando si pensa alla pace credo che si sia obbligati a pensare al fatto che l’identità – europea, cristiana o islamica poco importa - sia legata anche a esplicite idee di guerra radicate e complesse. Abbiamo una radice mediterranea profonda, dimenticare che essa affonda anche nel conflitto sarebbe  di fatto una pericolosa ingenuità.