Lo sganciamento di pace e globalizzazione

Sajay Samuel

 

Il 4 ottobre 2002 arrivai a Lucca: accompagnavo Ivan Illich durante la sua prima visita qui e parlavamo di tornare ancora in questa città. In quel giorno di inizio autunno non pensavo a un autunno senza di lui. In quel giorno vicino alla fine dell’anno, mi vidi seduto dove siete voi ora ad ascoltare il mio maestro in un nuovo anno.

Quel giorno è passato, e così molti altri. Eppure non riesco a dimenticarlo. Rimane fisso nella mia memoria come pochi altri. Ricordo Ivan seduto su questo tavolo: camicia bianca, cravatta blu scura un po’ allentata, un foglio di carta accanto, le gambe incrociate, la testa inclinata da una parte; i suoi occhi grigi penetranti che si posavano ora su un viso, ora su un altro. Tirava fuori i suoi pensieri in un’onda di parole che incantavano e catturavano, quasi come quando, per la prima volta, fissai lo sguardo su di lui in una sala di lettura all’Università della Pennsylvania dodici anni fa.

Il ricordo di questo suo ultimo discorso pubblico è vivido. Brilla come le fiammelle del fuoco che egli ha portato nella mia vita.

Sono molto lieto di far parte dell’assemblea che il presidente Tagliasacchi e Aldo Zanchetta hanno riunito per ricordare la memoria di Ivan e il suo lavoro. Sono stati invitati molti suoi amici, alcuni dei quali sono venuti da molto lontano. Nonostante i tanti presenti, ce ne sono anche molti che non sono potuti venire. Sono felice che siano a Lucca Silja, Matthias, Kostas, Samar, Jean e pochi altri che hanno studiato con Ivan e che si siano ritrovati di nuovo insieme. Ci sono alcune persone che riorientano in maniera fondamentale il modo in cui uno parla e pensa. Non si può parlare di loro, ma soltanto parlare con loro. Non posso parlare di Ivan. Spero che lui perdoni l’uso libero che oggi farò dei suoi scritti con la stessa generosità e pazienza con la quale mi accettò come studente tanti anni fa.

È forse semplice, ma certamente non semplicistico, dire che tutto il lavoro di Ivan era volto a proteggere, coltivare e incoraggiare l’amicizia. Non c’è quasi mai nulla sulla superficie dei suoi scritti; in talune occasioni è accennato in maniera discreta, ma, per lo più, Ivan difende il valore dell’amicizia senza parlarne esplicitamente, scrivendo di ciò che distrugge la possibilità di realizzarla. È così che io interpreto i suoi scritti, come una cosiddetta “critica sociale”: delle scuole, degli ospedali, del trasporto, dello sviluppo.

Circa quaranta anni fa, Ivan fu uno dei primi a criticare l’idea dei programmi per lo sviluppo, parecchio prima che diventasse una moda. Fu anche uno dei primi a mettere in rilievo, negli anni ‘80, che l’idea di sviluppo era ormai resa obsoleta dall’idea della globalizzazione o del global management, mentre, al giorno d’oggi, la critica della globalizzazione è molto diffusa.

Le mode sono effimere e capricciose, sono come le increspature sulla superficie di uno specchio d’acqua. Ma la critica di Ivan allo sviluppo fu fondamentale, come le correnti profonde del mare.

Mi sembra appropriato che questo incontro a Lucca sia costruito sul discorso di Ivan tenuto all’Associazione di Ricerca Asiatica per la Pace, più di venti anni fa, intitolato Lo sganciamento della pace e dello sviluppo.

Questo discorso offre una sorta di accesso a molto del lavoro di Ivan che propone un radicale cambiamento dell’economia. Un lettore attento e paziente di queste parole, quindi, eviterà di confondere le increspature superficiali e la corrente che scorre in profondità. Io credo anche che la sua discussione mettesse in guardia coloro che, contrari all’ottimismo economico, lo combattevano, da quello che sarebbero potuti diventare senza volerlo: collaboratori della distruzione di ciò che rimaneva della “pace dei popoli”. 

Oggi vorrei commentare brevemente la sua idea che la pace economica distrugge la pace dei popoli e che una società incentrata sull’economia fa continuare una guerra infinita sulle tradizioni, la natura e i generi.

La pace economica è l’idea che pace significhi un accordo tra i poteri economici, individuali o corporativi. L’idea che il commercio sia un antidoto alla guerra e il terreno per la pace, è unicamente europea. Jean Monnet, uno dei fondatori dell’Ue, credeva in essa tanto fortemente che ora voi tutti siete membri di un’unione economica originariamente concepita per prevenire un’altra guerra in Europa. Apparentemente George Bush e il suo gruppo degli otto potenti (il G8) sono anch’essi fermi sostenitori della pace economica.  Pensano che il terrorista sia un consumatore insoddisfatto e che la crescita economica sradicherà il demone del terrorismo.

La pace economica è un concetto moderno che ora è stato esportato in tutto il mondo, che sia scritto come pace, paix o peace, ed è oggi considerata come un antidoto contro la guerra e come il terreno fertile per la pace. Ma questo valore si basa sull’idea che la condizione naturale dell’uomo sia la guerra.

Attraverso la voce delle autorità politiche e filosofiche, sin dal 1600, sono autorizzato a delineare il concetto di pace economica ora identificata con la pace tout court.

Thomas Hobbes, che è spesso considerato il primo pensatore politico moderno, scrive che tutte le persone, ovunque, sono mosse unicamente dal desiderio di potere e sono perciò portate a «una guerra che li contrappone gli uni agli altri». Hobbes, poi, sostiene che un popolo così guerriero accetterà un contratto per eleggere un monarca, il Leviatano. Secondo Hobbes, se il desiderio di potere rende tutti gli uomini uguali, allora la potenziale uguaglianza della morte causata dalla guerra li induce a un accordo per un sovrano, un Leviatano così forte e potente che possa mettere fine alla guerra civile con la minaccia di punizioni. Per Hobbes, allora, la naturale condizione dell’uomo è la guerra e il potere del Leviatano garantisce la pace domestica.

Dopo Hobbes, venne John Locke con l’idea che il desiderio naturale che muoveva l’uomo non era il desiderio di potere, ma il desiderio del denaro per acquisire potere. Perciò, sosteneva, le persone si accorderebbero per uno stato regolato dalla legge e non da un monarca, uno stato che non influisca sui diritti dello scambio economico. Per Locke lo stato non deve essere potente come il Leviatano, perché l’uomo è per sua natura incline al possesso, non alla guerra. Il desiderio di possesso è soddisfatto dagli scambi economici e la pace domestica è assicurata, secondo Locke, quando le attività commerciali fioriscono. Comunque, le relazioni estere tra gli stati nazionali sono tormentate dalla guerra da quando il desiderio di potere affligge gli stati sovrani.

Ma Montesquieu, scrivendo dopo Locke nel 1748, a proposito dei benefici del commercio, dice: «L’effetto naturale del commercio è di portare alla pace. Due nazioni che commerciano diventano reciprocamente dipendenti; se una ha interesse a comprare, l’altra ha interesse a vendere, e tutte le unioni si fondano sui bisogni naturali». Per Montesquieu, persino le relazioni estere tra stati possono essere pacifiche poiché il contratto economico conduce naturalmente alla pace. Come Locke prima di lui, Montesquieu era d’accordo sul fatto che il bisogno naturale dell’uomo è soddisfatto dallo scambio economico tra persone o stati. Ora, si può vedere che il desiderio lockiano del possesso è una versione alleggerita del desiderio hobbesiano del potere. Al tempo di Montesquieu, comunque, la guerra era considerata come assenza di pace e il commercio era la base della pace. Il commercio è dolce, doux commerce, perché stempera la passioni che portano alla guerra e alla crudeltà; e il calcolo razionale dell’interesse commerciale individuale prevale sulle passioni tendenti alla guerra degli uomini. In un centinaio di anni, durante il XIX secolo, la forma della pace economica è stata ampiamente esemplificata, per esempio negli scritti di Benjamin Constant e dei padri fondatori dell’America. La definizione completa di pax oeconomica è che la transazione economica è una pacifica alternativa alla guerra e che sia il desiderio di commercio sia quello della guerra sono condizioni naturali dell’uomo. Come dimostrato dalle idee e dai proclami di Jean Monnet e George Bush, credo che la pace economica, intesa in questo modo, sia tipica della maniera moderna di fare politica. Lo possiamo leggere in Benjamin Constant che scrisse che «guerra e commercio sono solo due mezzi differenti per arrivare allo stesso fine, che è il possesso di ciò che si desidera. È chiaro che più prevale la tendenza al commercio, più si indebolisce quella a far guerra».

Questo moderno e oggi selvaggio legame tra la pace e l’economia nasconde tre verità.

Primo: la pace non è mai stata pensata in precedenza come l’assenza della guerra o il frutto del commercio.

Secondo: la crescita economica, anche se sotto il nome di sviluppo o globalizzazione, è essa stessa una forma di guerra. L’eccesso di scambi economici distrugge la natura, le culture e le differenze di genere.

Terzo: il commercio non era mai stato prima radicato nella natura umana e neppure nel cosiddetto desiderio di possesso o nel desiderio naturale di miglioramento.

Ai nostri giorni la parola “pace” ha lo stesso significato di pace economica in tutto il mondo, ma non è sempre stato così. La pace, Ivan sosteneva, non era un’idea astratta, ma uno spirito specifico e peculiare che era condiviso in modo unico da ciascuna comunità. Shalom degli ebrei si riferisce alla grazia scesa dal cielo come l’olio attraverso la barba del padre Aronne. La pax romana annunciava l’annessione di un territorio conquistato alla legge e all’ordine del potere imperiale di Roma. La philia di Atene è l’amicizia fra uomini liberi della città. Il giapponese foodo, il cinese huo’ping e l’indiano shanti hanno significati che vanno oltre quanto è tradotto come “pace”.

Storicamente, allora, ciò che oggi va sotto il nome di pace non aveva relazione né con la guerra, né con l’economia. Ogni persona, ogni etnia aveva la sua propria etica di pace; ciascuna cultura reclamava il suo tipo di pace; ciascuna comunità aveva il suo modo di stare in pace. Questo era vero persino per l’Europa fino alla prima modernità. La pace dei popoli non significava l’assenza di guerre tra proprietari di feudi. Comunque, la pace che la Chiesa e l’Impero protessero nel XII secolo era la pace delle terre. I diritti quotidiani e tradizionali sull’acqua e sui pascoli; la sicurezza del grano e del raccolto; l’integrità dei campi e delle case. Tutto questo era oggetto della pace. La pace dei popoli assicurava che le persone fossero in pace anche se i loro signori erano in guerra. La pace dei popoli tutelava l’autonomia di ciò che era specifico.

Vernacolare, locale, è ciò che è fatto in casa e cresciuto lì. Ciò che è vernacolare, non è economico; le attività locali non sono né pagate né possono essere merce di scambio; i modi della sussistenza locale non separano la produzione dal consumo; l’autonomia locale riguarda gli innumerevoli differenti modi in cui le persone durante la storia e in posti lontani come il Perù e l’Iran sono sopravvissuti senza dipendere dal mercato o dallo stato. Ciò che è consuetudine in un posto, non lo è allo stesso modo altrove: persino in Italia sapete bene che, fino a poco tempo fa, il modo di parlare, vestire, camminare e mangiare di un siciliano erano molto differenti da quelli di un lucchese.

Anche durante il XIV e XV secolo, quando gli abitanti della città vollero uniformare i loro comuni legami di vita quotidiana, lo dovettero fare attraverso un patto legale, una coniuratio. Neppure nel XII secolo (e fino al XIV) il mercante pensava che la pace fosse il contrario di guerra, come faceva Montesquieu. E i servi e i signori non pensavano che la pace si basasse sul commercio, come faceva Locke. E i signori o i mercanti non immaginavano neppure che ci fosse una naturale inclinazione per il commercio, come sosteneva Constant, o che ci fosse una naturale inclinazione  per la guerra, come diceva Hobbes. Perché si pensasse al commercio come al terreno fertile per la pace, la coniuratio medievale o il patto benedetto da Dio sarebbero dovuti diventare un contratto tra liberi individui garantito dallo stato; la pace dei popoli, la protezione della cultura locale, avrebbero dovuto essere rimpiazzate dalla pace economica, dai contratti economici legalmente imposti.

La pace economica ha perciò sostituito la pace dei popoli. Ma questa non è una semplice sostituzione come quando si cambia una lampadina con un’altra. La pace economica è fondata sulla distruzione della pace dei popoli; la società intensiva di mercato distrugge le culture locali; i contratti economici trasformano le persone indipendenti in esseri umani bisognosi di ricevere una paga.

La pace economica è come la guerra: proprio come la guerra rende tutti i combattenti simili, così la pace economica rimpiazza la grande varietà di culture locali con il mercato intensivo, incoraggia una guerra continua a bassa intensità perché l’esistenza dell’economia è basata su un’infinita competizione e invidia.

I vicini e gli amici devono diventare nemici e competitori potenziali nella corsa alle poche risorse. L’invidia aumenta i bisogni e perciò questi bisogni non conoscono limiti: non è forse per questo che i momenti di maggior benessere della storia sono anche quelli in cui si è ossessionati dal non avere abbastanza?

La pace economica conduce alla morte della natura e della cultura. Siamo tutti abituati oggi all’immensa devastazione della natura - soprattutto dopo l’accordo di Kyoto - che è stato il grande tema politico dell’ultimo mezzo secolo. La guerra alla natura può essere vista come una guerra agli spazi comuni, quello che in Italia è chiamato “uso civico”. Ciò che è in comune è quella parte della terra che non appartiene alla famiglia, ma che ancora è aperta all’uso per la sussistenza. Le ben note enclosure (recinzioni) dei pascoli in Inghilterra sono un esempio di come la proprietà comune sia distrutta. I cambiamenti economici  inglobano tutto ciò che è comunitario e trasformano la superficie della terra in privato o pubblico demanio. Sia il pubblico che il privato sono entrambi considerati risorse economiche da sfruttare, eufemisticamente definite “l’ambiente”.

La società di mercato devasta le culture locali e introduce l’uomo industrializzato a un tipo di frustrazione mai conosciuta prima nella storia: le persone sono non soltanto completamente dipendenti dalle istituzioni, ma devono affrontare l’inevitabile frustrazione quando queste istituzioni vanno oltre una certa intensità.

Gli incidenti stradali che uccidono circa 50.000 persone in un anno, i dottori che provocano la morte di un numero almeno doppio di malati, le scuole che producono falliti anziché diplomati sono le conseguenze insignificanti della controversa produttività delle moderne istituzioni. La povertà modernizzata - dove ai poveri è impedito di sopravvivere fuori dal mercato o dalla carità  del governo - e il lavoro nero, in cui le persone sono usate per distruggere la loro autonomia, sono le due meno importanti conseguenze della società di mercato.

La  società di  mercato si fonda sull’ipotesi scientifica che tutte le persone, ovunque, siano esseri umani. Mentre essere uomini e donne vuol dire essere individuali (unici, particolari), l’essere umano, invece, è senza genere, non appartiene a nessun luogo. Non si può trovare migliore definizione dell’essere umano di quella contenuta nella Dichiarazione dei Diritti Umani, che stabilisce che: «Ciascuno ha il diritto a tutti i diritti e le libertà stabiliti in questa dichiarazione, senza distinzioni di nessun tipo, come razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche o di altra natura, origine sociale o nazionale, proprietà, nascita o posizione». Ed è esattamente quello che aveva in mente Locke: una “x”, un nulla che è libero perché può essere ciò che vuole.

La società di mercato ha ora penetrato tutti gli angoli della terra: è globale. Ci sono molti che combattono lo sviluppo economico e la globalizzazione, ma costoro sono involontari collaboratori dell’espansione della società di mercato quando difendono l’ambiente e l’ecologia. Sono collaboratori di questo sistema quando difendono le identità culturali e i diritti umani e soprattutto quando mantengono la pace con la violenza e promuovono l’etnico rendendolo chic. Sono collaboratori quando sono sedotti dalle molte forme differenti dell’economia di mercato e dimenticano che l’unico vero nemico della società di mercato è la cultura locale e che soltanto la pace dei popoli è una minaccia per la pace economica.

C’è chi sostiene che, poiché le culture particolari sono quasi ormai distrutte e poiché la società di mercato è un dato di fatto, noi che vediamo in tutto ciò un grande pericolo per la vita e per la libertà, dovremmo avere buon senso ed essere ragionevoli.

È utile ricordare ogni tanto a così ragionevoli lupi in veste di agnello, che è segno di coraggio continuare la battaglia anche quando la guerra è perduta.