I luoghi comuni

Massimo Angelini

 

Nel 2001 avevo invitato Ivan Illich a Genova, insieme con altri amici, per parlare in pubblico di “luoghi comuni”. Mancavano due settimane al vertice G8 che a Genova avrebbe recato lutto e cicatrici oggi ancora aperte. Il titolo dell’incontro era Risveglio: della terra e della cultura locale (Genova, Convento di S. Maria di Castello, 6-8 luglio 2001).

“Luogo” è diverso da “spazio”. Uno spazio è geometrico e misurabile: anche di un deserto si può parlare nei termini dello spazio, anche di ciò che sta sopra e oltre il cielo: lo spazio è una categoria familiare per i geometri e gli astrofisici. Ma i luoghi sono gli spazi abitati, vissuti. Si può essere proprietari di uno spazio, e la proprietà di uno spazio è testimoniata da un atto scritto o da un registro del catasto. Ma di un luogo non si può essere proprietari; forse abitanti, forse custodi.

Parliamo di luoghi e del loro essere in comune. E “comune” non è sinonimo di “pubblico”. Ricordo alcuni anni fa, a Genova, in una strada pedonale del centro storico, una donna latino-americana aveva messo una sedia fuori dalla porta di casa, così come si fa nei paesi, così come si fa quando si vuole conversare con i vicini. Un vigile le chiese se aveva pagato l’occupazione del suolo pubblico. Il suolo pubblico evidentemente non è il suolo comune: appartiene a un ente, è amministrato da un ufficio, la gente che lo abita ne può fruire solo se è autorizzata e se ha pagato un obolo alla burocrazia.

Qui, un tempo (ma altrove ancora adesso), le abitazioni avevano uno spazio interno comune e accessibile agli altri - cucina e tinello (che, nella grammatica borghese, saranno sostituiti dal salotto, luogo di accoglienza, ma anche di rappresentanza) – e, ancor più all’interno, uno spazio privato per dormire; all’esterno, subito fuori dalla casa c’era ancora uno spazio comune, l’aia o la piazza, buono per giocare, conversare, incontrarsi, anche per lavorare; tra i due spazi comuni – quello interno e quello esterno – la porta era aperta o semplicemente chiusa senza mandate. Come una camera di compensazione, così il comune intersecava il pubblico e il privato.

Oggi le abitazioni sono solo spazio privato, separato dalla strada pubblica per mezzo di una porta chiusa con più mandate, a volte, e sempre più spesso, blindata.

Un luogo è uno spazio vissuto: uno spazio territoriale, ma anche uno spazio metaforico. Luoghi comuni sono i saperi condivisi, le titolarità collettive, i patrimoni comunitari di spazi, risorse, conoscenze e consuetudini; sono ciò che non è proprietà pubblica né privata, ma collettivamente appartiene a coloro che abitano un luogo; sono ciò che oggi rischia di essere eroso, liquidato, espropriato, privatizzato e addirittura brevettato, dichiarato fuori legge, espulso dalla terra e dalla storia.

Sono gli spazi fisici, simbolici e giuridici delle comunità; sono gli usi civici e i saperi condivisi; danno forma a molti linguaggi, anche attraverso l’uso e l’occupazione dello spazio, i gesti e i comportamenti noti; sono le parole e le espressioni della lingua domestica e colloquiale.

Sono indisponibili, inalienabili, imprescrittibili, non privatizzabili e non assoggettabili a regolamentazioni che non siano generate dalle stesse comunità che ne hanno la piena, storica titolarità. Ed è proprio il riferimento alla comunità che spiega nel profondo perché non possono essere venduti, né appropriati, né vietati.

Anche il patrimonio di varietà tradizionali di piante agricole è luogo comune. E come tale, non può essere privatizzato né istituzionalizzato. Le varietà locali e tradizionali non sono solo il risultato di una risposta adatta-
tiva alla pressione ambientale, ma anche un prodotto culturale derivante dall’attività di selezione curata nel tempo lento dagli agricoltori, per privilegiare alcune caratteristiche (forma, resistenza, qualità alimentare, produttività) rispetto ad altre, e dall’azione di addomesticamento perseguita attraverso pratiche colturali spesso socializzate e condivise in ambito locale.

Sono deposito di consuetudini e conoscenze, in un certo senso sono un manufatto e, sapendoci leggere l’alfabeto del tempo, un documento. Vivono in stretta relazione con le conoscenze agronomiche, le ricette di cucina e con il modellamento dello spazio rurale; nel tempo hanno accompagnato le doti matrimoniali, la diffusione della lingua-madre, la mobilità e la nostalgia degli emigranti, fino a diventare, per le comunità dei luoghi entro i quali si sono caratterizzate, uno specchio identitario nel quale potersi riflettere e riconoscere.

Formano un patrimonio collettivo di conoscenze, gesti e consuetudini, del quale sono titolari le comunità locali, che non può essere liquidato, né espropriato da alcuna espressione dei poteri pubblici, né privatizzato e tanto meno brevettato.

Hanno contribuito a mantenere salde le catene degli affetti, e di queste mi tornano alla mente alcuni esempi: sulla montagna piacentina c’è chi per sessant’anni ha riseminato lo stesso seme portato in dote dalla moglie, come per ricelebrare ogni anno il matrimonio; ricordo anche operai calabresi - ex contadini - emigrati a Genova, in Val Polcevera, che ostentavano i loro broccoli in mezzo all’orto, forse anche per dichiarare l’appartenenza a un luogo di origine e tentare di ricucire un frammento di vita; è poi piuttosto comune trovare chi conserva alberi da frutto non per ciò che producono, ma come eredità dei propri vecchi.

Ma quale analisi genetica può spiegare tutto questo? Quale analisi può spiegare il legame tra le varietà, la lingua madre, la mobilità delle donne e le loro doti? Nel regno della quantità, dove l’esperimento ha sostituito l’esperienza, tutto questo non è noto o vale quanto un aneddoto. Che ne sanno gli esperti - che ne sanno i genetisti? Cosa si conosce quando si mette la vita sotto il microscopio - oltre quella soglia di percezione al di là della quale il senso comune non può accedere?

Il valore delle varietà locali e tradizionali è incomprensibile se non si tiene conto del contesto di luogo, tempo e comunità che le ha rese e le rende ciò che sono, così come il significato di una parola diventa incomprensibile quando è estratto dalla frase che la contiene.

In altri termini, si preserva e si dà valore al patrimonio varietale se si preserva e si dà valore al contesto rurale nel quale si è formato ed è evoluto. Fuori da questo contesto, dalla priorità del ruolo e dell’interesse degli agricoltori, dai processi di conservazione dinamica del quale essi sono protagonisti, restano solo oggetti amatoriali, da collezionisti, soprammobili da orto o cimelio da museo, esercizio di buoni sentimenti o puro supporto di informazioni genetiche: e considerare così le varietà locali è riduttivo e, in un certo senso, ingannevole.

Ed è luogo comune il diritto alla loro libera circolazione. La circolazione delle sementi di varietà tradizionali tra contadini e la consegna delle sementi tra le generazioni sono pratiche di sussistenza individuale e comunitaria che, in quanto tali, appartengono all’ambito del diritto originario, del quale ciascuno è titolare e dal quale nessuno può essere escluso.

Dopo l’uscita della direttiva europea CE/98/95, ci si è domandati se, di fatto, non sia stata vietata la circolazione delle sementi tra contadini e quindi la tradizione e la diffusione delle varietà locali. Ma non è esattamente così. Le attuali norme europee e quelle nazionali non vietano in assoluto la circolazione delle sementi, piuttosto disciplinano le attività mirate al loro sfruttamento commerciale, svolte con o senza compenso; ora, perché ci sia “sfruttamento commerciale” (e, in assenza di una definizione normativa o di un’interpretazione autorevole, basta l’uso rigoroso della lingua) bisogna che esista un corrispettivo diretto, indiretto o la sua previsione. Dunque le restrizioni di legge riguardano chi compra e vende semi, i vivaisti, le ditte sementiere, il mercato amatoriale, non i contadini; comunque sia, non riguardano le forme di circolazione delle sementi che non hanno fini di sfruttamento commerciale, diretto o indiretto.

La diffusione di sementi come dono e la consegna senza corrispettivo rientrano fra queste forme, così come vi rientra il trasferimento di semi per eredità e - come si usava fino alla metà dello scorso secolo - attraverso la dote matrimoniale.

Sarebbe superfluo architettare meccanismi legali per concedere ai contadini quel diritto di fare circolare sementi di varietà tradizionali che, in assenza di fini commerciali, nessuna legge per ora vieta. Se in futuro sarà introdotta una norma per negare quel diritto semplice e originario, ricorderemo che:

-       i semi si diffondono innanzitutto come cibo - a meno che non si voglia imporre la sterilizzazione di ortaggi, cereali e frutta prima di venderli (!) - ed è questa la forma consueta con la quale sono state fatte circolare le varietà locali. Sono cibo, evidentemente, i legumi e i cereali; quando si vendono fagioli o grano non si vendono semi ma cibo: chi può vietarlo? Questo vale anche per le patate, per le cipolle e l’aglio; meloni, zucchini, pomodori, zucche, e altro ancora, contengono i propri semi: basta venderli e acquistarli maturi; quale legge potrebbe vietare di vendere o acquistare del cibo?

-       i contadini hanno riprodotto e riproducono le proprie varietà, e ne scambiano i semi, con o senza le leggi. E per fare ciò non hanno bisogno di essere nominati “coltivatori custodi”, perché se serve farlo lo fanno. È un comportamento del tutto normale. È nel codice consuetudinario delle pratiche agricole e comunitarie. Se i contadini riproducono e fanno circolare già le varietà locali, non c’è legge che possa impedirlo né scoraggiarlo. D’altra parte, se i contadini non le riproducono e non le fanno circolare, non c’è legge che potrebbe mantenerle in vita al loro posto.

Se le varietà locali sono patrimonio comunitario, allora la titolarità sui benefici derivanti dal loro uso può riguardare solo le stesse comunità locali che, selezionandone forma e comportamento, le hanno conservate e tramandate. E quella titolarità non può essere ricondotta alle categorie del diritto pubblico o privato: essa si inscrive nel medesimo orizzonte nel quale vivono le espressioni materiali, giuridiche e simboliche delle comunità, come le consuetudini e gli usi civici, come i luoghi della festa e della preghiera, come la lingua madre e le reti del pettegolezzo.

Ancora esistono le varietà locali e tradizionali, così come ancora esistono gli ambiti comunitari, i patrimoni comunitari e le titolarità comunitarie, ma sono sempre meno visibili. E ciò che non si vede più può facilmente scomparire nel silenzio.

Rischiano di scomparire i saperi condivisi quando sono sacrificati alla dittatura degli esperti, quando la sola validazione del sapere che conti è quella dei professionisti, degli scienziati, dei professori, di coloro che sono iscritti a un ordine professionale, di chi può sovrapporre alla sua forma un timbro. E rischia di scomparire il potere di tutti quando è umiliato nella democrazia delle deleghe e nello svuotamento della partecipazione: e questo può avvenire altrettanto facilmente sotto le amministrazioni che si definiscono di “destra” o di “sinistra”: sia quando gli spazi condivisi e le risposte ai bisogni comuni sono appropriate e privatizzate sia quando sono espropriate e istituzionalizzate.

Una proposta: impegnamoci a riacquistare la percezione degli spazi di incontro, festa, solidarietà o preghiera, delle consuetudini, del buon senso, della lingua madre (e di quella parlata) come luogo comune, per resistere alla loro normalizzazione, e agli amministratori, architetti, giuristi, grammatici e, più in generale, ai chierici che li organizzano in nome e nell’interesse della gente.