Corpo e luogo

Jean Robert

 

Sono un uomo nato quasi sette decenni fa in Svizzera, ma molti decenni fa sono diventato messicano, cosicché il povero linguaggio che parlo è un misto di italiano e spagnolo.

Tratterò, nel mio intervento, del luogo della decisione e dell’importanza di questa questione per “le paci dei popoli”.

 Nel 1968 il Club di Roma pubblicò un rapporto nel quale avvertiva che la produzione intensiva di mercanzie deperibili, che era alla base dell’economia, conduceva inevitabilmente alla distruzione della natura. Il Club offriva due tipi di rimedi per ovviare alla catastrofe ecologica: una transizione verso una produzione austera di mercanzie durevoli e, soprattutto, un riciclaggio di tutta l’economia verso una produzione di servizi vista come un’industria senza ciminiere. Illich, da Cuernavaca, alzò la voce per dire che al di là di certe soglie la produzione intensiva di certi servizi sarebbe stata ancora più distruttiva per la cultura di quanto la produzione di mercanzie lo era stata per la natura. Illich prevedeva che l’utopia di una società di servizi avrebbe condotto al garage scolastico chiamato “educazione permanente”, al controllo sanitario su tutta la vita e alla degradazione di tutte le diverse relazioni umane in forme di comunicazione.

Amarsi o fare la pace sono attività gratuite e vernacolari, nel senso che sono parte integrante della cultura; per contro, la comunicazione designa generalmente qualcosa che, anche se non viene offerta come servizio nel tuo villaggio, sarebbe molto meglio se fosse professionalizzata e diffusa. Per esempio: nei villaggi del Messico ci sono ancora donne che sanno piangere profusamente in pubblico e sono molto importanti nelle cerimonie di accompagnamento dei morti, perché fortificano il legame comunitario. Ma nelle città appare una figura nuova, quella del “consulente del lutto” che si fa pagare per insegnare la buona maniera di compiangere, scientificamente calibrata, secondo le cinque tappe (fra negazione e accettazione del lutto) definite nei trattati. Silja Samerski ci dirà se questo “piangerologo” merita di essere chiamato professionista o se è membro di una classe totalmente nuova di fornitori di servizi.

Per illustrare la sua tesi sulla distruttività dei servizi professionali, Illich analizza successivamente gli effetti della produzione professionale di servizi dell’educazione, della salute e del trasporto: cominciando il discorso, per salvare la proporzione, con le parole “al di là di certe soglie”, Illich dimostra che i servizi dell’educazione istupidiscono, i servizi medici fanno ammalare e i servizi di trasporto e comunicazione paralizzano i piedi e intorpidiscono la lingua.

I libri degli anni di Cuernavaca costituiscono la prima critica documentata tramite l’analisi rigorosa delle professioni dominanti e dell’ideologia professionale; anzi Illich, analista dell’era delle professioni dominanti, tren-
t'anni fa aveva anche previsto che questa era si avvicinava alla sua fine storica. Nel suo libro Shadow work (il lavoro ombra, fantasma) analizza una nuova maniera obbligatoria di affaccendarsi che non è pagata, ma neppure contribuisce alla sussistenza concreta, un’attività giornaliera, inevitabile nella società industriale, ma della quale i membri di tutte le società preindustriali avrebbero detto con buon senso: “non serve a niente”. Nell’era che si avvicina, dopo quella delle professioni dominanti, sempre nuove forme di lavoro ombra si aggiungeranno alle forme già classiche, quali il lavoro domestico e il trasporto obbligatorio giornaliero dell’homo economicus verso il mercato del lavoro.

Non vorrei anticipare lo studio di Silja sull’era dei sistemi, vorrei soltanto sottolineare un punto: nell’era delle professioni dominanti il professionista decideva, cioè la decisione era la scelta dei mezzi per un fine fatta dal pedagogo, dal medico o dall’ingegnere per soddisfare i bisogni che egli stesso aveva diagnosticato ai suoi clienti.

Oggigiorno la parola chiave che definisce la relazione fra fornitore e cliente di servizi non è più tanto bisogno, bensì decisione. Dopo l’era delle professioni dominanti si intravede l’epoca del facilitatore, o consulente, che offre la scelta fra diverse maniere di inserirti nel sistema. Vorrei mostrarvi che questo tipo di decisione è tipicamente moderno, cioè che non c’è niente di simile nelle altre culture ed epoche alla cosa che oggi chiamiamo decisione. Sono tentato di utilizzare qui un argomento che Matthias Rieger porterà domani: egli dice che l’armonia tra musicisti si può ottenere solamente in un luogo concreto e carnale, in uno spazio astratto può esistere la musica controllata con il metronomo, la pace imposta con il potere o, al contrario, una cacofonia globale.

Credo che la decisione moderna sia anche il prodotto della distruzione dei luoghi concreti da parte dello spazio astratto. Abbiamo dimenticato quello che significava la parola greca crisis o le parole latine in bivio, perché abbiamo perso la percezione concreta dei luoghi.

La parola decisione viene dalla parola latina decido (decidi, decisum), e ha la stessa radice di occido, uccidere. Questo temine significa tagliare corto, tagliare il nodo di Gordio.

Ciò implica un confronto fra opzioni diverse, la nozione di sceglierne una e di scartare, “uccidere” l’altra. Le parole latine statuere, constituere, judicare, secernere, e altre ancora, si riferiscono al momento del discernimento e del giudizio, della meditazione precedente all’atto del tagliare. La parola moderna “decisione” amalgama l’atto del discernere e del tagliare. Non significa ciò che il latino decido significava.

 Poiché l’accezione moderna della parola decisione implica che due atti separati si fondono in un unico momento, lasciatemi dire separatamente quale fosse il luogo di questi due atti nel passato. Permettetemi di farlo con due esempi:

1 - la fondazione di una città nell’antichità;

2 - il cammino verso la perfezione dell’homo viator nel Medioevo.

Ecco come Ivan Illich, lavorando su The image of a town di Joseph Rykwert, descrive i primi momenti della fondazione di una città. Nella tradizione classica la fondazione di una città inizia con la chiamata del suo fondatore, normalmente in un sogno nel quale vede il luogo dove sorgerà la città.

È necessario l’intervento di un veggente, di un augure che crei un luogo nel sito scoperto dal fondatore. L’augure ha poteri particolari: egli può vedere corpi celesti che sono invisibili ai comuni mortali, egli vede il templum della città nel cielo. La parola è parte del vocabolario tecnico del suo compito: il templum ha forma poligonale, è sospeso sopra il sito individuato dal fondatore ed è visibile solo all’augure quando celebra l’inauguratio. Il volo degli uccelli, una scia di nuvole, il fegato di un animale sacrificato, possono assistere l’augure nella contemplatio, l’atto che fa discendere il templum, l’atto nel quale egli proietta la figura vista nel cielo nel paesaggio scelto dal dio. In questa contemplatio il tempio celestiale prende la sua configurazione terrestre e dà la direzione della città, del cardo e del decumano.

Ma la contemplatio non è sufficiente: il contorno del templum non può essere tracciato sulla terra se non viene correttamente “con-siderato”, cioè allineato con le stelle. La consideratio fa seguito alla contemplatio, e allinea il cardo e il decumano, assi del tempio, con la stella della città. L’inauguratio si conclude dando un nome a quelle parti della città che saranno destra e sinistra, fronte e retro e fornendo un contesto per i luoghi così immaginati.

Prima però che ogni decisione sulla dimensione della città, sul layout delle sue strade fosse presa, l’augure aveva creato un “luogo” nel quale l’ordine celeste era rispecchiato da un ordine terreno locale. Da qui i costruttori della città si sarebbero allineati con il templum, che l’augure aveva tracciato sul terreno con un lituus (un bastone ricurvo) come una croce dentro un cerchio. Un luogo fondato era un luogo nel quale il “qui” aveva una matrice nell’aldilà.

 Passiamo al secondo esempio: l’uomo medievale si trovava costantemente in bivio.

Nel Medioevo il cristiano si considerava homo viator, un uomo in cammino, costantemente in bivio, sull’incrocio. Illich sosteneva, in accordo con Gerhart Ladner, che “essere in bivio” significava scegliere fra due forme di alienazione:

1 - l’estraniamento da Dio che era il peccato originale;

2 - la rinuncia all’eccessivo attaccamento al mondo, attraverso la quale l’homo viator poteva dimenticare la sua vocazione.

La prima alienazione era diabolica, la seconda era da coltivare. È questa seconda alienazione o distacco, buona, che era evocata nella frase: «non habemus mansionem permanentem in hoc mundo» («non abbiamo un asilo permanente in questo mondo»), che l’anonima Epistola a Diogneto riassumeva con queste parole: «Essi risiedono nelle terre dei loro padri, ma come se non fossero cittadini: essi partecipano a tutte le cose come se fossero cittadini e subiscono tutte le cose come se fossero stranieri: ogni paese straniero è una terra patria per loro e ogni terra patria è per loro straniera… essi abitano sulla terra ma sono cittadini del cielo».

Nel 612, Colombano, il monaco irlandese che aveva fondato le abbazie di Luxeuil e poi di Bregenz, lasciò di nuovo il comfort della vita organizzata e si diresse verso sud, dove Dio lo chiamava. Ogni giorno camminava, pregando Dio di mostrargli il corretto cammino, marciando e pregando, pregando e marciando. Quando fu vicino a raggiungere Milano fu accolto da Agilulfo, re dei Longobardi, che lo sollecitò a restare nella sua città per aiutarlo a espellere gli eretici (gli Ariani), a scrivere un libro e a occupare una posizione importante a corte. Ma un uomo di Dio apparve al re e gli disse di lasciar partire Colombano. Il monaco lasciò Milano e camminò attraverso le montagne dell’Appennino, dove giunse in un luogo solitario: qui trovò una chiesa in rovina dedicata a San Pietro.

Questo luogo era Bobbio, dove Colombano fondò la famosa Abbazia che porta il suo nome e dove egli morì tre anni più tardi alla rispettabile età di settantacinque anni. L’homo viator era sulla sua via verso la perfectio, non all’arrivo. Il mondo dell’homo viator era sotto l’egida della causa finale.

La “rottura” prodotta a ogni incrocio di strade non significava un riaggiustamento a un fine precostituito, ma un allineamento con l’ordine celeste che i passi del camminante imprimono sul terreno.

Il luogo di tale perfectio ha poco a che vedere con lo “spazio” in cui le moderne decisioni vengono prese. Nello spazio il “qui” è privo del “lì”.  Lo spazio è anche dove il progetto si realizza.

In un messaggio ai designers di Amsterdam nel 1995 Ivan Illich diceva loro: «Oggi, con i miei due fratelli, io voglio sottolineare il rituale, la funzione cerimoniale produttrice del mito del design. Qui io parlo a una categoria molto speciale di sciamani – non a insegnanti o a fisici, non a funzionari di prigioni o a ingegneri del trasporto, ma a dei designers. Essi non guidano ma piuttosto disegnano la liturgia. Non governano i territori ma operano come consiglieri di coloro che li costruiscono. Essi non sono la progenie dei calzolai o dei muratori, ma i discendenti di una creatura del Rinascimento, il “disegno”. Sono esperti nella integrazione intenzionale e meditata dei diversi manufatti; soggetti di una nuova trama che distingue il Barocco dal Gotico».

«Tuttavia i designers non provvedono solo alla forma dell’integrazione, essi inevitabilmente amplificano, orientando le ipotesi circa i principi ai quali i singoli elementi dell’intero dovrebbero uniformarsi. Sia l’abitacolo di un autoveicolo come una semplice maniglia di porta esigono ergonomicità: essi solleticano e attraggono il vostro sedere e la vostra mano».

Aldo Zanchetta ci ha convocati qui per discutere le condizioni nelle quali la gente può salvaguardare il proprio, unico significato della “pace”. Io credo che la questione del luogo della pace è pure essenziale in questo dibattito.

Ivan Illich denunziò l’uso pomposo della parola pace fatto dallo stato, dalla chiesa, dalla scuola e dalle altre istituzioni. Io penso che egli non credette in alcuna forma di pace nello spazio. Tuttavia egli tentò di recuperare i vecchi contenuti della parola, i significati che non possono fiorire nello spazio. Qualcosa così delicato come una “atmosfera”: ma non vi è un altro nome per questo?

«[…] improvvisamente io compresi cosa fosse, che io potevo dare un nome a ciò che io volevo proteggere e far crescere. Questa parola è “pace”. Non pace come è intesa internazionalmente oggi, ma piuttosto pace nel suo proprio significato, post-classico, europeo [...]. Questa parola esprime un’atmosfera di amicizia che può crescere fra uguali. Al fine di capire questo senso di disponibilità alla pace (Friedfertigkeit), io dovevo scoprire la sua origine nella conspiratio, che è un comportamento rituale peculiare che oggi è dimenticato [...] intorno all’anno 300 “pax” divenne una parola chiave nel mondo della liturgia cristiana.

La pax conspirativa divenne l’eufemismo per il bacio bocca a bocca fra i credenti radunati per il servizio: pax divenne un eufemismo di osculum (da “os”, la bocca) o conspiratio, il mescolarsi del respiro».3

Ivan Illich vede la conspiratio, “il mescolarsi dei respiri”, come la forma della comunità nel mondo cristiano europeo. Esso crea un’atmosfera e un “noi”, che non è solo visibile, ma odorabile e tangibile. Un’atmosfera caratterizza il suo unico “luogo”. Lo “spazio” non ha atmosfera, non ha aura, nulla che il naso possa afferrare.

Nella tradizione alla quale Ivan Illich si riferisce, bocca, naso e senso del tatto erano, anche più dello sguardo e dell’udito, gli organi della pace.