Ivan Illich e il problema delle radici

Giannozzo Pucci

 

Un crocevia fondamentale nella vita di Ivan è il giorno in cui, a dodici anni, dice: «Diventai vecchio a un tratto definitivamente. Fino a quel momento era stata una certezza assoluta per me che un giorno avrei dato dei bambini all’antica torre di famiglia sull’isola dalmata dei miei antenati. Dopo quella passeggiata solitaria mi parve impossibile. Ciò accadde due giorni prima dell’annessione dell’Austria alla Germania e prima che Hitler mandasse tutti i matti del Reich nelle camere a gas».

Simili fatti, percepiti nell’aria da Ivan prima che si verificassero, hanno determinato una tale spaccatura nelle radici culturali dell’Europa da colpire anche la percezione del corpo fisico e tutto l’immaginario dell’identità profonda di Ivan come metafora nostra. È successo qualcosa di simile a quegli indios fatti uscire dalla foresta amazzo-
nica e rinchiusi nelle riserve o campi di concentramento, dove c’è il necessario materiale ma manca qualsiasi altra ragione per vivere. Quando gli antichi etruschi o greci volevano fondare una città, tracciavano un solco in senso orario attorno a uno spazio e quel solco rappresentava simbolicamente il luogo di incontro del cielo e della terra, dell’esterno con l’interno, dell’orizzonte col suolo. Ognuno di questi incontri era concepito sempre come un matrimonio, un matrimonio sacro.

Ivan, parlando dell’isola dalmata dei suoi antenati e dicendo che da quel giorno non gli era più possibile pensare di dare bambini all’antica torre di famiglia, rappresenta una spaccatura che attraversa il nostro mondo sotto forma di una separazione fra cielo e terra di cui si perde fisicamente non tanto la possibilità di perdono, ma di riparazione materiale.

Gli eventi di questo secolo, molti dei quali intuiti da Ivan prima che avvenissero, rappresentano una rottura insanabile, per lui, con il passato, con radici non più recuperabili. Dice: «Credo che sapere che non abbiamo più futuro sia una condizione necessaria per pensare e per riflettere. Ci può essere un domani, ma non c’è un futuro sul quale possiamo dire qualche cosa. Il genocidio e il progetto genoma, la morte delle foreste e la cultura idroponica, il trapianto cardiaco e il medicidio rimborsato dalla sicurezza sociale, sono egualmente insipidi, inodori, inafferrabili e fuori dal mondo. Noi che siamo già abbastanza vecchi e ancora abbastanza giovani da aver seguito il passaggio alla fine della natura, la fine di un mondo proporzionato ai sensi, dovremmo essere capaci di morire come nessun altro».  Questo assedio di morte, di assenza di basi prevedibili, questa consapevolezza di non avere radici in un’epoca così apocalittica, rappresenta l’anticamera della scelta cristiana di Ivan. Soltanto quando le radici di un individuo vengono recise o negate o considerate come un qualcosa di secondario, la ricerca della cosiddetta identità diventa una fantasia fondamentale. Una volta smascherata la distruttività moderna del mondo e delle sue istituzioni, sono in condizione di nudità e perciò posso nudum Christum sequere.

Il nomadismo di Illich, il suo abbandono dell’isola degli antenati che resta, per tutta la vita, il suo luogo, rappresenta l’appannarsi attuale della terra che Ivan descrive con la frase: «È davvero difficile dire che per me la terra e il suolo sono ancora la stessa cosa». E ancora: «La separazione della terra dal mondo non si è depositata come le rovine del passato sugli strati sottostanti del suolo, è scomparsa senza lasciar traccia, come una riga cancellata dalla memoria del computer. Una volta smascherata la distruttività del mondo moderno e delle sue istituzioni, cerco Cristo dalla terra desolata».

Un passo del dalmata San Girolamo viene citato da Domenico Farias, grande amico di Ivan per tutta la vita: «La terra ha dato il suo frutto, la terra, Santa Maria, dalla nostra terra, dal nostro seme, da questa melma, da questo fango, da Adamo. Sei terra e tornerai alla terra. Questa terra ha dato il suo frutto, ciò che è perduto nel Paradiso lo ha dato il fiore. Dice nel Cantico dei Cantici: “Io sono un fiore dei campi e un giglio delle convalli”. Ecco questo fiore è diventato un frutto perché noi lo mangiassimo, perché ci sfamassimo delle sue carni. Notate cosa dice il frutto in persona: “Se il chicco di frumento non cade in terra e non muore, non può portare molti frutti”». Ivan, io credo che l’incarnazione renda possibile un genere di fioritura e conoscenza totalmente nuovo. Per i cristiani il Dio biblico può adesso essere amato nella carne. San Giovanni dice di essersi seduto a tavola con lui, di aver poggiato la testa sulla sua spalla, di averlo ascoltato, annusato. E Lui ha detto che chiunque vede Lui vede il Padre.

Ancora, Ivan, parlare dell’essere radicato è parlare della consapevolezza di trovarmi nelle mani dell’altro, della contingenza e dell’essere me stesso perché sono continuamente creato e confermato. È questo il mistero, ma è davvero difficile parlare oggi di queste cose che per un millennio sembravano essere considerate nella tradizione occidentale ovvie e indiscutibili.

Il radicamento nell’incarnazione di Dio apre una nuova dimensione dell’amore: è a questo radicamento che Ivan si è dedicato per tutta la vita. Ma questo nuovo spazio è ambiguo per il modo con cui fa esplodere alcune condizioni universali che rendevano possibile l’amore prima di allora. Prima, infatti, vivevo nei limiti del popolo in cui ero nato, nella famiglia che mi aveva allevato; adesso supero questi limiti e ciò minaccia i fondamenti tradizionali dell’etica che erano rappresentati sempre da un ethnos, un noi storico poiché precede la pronuncia della parola io e questa ambiguità è strutturalmente legata all’istituzionalizzazione della fede e dell’amore cristiano.

Il mio colloquio con Ivan, è stato interrotto dalla sua morte. E qui sento l’obbligo di proseguirlo, anche se non mi potrà rispondere, perché ciò che ci accomunava era proprio la profonda consapevolezza che la fede e speranza in Gesù Cristo era ed è per noi il vero radicamento. Ricordo quando mi domandò che cosa pensavo della morte ecologica o atomica della terra (era l’argomento che aveva influenzato la sua prima scelta). Risposi che la mia fede mi impedisce di credere nella fine della natura per mano dell’uomo. L’Apocalisse avverrà quando il Messia deciderà di tornare, non quando lo decideremo noi. Per quante mostruosità possa inventare questo mondo, la sua impotenza è ontologica. La morte della morte è già segnata.

Ivan, come sopravvissuto di un’altra epoca, si sente invadere dal senso di irrecuperabilità delle nostre radici, delle nostre tradizioni, ma come spiega bene Farias, sopravvivere a un’altra epoca è anche reviviscere, reflorescere. Questa nostra potatura (le espressioni sono prese da opere di antichi scrittori latini a proposito delle piante) apre la via della Grazia, della fede cristiana, ma anche della riscoperta della legge biblica della quale non una virgola cadrà prima del ritorno di Gesù.

E come si trova nel Salmo 19, I cieli narrano la gloria di Dio, detto anche Inno al creato: «La legge del Signore è perfetta, ricrea l’animo. L’insegnamento del Signore è sicuro, istruisce il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore. Il comandamento del Signore è puro, illumina gli occhi», dove la gioia di vivere sprigiona dalla partecipazione alla creazione. Questa radicale vocazione umana viene raffinata, portata alla sua massima potenzialità, non soppiantata dall’amore cristiano. Ecco allora che riemergono con forza i sentieri di Isaia che riassumono i compiti della pace: «Ricostruiranno le rovine antiche e tu farai risorgere le fondamenta dei secoli passati. Ti chiameranno restauratore delle rovine, colui che fa abitare di nuovo le strade e rialzeranno i luoghi desolati del tempo passato, rinnoveranno le città distrutte». Per Ivan sembrerebbe che questa sia soprattutto un’opera della persona e della cospirazione fra persone. Ma ci può essere un modo di svolgere questo compito di restauratori di rovine anche attraverso il deserto delle istituzioni?

Una volta Ivan mi confidò di essere stato fortemente attratto dall’opera e dalla persona di Giorgio La Pira e in anni recenti l’ospitalità della casa e la compagnia di Fioretta Mazzei le considerava un dono prezioso; eppure sono due persone che hanno attraversato il deserto delle istituzioni con questo compito di ricostruzione. Tutto il lavoro distruttivo dell’autorità della scienza e delle istituzioni moderne di Ivan può anche essere visto nell’ottica della cacciata dei mercanti dal tempio, nonché della necessaria spoliazione alla quale dobbiamo sottoporci per rinnovare le nostre radici naturali e cristiane.

 L’esistenza di Ivan si è svolta in questi quattro spazi principali: l’amicizia, lo studio, variamente mescolati tra loro, i luoghi e le persone della sua storia e l’imprevisto.

Ivan interpretava la parabola del samaritano nel senso che il prossimo è colui che scelgo, non che devo scegliere. Io preferisco capirla nel senso che il mio prossimo è quello che mi capita fuori dai programmi. Il sacerdote e l’intellettuale che nel racconto evangelico passano prima sono troppo impegnati per avere il cuore e la mente liberi per occuparsi di un uomo. Il samaritano per me, a differenza di quanto sostieni tu, Ivan, non distrugge il comportamento etico precedente, ma lo sviluppa portandolo a compimento. Da questo momento il diventare prossimo appartiene a uno spazio dei rapporti umani paragonabile al sabato, l’imprevisto, il fuori programma. È nella nostra esistenza lo spazio in cui Dio può inserirsi ed è ciò il fondamento della scelta di farsi prossimo.

Ivan ha sempre avuto nella propria giornata uno spazio per l’imprevisto, il fuori programma: questa è una fondamentale scelta di libertà, ma anche di obbedienza e vorrei qui fare due esempi in cui tu, Ivan, esprimi i limiti materiali che contengono le leggi naturali del radicamento. Il primo esempio è quando, rispondendo alla domanda: «Perché ti rifiuti di prenderti cura dei bambini del Sael?», rispondi: «Pensare che me ne possa prendere cura, innanzitutto mi impedisce di tenere bene a mente ciò che l’amore dovrebbe essere; secondo, mi abitua a quel tipo di amore anche nei confronti della persona che sto aspettando dietro questa porta; terzo, mi evita di prendere una settimana di ferie per andare a incatenarmi ai cancelli di una qualche industria newyorchese che ha una responsabilità diretta nel disastro ecologico del Sael». In altre parole: viviamo nel nostro raggio di azione.

L’altro esempio: tu Ivan osservi che per il femminismo la costruzione moderna dell’essere umano, che prima non esisteva, significa liberazione, mentre i campi definiti dalla differenza di genere descritti da te, sono delle limitazioni della libertà di essere ciò che più ci piacerebbe. La tua risposta è che sei d’accordo, ma poi spieghi che la perdita del genere e l’avvento del sesso introduce una forma di discriminazione del tutto nuova, in cui la posizione della donna moderna è peggiore di quella che le donne hanno avuto in qualsiasi epoca precedente. Allora i limiti sono essenziali, sono l’argomento della libertà dell’uomo e qui sta il titolo del nostro prossimo incontro: Gli apprendisti restauratori di rovine. Le leggi di Dio nel creato, ben consapevoli che saremo sempre apprendisti, perché se «il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i muratori».