Contributi

Il veleno delle istituzioni

di Arturo Paoli

 

Ho avuto occasione di conoscere Ivan Illich nel suo periodo romano; credo che facesse parte di un gruppo che aiutava la Segreteria di Stato. Lo conobbi occasionalmente, ma poi sono stato suo ospite a Cuernavaca, per il fatto che un fratello della mia congregazione aveva chiesto di andare a imparare lo spagnolo lì, dato che conoscevo bene Ivan Illich. Lo incontrai ed ebbi lunghe conversazioni con lui.

Credo che sia interessante per la Scuola per la Pace la sua critica dell’Occidente cristiano che oggi, direi, è particolarmente attuale e importante. Il cristianesimo presenta, in effetti, aspetti contraddittori poiché, entrando nella cultura greco-latina, si sono sviluppate due forze che Ivan chiamerebbe la gloria e l’orrore.

Ivan osserva come nelle antiche civiltà la persona umana è vista nella sua interezza, nella sua completezza e quindi l’uomo ha sempre sofferto, il dolore non è un fatto di una cultura e di un tempo. È una componente della vita dell’uomo. La gloria è complementare: nel mondo greco questa sofferenza diventa motivo di gloria, di superiorità dell’uomo.

 La differenza dagli altri è uno degli ostacoli fondamentali alla pace, che evidentemente non viene dal Vangelo che predica l’uguaglianza, l’umiltà, mentre il riconoscimento dei propri limiti (nella civiltà greca c’era l’idea dell’eroismo, del distinguersi per la forza e la resistenza, c’era l’eroe che non accetta la condizione umana di tutti) è fondamentale. In tutti gli scritti di Illich c’è il desiderio di tornare al semplice, al primitivo e una critica sempre aperta alle istituzioni che si sono create nel tempo, che hanno ragione di esistere, ma che hanno in sé un certo veleno da cui bisogna spogliarle attraverso la critica. Illich deve essere uno dei maestri di questa Scuola per la Pace, oggi più che mai necessaria. Oggi il valore fondamentale da difendere è la pace e la giustizia.

 

 

Il dono di un'amicizia

di Achille Rossi

 

La mia è una semplice testimonianza, che mi auguro comprensibile, vista la difficoltà di declinare le emozioni.

L’amicizia con Ivan Illich è stata nella mia vita un regalo che io non avrei mai immaginato né cercato coscientemente, ma che ho ricevuto come una grazia. L’incontro intellettuale con lui era avvenuto, in realtà, intorno agli anni ‘70, quando mi avevano colpito le sue idee sulla convivialità e la descolarizzazione della società. All’epoca avevo creato un doposcuola all’interno della parrocchia e l’idea di descolarizzare mi entusiasmava, perché mi portava a guardare con occhio critico l’istituzione scuola. Illich era per me l’intellettuale che metteva in guardia contro la tendenza delle istituzioni ad autoriprodursi a scapito delle persone.

Nel 1988 avvenne l’incontro con Ivan a Città di Castello, in occasione della Fiera delle Utopie Concrete di Alex Langer. Andai ingenuamente a chiedergli un’intervista per l’altrapagina, non sapendo che non ne concedeva mai, e lui, davanti a più di cento persone, mi chiese di formulargli le domande. Dopo averle ascoltate, fece rispondere un po’ a tutti, creando l’atmosfera conviviale del discorso attorno alla tavola.

 Sono andato a rileggere l’articolo scritto quel giorno e ho trovato alcune notazioni particolarmente interessanti: Ivan sosteneva che le istituzioni promettono cose che poi si convertono nel loro contrario e mi faceva l’esempio della locomozione. «L’accelerazione del trasporto promette di economizzare il tempo; in realtà non c’è mai stata nessuna società che abbia speso tante ore della vita di un adulto nella locomozione, come la società che viaggia a velocità sempre maggiori». Mi fece notare anche che ci sono forme di pensiero che bloccano la mente, «come la convinzione che il pensiero sia un processo cibernetico, per cui il nostro ricordo si possa paragonare all’elemento di memoria che inserisco in un computer, o che il nostro parlare equivalga alla comunicazione, alla informazione che si può manipolare come si vuole». A un certo punto gli rivolsi la domanda tipica dei dibattiti dell’epoca e gli chiesi chi fosse il soggetto della rivoluzione di cui parlava. Ivan mi rispose laconicamente: «Credo nel soggetto umano».

Lo rividi nove anni più tardi e gli richiesi un’altra intervista. Per tutta risposta mi invitò nel suo albergo, mi fece salire in camera, dove avemmo un colloquio di tre ore. Ivan parlò di sé, quasi confessandosi, e la sua disarmante disponibilità mi spinse a fare altrettanto. Fu veramente uno scambio di confidenze come se ci fossimo conosciuti da sempre. Ricordo ancora la mia emozione nel vedere un uomo che sopportava il dolore con estrema serenità, oserei dire con nobiltà. Mi pregò di procurargli delle candele per scaldare l’oppio che gli serviva a lenire il dolore. Mi disse che soffriva molto, particolarmente la notte, e che quando il dolore diventava insopportabile aveva davanti agli occhi l’immagine del crocefisso.

Un’altra emozione di quello straordinario incontro con Ivan è legata al contagio della sua fede. L’ho percepita come una fede candida, quasi ingenua, benché passata attraverso il vaglio critico. Una realtà mai esibita eppure al centro del suo vivere e del suo fare, talmente forte che non aveva bisogno di essere dichiarata.

Ho colto anche il suo amore per la chiesa, croce e gioia della sua esistenza, che egli non aveva mai abbandonato: confessava di recitare tutti i giorni le preghiere del breviario, in un tentativo di essere fedele a quella istituzione che in un certo senso lo aveva estromesso e di cui aveva nostalgia.

Lo stesso giorno mi invitò a pranzo in un piccolo ristorante che si chiama, quasi a sottolineare il senso del nostro incontro, “Amici miei” e mi raccontò la sua vicenda personale. Lo ascoltavo rapito come un ragazzo a cui si narra una fiaba, tanto era il fascino della narrazione e la straordinarietà degli avvenimenti raccontati. Per me è stata la scoperta di quanto fosse profondo il suo rapporto con gli amici, per i quali non si risparmiava: aveva una venerazione totale per le persone. Negli anni successivi ogni tanto arrivava, inaspettata, qualche telefonata da Brema, magari per sottolineare l’arrivo della nostra rivista, che ammirava per il suo radicamento nel territorio, per la sua località, come mi scrisse in un biglietto che ancora conservo. L’ultimo regalo che mi fece fu di venire, senza essere stato invitato, al convegno de l’altrapagina su “Il ritorno della guerra” nel settembre 2002. Il suo intervento, lucido e ispirato come sempre, puntò sulla possibilità, tutta moderna, di estirpare il male e dunque di eliminare cinque miliardi di persone percepite come esuberi. Quando ci siamo lasciati gli chiesi di tornare l’anno successivo per  un colloquio su “Pensare la scienza”, argomento del nostro convegno 2004. Lui però mi disse che aveva un altro sogno: «Vorrei venire a morire nella tua parrocchia», mi confidò.

Tre giorni prima della sua morte gli telefonai per chiedere l’autorizzazione a pubblicare il suo intervento. L’indomani ci risentimmo, mi fece fare delle correzioni e gli chiesi come stesse. Mi salutò dicendomi: «Ti devo lasciare, adesso, sono stanco». Sono parole che mi sono rimaste scolpite nella memoria.

La mia convinzione è quella di aver incontrato non solo un grande intellettuale, ma anche una di quelle persone fatte della pasta con la quale un tempo erano plasmati i santi.

 

 

La convivialità delle differenze

di Raniero La Valle

 

Non posso inserirmi nella vostra discussione, posso solo farvi partecipi di una riflessione che mi ha suscitato uno degli interventi. Io non amo la parola contaminazione: l’incontro tra le culture, le lingue, i popoli, le etnìe è una cosa talmente grande, bella, pura che mi sembra che la parola contaminazione sia sbagliata. Capisco come le parole siano una convenzione, però questo termine presuppone che ci sia una purità a cui si viene meno, c’è l’idea che ci sia qualcosa di puro che perde la sua purezza. Non c’è niente che si contamini nel senso negativo.

Mi viene in mente una polemica tra Jacob Taubes, un intellettuale ebreo molto interessante, e Hans Kelsen, il teorico della dottrina pura del diritto. Taubes si riferiva a un altro uso della parola “pura” che si era avuto in Europa, cioè la Critica della ragion pura di Kant e chiedeva: «Pura da che? Chi l’ha lavata?». Se la teoria pura del diritto vuol dire che questo non si fa contaminare dalla storia reale, allora questa purezza bisogna abbandonarla. Non ci può essere dottrina pura del diritto separata dalla storia degli uomini. Mi sembra che sia insito nella cultura il fatto che non sia tributaria di una sola fonte, ma sia il risultato del convergere di più sorgenti. Lo dico perché al di là della discussione semantica, il grande pericolo è quello della rottura dell’unità umana: il mondo è diviso, la pace non c’è perché non ci si riconosce più appartenenti alla stessa famiglia umana. C’è la teoria della guerra preventiva portata avanti da Bush. Un alibi per gestire il mondo come un mondo diviso è proprio quello che gli altri sono terroristi, sono diversi, sono cattivi. Questo discorso della separazione per diversità è pericolosissimo perché porta a conseguenze che non sono innocue. Ritrovare invece l’idea che l’unità, la comunione degli uomini non trova ostacoli nelle loro differenze è fondamentale.

È vero che sussiste il rischio della musica globale dove ogni diversità si perde, ma ci sono anche le prove d’orchestra dove strumenti diversissimi mantenendo il proprio timbro e la propria identità riescono a produrre suoni incredibili. Si parte dalla differenza, ma se c’è l’intenzione dell’incontro, le armonie nascono.