Samar Farage
«All’uomo
che cavalca lungamente per territori selvaggi viene il desiderio di una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola
incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte
cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne
incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse
sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando
desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una
differenza. La città sognata conteneva lui giovane: a Isidora arriva in tarda
età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù;
lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi».
(Italo
Calvino, Le città invisibili)
A
Firenze l’autunno scorso, per un’ora al giorno, la voce di Ivan rileggeva
queste righe, ancora e poi ancora, nello sforzo di insegnarmi la lingua
italiana. Pensava che memorizzare queste belle parole mi avrebbe portato ad
amare un linguaggio col quale egli si trovava perfettamente a suo agio. Un
linguaggio che nei suoi ritmi e nei suoi suoni riecheggiava profondamente il suo
desiderio ardente delle acque azzurre dell’Adriatico e delle verdi colline
punteggiate di olivi, il paesaggio della sua fanciullezza.
Oggi
la sua voce accompagna ancora sommessamente queste righe di Calvino, ma i suoi
occhi scintillanti e il suo sorriso benevolo non sono qui per perdonare i miei
errori. Io oggi mi azzardo a parlare italiano non solo perché credo che Ivan
avrebbe insistito che io non gettassi ombre sul rispetto che ho per voi, ma
anche come un omaggio ai suoi sforzi per insegnarmi.
Ivan
non è qui fisicamente, ma penso che per molti di noi che lo hanno conosciuto
bene, egli è, in qualche modo, vicino, con il suo sorriso garbato, con i suoi
piedi immersi nelle acque del Lete che lava le memorie dai piedi dei defunti e
le trasporta nella piscina di Mnemosine dove i poeti possono incontrarle.
Sono
grata a Lei, Presidente Tagliasacchi, ad Aldo Zanchetta e alla città di Lucca
per quest’occasione di celebrare la memoria e il lavoro di Ivan Illich e di
ricordare e onorare un maestro e amico. Il mio nome è Samar Farage. Per oltre
dieci anni ho avuto il privilegio di essere parte della piccola cerchia di amici
- molti dei quali sono qui oggi - che hanno vissuto, viaggiato e studiato con
Illich.
Oggi
voi date il nome di Illich al vostro Centro di Documentazione presso la Scuola
per la Pace nella città di Lucca, in Toscana. È giusto che il suo nome sia
ricordato per la prima volta qui, perché lui aveva desiderato trascorre i suoi
ultimi anni in Toscana.
Ivan
si impose all’attenzione del pubblico attraverso il Centro di Documentazione
Interculturale di Cuernavaca, in Messico, quaranta anni or sono. Sembra pertanto
fondato il fatto che voi ora inauguriate questo Centro di Documentazione nel suo
nome.
Ogni
lettore di Illich - questo consumato bibliofilo - resta stupito dalla sua
cultura, dalla sua padronanza tanto vasta nel campo culturale. Le sue
bibliografie, che egli diffuse generosamente fra i suoi amici, erano tesori di
indagini accurate sui linguaggi, sulle epoche storiche e sulle tematiche più
disparate. Ed è più di una coincidenza che il Centro che voi oggi inaugurate
faccia parte della Scuola per la Pace. Ivan scrisse di avere cercato per
trent’anni il nome di ciò che voleva promuovere e che questo nome era
“pace”.
Stamani
desidero parlare di un tema che fu fondamentale nella vita, nel pensiero, negli
scritti di Ivan, sebbene ciò non fu spesso rilevato: come nutrire e coltivare
il terreno per l’amicizia, la capacità di stare di fronte l’un l’altro in
un mutuo impegno per la verità.
In
questa breve conversazione posso aprire uno squarcio sull’importanza che egli
affidava all’amicizia e su come lui la praticasse attraverso la conversazione
attorno a una tavola.
Illich
descrisse la propria vita come un pellegrinaggio assieme ad amici. Riflettendo
su ciò che aveva la più profonda importanza per lui, lo espresse con la sua
sorprendente semplicità: ricercare un sapere disciplinato e impegnato assieme a
un gruppo di amici che si stimassero reciprocamente. Egli si chiedeva: «Come
posso io vivere in un mondo nel quale sono nato, il mondo in cui
sperimento sempre più di essere come racchiuso in una specie di prigione? Come
posso essere onesto con tutti quelli che stanno davanti a me? Come posso
mantenere uno spazio aperto quando mi trovo in faccia
e sotto lo sguardo dell’altro mentre l’altro si scopre di fronte a me
e nel mio sguardo?».
Alla
luce di questi interrogativi la sua critica della modernità e della tecnologia
raggiunge una nuova coerenza e chiarezza: il dono e la sorpresa costituiti
dall’Altro possono apparire solo quando questo spazio è aperto.
L’immediatezza, l’intimità e la libertà del mio incontro con l’altro è
ostacolata e anche resa impossibile da ciò che egli definì, una volta, come
strumenti non-conviviali: per esempio, dalle scuole che confezionano
l’apprendimento e che selezionano la gente; dalle diagnosi che prevengono
l’arte di curare e di soffrire; dalle professioni che determinano i bisogni
dei loro clienti; dagli schermi che separano te da me. Il problema di come
essere onesti con chi ci è di fronte è centrale, perché l’etica, in un
mondo privo di ethnos, può radicarsi soltanto nelle mie relazioni con
qualcuno, relazioni non guidate da una acritica sottomissione a leggi positive e
a norme astratte.
Ivan
era capace di percepire in maniera unica come gli strumenti moderni deformano e
distorcono le percezioni sensoriali, perché egli era un vecchio stregone.
Era
solito dire: «Io sono uno ‘zaunreiter’ (in tedesco) che è un
vecchio nome per indicare lo stregone. Con una gamba mi appoggio sul terreno a me domestico della tradizione della filosofia
cattolica, nella quale più di due dozzine di generazioni hanno devotamente
coltivato un giardino i cui alberi sono stati accuratamente innestati sui
germogli greci e romani. L’altra gamba, quella che dondola all’esterno, è
appesantita dal fango rappreso e profumata dalle erbe esotiche che ha calpestato».
In un’altra occasione egli si descrisse come uno xenocristallo, cioè
una inclusione estranea rispetto alla roccia nella quale è incorporata, o come
un pensatore extra-vagante (da extra-vagare), cioè “colui che cammina
al di fuori”.
Ivan
si sentì estraneo in un mondo dove sempre più le nostre sensazioni e i nostri
pensieri sugli altri e su noi stessi sono deliberatamente progettati e
costruiti. Stranamente, ciò non lo condusse a estraniarsi dal mondo, bensì a
vivere in esso con coraggio e trasparenza. In questo deserto moderno la sua
ricerca della verità, philosophia, era orientata da e nel servizio della
philia, l’amicizia. In questo imitava il suo maestro e amico del XII
secolo, il filosofo Ugo di San Vittore che aveva detto: «Poiché io ero uno
straniero io ti ho incontrato in un paese sconosciuto, ma il luogo non era
veramente ignoto perché io vi ho incontrato dei fratelli. Io non so se prima
feci degli amici o se prima fui fatto amico, ma vi incontrai la carità e amai
tutto ciò; e non potei stancarmene perché questo era dolce per me, e ne
riempii il mio cuore, e fui triste perché il mio cuore poteva contenerne così
poco. Non potei accogliere interamente ciò che vi era, ma ne presi quanto
potei. Così accettai ciò che potei e caricato da questo prezioso dono non
sentii fardello alcuno, perché il mio cuore colmato mi sosteneva. E ora, dopo
un lungo viaggio, trovo il mio cuore ancora ardente, e nessuno dei doni è stato
perso; poiché la carità non ha termine».
La
questione di come relazionarsi con gli altri richiama la questione di Dio come
ciò che è appropriato, giusto e armonioso. Tale questione non può trovare
risposta nelle scuole e nelle università, che storicamente sono state fondate
sulla separazione della vita ascetica e sensoriale dalla ricerca critica
intellettuale, delle consuetudini del cuore da quelle della mente. In effetti,
tale forma di apprendimento istituzionalizzato è quasi il nemico
dell’apprendimento del come vivere virtuosamente con l’altro. Esso
contribuisce invece ad approfondire l’indifferenza sterile e priva di senso
verso l’Altro e verso la realtà.
Le
università sono divenute freddi laboratori dove la natura assoluta di Dio è
stata rimpiazzata da calcoli relativi di valori positivi e negativi. In quanto
tali le università hanno eroso la nostra capacità di pensare, il nostro senso
comune come la nostra guida verso ciò che è più giusto e proporzionato, ciò
che i greci chiamano mesotes o “terre di mezzo”.
Il
senso comune, il nostro primo organo di giudizio, era una facoltà fisica che
Aristotele situava nel cuore e i filosofi medievali nella cavità anteriore
della testa. Storicamente il senso comune o sensus communis era la via di
passaggio fra i sensi esterni e i sensi interni. Era il sito del linguaggio
comune e proporzionato dei sensi prima del passaggio alla sfera intellettiva.
Conoscere era innanzi tutto la comprensione sensitiva della parola.
Con
la moderna filosofia tale visione è stata rovesciata. La percezione per mezzo
dei sensi è stata messa in
discussione, la mente e il corpo sono stati separati e la gente crede in ciò
che è stato primariamente costruito in modo astratto nella mente.
L’affermazione generatrice della modernità è di Cartesio: «Penso, dunque
sono». Questa posizione moderna è riassunta dalla disincarnazione e dalla
spersonalizzazione che Ivan ha combattuto.
La
critica di Illich della Scuola, dell’Università e delle Istituzioni fu dunque
una critica del loro potere di distruggere la nostra capacità di vivere
dignitosamente l’uno con l’altro. All’inizio, in mancanza di meglio, dette
il nome di “ricerca popolare” alla ricerca disciplinata della verità fuori
delle Istituzioni.
Egli
contrappose la “ricerca o scienza per la gente” condotta nelle università,
alla “scienza della gente”: un tipo di ricerca che non è sponsorizzata da
clienti istituzionali, non pubblicata in prestigiose riviste accademiche e senza
molto valore per il supermarket. Tale ricerca, condotta da soli o in piccoli
gruppi, ha un’attinenza diretta con chi vi si è impegnato e trasforma
direttamente il modo di essere e di vivere la relazione con l’altro. Essa
consente la conversazione amichevole e conviviale.
Illich
affermò: «L’ospitalità erudita e gratuita è il solo antidoto alla
posizione di una furbizia mortifera acquisita nella ricerca di una conoscenza
obiettivamente garantita». Egli la definì “conversazione attorno alla
tavola”, poiché cosa vi è di meglio di una tavola per consentire agli ospiti
e all’ospitante di sedersi generosamente uno di fronte all’altro in una
ricerca comune? La tavola è un’occasione per l’incontro di amici impegnati
in serie ricerche su temi che hanno un’influenza diretta su come vivere,
sull’impegno quotidiano, sulla pratica garbata piena di gioia. Dovunque egli
arrivava veniva approntata la tavola: l’ospitante avrebbe invitato gli ospiti
a varcare la soglia per disporsi intorno alla tavola dove altri erano già
riuniti, a un posto che era personale senza essere privato. Questa ospitalità
aperta e generosa era simbolizzata da una candela accesa nel mezzo della tavola:
una fiamma come segnale per un terzo che avesse potuto bussare alla porta. Non
vi erano regole stabilite ma persone amiche che condividevano una zuppa, con
l’assicurazione che la tavola era aperta, i piatti lavati, e la zuppa
allungata per gli ultimi arrivati. Questo studium era un cenacolo (convivium).
La
conversazione attorno alla tavola era prolungata ma disciplinata. Il rigore
richiesto da Illich implicava una askesis, un allenamento nell’arte di
pensare e di vivere virtuosamente, tanto da divenire una seconda natura. Essa
implicava la coltivazione di una hexis, una posizione nel mondo. La askesis
dell’amicizia comportava anche la pratica rigorosa di abitudini mentali in
armonia con le abitudini del cuore. Egli spesso parlava, come i padri Cappadoci,
della nepsis, la vigilanza dei sensi dalle lusinghe delle immagini e dei
prodotti al fine di purificarle e addolcirle. Per un aristotelico tutti i sensi
convergono nel cuore. Perciò, per non contaminare il cuore, si dovrebbero
sorvegliare gli occhi per evitare i fantasmi delle illusioni ottiche; si
dovrebbe liberare il senso dell’olfatto per inalare l’altro; si dovrebbero
affinare le orecchie per ascoltare armonie nelle parole degli amici.
L’amicizia
era una pratica permanente che coltivava una credibilità reciproca, il
rispetto, l’impegno. Egli talvolta mi sorrideva, con imbarazzo, e diceva una
semplice espressione: «Dimmi cosa devo fare e ti ubbidirò».
Per noi moderni, l’obbedienza è un concetto strano e un pesante
fardello; per Illich la fedeltà fra amici implicava una obbedienza reciproca.
Nella
sua conversazione con Cayley, spiegava: «L’ obbedienza nel senso biblico
significa ascolto privo di ostacoli, incondizionata disponibilità ad ascoltare,
disponibilità senza riserve a essere sorpresi dalle parole dell’Altro…
Quando io domino il mio cuore, la mia mente e il mio corpo io arrivo a essere
sottomesso all’altro. Quando ascolto senza prevenzioni, rispettosamente,
coraggiosamente, con la disponibilità di assumere l’altro come una sorpresa
radicale, faccio qualcosa di più. Io mi piego, mi chino sopra la totale alterità
di qualcuno. Ma rinunzio cercando i ponti fra l’altro e me, riconoscendo il
mare che ci separa. Sporgendomi su questo abisso divengo consapevole della
profondità della mia solitudine e capace di sopportarla nella luce della
sostanziale somiglianza fra l’altro e me. Tutto ciò che mi raggiunge
nell’altro è la sua parola, che io accetto sulla fiducia. Ma attraverso la
forza di questa parola, ora posso pensare a me stesso mentre passeggio sulla
superficie senza essere sommerso dal potere istituzionale…».
Ivan
fu un modello esemplare di tale completa disponibilità. Ognuno che lo ha
incontrato ricorda la sua totale presenza di corpo e di mente nella devozione
agli amici.
La
ricerca filosofica in compagnia di amici implica la critica di ogni cosa che ha
reso la vita non-filosofica, ogni cosa «che castra e sterilizza il cuore e
indebolisce le sensibilità etiche». L’affinamento di queste abitudini
mentali implica come prima cosa un distanziamento dalle certezze del presente, o
un’estraniazione da ciò che è familiare e assunto come garantito. Questo
distanziamento è necessario, pensava Ivan, per liberarsi dalle percezioni e
dalle credenze deformanti. Egli impiegava gli studi storici come percorso per
realizzare questa distanza e spesso ancorava se stesso nello studio del dominio
del cambiamento delle parole: attraverso l’ascolto dei loro suoni e la messa a
nudo della loro storicità, Ivan fece tremare le fondamenta dei moderni
pregiudizi. Soleva dire che anche i verbi hanno la loro storia: nell’età
dell’automobile, passeggiare diviene una attività diversa; nell’età
dell’immagine, la vista cambia; nell’età dello schermo il leggere non
significa più ciò che era per i filosofi del XII secolo.
Per
conoscere meglio noi stessi, indebolendo le nostre certezze, Illich raccomandava
una storiografia descritta splendidamente da uno dei suoi amici, Ludolf
Kuchenbuch, come un «granchio che si trascina attraverso il paesaggio della
passata innocenza». Quando, disturbata da un pericolo, la maggior parte degli
animali fa dietro front e corre via, il granchio invece indietreggia lentamente
mentre i suoi occhi sporgenti restano fissi sull’oggetto da cui fugge: il
recupero del passato richiede di non dimenticare mai il pericolo presente. Le
escursioni storiche di questo genere erano richieste da Illich non solo per
distanziarci, ma anche per proteggerci dai sentimentalismi eccessivi e dalle
esagerazioni apocalittiche. Egli insisteva su una lucida rinuncia delle fantasie
del potere di cambiare il mondo. Invece del sentimento della responsabilità dei
problemi del mondo Illich raccomandava un atteggiamento di vigile speranza.
Ricordo il suo raccontare, come una parabola, il coraggio del suo amico Helder
Camara, un vescovo brasiliano vissuto sotto la dittatura che, quando gli fu
chiesto come facesse fronte agli orrori delle atrocità cui aveva assistito,
rispondeva: «Voi non dovete mai cedere. Fin tanto che una persona è viva, da
qualche parte sotto la cenere c’è un residuo
di brace e il nostro totale impegno è di soffiare con molta attenzione… voi
vedrete se si illumina. Non dovete preoccuparvi se prende fuoco nuovamente o no.
Tutto quello che dovete fare è soffiare».
Per
Illich, tutto ciò che noi possiamo fare è
portare una candela nel buio, essere una candela accesa, sapere che siamo
questa fiammella nel buio.
Vi
ho detto all’inizio di questa conversazione che Ivan scelse la parola
“pace” per descrivere o spiegare ciò in cui sperava e per cui lavorò
durante tutta la sua vita. Lo ha spiegato magnificamente nel suo testo La
cura della cospirazione, sul quale mi soffermo ora. Ivan sosteneva che ogni
circolo di amici genera la sua propria aura, la propria atmosfera. Atmosfera è
il “profumo”, l’effluvio che promana da ogni tavola, ogni riunione, la sua
unica e personalizzata qualità. Ogni luogo ha un profumo e anche in Germania si
può dire: «Posso sentire bene il tuo profumo»; e si può anche dire al
proprio amico: «Posso sentirti». L’atmosfera può sorgere solo quando le
persone si pongono di fronte nella fiducia reciproca. Dopo trenta anni di
riflessione e di studio, trovò che la parola pax o “pace” era la più
conveniente per denominare questa atmosfera, o aura, creata da un cenacolo di
amici impegnati in studi comuni orientati verso una reciproca responsabilità e
fedeltà. Ripercorrendo la particolare natura storica della fondazione delle
comunità in Europa, egli concluse che la pace non fu mai una condizione
astratta ma fu, per ogni comunità, la cura attenta del proprio spirito nella
sua specificità. Questo spirito era suggellato dalla conspiratio o osculum:
il bacio bocca a bocca o la condi-
visione del respiro, questa condivisione l’un l’altro del respiro e la loro
unione in un clima di gioia che i membri di una comunità chiamavano
“chiesa”. Verso l’anno 300 pax divenne una parola chiave nella
liturgia cristiana per camuffare la natura scandalosa dell’osculum. Le
strade europee della pace sono sinonimo di questa incorpora-
zione somatica fra uguali nella comunità.
L’atmosfera
del convivium di Illich era quella di una sobria ebrietas, una
sobria ebbrezza: studio gradevole, garbata allegria e lettura incarnata. In ciò
egli seguiva il consiglio del suo maestro Ugo di San Vittore, che si contrappose
a centinaia di anni di cristianesimo che rifuggiva la carne e la risata che
possono distrarre e incoraggiò i suoi monaci insegnanti a ricercare la gioia,
«perché gli impegni gravosi sono affrontati più facilmente e con più impegno
quando sono mescolati al buon umore».
Per
i suoi amici e per me, il dono della sua amicizia è stata la candela nel buio.
Io e Ivan non abbiamo terminato di leggere insieme Calvino, ma la scelta del
percorso descritto nelle ultime righe del libro non sarebbe stata chiara senza
di lui: «L’inferno dei viventi non è
qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è gia qui, l’inferno che
abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non
soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne
parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige
attenzione e apprendimento continui; cercare e saper riconoscere, chi e cosa, in
mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio».
(Marco
Polo a Kublay Khan; Italo Calvino, Le
città invisibili).
È
mia speranza che questo Centro di Documentazione, che ora porterà il nome di
Ivan Illich, sia in qualche modo un luogo nel quale possa fiorire l’aura della
pace.