Ospitalità e dolore
Il profeta della convivialità racconta

Franco La Cecla
Libertaria anno 3 n. 4 ottobre dicembre 2001

 

La modernità occidentale è figlia della compassione istituzionalizzata che crea un nuovo statuto della sofferenza e della povertà. Un processo che trasforma l’ospitalità e la percezione del dolore. Tutto inizia alla metà del quarto secolo d.C. quando, sotto l’influenza cristiana, sorgono i primi veri ospizi per i senzatetto finanziati dalla comunità. L’effetto? La distruzione della pratica spontanea e personale dell’ospitalità. Mentre la storia del “corpo in pena” ci racconta la trsformazioen della compassione (esperienza vissuta in prima persona) in “gestione del dolore” negli ospedali. Luogo istituzionale in cui ai malati viene conferito uno statuo.

Queste le premesse del seminario tenuto da van Illich a Oakland (California) a cui ha partecipato Franco La Cecla, antropologo, autore tra l’altro di Saperci fare (1999), Non è cosa (1998) e Mente locale (1996)

 

Oakland, la città dei docks e degli operai neri, che si affaccia sulla baia dall’altra parte di San Francisco è diventata oggi rifugio di coloro, artisti, musicisti, ma anche middle class, che sono stati espulsi dal processo di vertiginosa “gentrification” della cara San Francisco degli hippy  degli esperimenti sociali di beat, gay ed ecologisti.

Anche Oakland, sede, negli anni Settanta della rivolta nera e delle Black Panthers, oggi è molto cambiata. I docks ci sono ancora, ma ospitano migliaia di containers per microchip e apparecchiature elettroniche. Il vento di Silicon Valley è arrivato anche qui cambiando le regole del gioco tra le stesse classi nere e soprattutto rivelando una nuova America di giovani arricchiti in maniera spropositata e di folle di nuovi poveri,  operai generici e immigrati più o meno clandestini. Oakland ha un sindaco, Jerry Brown, famoso per coloro che lo ricordano negli anni Settanta governatore della California dei Greatful Dead, di Allen Ginsberg e dei figli dei fiori. Oggi Jerry Brown è un uomo massiccio che veste come un boss dei film di Francis Ford Coppola e fuma nella sua limousine costosi sigari cubani. Per ingraziarsi la middle calss nera di Oakland ha ottenuto che si apra qui una enorme scuola militare per insegnare alle nuove generazioni un po’ di disciplina e un Casinò per chè i ricchi possano avere qualcosa da fare la sera. Vive in un edificio costruito dal suo vice, uno strano personaggio tatuato nato a Montecarlo e lì condivide le sue giornate con un insieme di personaggi che ricordano le comuni degli anni Settanta, con uno scivolamento tutto post-moderno verso il vino, le mescolanze razziali e i think tank. In questo luogo (battezzata “We the people”) organizza conferenze e seminari sul senso del “bene comune” e degli “spazi pubblici”.

E’ questo il motivo dell’invito ad un suo vecchio amico, il filosofo e pensatore radicale Ivan Illich a tenere qui per sei settimane, due volte all’anno, dei seminari di cultura politica. Illich ha accettato con entusiasmo portando alcuni dei suoi mici e collaboratori, storici, economisti, antropologi, esperti di sviluppo, ma anche musicisti e studiosi dell’Islam. Sei mesi fa il tema del suo seminario è stato La perdita degli spazi pubblici nella città. In queste settimane l’oggetto è invece Ospitalità e dolore. Per capire come questi due temi siano collegati Libertaria lo ha incontrato nelle due settimane conclusive del seminario.

Ivan Illich è un uomo forte, ma indebolito in maniera quasi in­giusta da un male che ne sfigu­ra il bellissimo volto da vecchio dalmata, un misto tra il ritratto di Geronimo e quello di un grande staretz alla Dostojevskij. La malattia lo affatica, gli rende la vita difficile, ma non gli im­pedisce di continuare a viaggia­re tra il resto del mondo e la sua «base» a Cuemavaca, in Messi­co, dove ha vissuto dagli anni Settanta e dove aveva costituito un magnifico centro, il Cidoc, di critica alle istituzioni totaliz­zanti, scuola, medicina, siste­ma automobilistico, corpora­zioni professionali e sistemi di controllo e creazione di cittadi­ni dipendenti. Oggi Illich inse­gna per una parte dell'anno a Brema, in Germania, e conti­nua a essere presente in altri centri di ricerca, come Penn State in Pennsylvania, ma an­che Bologna e altri luoghi dove ha amici e seguaci. Il suo meto­do di lavoro è più simile a una stoà dell'antica Atene che a una vita accademica: un gruppo di fedeli giovani ricercatori, di adulti studiosi e di vecchi amici lo circondano e lo seguono. Illich chiede alle università o in questo caso a Jerry Brown, un luogo dove vivere insieme ai suoi e dove svolgere dei semi­nari pubblici. Così i momenti esterni si intrecciano ai mo­menti interni di riflessione, dialogo, ricerca. Da anni Illich persegue con i suoi amici e al­lievi una ricerca sulla «propor­zionalità» intesa come una spe­cie di «senso comune», di ma­niera di sentire e di pensare che consentiva non soltanto la con­vivenza ricca e interessante del­le comunità umane, ma lo svi­luppo delle arti liberali e delle arti vere e proprie. Accanto a lui un giovane tedesco, Thomas. spiega la perdita del senso della proporzione in musica, un ge­niale indiano, Samuel Sayay. si occupa della perdita del mo­mento proporzionale in econo­mia e della sostituzione della teoria delle probabilità al libero arbitrio. A questi si aggiungono. tra gli altri, una giovane studio­sa tedesca, Silja Samerski che si occupa della trasformazione delle partorienti, in decision maker rispetto alla possibilità di dare alla luce mostri, e una storica libanese, Samara Garage, studiosa della medicina aristotelica e dei suoi lasciti alla medicina araba.

Illich mantiene il suo ruolo di grande vecchio. Nella stanza dove riposa e scrive riceve amici e ricercatori e dà dritte, indirizzai ricercatori nel mondo, suggerisce bibliografie e campi da esplorare. Lo fa nelle lingue che parla, che sono circa tredici, essendo lui, da buon dalmata, un uomo di frontiera, nato in una famiglia che viveva nell’isola di Braç, di fronte a Spalato, la grande Vienna, Mosca e l’Italia. La madre gli parlava in inglese, tedesco e russo e il nonno era un rabbino. Il giovane Illich durante la guerra si nasconde in Italia (i suoi parenti italiani producevano il liquore “Maraschino”) e partecipa alla resistenza, mentre è seminarista. Alla fine della guerra ha seguito una formazione solidissima in teologia alla Gregoriana a Roma ed è ordinato prete. Lo inviano a New York a seguire la comunità portoricana del Lower Est Side. Si impadronisce della lingua e del mondo portoricano in pochi mesi e organizza la prima grande sfilata di strada dell’orgoglio portoricano. I suoi metodi e la sua intelligenza lo rendono da un lato molto ricercato e stimato e dell’altro osteggiato e diffidato. Erich Fromm lo ha tra i suoi amici migliori. Jacques Maritain gli chiede di sostituirlo a Princeton mentre è malato. Infine è nominato prorettore alla Università di Portorico. Siamo negli anni Sessanta. John Kennedy e Giovanni XXIII lanciano negli stessi anni una “crociata per lo sviluppo”, spingendo developpers, missionari e peace corp in America Latina. Illich capisce che questo è un nuovo tipo, molto più perverso, di colonialismo che vuole distruggere dall’interno i sistemi culturali dei paesi del “terzo mondo” e omogeneizzarli all’idea roosveltiana  “e tutta nordamericana recentissima” di sviluppo e progresso. Decide di lasciare l’Università di Portorico. Dopo un lungo giro a piedi per il continente latino-americano sceglie Cuernavaca come luogo da cui organizzare la resistenza ai “missionari dello sviluppo”. Inventa una scuola di spagnolo per accogliere i “volontari della pace” per spiegare loro i danni di cui si fanno portatori. A Cuernavaca, insieme a Valentina Borremans, inventa il Cidoc un centro di interdocumentazione dove vengono raccolti da un lato enormi quantità di lavori sulle tradizioni popolari latino-americane e dall’altro dati e materiali sullo sviluppo delle grandi istituzioni mondiali nel campo dell’educazione, salute, economia.

Una serie di seminari insieme ai massimi esperi di queste cose dà vita ad una critica radicale alle istituzioni da cui nascerà il libro Descolarizzare la società e poi la critica feroce alla medicina ufficiale Nemesi medica. Illich a questo punto è divenuto molto scomodo e la Chiesa lo manda a chiamare per sottoporlo al giudizio del santo uffizio. Da cui Illich uscirà indenne, ma con la decisione (bilaterale) di separare il suo lavoro intellettuale dalla funzione ecclesiastica. Pubblicamente non sarà mai più identificabile come “uomo di chiesa” anche se in privato la sua tensione morale e religiosa resterà fortissima.

Non si potrebbe oggi capire il cammino che quest’uomo ha fatto  non tenendo conto della complessità della sua formazione: teologo, storico, sociologo, linguista, economista, e dell’orizzonte morale che sottende tutto il suo lavoro.

Alla fin degli anni Settanta si occupa sempre più di “sistemi” che creano dipendenza e diventano controproduttivi: pubblica su Le Monde un famoso articolo Energia ed equità che apre la questione della crisi energetica legandola strettamente all’ipotesi perdente  di una società che è schiava della velocità dei pochi. Illich diventa uno dei guru dei movimenti ecologisti e della critica alla società industriale. Negli anni che seguiranno si occuperà di “Diritto alla disoccupazione creativa”, di analisi del sistema e dell’ideologia del lavoro. In Francia uscirà agli inizia degli anni Ottanta Le travail phantome (Seuil) che è un’analisi acuta e preveggente del settore infor­male come sistema che regge e consente l'economia formale, sfruttando e invadendo zone della vita che prima erano am­biti privati, parte delle relazioni primarie, comunitarie e verna­colari dell'esistenza. È il primo grande abbozzo del lavoro che svilupperà negli anni Ottanta: la critica all'invadenza dei siste­mi di mercato retti da esperti e professionisti nelle sfere più in­time della vita sociale. Fino a scrivere nel 1985 Gender and sex, un libro scandaloso, in cui da storico ricostruirà il modo con cui il capitalismo ha di­strutto la differenza (culturale e radicale) tra uomini e donne per inventare il mito del lavora­tore e consumatore neutro. Il libro desterà la reazione vio­lentissima del femminismo americano e sarà in tutto il mondo accolto con censura e sospetto. Negli ultimi anni il la­voro di Illich si arricchirà e ap­profondirà, pescando nel dodi­cesimo secolo evidenze di un mondo in cui era ancora pre­sente la «proporzionalità» che le stesse istituzioni create dalla Chiesa cattolica e poi prese in prestito dallo Stato e dalla so­cietà civile contribuiranno a di­struggere. Il lavoro su Ugo di San Vittore, Nella vigna del te­sto, ne sarà un prezioso tassello. Da qui si riaprirà per Illich una nuova stagione di critica alla istituzionalizzazione della vita sociale e quotidiana, che nei se­minari di Oakland trova appli­cazioni e spunti di domanda.

 

ALLE RADICI DELL'ASOCIALITÀ

Nella sala di «We the people» Illich spiega: «La prima parte dei nostri seminari si occuperà della storia dell'ospitalità, nel­la Grecia antica e nel mondo ebraico e cristiano. Descriverò in questa sezione l'istituziona­lizzazione della povertà alla metà del quarto secolo dopo Cristo. È in questo momento, che sotto l'influenza cristiana, i primi veri ospizi per i senza­tetto finanziati da una comu­nità vengono costruiti. Mi concentrerò sugli effetti dell'i­stituzionalizzazione dell'ospi­talità come distruzione della pratica spontanea e personale dell'ospitalità. Trovo che la prima sia una inversione radi­cale della seconda. La seconda parte del nostro lavoro si oc­cuperà dell'emergenza succes­siva della pietà, della miseri­cordia e della compassione, quest'ultima compresa nel suo senso forte originale. Per rac­contare questa storia dovrò concentrarmi sulla storia del "corpo in pena". La compas­sione come esperienza vissuta, diventa possibile soltanto nel momento in cui il dolore è se­parato dalla grande e variegata costellazione della sofferenza come era concepita nell'anti­chità. Il mutamento storico del senso del dolore fisico duran­te il tardo Medio Evo è condi­zione dell'apparire della com­passione come è incarnata nelle stimmate di Francesco d'Assisi. È qui che sta l'origine di ciò che negli ambienti me­dici viene chiamato "la gestio­ne del dolore". La terza parte descriverà i primi ospedali in cui una misericordia compas­sionevole troverà la sua forma istituzionalizzata nel tardo un­dicesimo secolo. Per la prima volta nella storia, ai malati viene dato uno statuto e un posto all'interno della città, invece che esserne espulsi, e questa incorporazione avviene grazie all’'istituzione dell'ospedale. Nell'atmosfera di una miseri­cordia spontanea e compas­sionevole, la malattia e il dolo­re potevano essere interpretati come vocazione da quelli che ne erano affetti e da quelli che se ne prendevano cura. L'o­spedalizzazione è invece la nuova espressione sociale di un modo di concepire e per­cepire il corpo umano che rap­presenta una profonda rottura con il passato. Questo nuovo corpo nato con lo spirito della compassione sarà trasformato nell'epoca di Leibnitz e di De­scartes nell'oggetto fisico che domanda un trattamento umano».

Il pubblico di Oakland, abba­stanza variegato e composito, fa un po' di fatica a seguire l'e­norme escursus di IIlich. Gli domandano di chiarire che co­sa fosse l'ospitalità prima della sua istituzione: «Un'esperien­za raccontata dal vecchio car­dinale Jean Danielou cattura questa complessa verità storica. Un amico cinese del cardi­nale, dopo essere divenuto cri­stiano, decide di fare un pelle­grinaggio a piedi da Pechino a Roma. In Asia centrale trova ospitalità dappertutto; nei paesi di lingua slava comincia ad avere qualche difficoltà, an­che se trova ancora gente di­sposta ad ospitarlo per una notte in casa. Ma quando arri­va in Europa, nei paesi delle chiese occidentali, deve cerca­re alloggio e riparo negli ospizi e nei rifugi per i poveri, pertchè le porte delle case private sono chiuse a stranieri e pellegrini». Gli chiedono ancora: «Ma allo­ra come andavano le cose per i primi cristiani e quand'è che essi hanno perso la capacità diretta e spontanea di acco­glienza?». Ivan risponde: «L'o­spitalità è qualcosa che la gen­te faceva istintivamente, un'accoglienza informale, una maniera di dare una mano allo straniero o al passante in diffi­coltà. Era l'appello al faccia a faccia, la decisione personale di incontrare l'altro nei suoi problemi contingenti, senza volerlo definire a partire da questi. Fin quando nel terzo secolo dopo Cristo al tempo di Costantino la chiesa non pensa bene di istituire degli ospizi, degli xenodocheion dal greco xenia che sta per ospitalità. Da quel momento l'accoglienza passa dalla decisione di cia­scuno nei confronti del prossi­mo alla istituzione di un luogo che definisce i criteri e i requi­siti per essere considerati po­veri e bisognosi».

Continua Illich: «La nuova isti­tuzione dello xenodocheion si diffonde in mezzo secolo a tut­to l'impero romano. Al tempo di Giuliano l'Apostata, è già ar­rivata alle aree urbane dell'A­sia. Quando Giuliano l'Aposta­ta cerca di ristabilire, contro la diffusione del cristianesimo, gli antichi dèi pagani dell'Im­pero, chiede però ai suoi go­vernatori di mantenere la pra­tica degli ospizi. Così dice l'Imperatore: "Se l'ellenismo non fa i progressi che dovreb­be la colpa è nostra... non ve­dete che ciò che ha contribui­to al successo dell'ateismo (cioè del cristianesimo) è la carità verso gli stranieri". È a quel punto che lo stato impe­riale fa sua l'istituzione dell'o­spitalità».

In questo Illich vede la fine di un’epoca in cui l’ospitalità era ancora responsabilità di tutti. L’asocialità i cui il mondo contemporaneo fa prova, la paura ed il disinteresse per i vicini che anhe qui a San Francisco ha ormai decretato la fine di ogni forma spontanea di aggregazione, sarebbe dunque un male originato in quei secoli lontani.

 

LA FIGURA DEL POVERO

Il vecchio Illich non ha dubbi: “La povertà istituzionalizzata è una invenzione che la Chiesa ha passato allo stato e alle istituzioni e che ha condotto a una trasformazione della compassione in qualcosa che è oggi nelle mani degli assicuratori e delle corporazioni professionali della salute e dell’assistenza”.

Aggiunge: “La compassione è una parola ebraica, rahum, che viene dall’Esodo e che è stata tradotta come misericordia, ma che si riferisce più precisamente al grembo femminile e a ciò che in esso accade quando è eccitato dall’amore. Gli ellenisti traducono questo atteggiamento con la parola eleòs o anche elemosyne da cui viene la nostra elemosina, levando alla parola il suo connotato carnale, appassionato. Così la rahun diventa pietà, qualcosa che Platone e Aristotele considerano un difetto morale”.

Illich sostiene che la modernità occidentale è figlia della compassione istituzionalizzata che crea un nuovo statuto della sofferenza e della povertà: “Già il Cristianesimo aveva scoperto un tipo di dolore diverso da quello che l’antica Grecia definiva con le parole algos, o lype, o nosos che si riferivano piuttosto a uno stato dell’anima. La poena cristiana si riferisce anzitutto al corpo e alle sofferenze inflitte al Cristo”.

Illich spiega al suo pubblico che la compassione è un tipo nuovo di sentire: “Quello che viene chiamato il manifestarsi del occidentale, dell’individuo, nasce dall’esperienza fisica del sé. La separazione tra il noi antico e l’io moderno procura una nuova pelle che può essere sperimentata, sofferta. Nell’esercizio fisico del sentire le sofferenze del prossimo, il dolore della malattia e della stessa tortura diventano un’esperienza peculiare della sensibilità sottratta all’insieme della miseria della vita”.

La compassione si concentra su un dolore fisico che trasforma il senso stesso che un individuo ha di sé. Illich sostiene che per questo motivo la compassione, come nuova sensibilità al corpo, è anche alla base dei più sofisticati mezzi di tortura. “Ci sono mezzi di tortura capaci di alienare a tal punto il torturato che non può più separare il proprio io da ciò che gli fa male. Il torturato viene devastato psichicamente dal dolore perché non può più vivere con questo se stesso alterato”.

Illich sostiene che ospitalità e senso del dolore vanno di pari passo e la loro gestione può creare nuove mostruosità. Lo dice un po’ da profeta, un po’ da uomo di altri tempi che vuole mettere in guardia il suop pubblico di contemporanei. Nella cornice post-moderna dell’America suburbana ciò suona particolarmente disorientante. Illich si definisce come un “alienato” che si è abituato a guardare il presente dal passato, per acquisire la istanza necessaria per coglierne l’allarmante e disumana attualità.

 

QUESTA LUGUBRE MODERNITÀ

Cerco di farmi spiegare da lui questa forma di alienazione. Vengo ogni mattina a fare cola­zione qui, con i suoi amici e se­guo quello che loro hanno da dire sull'argomento. Ivan sfug­ge però alle domande, mi dà da leggere articoli scritti dai suoi amici e sopratutto un'intervista molto lunga che David Cayley, un giornalista canadese e auto­re tra l' altro di Conversazioni con Ivan Illich (Elèuthera, 1994), gli ha fatto su un tema che sta molto caro a Ivan e che spiega la natura della sua alie­nazione: Corruptio optimi quae est pessima (The corruption of Christianity, Ivan illich, on Go­spel, Church and Society, Cana­dian Broadcasting Corporation, 2000), l'idea che la corruzione del discorso cristiano ha creato gran parte del male che oggi travaglia il nostro mondo. Illich lo dice con una chiarezza non registrata, però, da gran parte dei suoi allievi. Non si tratta og­gi di tornare a un tipo di società comunitaria, pre-moderna, ver­nacolare, più giusta e con un senso delle proporzioni. L'espe­rienza cristiana, nel suo univer­salismo ha spazzato via il mon­do locale, indigeno, tradiziona­le. Ma il suo messaggio, di una forza straordinaria e rivolto alla responsabilità individuale (il buon samaritano che sceglie chi è il suo prossimo liberandosi da determinazioni etniche e geo­grafiche), viene stravolto da una istituzionalizzazione che diven­ta una macchina spaventosa di dipendenze e controlli. La chie­sa è il primo modello di stato e poi di istituzione totalizzante. «Con il cristianesimo una di­mensione completamente nuo­va diventa possibile. Con tutta l'ambiguità del caso perché sia­mo di fronte all'esplosione di assunti universali che mettono in crisi l'idea di un rapporto preferenziale con quelli in mez­zo a cui si è nati. Ciò rende pos­sibile per me scegliere chi ama­re e quindi distrugge le basi di un'etica che è sempre stata etni­ca dove il noi precede l'io. Con il Nuovo Testamento, lo sguardo, l'amore e la conoscenza sono possibili in un orizzonte com­pletamente nuovo. Con un pe­ricolo nuovo: il tentativo di ge­stire, assicurare e garantire que­sto amore istituzionalizzandolo, sottomettendolo a una legisla­zione e rendendolo legge, pro­teggendolo attraverso la crimi­nalizzazione di ciò che gli si op­pone».

È questo che Illich chiama «mi­sterium iniquitatis», il fatto che da una prospettiva universalista possa discendere la lugubre modernità di sistemi di control­lo diffusi a tutto il corpo sociale e a tutto il mondo.

«Sto, come storico, di fronte a una entità storica, a un'epoca che più la studio e più mi appa­re confusa, incomprensibile e incredibile. Non ha paragoni con nessuna altra epoca, e si basa su assiomi che io non tro­vo in nessuna società del passa­to. Mostra un aspetto dell'inu­mano, della degradazione (vor­rei evitare la parola «male») che non ha paralleli nella storia. Per essere superficiali basta pensare alla polarizzazione della ric­chezza mondiale negli ultimi vent'anni. Recentemente ho vi­sto un dato: 350 persone guada­gnano quanto il 65 per cento della restante umanità. Non mi preoccupa questo, quanto il fatto che questo 65 per cento dei meno abbienti trent'anni fa era capace di sopravvivere senza ri­correre al denaro. Molte cose non erano ancora monetizzate. La sussistenza ancora reggeva. Oggi non ci si può spostare sen­za pagare un biglietto. Non si può avere fuoco in cucina, semplicemente raccogliendo legna, ma bisogna pagare per qualche tipo di combustibile. Come spiegare questo male sociale che è accaduto solo quando il modello occidentale è stato importato? Ed è qui che il “misterium iniquitatis” mi dà una chiave per capire il male sociale di oggi per cui non ho altre parole. Come uomo di fede, almeno devo pensare a un misterioso tradimento o a una perversione della libertà che i Vangeli hanno apportato. Quanto più si cerca di capire il male che ci circonda, di un tipo nuovo, misterioso e più intensa diventa la tentazione (non poso evitare di dirlo) di cercarne l’origine nello stravolgimento di un’idea di un Dio incarnato nel mondo”.

Nel volto sofferente di Illich si può leggere la storia di qualcuno che per tutta la vita ha cercato di spiegare la società attuale partendo davvero dalla sua archeologia, e soffrendola solo come un uomo sospeso tra teologia, storia, antropologia e filosofia può fare. Illich incarna in sé la storia della corruzione della carità e la sua trasformazione in sistema totalizzante e disumanizzante. Al contrario di molti altri studiosi la radice delle sue analisi riposa nel suo travaglio di uomo di fede che cerca di capire come si è potuto creare tanto orrore a partire da tanta bellezza. Pochi ta i suoi amici e studenti afferrano quanto quest’uomo affondi in un passato remoto e debba confrontarsi in maniera agghiacciante con la modernità di cui egli è lucido lettore. Da qui l’inevitabile sofferenza che i suoi discorsi producono anche oggi in chi li vuole seguire fino in fondo.