In memoria di Ivan Illich

Jean Robert
Cuernavaca (Messico), dicembre 2002 (Traduzione italiana dalla lingua francese di Paolo Coluccia http://digilander.libero.it/paolocoluccia

 

Ivan Illich è morto il 2 dicembre scorso a Brème, come desiderava: tranquillamente e circondato da amici.

Nei giorni che seguirono la sua morte, i giornali di tutto il mondo hanno pubblicato articoli su di lui, mediocri per la maggior parte. Questa mediocrità merita una spiegazione. Il giornalismo convenzionale fa parte dello ‘strumento’ della costruzione sociale della realtà. A dirla con le parole di Ivan Illich, contribuisce a fare scomparire la realtà sensibile sotto i modi di vedere, d’intendere, di sentire , di conseguenza, di screditare la percezione libera e personale del mondo. Ivan Illich, che raccomandava apertamente di non leggere i giornali, poteva essere soltanto compreso in modo sbagliato dai gestori professionali della rappresentazione della realtà. La loro mediocrità stessa è paradossalmente un omaggio a lui stesso, che nelle conversazioni e negli scritti denunciava ogni costruzione della realtà mediante il potere, sia che questo fosse scientifico, che amministrativo o giornalistico.

Il nome di Illich ha occupato le prime pagine dei giornali nel corso degli anni ‘70. Allora, i poteri si disputavano i suoi consigli: Indira Gandhi, lo Shah, Pierre Trudeau, il presidente peruviano Juan Velasco, George Pompidou lo invitavano continuamente a conversazioni in privato ed in presenza dei loro ministri.

A partire dal 1978, Illich sembra avere posto fine volontariamente a questa celebrità. I suoi amici più recenti (2) sanno che una rottura esistenziale separa la carriera del personaggio pubblico Illich dalla vita di Ivan, l’amico attento, sempre pronto ad ascoltare, che predisponeva la sua tavola conviviale - sempre in prossimità di una buona biblioteca, di un piatto di spaghetti e di una riserva di buoni vini - a volte allo State College, a volte a Filadelfia, o a Kassel, o a Marbourg, Oldenbourg, o, finalmente, e per oltre dieci anni, a Brème.

Effettivamente, la carriera dello scrittore Ivan Illich si divide grosso modo in due periodi: quella di ciò che egli stesso chiamava i suoi ‘pamphlets’, che sono gli scritti che lo resero famoso, e quella di esplorazioni in profondità partendo da conversazioni tra amici. In precedenza si estende l’epoca (di cui parlerò soltanto genericamente) degli studi ecclesiologici di un credente, che vede la storia della chiesa come quella del corpo di Cristo.

Gli scritti più famosi della prima epoca sono Una società senza scuola, Energia ed equità, Némésis medica. Alcuni ‘ricostruttori sociali della realtà’ hanno voluto vedere in questi saggi delle ricette di riforma dell’istruzione, dei trasporti e della medicina, ricette abortite, poiché le istituzioni criticate si sono evolute in un senso diametralmente contrario alle speranze dei lettori di Illich. Più ancora del 1972 o 1973, la scuola, i trasporti, la medicina sono diventate istituzioni che allontanano i loro clienti dagli obiettivi che queste dicono di perseguire attraverso di esse. Le scuole rendono stupidi, i trasporti paralizzano e la medicina rende, più che malati, ossessionati dalla salute ed incapaci di accettare la morte.

Queste dichiarazioni, che scioccavano molto trenta anni fa, sono oggi delle banalità. Inoltre, alcune parole lanciate da Illich, come "convivialità", "controproduttività" o "valori vernacolari" o ancora "monopolio radicale" sono diventate termini correnti nella maggior parte delle lingue moderne.

In modo retrospettivo, se mi occorresse riassumere in un paragrafo il tenore dei lavori "dell’epoca dei pamphlets", direi questo: all’inizio degli anni ‘70, il Club di Roma diffondeva l’idea che, oltre alcuni limiti, un’industria fondata sulla produzione di beni materiali può soltanto distruggere la natura e suggeriva che l’economia doveva essere riorientata in modo nuovo verso la produzione di servizi immateriali, ritenuti non inquinanti. Illich alzò allora la voce per dire che al di là di alcune soglie, la produzione di servizi sarà più distruttiva ancor più della cultura che la produzione di merci non lo sia una natura. I ‘pamphlets’ non facevano che illustrare questa tesi a partire dai tre esempi della produzione di servizi educativi, di servizi di trasporto e di servizi sanitari. Poiché le professioni sono quelle formazioni sociologiche che esercitano un monopolio radicale sulla produzione di tutti i servizi, la critica dei servizi diventò ipso facto una critica delle professioni ed un invito alla libertà sotto forma di de-professionalizzazione e di de-clientilizzazione.

Se è vero che le premonizioni di Illich sono state prese dalla realtà, l’opera di Ivan - il filosofo itinerante, l’ospite, il coppiere della convivialità, l’amico - è stata troppo trascurata. Sono felice di annunciare che dal 2003, tutta la sua opera sarà ristampata simultaneamente da Fayard in Francia e dal Fondo de Cultura Económica in Messico.

I libri, le conferenze e gli articoli di Ivan dopo il 1978 illustrano in progressione: il modello vernacolare (in quanto dualità antitetica del sessismo economico), l’archeologia delle certezze moderne (slogan su cui è costruita la rappresentazione sociale della realtà), l’analisi di ciò che dice la tecnologia diversamente da ciò che fa, la transizione dall’era delle professioni dominanti a quella della tirannia dei sistemi, la storia del corpo, quella della materia (in memoria di Gaston Bachelard), quella delle percezioni in generale e della visione individuale, la storia dell’ospitalità e quella dell’amicizia, lo studio del senso della giusta misura o della ‘proporzionalità’, la visione del presente nello specchio del passato, la sparizione del suolo da sotto i piedi. A prima vista, la diversità di questi temi è disorientante. Per comprendere la loro unità, occorre ritornare all’epoca precedente ai ‘pamphlets’: Illich, lo storico della chiesa, ha capito molto presto che le istituzioni secolari della società moderna erano incomprensibili senza il precedente storico di una Comunità di vivi e di morti che si concepiva come corpo del Cristo.

Il punto da cui si rivela l’unità delle recenti ricerche di Ivan è la sua fiducia nello ensarkosis tou logou. Citare il termine equivalente in lingua italiana faciliterebbe appena i giovani lettori, la cui difficoltà non è tanto la mancanza di fiducia, quanto la disincarnazione della loro esperienza del mondo e di se stessi. Per Ivan, lo ensarkosis rende il verbo e la carne proporzionali o, come diceva Tomaso d’Aquino, simili. È qui che lo storico prende il posto dell’uomo di fede. La società moderna è il residuo disincarnato di Comunità raccolte intorno alla fede nello ensarkosis: questa è una realtà storica indipendente dalla fede.

La marcia lenta verso la modernità può allora essere descritta come una perdita progressiva della proporzionalità o dell’analogia tra la parola e la carne, l’uomo e la donna, il corpo ed il mondo, i sensi e la materia, i piedi ed il suolo. È questa perdita che, nelle sue interviste con David Cayley l’anno scorso, Ivan comparava al peggio, che è la corruzione di ciò che c’è di migliore. Il risultato di questa corruzione è l’inospitalità della modernità che conosciamo, il divorzio tra la parola e la carne (cfr. il rumore quotidiano di parole non pronunciate), la disincarnazione dell’esperienza del mondo e di sé in una società derivata da una fede bimillenaria nell’incarnazione del verbo ed incomprensibile storicamente senza questa fede tradita.

Solo la pratica dell’amicizia può rendere capaci di affrontare insieme quest’abisso senza affondarvi.

 

  

Note sull’autore:

1. Architetto svizzero, emigrato a Cuernavaca nel 1972, Jean Robert è stato un intimo amico di Illich. Si è molto interessato all’analisi dei fenomeni in relazione con i trasporti, si può consultare una parte della sua bibliografia su internet: http://www.pudel.uni-bremen.de/whoarewe/participants/jean_robert.html. Per avere più informazioni sull’autore si può leggere la sua autobiografia intellettuale.

2. Vedere la pagina internet: http://www.pudel.uni-bremen.de.