Un'altra società (conviviale) è possibile
Articolo tratto da CEM Mondialità
Ivan
lIIich era stato messo a margine a torto. La recente scomparsa l'ha riportato
all'attenzione della cultura italiana.
Si
tratta di un autore lucido e profetico, capace di intuire con largo anticipo
temi che poi arrivano sulle pagine di tutti i giornali, come quelli che oggi
sono riferiti alla globalizzazione. Illich ebbe il suo momento di notorietà
all'inizio degli anni '70, quando si diffuse la moda della
"descolarizzazione", del "rovesciare le istituzioni", della
"nemesi medica". Ma, dal punto di vista educativo, non possiamo dimenticare
le sue idee sulla società conviviale. Pensatore versatile e poliedrico,
Illich ha abbracciato un'eterogeneità di saperi che vanno dalla fisica dei
corpi solidi alla storia dei bisogni, dalla critica delle istituzioni
sociali allo studio della cultura medievale. Secondo Giorgio Chiosso "alla
base dell'analisi e delle proposte illiciane sta un impianto personalista, anche
se presentato in forme spesso radicali e paradossali, con il quale interagiscono
istanze espresse dalla teologia della liberazione (...) nonché le riflessioni
anti-istituzionali della cultura europea di sinistra" (Novecento
pedagogico, La Scuola, Brescia 1997 p. 313).
Illich
è colpito in maniera radicale dalla caratteristica "demoniaca" dei
sistemi in cui l'uomo contemporaneo vive, che ostacola continuamente la sua
possibilità di auto-realizzazione. Infatti, se la mancanza di beni
materiali e strumenti tecnologici rende impossibile una vera umanizzazione,
bisogna anche considerare che l'eccessivo progresso diventa degenerazione
della qualità di vita degli uomini. Spesso nella nostra società l'uomo
paga il benessere con la degradazione ecologica, il soffocamento della
creatività personale, la programmazione invadente calata dall'alto, l'innovazione
fine a se stessa... Lo sviluppo autentico, invece, dovrebbe essere misurato
"con la celebrazione del coinvolgimento reciproco, della partecipazione:
il dialogo, la discussione, il gioco, la poesia; in poche parole, la realizzazione
di se nel momento della soddisfazione creativa".
Invece
la situazione è ben diversa: l'uomo perde la sua capacità di autodeterminazione
e diviene un consumatore passivo, condizionato nei suoi giudizi e valori da
organizzazioni manipolatrici; resta così vittima sia dell'eccedere dei bisogni,
a causa di un sistema industriale che cerca la crescita indiscriminata dei
suoi prodotti, sia della complessità delle istituzioni che si occupano della
produzione, ma che finiscono per accentuare la dipendenza dell'uomo ordinario
dallo specialista.
La
scuola non fa eccezione: anzi, il sistema scolastico finisce con l'imporre
un modello di apprendimento standardizzato il cui programma non è che la
riproduzione dei valori dell'èlite dominante. Il vero apprendimento - secondo
Illich - dovrebbe avvenire attraverso il contatto diretto e l'esperienza, in
un libero gioco di influssi sociali e culturali, senza che la scuola incanali
tutto su binari precostituiti. Invece la scuola tende a monopolizzare il
processo di formazione restando autoritaria, burocratica, passivizzante al
punto da incrementare la disuguaglianza sociale. Infatti, secondo Illich, la
scuola estrania i poveri dalla loro cultura, diffondendo i modelli di vita
della classe media, inducendo falsi bisogni e conseguenti frustrazioni. Illich
propone una descolarizzazione per sottrarre l'educazione a un canale troppo
manipolabile e restituirla ad un approccio meno impersonale. L'istruzione
andrebbe restituita all'azione pedagogica meno professionalizzata, come può
essere nell'ambito delle relazioni interpersonali.
Anche
il sistema sanitario è una delle maschere della società distruttiva: prendendosi
a carico l'individuo, gli sottrae ogni possibilità di controllo del sistema
stesso. Si diffondono angoscia, insicurezza e bisogno di dipendenza: c'è una nemesis
medicale, per cui il servizio espropria il volere dell'uomo e lo mantiene
in uno stato di allerta a vantaggio del sistema industriale. La "medicalizzazione
della vita" è un eccesso di organizzazione medica che serve soprattutto
agli interessi degli addetti del settore.
Scuola,
sanità e assistenza previdenziale tendono a spogliare l'individuo della sua
personalità per trasformarlo in un "assistito" di servizi sociali
che, dietro l'apparente soddisfazione delle sue esigenze, creano di fatto
una domanda maggiore e accentuano lo stato di dipendenza del1 'individuo.
Nel sistema occidentale, in nome dell'efficienza del sistema, le persone
diventano il numero di una pratica, un letto d'ospedale...
Convivialità
invece di
esistenze manipolate
Celebre è anche la
critica illiciana al sistema dei trasporti: esso assorbe all'utente medio più
tempo di quanto l'aumento virtuale della velocità non faccia guadagnare. Più
la quantità di energia consumata è abbondante, più si produce dipendenza
dalla tecnocrazia, e l'individuo si riduce
a utente di servizi ai quali non si può sottrarre. Ma il trasporto meccanico,
superata una certa soglia di velocità, satura lo spazio di strade e vetture,
sottraendo alla gente quel tempo che prometteva di dare. Questi sistemi pervadono
ogni spazio vitale manipolando le esistenze secondo le esigenze di istituzioni
ipertrofiche.
Illich
pensa invece alla creazione di una situazione sociale in cui gli individui
possano utilizzare in forma conviviale gli strumenti idonei a creare beni e
servizi. Ognuno dovrebbe essere messo in grado di produrre i propri valori
d'uso secondo i suoi bisogni reali, sottraendone il monopolio alla casta degli
specialisti. L'uomo è stato sopraffatto dagli strumenti che ha creato per
vivere meglio: le istituzioni vanno capovolte.
Resta
più che mai attuale la proposta illiciana di una società conviviale, in cui
"10 strumento è al servizio della persona integrata alla collettività,
non al servizio di un corpo di specialisti" e la tecnica rispetta la
soglia dell' equilibrio tra uomo e ambiente.
Ricordi
di
Ivan Illich
Il
CEM ha avuto lvan lllich come relatore al convegno "Sulle strade del desiderio"
(nel 1994 ad Assisi). E non si smentì: si comportò "alla Illich",
vale a dire provocando. Chi ha partecipato a quell'incontro ricorderà che si
mise a cavalcioni sul tavolo delle conferenze, e rifiutò il microfono, protesi
tecnologica della voce, inopportuno quando riusciamo a capirci ugualmente. Oppure
si ricorderà il modo choccante con cui, mentre camminava nel salone del
convegno, comunicò il male che già allora 10 minacciava: "Vi chiederete
che cos'è questa protuberanza sulla mia faccia. Ebbene, è un tumore!".
Della sua relazione conservo la memoria di un grande respiro, come di chi ama
spaziare da un tema all'altro, attraversando codici, registri e linguaggi
plurali e diversi, dal mito alla scienza, dal passato al presente, nella consapevolezza
che le connessioni sono più importanti degli specialismi. Nel libro Educare
alla convivialità (Emi, Bologna 1994) ho utilizzato le sue idee. Con
questo intendo dire che la sua scomparsa l'ho avvertita profondamente come
accade per una persona importante. Avevo cominciato ad apprezzarlo fin da
quando, negli anni dell'Università, avevo letto le pagine di Descolarizzare
la società, abitando nel pensiero un'utopia. Un uomo eccentrico e
trasgressivo, lvan Illich, ma assolutamente nonviolento e fedele alla propria
coscienza prima di ogni altra cosa. Poliglotta e grande demistificatore, con
tendenze cosi ';anarcoidi" che in realtà nessuna forza politica è
riuscita ad appropriarsi di lui, neanche la sinistra e neanche i verdi. Amava
I'ltalia a tal punto che stava cercando di trasferirsi a Bologna, perché
trovava nel bel paese il clima giusto e una convivialità particolarmente
congeniale al suo pensiero. (Antonio Nanni)
*
* *
Giocava
con Alia sul prato davanti la Domus Pacis, quello sul quale i gestori non
volevano si passasse altrimenti l'erba cresce storta; lui sapeva bene che
crescere storti, almeno un po' storti, è l'unico modo di crescere e giocava
proprio su quell'erba, con i bambini e le bambine del convegno Cem e con Alia
che gli sfiorava la guancia e gli chiedeva: "Che cos'hai li?".
lvan
Illich indossava il suo tumore come un vestito che non ci piace, ma che
dobbiamo comunque portare, come certe divise di lavoro di vecchi operai, con la
profonda dignità di chi sa che certe divise, che certi vestiti ti si disegnano
addosso e te li devi portare fino alla fine. lvan Illich rifiutava le cure
tradizionali, realizzando cosi una SOvrapposizione virtuosa tra la vita e l'opera
che ormai pochi autori, in questi anni tristi e pallidi, sanno attuare: si
curava con l'oppio e con medicine naturali che si produceva da se. "È
per il dolore" mi disse nella camera d'albergo, "perché il dolore
è brutto, sai?". Il dolore è brutto, stare male fa male: lvan Illich era
uno che non si stancava di rivolgere a se stesso, al mondo e forse anche a
qualche dio la domanda: perché c'è il male al mondo piuttosto che il bene? Domanda
ontologica fondamentale, altro che Heidegger e "perchè c'è
l'essere piuttosto che il nulla" Perché ci fosse l'essere lvan Illich
10 sapeva bene: lui l'essere 10 era, fino in fondo, e ci piace credere che 10
sia stato fino alla sua ultima sorsata di vita. Ma ci mancherà il suo giocare
con Alia, che ora è una giovane donna, e che ricorderà il suo ditino che
sfiora la guancia malata e che impara quello che pochi maestri sanno
insegnare: la dignità di tutta una vita, la dignità che vale una biografia. (Raffaele
Mantegazza)