Filippo
Trasatti
È quasi impossibile inquadrare l’opera di Illich all’interno di un preciso ambito disciplinare perché egli sfugge ad ogni tentativo di definizione.
«Se
qualcuno mi domandasse: “Ivan, che cos’è che ti potrebbe stimolare di più
nel prossimo anno e mezzo?” – è questo il tipo di orizzonte nel quale
inquadro la mia vita – risponderei che mi piacerebbe convincere un certo
numero di persone a riflettere più su come gli strumenti influiscano sulla
nostra percezione che su ciò che possiamo fare con essi, a indagare su come gli
strumenti modellino la nostra mente, come il loro uso modelli la nostra
percezione della realtà ben più di quanto noi si modelli la realtà
applicandoli o utilizzandoli.»
Strategie di
spiazzamento
È
quasi impossibile inquadrare l’opera di Illich all’interno di un preciso
ambito disciplinare: dalla Nemesi medica, a Descolarizzare la società,
Lavoro-ombra, La convivialità, Il genere e il sesso, fino
agli ultimi articoli, come L’era dello sguardo, ogni volta sembra che,
partito da un terreno familiare, Illich svolti all’improvviso per imboccare
una strada diversa. Lui stesso sfugge a ogni tentativo di definizione:
sociologo, filosofo, antropologo, studioso di teologia?
Questa
insofferenza per gli steccati, lo ha portato anche nella sua vita a riunire
gruppi di amici, provenienti da differenti ambiti disciplinari, intorno a un
progetto di ricerca e nei suoi libri c’è sempre una traccia importante di
queste esperienze di discussione, di ricerca e di condivisione.
In
questo c’era la sua insofferenza per le idées reçues, ma anche
l’orrore per la specializzazione che non ha mai smesso di denunciare come
processo alienante.
Immergendosi
nella lettura dei suoi libri e dei suoi articoli, l’impressione è quella di
un salutare spaesamento, che richiede una ri-definizione dei concetti scontati e
la messa in discussione dei tabù. A volte sembra che davvero Illich voglia epater
le bourgeois, ma lo fa prima di tutto per sgomberare il campo dalle ovvietà,
per dar vita a una confusione creativa che porti a un modo diverso di vedere il
problema considerato.
Per
far questo egli utilizza diverse strategie di spiazzamento. Ne segnalo qui tre:
a) la trasmigrazione delle idee; b) il plurilinguismo; c) lo specchio del
passato.
a)
Illich ci ha offerto esempi illuminanti del potere delle idee quando travalicano
i limiti disciplinari. Propongo qui un solo esempio, il concetto di quello di «limite».
Illich si imbatte in questo concetto nell’ambito della morfologia, ossia dello
studio delle forme animali e vegetali. In particolare legge il saggio di un
biologo inglese, eccentrico e ribelle, John Haldane, Della giusta misura[1] che mostra, attraverso
argomentazioni da biologo evoluzionista, perché una formica non può avere le
dimensioni di un elefante. Per ogni tipo di animale, così come lo conosciamo,
c’è una giusta misura superata la quale diventa inevitabile un radicale
mutamento di forma. Da qui la trasposizione prima di Haldane, poi di Illich: «Proprio
come gli animali hanno una misura giusta, anche le istituzioni umane hanno una
grandezza ottimale». Questa idea diventerà uno dei cardini della ricerca sulla
convivialità nel senso di una critica all’elefantiasi delle istituzioni nel
mondo tardocapitalistico. Non è che un esempio tra i tanti, ma mostra come
Illich considerasse produttiva questa trasmigrazione delle idee.
b)
Illich era poliglotta, parlava correntemente più di una decina di lingue,
considerava naturale l’homo plurilinguis e una mutilazione invece ciò
che noi consideriamo normale, l’uomo monolingue, nato secondo lui sotto il
segno degli Stati-nazione.
Lo
studio delle altre lingue permette di guardare a distanza la storia
intellettuale e i concetti espressi nella propria lingua: solo quando ci si
immerge in un’altra lingua, si comprendono meglio i confini della propria.
Illich stesso ricorda di aver tentato una più radicale esperienza di
estraniazione nelle lingue orientali, ma di aver poi rinunciato. Studioso del
Medioevo, usava il latino che aveva appreso nella sua formazione di sacerdote,
per provare a ritradurre in quella lingua i concetti fondamentali del nostro
presente.
c)
Se consideriamo come Illich guardava al proprio lavoro, notiamo che più spesso
nell’ultimo periodo della sua vita si attribuiva il compito di storico, uno
storico però del tutto particolare.»Io studio la storia come un negromante
rievoca il morto»[2],
diceva.
A
volte parla di una storia degli spazi mentali, delle topologie mentali, si
potrebbe anche dire delle mentalità, riprendendo il termine di una delle scuole
storiografiche più innovative del XX secolo[3].
Questo è per lui un elemento di metodo fondamentale che potrebbe ben diventare
lo slogan per lo studio della storia: «Non ho scritto questo volume per portare
un contributo specialistico, ma per offrire una guida verso un punto di
osservazione nel passato che mi ha schiuso nuove vedute sul presente»[4].
Illich
sceglie uno spiazzamento temporale come punto di vista sul presente, cosicché i
suoi libri che sembrano libri di uno storico, mentre ci parlano del presente che
stiamo vivendo: «ho voluto suggerire che solo nello specchio del passato
risulta possibile riconoscere la radicale alterità della topologia mentale del
XX secolo e divenire consapevoli dei suoi assiomi generativi, che normalmente
rimangono oltre l’orizzonte di attenzione dei contemporanei»[5].
Illich
usava questa strategia di spiazzamento fin dai libri più famosi, uno tra tutti Descolarizzare
la società di cui parla in queste pagine
Pietro Toesca. Negli ultimi libri e articoli sembra di cogliere ancor più
fortemente la volontà di distaccarsi dal tempo presente per guardarlo con altri
occhi.
Un commentario
Nella
vigna del testo, uno degli
ultimi libri di Illich, è un commentario[6] al Didascalicon di
Ugo di San Vittore, un testo dell’XII secolo, ma è anche, come recita il
sottotitolo, «per un’etologia della lettura» (da ethos, in greco «costume,
abitudine»), un’indagine sulle abitudini e sulle modalità di lettura. È un
altro esempio di quelle strategie di spiazzamento di cui parlavamo prima:
trasferirsi nel Medioevo e più precisamente a Parigi nel XII secolo per
guardare da quella distanza ciò che sta accadendo nel presente.
Questo
libro, dice Illich, commemora gli albori della lettura scolastica e lo fa in
un’epoca in cui è visibile il tramonto del libro, o meglio il tramonto del
modo «scolastico» di leggere. Secondo George Steiner la bookishness (la
cultura del libro) nasce dall’intreccio di una tecnica, l’invenzione della
stampa, da una certa ideologia, quella della borghesia in ascesa, da una certa
mentalità.
«Dipende
dalla possibilità di possedere libri, leggerli in silenzio, e discuterli a
piacimento in casse di risonanza quali caffè, periodici, università. Questo
tipo di rapporto è l’ideale delle scuole. Paradossalmente, tuttavia, più
l’obbligo scolastico si è esteso alla maggioranza delle persone, più si è
ridotta la percentuale di bookish people nel senso di Steiner»[7].
Il
libro ha smesso di essere una metafora fondamentale per leggere il nostro tempo;
lo è stato a lungo fin dal Medioevo, attraverso l’età moderna (si pensi al
«libro della natura» galileiano), forse fino alla metà del secolo XX, ma oggi
non lo è più. Non si tratta di un piagnisteo sull’esiguità del numero di
lettori, sulla vittoria della TV sul libro. Per Illich è una semplice
constatazione:
«L’immagine
con relativa didascalia, il fumetto, la tabella, il riquadro, il grafico, la
foto, gli schermi e l’integrazione con gli altri media esigono dall’utente
un genere di abitudini del tutto opposte a quelle coltivare nei modi di lettura
scolastici»[8].
Il
mutamento in corso è «la dissoluzione della tecnica alfabetica nel miasma
della comunicazione». Per molti il libro è diventato solo una metafora della
comunicazione, termine che Illich aborriva.
Ecco
dunque che mentre si sta chiudendo un’era, Illich vuol mostrarci da lontano
quali ne erano le caratteristiche essenziali.
Lo
fa, come sempre utilizzando come chiave di lettura le tecnologie e spiega
chiaramente che quest’opera rientra nella sua più generale ricerca «sull’interazione
simbolica tra tecnologia e cultura, o, più precisamente, tra la tradizione e la
finalità, i materiali, gli strumenti e le norme per il loro uso»[9].
Più
precisamente Illich indaga le trasformazioni tecniche che nel 1150, cioè
trecento anni prima di Gutenberg, permisero l’emergere di quella che si può
chiamare lettura scolastica del testo.
E
qui l’analisi si fa minuziosa e affascinante, il dialogo con il testo di Ugo
da San Vittore ci apre un mondo davvero inaspettato. Per i monaci la lettura non
era una qualunque attività; Ugo scrisse per loro il libro, per insegnare come
leggere e gli diede come sottotitolo de studio legendi, dove «studio»
non va inteso solo nel senso che gli diamo noi: studio significa «affetto,
amicizia, desiderio, occupazione».
Non
si leggono libri per accumulare conoscenze, per diventare eruditi e poi magari
trattare gli altri dall’alto in basso. La lettura è per Ugo una medicina (remedium),
qualcosa che ci risolleva dall’oscurità dell’ignoranza e del peccato e che
ci illumina. Il libro e la lettura illuminano l’uomo, ma non nel senso del
rischiaramento illuministico: l’io diviene ardente, raggiante, quando è
illuminato dalla lettura. Bisogna ricordare che i manoscritti medievali erano
miniati e che le miniature non erano come le nostre illustrazioni, supporto al
testo, ma che servivano proprio a illuminare il lettore quasi letteralmente;
creavano sinestesie, suggerivano scenari per la storia sacra che viene
raccontata, aiutavano il lettore ad orientarsi.
La
lettura non è un’occupazione per passare il tempo, ma un modo di vivere che
li accompagna per tutta la giornata. Sette volte al giorno si riuniscono in
chiesa a leggere e ad ascoltare salmi e quando lavorano la recitazione
collettiva diventa borbottio sommesso.
La
lettura è attività motoria, dà voce alla pagina; i monaci ruminano,
rimuginano, assaporano, suggono il miele della Scrittura. È un’attività
fisica, tanto che i medici ellenistici la prescrivevano, al pari di una
camminata, come rimedio.
Attraverso
la lettura il verbo si fa carne, la parola diventa «senso». Per i monaci la
lettura impegna tutto il corpo, non soltanto gli occhi come per noi. Si pensi
agli hassidim ebrei che pregano oscillando il corpo avanti e indietro;
ancora adesso nell’apprendimento della Bibbia e del Corano i bambini muovono
il corpo. Illich riporta le ricerche di Marcel Jausse sul corporage,
ossia sulle tecniche psicomotorie per incarnare una sequenza parlata. «in molti
individui il ricordo equivale all’attivazione di una sequenza precisa di
comportamenti muscolari con i quali le espressioni verbali sono correlate.»[10]
Leggendo la pagina viene incorporata.
Illich
ritrova correlati all’attività della lettura (ma non solo), una ricca
costellazione di termini che si riferiscono ai diversi sensi e sostiene che «il
vocabolario disponibile per indicare odori, profumi e sentori era assai più
ricco nel vernacolo del Medioevo di quanto non sia nelle lingue europee moderne.»[11]
Segno di un profondo
impoverimento sensoriale non solo della nostra lettura, ma più in generale
della nostra cultura.
Insomma
la pagina è una vigna (originariamente in latino pagina significava «pergolato
di viti»), di cui la lettura fa vendemmia. Tutto questo sforzo del corpo e dei
sensi è certamente rivolto alla sostanza spirituale, ma viene comunque vissuto
molto intensamente dai lettori.
All’epoca
di Ugo e della redazione del Didascalicon, intorno al 1140, c’è una
svolta: si passa dalla lettura monastica alla lettura scolastica. La lettura
monastica, dice Illich, creava un ambiente pubblico uditivo, mentre quella
scolastica crea uno spazio bidimensionale in cui c’è un rapporto diretto,
individualistico tra l’io e la pagina. E questo avviene perché cominciano a
diffondersi appunto nuove tecniche, convenzioni materiali che mutano il rapporto
con il libro e la lettura.
Vengono
introdotti titoli e sottotitoli che strutturano il testo, sommari e indici,
parole-chiave, glosse riassuntive che si distaccano dal testo principale,
virgolette per riconoscere le citazioni. Tecniche che per noi sono del tutto
ovvie, ma che allora permisero la creazione di uno spazio della lettura
astratto.
«Grazie
a queste innovazioni tecniche, la consultazione dei libri, la verifica delle
citazioni, e la lettura in silenzio sono divenute pratiche comuni e gli scriptoria
hanno cessato di essere luoghi nei quali ciascuno doveva sforzarsi di ascoltare
solo la propria voce.»[12]
È
la nascita del testo, distinto dal libro e dalla lettura.
Oltre la
monumentalità del testo
Tutto
questo mondo che Illich ci ha aperto sembra perduto per sempre. Da vigna, la
pagina è diventata lastra e più recentemente schermo. Spazio visivo, astratto
da ogni movimento corporeo, con il testo è nato lo spazio mentale
dell’alfabetizzazione.
La
nuova tecnologia della lettura viene rivendicata come un monopolio degli scribi
scolastici che si definiscono istruiti in opposizione a quelli che sono soltanto
ascoltatori e si va così costituendo una casta separata di istruiti che
monopolizzerà la funzione dell’istruzione degli analfabeti. Il testo, così
vivo e vissuto anche fisicamente, diventerà sempre più qualcosa di astratto
nel quale si depositano le conoscenze da capitalizzare, controllate dai
banchieri della conoscenza. Ogni strumento, oltrepassata una certa soglia
critica, si rivolta contro l’uomo, lo asservisce diviene padrone e despota.
Vale lo stesso anche per il libro.
La
scuola come la conosciamo è figlia del libro, ma di un libro monumentalizzato,
diventato Testo unico di riferimento. Neil Postman ha sostenuto in modo
suggestivo[13]
che le scuole sono state
strumenti per governare l’ecologia dell’informazione, per ritagliare campi
del sapere, per amministrare lo snodo del sapere/potere,e per far ciò hanno
creato e diffuso una lettura.
Se
è vero che stiamo entrando in quella che un linguista ha chiamato Terza Fase[14], ossia l’epoca in cui
l’accesso alla conoscenza avviene prevalentemente attraverso media che non
sono i libri, è importante sapere che cosa stiamo perdendo, ma soprattutto cosa
ci è stato sottratto dal monopolio della conoscenza costituitosi in istituzione
scolastica.
Ecco
ciò che mi sembra straordinario in questo testo, come Illich faccia emergere
dalla cosiddetta epoca buia, un’illuminante sfilata di modi di leggere
dimenticati dalla lettura scolastica e in questo modo ci metta di nuovo a
confronto sulla povertà delle forme di lettura che innanzi tutto e per lo più
sono diffuse.
La
lettura è un’attività corporea, che coinvolge totalmente; è una medicina,
un rimedio, tanto che era prescritta, ci dice Illich, dai medici ellenistici
come attività salubre.
È
un modo di vivere, un’attività morale al servizio della realizzazione
personale, un pellegrinaggio in terre lontane…
In
altre parole ci sono nel mondo tanti modi di leggere che la scuola non riesce
neppure a immaginare.
È
possibile che il mutamento in corso, ossia la progressiva perdita del predominio
scolastico sul sapere, induca a riscoprire nuove (e vecchie) forme di lettura?
Siamo proprio sicuri che la lettura collettiva non abbia ancora un forte ruolo
da giocare?
È
possibile, ancora e infine, giocare la lettura contro la comunicazione?
[1]
John
Haldane, Della giusta misura, tr.it. Garzanti, Milano 1978.
[2]
David
Cayley, Conversazioni con Ivan Illich, Elèutehra, Milano 2003, p.
181.
[3]
Il
rapporto con le Annales andrebbe esplorato in modo più approfondito.
[4]
4.
Ivan Illich, Nella vigna del testo, Cortina, Milano 1994, 7.
[5]
Ibidem.
[6] Un modo per considerare un commentario in modo diverso ci viene da questa osservazione: «Il lettore noterà che non di rado io osservo il presente come se dovessi riferirne agli autori dei vecchi testi che cerco di interpretare»; il riferimento qui è ai suoi amati autori del XII secolo, in particolare a Ugo di san Vittore.
[7]
Ivan
Illich, Mnemosyne: lo stampo della memoria, tr. it. in Nello
Specchio del passato, Red edizioni, Como 1992.
[8]
I.I.
Nella vigna del testo, cit., p. 2.
[9]
Ibidem,
p. 96. L’impostazione di questa ricerca si può cogliere in modo ampio nel
suo libro La convivialità, il cui titolo originale era «tools
for conviviality», strumenti, attrezzi per la convivialità.
[10] Ibidem, p. 57; e così continua: «Ogni cultura ha conferito la propria forma a questa complementarità (gesto-parola) asimmetrica bilaterale, in virtù della quale certi enunciati sono incisi a destra e a sinistra, davanti e dietro, nel tronco e nelle membra e non solo nell’occhio e nell’orecchio».
[11]
Ibidem,
p. 173.
[12]
I.I.,
Sull’isola dell’alfabeto, in «Volontà», 1/87, p. 21.
[13]
Neil
Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati
Boringhieri, Torino 1993.
[14] Raffaele Simone, La Terza Fase, Laterza, Roma-Bari. Nella schematizzazione di Simone due grandi fasi hanno preceduto quella attuale, la prima l’invenzione della scrittura, la seconda l’invenzione della stampa. La Terza fase è quella della Visione e delle Immagini.