Bisogni
di Tantalo
Questo saggio riproduce il testo di una conferenza che tenni all'inizio del 1947 all'Università di Edimburgo sotto gli auspici della Enciclopedia Britannica. Scopo della conferenza era di esaminare, attraverso lo specchio della medicina, quali possibilità di scelta rimangono a una collettività paralizzata nella morsa dei propri strumenti. Descrivendo l'evidente potere patogeno del sistema medico, attiravo l'attenzione sugli effetti paradossalmente controproducenti di una cultura, quale la nostra, tutta imperniata sulle merci. Ho poi sviluppato il tema in tre versioni successive di un libro, Nemesi medica: l'espropriazione della salute (Londra 1974; Parigi 1975; New York 1976 e trad. ital. Mondadori 1977). Riporto qui la conferenza di Edimburgo nella speranza che serva a ricordare ai lettori di Nemesi medica che, occupandosi di medicina, l'autore intendeva illustrare con un esempio l'inversione politica e istituzionale dell'odierna società industriale in genere.
Nell'ultimo
decennio l'istituzione medica è divenuta una grave minaccia per la salute. Le
depressioni, le infezioni, le menomazioni e le disfunzioni originate dai suoi
interventi causano ormai più sofferenze che non tutti gli incidenti del
traffico e gli infortuni sul lavoro. Soltanto i danni organici provocati dagli
alimenti di produzione industriale possono competere con la patologia indotta
dai medici. Oltre a ciò, la professione medica fomenta la malattia puntellando
una società malsana che non solo conserva industrialmente i suoi minorati ma
allèva clienti per il terapista con metodo cibernetico. Infine, le cosiddette
professioni sanitarie hanno un potere patogeno indiretto, un effetto che nega
strutturalmente la salute. Trasformano la sofferenza, la malattia e la morte
da impegno personale in problema tecnico, espropriando così la gente d'ogni
capacità di misurarsi autonomamente con la propria condizione umana.
Quest'ultimo
effetto negativo del progresso sanitario trascende qualunque iatrogenesi
tecnica; supera la somma dell'imperizia protetta, della negligenza
amministrativa e dell'insensibilità professionale, contro le quali diventa sempre
più difficile ottenere una riparazione giudiziaria; ha radici più profonde
della squilibrata distribuzione delle risorse alla quale si cerca di ovviare con
rimedi politici; è più globale di tutte le malattie derivate dagli esperimenti
e dagli sbagli dei medici. L'espropriazione professionale della cura della
salute è il punto d'arrivo di uno sforzo tecnico incontrollato; dà luogo a una
gestione eteronoma della vita ad alti livelli di cattiva salute ed è sentita
come un orrore di tipo nuovo che io chiamo nemesi medica.
Durante
l'ultimo ventennio, negli Stati Uniti l'indice generale dei prezzi è salito di
circa il 74 per cento; il costo delle cure mediche è invece cresciuto del 330
per cento. Mentre la spesa pubblica per l'assistenza sanitaria si è duplicata,
gli esborsi personali per i servizi medici sono aumentati di tre volte e di
diciotto il costo delle assicurazioni private. Dal 1950 il costo degli
ospedali pubblici è salito del 500 per cento; nei maggiori di essi le rette
per i ricoveri sono cresciute ancora più in fretta, triplicandosi in Otto anni.
Le spese d'amministrazione si sono moltiplicate per sette, i costi di
laboratorio per cinque. Un letto d'ospedale costa oggi 65.000 dollari, due
terzi dei quali assorbiti da attrezzature meccaniche che nel giro di dieci anni
o anche meno saranno fuori uso o superflue. Eppure, in questo stesso periodo
d'inflazione senza precedenti, la speranza di vita dei maschi adulti americani
si è ridotta.
In
Inghilterra, il Servizio sanitario nazionale ha avuto un analogo tasso
d'inflazione dei costi, pur avendo evitato alcuni dei più clamorosi errori di
spesa che suscitano critiche in America. La speranza di vita degli inglesi non
è ancora diminuita, ma si registra un aumento delle malattie croniche tra gli
uomini di mezza età, come già era avvenuto un decennio prima negli Stati
Uniti. Nell'Unione Sovietica, durante lo stesso periodo il numero dei medici e
dei giorni di ospedalizzazione pro capite si è triplicato. In Cina, dopo un
breve idillio con la sprofessionalizzazione moderna, il sistema
medico-tecnologico è recentemente cresciuto ancora più in fretta. Il ritmo
col quale la gente arriva a dipendere dai medici sembra non avere alcun
rapporto con le diverse forme di governo. Questi andamenti non indicano utilità
marginali decrescenti: sono un esempio di economia della dipendenza, nella quale
le disutilità marginali aumentano al crescere degli investimenti. Ma, di per
sé, la dipendenza non è ancora nemesi.
Negli
Stati Uniti i prodotti che agiscono sul sistema nervoso centrale sono il settore
più dinamico del mercato farmaceutico, e costituiscono il 31 per cento del
fatturato totale. Negli ultimi vent'anni il consumo pro capite degli alcolici è
salito del 23 per cento, quello degli oppiacei illegali del 50 per cento circa,
quello dei tranquillanti prescritti del 290 per cento. Secondo alcuni questo
fenomeno è dovuto ai particolare modo in cui i medici americani si tengono
aggiornati durante tutta la loro attività:nel 1970 le case farmaceutiche degli
Stati Uniti hanno speso in pubblicità 4500 dollari a medico per toccare i
350.000 dottori che esercitano la professione. Sorprendentemente, il consumo
pro capite dei tranquillanti è in relazione con il reddito personale in ogni
parte del mondo, anche se in molti paesi il costo della “informazione scientifica”
del medico non è compreso nel prezzo del farmaco. Ma per quanto grave possa
essere la crescente dipendenza dai medici e dai farmaci, essa è soltanto un
sintomo della nemesi.
La
medicina non può far molto per i mali che si accompagnano alla senescenza.
Non può guarire le malattie cardiovascolari, la maggior parte dei tumori,
l'artrite, la sclerosi multipla o la cirrosi avanzata. Qualcuno dei malanni di
cui soffrono gli anziani può essere talvolta alleviato. Di massima, le cure
dei vecchi che comportano un intervento professionale non soltanto aggravano le
loro sofferenze ma, se l'intervento riesce, le protraggono. Sorprende quindi
la quantità delle risorse che si spendono per curare la vecchiaia. Solo il 10
per cento della popolazione degli Stati Uniti è di età superiore a
sessantacinque anni, ma a questa minoranza va il 28 per cento della spesa per
l'assistenza sanitaria. Rispetto al resto della popolazione i vecchi stanno
aumentando a un tasso del 3 per cento, mentre il costo pro capite della loro
assistenza cresce nella misura del 6 per cento. La gerontologia si sta appropriando
del Prodotto Nazionale Lordo. Questa squilibrata allocazione di energie umane,
mezzi e attenzione sociale non potrà che generare sofferenze indicibili man
mano che aumenteranno le richieste e si esauriranno le risorse.
Tuttavia
si tratta solo di un sintomo, e la nemesi trascende anche lo spreco rituale.
Da
quando Nixon e Breznev firmarono l'accordo di cooperazione scientifica per
l'assoggettamento dello spazio, del cancro e del mal di cuore, le unità di
trattamento intensivo delle malattie coronariche sono diventate simboli di
progresso pacifico e motivi per aumentare le tasse. Esse richiedono tre volte più
attrezzature e cinque volte più personale di quanto occorra per il trattamento
normale; negli Stati Uniti il 12 per cento delle infermiere diplomate è addetto
a queste unità coronariche. Sono inoltre l'esempio di cosa vuoi dire
appropriazione indebita gestita a livello professionale: le indagini statistiche
su vasta scala che mettono a confronto i risultati del trattamento di malati
in queste unità con quelli della cura domiciliare di casi analoghi non hanno
sinora dimostrato che la nuova tecnica abbia portato alcun vantaggio. Si
potrebbe dire che il valore terapeutico delle stazioni di controllo cardiaco
sia uguale a quello dei voli spaziali: presentati alla televisione, sia questi
che quelle fungono come una sorta di danza della pioggia per milioni di persone
che imparano in tal modo a fare affidamento sulla scienza e a non prendersi più
cura di se stesse.
Mi
è capitato di trovarmi sia a Rio de Janeiro sia a Lima mentre vi passava in
tournée (il dottor Christiaan Barnard. Sia in Brasile sia in Perù egli riuscì
a riempire per due volte nello stesso giorno il massimo stadio calcistico di
folle che acclamavano istericamente la sua macabra capacità di scambiare
cuori umani. Poco tempo dopo, appresi da testimonianze ben documentate che la
polizia brasiliana è stata la prima al mondo a usare nelle camere di tortura
apparecchi per prolungare la vita. Quando il compito di assistere o di guarire
passa alle organizzazioni o alle macchine, è inevitabile che la terapia diventi
un( rituale incentrato sulla morte. Ma la nemesi trascende anche il sacrificio
umano.
La
prevenzione della malattia mediante l'intervento di terzi professionisti è
diventata una moda. La sua domanda cresce. Donne incinte, bambini sani,
operai, vecchi, tutti si sottopongono a periodici check-up e a esami diagnostici
sempre più complessi. Per questa via, ci si rafforza nella convinzione di
essere macchine la cui durata dipende da un piano sociale. Le risultanze d'un
paio di dozzine di studi attestano che questi esami non hanno alcuna influenza
sull'andamento della mortalità e della morbilità. In realtà essi trasformano
persone sane in pazienti angosciati, e i rischi per la salute che si
accompagnano a queste campagne di diagnosi automatizzata sopravanzano i
benefici teorici. Per ironia della sorte, i disturbi asintomatici gravi che si
possono scoprire soltanto con questo tipo d'indagine sono spesso malattie
inguaribili, nelle quali una cura precoce aggrava la condizione patologica del
paziente. Ma la nemesi trascende anche la tortura terminale.
Fino
a un certo punto, la medicina moderna si è occupata di ingegneria
terapeutica: ha cioè elaborato strategie d'intervento chirurgico, chimico o
comportamentistico nella vita delle persone che sono o potrebbero diventare
malate. Ma da quando s'è visto che questo genere d'interventi non guadagna
efficacia per il fatto di costare sempre di più, e' venuto in primo piano un
nuovo tipo di ingegneria della salute. I sistemi sanitari tendono oggi alla
medicina preventiva, oltre che curativa. Si propongono servizi orientati verso
una gestione ambientale della salute. L'ossessione dell'immunità cede il
passo all'incubo dell'igiene. Man mano che il sistema di assistenza sanitaria
perde colpi non riuscendo a soddisfare le richieste che gli vengono rivolte,
certi stati che oggi sono classificati come malattie rischiano di essere
presto definiti devianza criminale. All'intervento medico imposto potrebbero
far seguito l'autocritica e la rieducazione obbligatorie. La convergenza
dell'ingegneria igienica individuale e di quella ambientale fa pendere oggi
sull'umanità la minaccia di un'epidemia di nuovo tipo, in cui diventano parte
integrante del flagello gli stessi rimedi, che si ritorcono sistematicamente
contro il loro scopo. Questa sinergia patogena delle funzioni tecniche e delle
funzioni non tecniche della medicina è ciò che io chiamo nemesi igienica o
medica, una nemesi che riduce l'uomo nella condizione di Tantalo.
Da
sempre, una gran parte della sofferenza è opera dell’uomo: la storia non fa
che registrare asservimento e sfruttamento. I suoi documenti ci parlano di
guerre, e delle devastazioni, delle carestie e delle pestilenze venute al loro
seguito. La guerra tra popoli e classi è stata sinora il principale strumento
con cui l'uomo ha programmato e prodotto miseria. L'uomo è dunque l'unico
animale la cui evoluzione sia stata condizionata da una duplice necessità di
adattamento: se non soccombeva agli elementi naturali, doveva fare i conti con
lo sfruttamento e la prepotenza dei propri simili. Per poter condurre questa
lotta su due fronti, l'uomo ha sostituito agli istinti il carattere( e la
cultura. Di un terzo fronte esposto a catastrofi si è avuta coscienza sin dai
tempi di Omero, ma i comuni( mortali erano ritenuti esenti da questo pericolo.
Nemesi, come i greci chiamavano la minaccia incombente da questa terza
direzione, era il destino che attendeva i pochi eroi che incorrevano nella
gelosia degli dei. L'uomo cresceva e moriva lottando con la natura e con il
prossimo; soltanto l'élite sfidava i limiti che la natura aveva posto all'uomo.
Prometeo
non era “Ognuno”, ma un deviante. Mosso da pleonexia,
da cupidigia estrema, egli oltrepassò le barriere della condizione umana.
Nella sua hubris, o presunzione smisurata, sottrasse il fuoco al cielo e
attirò quindi Nemesi su di sé. Fu incatenato a una rupe del monte Caucaso,
dove un'aquila gli divorava il fegato e gli dei, guaritori spietati, lo tenevano
in vita tornando ogni notte a trapiantarglielo. L'incontro con Nemesi fece di
questo eroe classico un simbolo imperituro dell'ineluttabile vendetta cosmica.
Fu preso ad argomento di tragedie epiche, ma non certo a modello per le
aspirazioni quotidiane. Oggi Nemesi è invece endemica; è il contraccolpo del
progresso. Si è paradossalmente diffusa dappertutto di pari passo col diritto
di voto, con la scolarizzazione, con l'accelerazione meccanica, con
l'assistenza medica. “Ognuno”è incorso nella gelosia degli dei. Per
sopravvivere, la specie deve imparare a battersi su questa terza frontiera.
La
massima parte della sofferenza provocata dall'uomo è oggi il prodotto
secondario di iniziative che in origine miravano a proteggere il comune mortale
nella sua lotta contro l'inclemenza dell'ambiente e le crudeli ingiustizie inflitte
dalle élites. La fonte principale del dolore, della menomazione e della morte
è oggi un tormento procurato, anche se non intenzionale. I disturbi più
diffusi, l'impotenza e l'ingiustizia sono effetti collaterali di strategie
finalizzate al progresso. Nemesi è ormai così universalmente presente che la
si crede parte integrante della condizione umana. Un'idea comune a tutte le
etiche precedenti era che il campo aperto all'azione umana fosse rigorosamente
circoscritto; la techné era un misurato tributo alla necessità, non la strada
per realizzare qualsivoglia impresa decisa dall'uomo. La disperata incapacità
dell'uomo contemporaneo di immaginare un'alternativa all'aggressione industriale
ai danni della condizione umana fa parte della maledizione di cui egli è
vittima.
Quando
si tenta di ridurre la nemesi a un semplice processo politico o biologico si
rende vana qualsiasi diagnosi dell'attuale crisi istituzionale. Ogni analisi
dei cosiddetti limiti dello sviluppo diventa futile se riduce la nemesi a una
minaccia affrontabile sui due fronti tradizionali. La nemesi non perde il suo
carattere specifico solo perché ha assunto un volto industriale. Non si può
capire la crisi della società industriale se non si distingue tra l'aggressione
a scopo di sfruttamento operata da una classe a danno di un'altra, e la rovina
ineluttabile che è intrinseca a ogni tentativo smisurato di trasformare la
condizione umana. E impossibile comprendere la situazione nella quale ci
troviamo se non si distingue tra la violenza prodotta dall'uomo e la distruttiva
gelosia del cosmo: tra la soggezione dell'uomo all'uomo e l'asservimento
dell'uomo ai suoi dei, che sono, inutile dirlo, i suoi mezzi di produzione. La
nemesi non è riducibile a un problema di competenza degli ingegneri o degli
organizzatori politici.
La
scolarizzazione, i trasporti, il sistema giuridico, la agricoltura moderna, la
medicina sono altrettanti esempi di come agisce la frustrazione procurata. Una
volta superato un certo limite, la degradazione del sapere a mero risultato di
un insegnamento predeterminato innesca inevitabilmente, a tutto danno della
maggioranza povera, un nuovo tipo d'impotenza a un nuovo tipo di struttura di
classe discriminante. Tutte le forme di istruzione obbligatoria programmata
recano impliciti questi effetti collaterali, qualunque sia la somma di denaro,
di buona volontà, di impegno politico e di idealismo pedagogico che si profonde
nell'operazione: tanto che si riempia il mondo di aule, quanto che lo si
trasformi in un'unica aula.
Quando
l'energia impiegata per l'accelerazione di una qualsiasi persona circolante sale
al di sopra di un certo livello, l'industria del trasporto immobilizza e
asservisce la maggioranza dei passeggeri anonimi offrendo soltanto discutibili
vantaggi marginali a una élite olimpica. Nessuna nuova specie di
combustibile, di tecnologia o di controllo pubblico può impedire a una società
sempre più mobilizzata di produrre sempre maggiori dosi di disturbo, di
paralisi e di iniquità.
Quando
l'investimento di capitali nell'agricoltura e nell’industria alimentare sale
al di sopra di un certo livello, non può che aversi malnutrizione dappertutto;
l'illusione dei “piani verdi” rode il fegato del consumatore più efficacemente
dell'aquila di Zeus; e non c e ingegneria biologica che possa impedirlo.
Quando
la produzione e l'erogazione di assistenza medica vanno al di sopra di un
certo limite, generano più mali di quanti ne riescono a guarire. La previdenza
sociale garantisce una sopravvivenza dolorosa più democraticamente e più
efficacemente degli dei più spietati.
Il
progresso ha comportato il pagamento d'uno scotto che non si può chiamare
prezzo. L'esborso iniziale era indicato sul cartellino e si può esprimere in
termini misurabili. Il resto da versare a rate con gli interessi composti
matura sotto varie forme di sofferenza che trascendono il concetto di
“prezzo”. Ha cacciato società intere in una prigione per debitori, dove la
crescente tortura cui è soggetta la maggioranza sopraffà e annulla ogni
eventuale beneficio che possa ancora andare a un'esigua minoranza.
Il
contadino che prima si tesseva i propri panni, si costruiva la casa, si
fabbricava i propri strumenti di lavoro e che oggi passa a comprare abiti bell'e
fatti, solai precompressi e trattori, non riesce più a sentirsi soddisfatto
finché non dà il proprio contributo alla nemesi mondiale. Il suo vicino che
cerca ancora di tirare avanti con i tessuti,le abitazioni e i modi di produzione
tradizionali non riesce più a vivere in un mondo dove ormai imperversa la
nemesi industriale. E questo duplice legame il punto su cui vorrei far luce. La
cupidigia esasperata e la cieca baldanza non più limitate agli eroi; nella
società industrializzata fanno parte dei doveri sociali di “Ognuno”.
Nell'accedere all'economia di mercato contemporanea, di solito per la via della
scuola, il cittadino si unisce al coro che evoca la nemesi; ma si unisce anche a
un'orda di furie scatenata contro coloro che restano fuori del sistema. I
cosiddetti partecipanti marginali, che non entrano del tutto nell'economia di
mercato, si trovano privati dei mezzi tradizionali per far fronte alla natura e
al prossimo.
A
un certo punto della crescita delle nostre grandi istituzioni, i rispettivi
clienti cominciano a pagare un prezzo di giorno in giorno più alto per
continuare a consumare, malgrado sia chiaro che ne ricaveranno inevitabilmente
maggiori sofferenze. A questo punto dello sviluppo il comportamento nella società
corrisponde a quello che si rileva di solito nei drogati. Il calo dei benefici
è niente in confronto all'aumento delle disutilità marginali. L'Homo oeconomicus
si tramuta in Homo religiosus. Le sue aspettative diventano sovrumane. Lo scotto
dello sviluppo economico non soltanto eccede il prezzo al quale fu acquistato,
ma supera anche il danno complessivo arrecato dalla natura e dal prossimo.
Nemesi classica puniva l'abuso sconsiderato di un privilegio; la nemesi
industrializzata castiga la supina partecipazione alla società.
Guerra
e fame, pestilenza e morte improvvisa, tortura e follia rimangono compagne
dell'uomo, ma sono ora fuse in una nuova Gestalt dalla nemesi che le sovrasta.
Quanto più una comunità è economicamente progredita, tanto maggiore è la
parte che la nemesi industriale ha nelle soffèrenze, nelle discriminazioni e
nella morte che colpiscono i suoi membri. Diremmo perciò che lo studio
sistematico del carattere particolare della nemesi dovrebb'essere il pimo tema
di ricerca per coloro che si occupano di curare, guarire e consolare.
La
nemesi industriale è conseguenza di procedimenti decisionali che generano
inevitabilmente disavventure controintuitive. E conseguenza d'uno stile di
gestione che rimane un rompicapo per programmatori. Fin quando le si descrive
con i termini della scienza e dell'economia, queste disavventure restano delle
singolari sorprese. Il linguaggio per studiare la nemesi industriale è ancora
da creare; dev'essere in grado di descrivere le contraddizioni intrinseche ai
processi mentali di una società che apprezzava la verifica operazionale più
dell'evidenza intuitiva.
La
nemesi medica è solo una delle tante “disavventure controintuitive” tipiche
della società industriale. E il frutto mostruoso di un particolarissimo sogno
della ragione, cioè la hubris che rende simili a Tantalo. Tantalo era un re
famoso che gli dei un giorno invitarono sull'Olimpo a un loro banchetto; ma
dalla mensa divina egli rubò l'ambrosia, la pozione che dava l'immortalità, e
per castigo fu precipitato nell'Ade e condannato a soffrire in eterno fame e
sete. Quando Tantalo si china verso il ruscello nel quale è immerso, l'acqua si
ritira, e quando cerca di cogliere la frutta che gli pende sul capo, i rami si
allontanano. Un etologo direbbe che la nemesi igienica lo ha programmato per un
comportamento controintuitivo obbligato.
La
brama di ambrosia ha oggi contagiato i comuni mortali. L'ottimismo scientifico
e quello politico hanno insieme contribuito a propagarla. Per sostenerla, si
è costituito un corpo di sacerdoti di Tantalo, che promette un miglioramento
medico illimitato della salute umana. I membri di questa congregazione si dicono
discepoli di Asclepio il guaritore, ma in realtà sono spacciatori di ambrosia.
La gente si rivolge a loro perché la sua vita migliori, sia prolungata, resa
compatibile con le macchine e capace di resistere a ogni sorta di accelerazione,
di alterazione e di tensione. Per tutto risultato, la salute è divenuta scarsa
al punto che l'uomo comune la fa dipendere dal consumo di ambrosia.
L'umanità
si è evoluta solo perché ogni suo membro è venuto al mondo protetto da una
serie di bozzoli, visibili e invisibili. Ognuno conosceva il grembo dal quale
era uscito e si orientava con le stelle sotto le quali era nato. Per essere uomo
e diventarlo, l'individuo della nostra specie doveva scoprire il proprio destino
nel corso della sua particolare lotta con la natura e con i vicini. In questa
lotta era solo, ma le armi, le regole e lo stile gli erano dati dalla cultura in
cui cresceva. Le culture si evolvevano, ciascuna secondo la propria vitalità; e
con le culture crescevano le persone, ognuna imparando a sopravvivere entro
un bozzolo comune. Ogni cultura era la somma delle regole grazie alle quali
l'individuo si conciliava con la sofferenza, la malattia e la morte, le
interpretava e provava compassione per gli altri, soggetti alle medesime
minacce. Ogni cultura creava i miti, i rituali, i tabù e le norme etiche
necessari per far fronte alla fragilità della vita.
La
civiltà medica cosmopolita nega che l'uomo abbia bisogno di accettare questi
mali. E concepita e organizzata al fine di sopprimere la sofferenza, eliminare
la malattia e lottare contro la morte. Sono obiettivi nuovi, che non si erano
mai posti alla vita sociale e che sono antitetici a tutte quante le culture
che la civiltà medica incontra quando la si scaraventa addosso ai cosiddetti
poveri come parte integrante del loro progresso economico.
L'effetto di negazione della salute esercitato dalla civiltà medica è quindi altrettanto forte nei paesi ricchi quanto in quelli poveri, anche se a questi ultimi vengono spesso risparmiati alcuni dei suoi aspetti più sinistri.
La
soppressione della sofferenza
Perché
un vissuto diventi sofferenza nel senso pieno del termine, bisogna che si
inquadri in una cultura. Proprio perché ogni cultura fornisce un suo modo di
soffrire, la cultura è una forma particolare di salute. L'atto di soffrire è
trasformato dalla cultura in un interrogativo che può essere espresso e
condiviso.
Con
l'avvento della civiltà medica, alla capacità di soffrire modellata dalla
cultura si sostituisce una crescente richiesta, da parte del singolo, di una
gestione istituzionale della propria sofferenza. Una miriade di sentimenti
diversi, espressione ognuno di un qualche tipo di forza d'animo, si riduce
esclusivamente a pressione politica, esercitata da consumatori di anestesia. La
sofferenza diventa una delle voci di un elenco di rivendicazioni. Il risultato
è un nuovo genere di orrore. Concettualmente è ancora sofferenza, ma l'effetto
sulle nostre emozioni di questo inedito dolore opaco, impersonale e privo di
valore, è qualcosa di completamente nuovo.
In
tal modo, per l'uomo industriale, la sofferenza suscita ormai solo una domanda
tecnica: cosa devo per curare o fare sparire questa sofferenza? Se poi essa
persiste, la colpa non è dell'universo, di Dio, dei miei peccati o del diavolo,
ma del sistema sanitario. La sofferenza esprime la domanda, da parte del
consumatore, di maggiori prestazioni sanitarie. Diventando non necessaria, è
divenuta intollerabile. Dato questo atteggiamento, oggi sembra più razionale
fuggire la sofferenza che affrontarla, anche a costo della dipendenza. Sembra
ragionevole eliminarla, anche a costo della salute. Sembra intelligente negare
legittimità a tutte le questioni non tecniche che essa solleva, anche a costo
di disarmare chi è vittima di sofferenze irriducibili. Per un po' si può
asserire che la somma delle sofferenze anestetizzate, all'interno d'una società,
supera quella delle sofferenze generate ex novo; ma a un certo punto insorgono
crescenti disutilità marginali. La nuova sofferenza non solo è intrattabile,
ma ha perso ogni referente. E diventata priva di significato, mera tortura.
Solo il ricupero della volontà e capacità di soffrire può restituire sanità
al dolore.
L'eliminazione della malattia
Le
prestazioni mediche non hanno inciso sui tassi della mortalità globale; tutt'al
più hanno spostato la sopravvivenza da una fascia all'altra della
popolazione. Una ricca documentazione mostra spettacolari cambiamenti nella natura
delle malattie che hanno afflitto le società occidentali negli ultimi cento
anni. Dapprima l'industrializzazione esasperò le malattie infettive, che poi
decrebbero. La tubercolosi non fece che aumentare per cinquanta-settantacinque
anni, per poi calare prima ancora che se ne scoprisse il bacillo o che si
varassero provvedimenti per combatterla. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti le
subentrarono le principali sindromi da malnutrizione - rachitismo e pellagra -
che raggiunsero l'apice e declinarono e furono rimpiazzate dalle malattie
infantili, che a loro volta lasciarono il posto all'ulcera duodenale dei
giovani. Quando questa calò, presero a infierire le epidemie moderne: le
malattie coronariche, l'ipertensione, il cancro, l'artrite, il diabete e i
disturbi mentali. Almeno negli Stati Uniti, i tassi di mortalità per malattie
cardiache da ipertensione sembrano ora in calo. Nonostante le intense ricerche
fatte, non si è riusciti ad accertare alcun nesso tra i sopraccennati
mutamenti avvenuti nel quadro delle malattie e l'esercizio professionale della
medicina.
La
stragrande maggioranza degli interventi diagnostici e terapeutici moderni che
fanno per certo più bene che, male presenta due caratteristiche: i mezzi
materiali occorrenti hanno un costo irrisorio, ed è inoltre possibile predisporli
in confezioni usabili personalmente o col semplice aiuto d'un familiare. Nella
medicina canadese, la tecnologia che ottiene i risultati più significativi nel
campo della terapia o del miglioramento della salute costa così poco che si
potrebbe fornirla all'intero subcontinente indiano per la stessa cifra che oggi
vi si spreca per la cosiddetta “medicina moderna”. Per altro verso, le
abilità necessarie per l'impiego dei mezzi diagnostici e terapeutici più
generalmente usati sono così elementari che un'attenta osservanza delle
istruzioni da parte della persona stessa che si cura garantirebbe un uso più
efficace e responsabile di quello che può fornire un medico.
Non
c'è stato né un declino delle grandi epidemie di malattie mortali, né alcun
cambiamento rilevante nella ripartizione per età della popolazione, né
alcuna caduta o crescita dell'assenteismo sul lavoro, che abbia avuto un
rapporto significativo con le prestazioni terapeutiche effettuate dai medici o
anche con l'immunizzazione. I servizi medici non hanno né alcun merito per la
longevità né alcuna colpa per la minacciosa pressione demografica. La longevità
si deve molto di più alle ferrovie e alla fabbricazione sintetica dei
fertilizzanti e degli insetticidi che non alle nuove medicine e siringhe. Quanto
è inefficace, tanto la prestazione professionale è sempre più ricercata.
Questa crescita del prestigio dei medici, ingiustificata..sotto il profilo
tecnico, è spiegabile soltanto come un rituale magico, rivolto a conseguire
obiettivi che per via tecnica o politica non si riesce a raggiungere. Si può
contrastarla soltanto con misure legislative e con un'azione politica che
favoriscano la sprofessionalizzazione della cura della salute.
Sprofessionalizzazione
della medicina non vuoi dire, né si deve credere che implichi, negazione degli
esperti in guarigione, della competenza, della critica reciproca o del controllo
pubblico: significa combattere la mistificazione,il dominio transnazionale di
un'unica ortodossia, l'esclusione dei guaritori scelti dai pazienti ma non
riconosciuti dalla corporazione. Sprofessionalizzare la medicina non significa
rifiutare lo stanziamento di denaro pubblico per scopi di 'cura: significa non
volere che questo denaro venga speso per prescrizione e decisione dei membri
della corporazione anziché sotto il controllo dei consumatori.
Sprofessionalizzare non vuoi dire eliminare la medicina moderna, né ostacolare
l'invenzione di una medicina nuova, né necessariamente far ritorno a programmi,
riti e metodi antichi: significa che nessun professionista deve avere il
potere di elargire a un qualunque suo paziente un complesso di mezzi
terapeutici maggiore di quello che ciascun cittadino per proprio conto potrebbe
rivendicare. Infine, sprofessionalizzare la medicina non significa perdere di
vista i particolari bisogni che si hanno in momenti particolari della vita -
quando si nasce, ci si rompe una gamba, ci si sposa, si partorisce, si diventa
invalidi o si affronta la morte -: significa solo che la gente ha il diritto di
vivere in un ambiente ospitale queste fasi salienti della propria esistenza.
La lotta contro la morte
La
conseguenza estrema della nemesi medica è l'espropriazione della morte In
ogni società l'immagine della morte è l'anticipazione, condizionata dalla
cultura, di un evento certo di data incerta. Questa anticipazione determina una
serie di norme di condotta nel corso della vita e informa la struttura di certe
istituzioni. Ovunque la civiltà medica moderna sia penetrata in una cultura
tradizionale, è sorta una concezione nuova della morte. Questo nuovo ideale si
diffonde grazie alla tecnologia e all'ethos professionale che a essa
corrisponde.
Nelle
società primitive la morte è sempre concepita come l'intervento di un
attore: un nemico, uno stregone, un antenato o un dio. Il Medioevo cristiano e
quello islamico vedevano in ogni morte la mano di Dio. In Occidente la morte
ha cominciato ad avere un proprio volto soltanto intorno al 1420. La concezione
occidentale della morte, che tocca egualmente a tutti per cause naturali, è di
origine piuttosto recente. Solo nell'autunno del Medioevo, infatti, la morte fa
la sua apparizione sotto forma di uno scheletro dotato di un proprio potere;
solo col Cinquecento gli europei cominciano a elaborare “l'arte di morir
bene”. Nel corso di tre secoli successivi il nobile e il contadino, il prete e
la prostituta si prepararono per tutta la vita a presiedere alla propria morte.
La sporca morte, la dura morte diventa non più il fine ma la fine della vita.
L'idea che la morte naturale debba sopraggiungere soltanto al termine di una
vecchiaia trascorsa in buona salute non compare prima del Settecento, ed è fenomeno
specificatamente borghese. La richiesta che i medici lottino contro la morte e
mantengano in salute i vecchi cadenti non ha nulla a che fare con la loro
capacità di fornire simili servizi: come ha dimostrato Philip Ariès, i costosi
tentativi di prolungare la vita si registrano dapprima solo nell'ambiente dei
banchieri, cioè di coloro che più anni passavano al banco più diventavano
potenti.
Non
si può comprendere appieno l'organizzazione sociale contemporanea se in essa
non si vede un molteplice esorcismo di tutte le forme di mala morte. Le nostre
principali istituzioni costituiscono un gigantesco schieramento difensivo
rivolto, in nome dell'“umanità”, contro tutti coloro che possono essere
associati con ciò che si suole intendere come ingiustizia sociale
somministratrice di morte. Non soltanto le organizzazioni mediche, ma
l'assistenza sociale, gli aiuti internazionali, i programmi di sviluppo sono al
servizio di questa lotta. Partecipano alla crociata burocrazie ideologiche
d'ogni colore. Persino alla guerra si è fatto ricorso per sancire la sconfitta
dei colpevoli d'una inammissibile tolleranza nei confronti della malattia e della
morte. Lo scopo di assicurare a tutti una “morte naturale” è sul punto di
diventare una giustificazione suprema del controllo sociale. Sotto l'influenza
dei riti medici, la morte contemporanea torna ad essere argomento per una
caccia alle streghe.
Crescenti
e irreparabili danni accompagnano l'attuale espansione industriale in ogni
settore. Nella medicina questi danni si configurano come iatrogenesi. La
iatrogenesi può essere diretta, quando la sofferenza, la malattia e la morte
sono risultato di prestazioni mediche; o indiretta, quando le politiche
sanitarie rafforzano un'organizzazione industriale che danneggia la salute. Può
essere strutturale, quando illusioni e comportamenti promossi dai medici restringono
l'autonomia vitale della gente minandone la capacità di crescere, curarsi e
invecchiare; o quando paralizza l'impegno personale stimolato dalla
sofferenza, dalla menomazione, dall'angoscia.
Quasi
tutti i rimedi proposti per ridurre la iatrogenesi sono interventi tecnici, che
affrontano in termini terapeutici l'individuo, il gruppo, l'istituzione o
l'ambiente. Questi presunti rimedi generano mali iatrogeni di secondo grado,
creando nuovi pregiudizi a danno dell'autonomia del cittadino.
Gli
effetti iatrogeni più profondi esercitati dalla tecnostruttura medica derivano
dalle sue funzioni sociali di natura non tecnica. Le conseguenze patogene
tecniche e non tecniche dell'istituzionalizzazione della medicina concorrono a
generare una sofferenza di tipo nuovo: la sopravvivenza anestetizzata e
solitaria in un mondo trasformato in un unico ospedale.
La
nemesi medica non è suscettibile di verifica operazionale. Tanto meno può
essere misurata. L'intensità con cui si avverte è proporzionale
all'indipendenza, alla vitalità e alla ricchezza di relazioni che ciascuno
possiede. Come concetto teorico, è una delle componenti di una teoria generale
atta a spiegare le anomalie che affliggono i sistemi di assistenza sanitaria del
nostro tempo. E un aspetto particolare di un fenomeno più vasto che io ho
chiamato nemesi industriale, il contraccolpo della hubris industriale
strutturata in istituzioni. Questa hubris consiste nell'ignorare i confini
entro i quali il fenomeno rimane vitale. Oggi la ricerca è in grandissima parte
finalizzata a “conquiste” irraggiungibili; quella che io ho definito
controricerca è l'analisi metodica dei livelli ai quali le ripercussioni
della hubris non possono che recare danno all'uomo.
Rendersi
conto della nemesi che ci avvolge porta a una scelta sociale. O si valutano e si
riconoscono quelli che sono i confini naturali dello sforzo umano e li si traduce
in limiti fissati da una deliberazione politica; o l'alternativa
all'estinzione sarà la sopravvivenza coatta in un inferno artificiale
programmato.
In
molti paesi il pubblico è maturo per una revisione del proprio sistema
sanitario. Le frustrazioni che si sono manifestate tanto nei sistemi basati
sull’iniziativa privata quanto nell'assistenza socializzata hanno finito per
assomigliarsi in modo spaventoso. Le differenze tra le critiche che si sentono
fare dai russi, dai francesi, dagli americani, dagli inglesi, dagli italiani
sono divenute irrilevanti. Esiste però un serio pericolo che la revisione si
compia all'interno delle coordinate stabilite dalle illusioni post-cartesiane.
Tanto nei paesi ricchi quanto in quelli poveri la domanda di riforma
dell'assistenza sanitaria nazionale è caratterizzata da una serie di richieste:
un equo accesso alle merci della corporazione, uno sviluppo dell'intervento
professionale e la creazione di una serie di sottoprofessioni, una maggiore
veridicità nella reclamizzazione del progresso, e un controllo laico sul tempio
di Tantalo. E facile che il dibattito in corso sulla crisi sanitaria venga usato
per convogliare ancora più potere, prestigio e denaro verso gli ingegneri e i
programmatori biomedici.
Abbiamo
ancora qualche anno di tempo per evitare che il dibattito porti a rafforzare un
sistema frustrante. E possibile orientare la discussione in maniera diversa, mettendo
al centro di essa la nemesi. Per trovare la spiegazione della nemesi occorre
infatti prendere in esame simultaneamente tanto gli aspetti tecnici della
medicina quanto quelli non tecnici, che la medicina venga vista sia come
industria sia come religione. La denuncia dell'aspetto di hubris istituzionale
della medicina fa venire alla luce precisamente quelle illusioni personali che
tengono aggiogato all'assistenza sanitaria anche chi la critica.
Il
fatto di percepire e comprendere la nemesi permette così di orientarsi verso
scelte politiche idonee a spezzare quel cerchio magico delle querele che oggi
finiscono per ribadire la dipendenza del querelante dagli organi di programmazione
e gestione della salute da lui messi sotto accusa. Il riconoscimento della
nemesi può costituire la catarsi che ponga le premesse di una rivoluzione non
violenta nel nostro modo di considerare il male e la sofferenza.
L'alternativa a una guerra contro queste avversità è la ricerca della pace dei
forti.
La
salute esprime un processo di adattamento. E il risultato non dell'istinto, ma
di una risposta autonoma e vitale a una realtà vissuta. Denota la capacità di
adattarsi al mutare degli ambienti, di crescere e d'invecchiare, di guarire
quando si sta male, di soffrire e di attendere serenamente la morte. La salute
abbraccia anche il futuro, e quindi include l'angoscia e le risorse interiori
per accettarla.
La
fragilità, l'individualità e le connessioni dell'uomo, se vissute
consapevolmente, fanno dell'esperienza del dolore, della malattia e della
morte una parte integrante della sua vita. La capacità di affrontare questo
trio in modo autonomo è essenziale alla sua salute. Nella misura in cui si
rimette a una amministrazione tecnica della propria intimità, egli rinuncia a
questa autonomia e la sua salute non può non scadere. Il vero miracolo della
medicina moderna è di natura diabolica: consiste nel far sopravvivere non
solo singoli individui, ma popolazioni intere, a livelli di salute personale
disumanamente bassi. Che la salute non possa se non scadere col crescere della
somministrazione di assistenza è una cosa imprevedibile solo per
l'amministratore sanitario, proprio perché le strategie che questi persegue
sono frutto della sua cecità al carattere inalienabile della salute.
Il
livello della sanità pubblica corrisponde al modo in cui i mezzi e la
responsabilità per far fronte alle malattie sono distribuiti fra tutta la
popolazione. Questa capacità può essere potenziata ma mai surrogata
dall'intervento medico sulla vita delle persone o sulle caratteristiche igieniche
dell'ambiente. Le condizioni migliori per la salute le offrirà quella società
che ridurrà al minimo l'intervento professionale. Quanto maggiore sarà negli
individui il potenziale di adattamento autonomo a se stessi, agli altri e
all'ambiente, tanto meno sarà necessaria o tollerata una gestione tecnica
ditale adattamento.
Proporsi
il ricupero di un atteggiamento sano nei confronti della malattia non è da
luddisti né da romantici né da utopisti: è un ideale che non sarà mai
realizzato del tutto, ma che, con i mezzi moderni, può essere raggiunto come
mai nella storia e che deve comunque orientare le scelte politiche se non si
vuole che la nemesi dilaghi.