Invece
dell'istruzione
Verso
la fine degli anni '60 tenni al Centro intercultural de documentaciòn (CIDOC)
di Cuernavaca, Messico, una serie di seminari sul monopolio del modo di
produzione industriale e sulle alternative concettuali adatte a un'epoca
post-industriale. Il primo settore industriale che analizzai fu il sistema
scolastico e il suo presunto prodotto, l'istruzione. Sette saggi che scrissi
in quel periodo furono riuniti in volume nel 1971 col titolo Descolarizzare la
società (trad. it. Mondadori 1972). Dal modo in cui il libro fu accolto mi
accorsi che la mia descrizione delle funzioni latenti involontarie della scuola
obbligatoria (il “programma occulto” della scolarizzazione) veniva usata
impropriamente non soltanto dai fautori delle cosiddette “scuole libere”
ma, ancor più, da maestri di scuola anelanti a trasformarsi in educatori degli
adulti.
Il saggio che segue è stato scritto a metà del 1971. Vi ribadisco che l'alternativa alla dipendenza di una società dalle proprie scuole non sta nell'escogitazione di nuovi espedienti per far imparare alla gente ciò che secondo gli esperti essa ha bisogno di sa pere; bensì nella creazione di un rapporto radicalmente nuovo tra gli esseri umani e il loro ambiente. Una società tesa al raggiungimento di alti livelli di sapere diffuso e di rapporti personali, libera e insieme critica, non può esistere se non si pone dei limiti pedagogicamente motivati alla propria crescita istituzionale e industriale.
Abbiamo
cercato per generazioni di migliorare il mondo fornendo una quantità sempre
maggiore di scolarizzazione, ma sinora lo sforzo non è andato a buon fine.
Abbiamo invece scoperto che obbligare tutti i bambini ad arrampicarsi per una
scala scolastica senza fine non serve a promuovere l'uguaglianza ma favorisce
fatalmente colui che parte per primo, in migliori condizioni di salute o più
preparato; che l'istruzione forzosa spegne nella maggioranza delle persone la
voglia di imparare per proprio conto; e che il sapere trattato come merce,
elargito in confezioni e considerato come proprietà privata, una volta
acquisito, non può che essere sempre scarso.
Ci
si è improvvisamente resi conto che l'istruzione pubblica attuata mediante la
scolarizzazione obbligatoria ha perso ogni legittimità sociale, pedagogica ed
economica. Pertanto, i critici del sistema scolastico propongono ora rimedi
energici ed eterodossi che vanno dal progetto dei “buoni-studio”, che
permetterebbe a ognuno di procurarsi l'istruzione che preferisce sul mercato
libero, al passaggio della responsabilità dell'istruzione dalla scuola ai
media e all'addestramento sul lavoro. Alcuni sostengono che la scuola dovrà
perdere il suo carattere di istituzione ufficiale dello Stato come l’ha perso
la Chiesa nel corso degli ultimi due secoli. Altri riformatori propongono di
sostituire la scuola universale con vari altri sistemi che, a loro parere,
assicurerebbero a tutti una migliore preparazione alla vita propria di una
società moderna. Queste proposte di nuove istituzioni educative si possono
grosso modo raggruppare in tre categorie: la riforma dell'aula scolastica
all'interno del sistema scolastico; la disseminazione di libere aule
scolastiche in tutta la società; la trasformazione di tutta la società in
un'unica immensa aula scolastica. Ma queste tre prospettive - l'aula riformata,
l'aula libera e l'aula universale - rappresentano in realtà tre momenti di un
progetto di escalation educativa nel quale ogni fase minaccia un controllo
sociale più sottile e più penetrante della precedente.
Io
credo che l'abolizione dell'istituzione scolastica sia divenuta inevitabile e
che tale fine di un'illusione dovrebbe colmarci di speranza. Ma credo anche
che alla fine dell'“era della scolarizzazione” potrebbe seguire l'era di una
scuola globale che solo per il nome si differenzierebbe da un manicomio globale
o da un carcere globale, e dove istruzione, correzione e adattamento
diverrebbero sinonimi. Credo quindi che lo sfacelo della scuola ci debba far
guardare al di là della sua fine imminente per valutare quelle che sono le
alternative fondamentali in questo campo. Esistono due possibilità: si possono
realizzare nuovi tremendi congegni educativi volti a inculcare l'accettazione
di un mondo che si viene facendo sempre più opaco e proibitivo per l'uomo,
oppure si possono porre le condizioni per un'era nella quale la tecnologia
venga usata per rendere la società più semplice e trasparente, si che tutti
gli uomini possano tornare a conoscere i fatti e ad adoperare gli strumenti che
plasmano la loro vita. Possiamo, in altri termini, disistituzionalizzare la
scuola oppure descolarizzare la cultura.
Per
vedere con chiarezza le alternative che abbiamo di fronte, dobbiamo anzitutto
distinguere l'apprendimento dalla scolarizzazione, ossia discernere quello che
è il fine umanistico dell'insegnante dall'effetto che esercita l'invariante
struttura della scuola. Tale struttura invisibile consiste in un sistematico
insegnamento che sfugge a qualunque controllo del docente come dell'autorità
scolastica. Trasmette ineluttabilmente un messaggio: che solo grazie alla
scolarizzazione un individuo può prepararsi a vivere da adulto nella società,
che ciò che non si insegna a scuola vale poco e che ciò che si apprende fuori
della scuola non merita d'essere conosciuto. Io lo chiamo programma occulto
perché, nel sistema scolastico, esso costituisce la cornice immutabile entro
la quale avvengono tutti i mutamenti dei programmi visibili.
Il
programma occulto è sempre il medesimo in qualunque scuola e luogo. Esige che
tutti i bambini di una certa età si riuniscano in gruppi di una trentina,
sottoposti all'autorità di un insegnante ufficialmente abilitato, per 500, 1000
o più ore l'anno. Che il programma esplicito sia rivolto a inculcare i principi
del fascismo, del liberalismo, del cattolicesimo, del socialismo o della
liberazione non ha importanza, purché all'istituzione sia riconosciuto il potere
di stabilire quali attività siano da considerare “istruzione” legittima.
Non importa che scopo della scuola sia quello di produrre cittadini sovietici
oppure statunitensi, dei meccanici oppure dei medici, purché non si possa essere
a pieno titolo cittadino o medico senza aver preso un diploma. Non fa differenza
dove avvengano le riunioni - in un'autofficina, in un'assemblea legislativa o in
un ospedale - purché valga il principio della frequenza.
La
cosa essenziale nel programma occulto è che gli studenti imparino che
l'istruzione ha valore se acquisita a scuola attraverso un processo di consumo
graduato; che la misura del successo che l'individuo avrà nel mondo dipende
dalla quantità di sapere che avrà acquistato; e che imparare cose sul mondo è
più importante che impararle dal mondo. L'imposizione di questo programma
occulto nell'ambito di un piano scolastico distingue la scolarizzazione da
qualsiasi altra forma di istruzione pianificata. Tutti i sistemi scolastici del
mondo hanno caratteristiche comuni distinte da quello che è il loro prodotto
istituzionale, e tali caratteristiche sono frutto del loro comune programma
occulto.
Bisogna
rendersi conto chiaramente che il programma occulto trasforma l'apprendimento da
attività in merce, il cui mercato è monopolizzato dalla scuola. Il nome che
noi diamo a questa merce è “istruzione”, un prodotto quantificabile e
cumulativo di una istituzione progettata da professionisti e chiamata scuola,
e il cui valore può essere misurato in base alla durata e al costo
dell'applicazione allo studente di un procedimento (il programma occulto).
L'insegnante provvisto di laurea ha diritto a uno stipendio superiore a quello
di chi ha meno ore di credito universitario, indipendentemente dall'attinenza
del suo titolo con il compito d'insegnare.
In
tutti i paesi “scolarizzati” il sapere è considerato la dote più
necessaria per sopravvivere, ma anche una forma di valuta più liquida del
rublo o del dollaro. Gli scritti di Karl Marx ci hanno reso familiare
l'alienazione dell’operaio dal proprio lavoro nella società divisa in classi;
è ormai tempo di riconoscere quello che è lo straniamento dell'uomo dal
proprio sapere, quando quest'ultimo diventa il prodotto di un servizio
professionale e l'uomo il suo consumatore.
Quanta
più istruzione un individuo consuma, tanto maggiore è il “patrimonio di
sapere” che acquista e tanto più in alto egli sale nella gerarchia dei
capitalisti di sapere. L'istruzione determina così una nuova struttura classista
in una società dove ai grandi consumatori di sapere - cioè a quelli che hanno
acquisito più grossi patrimoni di sapere - si riconosce un più alto valore per
la società stessa. Nel portafoglio del capitale umano di una società essi
rappresentano titoli di tutto riposo, ed è a loro che si riserva l'accesso agli
strumenti di produzione più potenti o più rari.
Il
programma occulto, dunque, definisce e misura qual è l'istruzione e a quale
livello di produttività il suo consumatore ha diritto. E l'elemento che serve
a razionalizzare la crescente correlazione tra posti di lavoro e privilegi
connessi, che presso certe società si traducono in reddito personale e presso
altre in diritto a servizi che fanno risparmiare tempo, a un'ulteriore
istruzione o a prestigio. (Un aspetto, questo, di particolare importanza ove si
consideri che, come ha dimostrato fra gli altri lo studio di Ivar Berg, non
esiste alcuna corrispondenza tra scolarizzazione e competenza professionale).
L'idea di far passare ogni individuo per una serie di fasi di
“illuminazione” affonda le sue radici nell'alchimia, la Grande Arte del
tardo Medioevo. Jan Amos Comenio (1592-1670), il vescovo moravo pedagogista e
sostenitore dell'ideale della “pansofia”, è a ragione considerato uno
dei padri della scuola moderna. Fu tra i primi a proporre da sette a dodici
classi di istruzione obbligatoria. Nella sua Didactica magna definiva le
scuole meccanismi “per insegnare qualunque cosa a chiunque” e abbozzò
il progetto di una catena di montaggio per la produzione di sapere, che a suo
avviso avrebbe consentito di ottenere un'istruzione migliore e più a buon
mercato e reso possibile a tutti l'accesso alla piena umanità. Ma Comenio non
fu solo un precursore degli specialisti in efficienza; era anche alchimista, e
si servì del linguaggio tecnico della sua arte per spiegare i principi
dell'educazione dei fanciulli. Gli alchimisti pretendevano di raffinare i
metalli vili facendone passare le essenze distillate per sette successivi stadi
di sublimazione, nell'intento di tramutarli in oro a beneficio proprio e del
mondo intero.
Naturalmente,
per quanti tentativi facessero, non ci riuscirono mai; ma ogni volta la loro
“scienza” trovava nuove spiegazioni dell'insuccesso, e così ci riprovavano
ancora.
La
pedagogia apri un capitolo nuovo nella storia dell’Ars Magna. L'educazione
divenne la ricerca di un processo alchimistico atto a produrre un nuovo tipo
d'uomo che fosse capace di integrarsi con l'ambiente creato dalla magia della
scienza. Ma per quanto tempo una generazione trascorresse nelle scuole, la
maggioranza risultava sempre refrattaria a “illuminarsi” in virtù di questo
processo e bisognava scartarla in quanto inidonea a vivere in un mondo fatto
dall'uomo.
I
riformatori dell'istruzione i quali ammettono il fallimento delle scuole si
dividono in tre gruppi. I più rispettabili sono sicuramente i grandi maestri
dell'alchimia, che promettono scuole migliori. I più seducenti sono i maghi
popolari, che promettono di fare di ogni cucina un laboratorio alchimistico. I
più sinistri sono i nuovi architetti, dell'universo, che vogliono trasformare
il mondo intero in un enorme tempio del sapere.
Spiccano,
tra i maestri dell'alchimia odierni, certi direttori di ricerca stipendiati o
sponsorizzati dalle grandi fondazioni, i quali ritengono che le scuole, solo che
si riuscisse a migliorarle in qualche modo, anche sul piano economico
diverrebbero più funzionanti delle dissestate scuole attuali, e nello stesso
tempo potrebbero vendere un più ampio assortimenti di servizi. Quelli che si
occupano soprattutto dei programmi li giudicano sorpassati o incongrui: ed
ecco allora che li si arricchisce con nuovi corsi preconfezionati sulla cultura
africana, sull'imperialismo statunitense, sul movimento di liberazione della
donna, sull'inquinamento, sulla società dei consumi. L'apprendimento passivo
è sbagliato - e non c'è dubbio che lo sia -: ed ecco che si concede
graziosamente agli studenti di decidere che cosa e in che modo vogliono che gli
si insegni. Le scuole sono prigioni: dunque si autorizzano i presidi a
consentire lezioni all'aperto, spostando i banchi in qualche strada di Harlem
all'uopo recintata. Viene di moda l'educazione all'autocoscienza, e subito si
introduce in classe la terapia di gruppo. La scuola che avrebbe dovuto insegnare
qualunque cosa a chiunque diventa così dispensatrice di tutte le cose a tutti i
bambini.
Altri
critici sono convinti che le scuole non sanno mettere a frutto la scienza
moderna. Alcuni rilevano infatti che con un'adeguata somministrazione di farmaci
diventerebbe molto più semplice per l'istruttore il compito di normalizzare
la condotta del bambino. Altri vorrebbero trasformare la scuola in una
palestra di giochi educativi. Altri ancora elettrificherebbero le aule. Se sono
discepoli alla buona di McLuhan, si limitano a voler sostituire lavagne e libri
di testo con happenings multimediali; se invece seguono Skinner, garantiscono di
saper modificare i comportamenti molto più efficacemente degli insegnanti
vecchio stile.
La
maggior parte di queste innovazioni non manca, certo, di avere qualche buon
effetto. Nelle scuole sperimentali l'assenteismo è diminuito. Col
decentramento delle responsabilità di gestione i genitori hanno maggiormente la
sensazione di partecipare. I ragazzi che dall'insegnante vengono assegnati a
un'attività di tirocinio esterno si rivelano spesso più bravi di quelli che
rimangono in classe. Certi bambini newyorkesi grazie al laboratorio linguistico
fanno indubbi progressi nella conoscenza dello spagnolo, preferendo di gran
lunga giocare con i tasti di un registratore che conversare con i loro
coetanei portoricani. Tutti questi miglioramenti non possono però che restare
entro limiti ristretti, dato che non toccano in alcun modo il programma occulto.
Certi
riformatori vorrebbero slegarsi dal programma occulto delle scuole pubbliche,
ma ben di rado ci riescono. Le scuole libere che generano altre scuole libere
creano solo un miraggio di libertà, anche se la catena della frequenza è
spesso interrotta da lunghi periodi di ozio. La frequenza ottenuta con mezzi di
seduzione inculca il bisogno di cura scolastica in modo più persuasivo della
frequenza riluttante imposta dalle autorità. L'insegnante permissivo che
trasforma l'aula in un ambiente ovattato è facile che tenda i propri allievi
incapaci di sopravvivere una volta lasciata la scuola.
L'apprendimento,
in queste scuole, continua spesso a essere la solita acquisizione di abilità
socialmente apprezzate, ancorché definite in questo caso dal consenso di una
comunità invece che dai decreti di un'autorità scolastica centrale. Il nuovo
presbitero non è che un ingrandimento del vecchio prete.
Le
scuole libere, per essere veramente tali, devono soddisfare due condizioni.
Primo, devono essere condotte in modo da impedire che si reintroduca il
programma occulto costituito dalla frequenza graduata e da “studenti” che
studiano ai piedi di “insegnanti”. Cosa ancor più importante, devono
offrire una struttura entro la quale tutti i partecipanti, personale della
scuola e allievi, possano liberarsi dai postulati reconditi di una società
scolarizzata. La prima condizione figura spesso tra gli obiettivi di una scuola
libera; quanto alla seconda, solo raramente se ne ha coscienza ed è difficile
che venga posta come obiettivo di una scuola libera.
E
utile distinguere tra il programma occulto, di cui ho già parlato, e i
fondamenti reconditi della scolarizzazione. Il programma occulto è un rituale
che può essere considerato l'iniziazione ufficiale al mondo moderno,
istituzionalizzata attraverso la scuola. Scopo di questo rituale è nascondere a
chi vi partecipa le contraddizioni tra il mito di una società egualitaria e la
realtà divisa in classi che esso sancisce. Una volta riconosciuti come tali,
i rituali perdono il loro potere, ed è questo che ora comincia ad accadere alla
scuola. Nel cerimoniale della scolarizzazione trovano però espressione anche
certi postulati fondamentali riguardo al crescere - i fondamenti reconditi -
che facilmente potrebbero uscire rafforzati da quanto fanno le scuole libere.
A
prima vista ogni generalizzazione nei riguardi delle scuole libere parrebbe
avventata. Specialmente negli Stati Uniti, nel Canada e nella Germania del 1971,
esse sono i mille fiori di una nuova primavera. Qualche considerazione
generale si può invece fare su quelle iniziative sperimentali che si
presentano come istituzioni educative. Ma prima conviene esaminare un poco più
a fondo il rapporto tra scolarizzazione e educazione.
Spesso
si dimentica che il termine “educazione” è di conio recente. Fino alla
vigilia della Riforma non lo si conosceva. Di educazione dei fanciulli si parla
per la prima volta in lingua francese in un documento del 1498. Era l'anno in
cui Erasmo si stabilì a Oxford, Savonarola venne bruciato sul rogo a Firenze e
Dùrer incise l'Apocalisse, che con tanta potenza ci comunica il senso di sfacelo
incombente sulla fine del Medioevo. In inglese il termine comparve per la prima
volta nel 1530, l'anno in cui Enrico VIII ripudiò Caterina d'Aragona e la
Chiesa luterana si separò da Roma alla Dieta di Augusta. Nei paesi di lingua
spagnola dovette trascorrere ancora un secolo prima che la parola e il concetto
divenissero noti:nel 1632 Lope de Vega parla della “educazione” come di una
novità. Quell'anno l'Università di San Marcos di Lima celebrava il suo
sessantesimo anniversario. Centri d'istruzione esistevano gia prima che il
termine “educazione” entrasse nell'uso; ma vi si “leggevano” i
classici o il diritto, non si veniva educati alla vita.
Nel
XVI secolo, al centro delle dispute teologiche c'era il bisogno universale di
“giustificazione”. Questo concetto forniva un fondamento razionale alla
politica e offriva la scusa per massacri su vasta scala. Spaccatasi la Chiesa,
fu possibile sostenere opinioni largamente divergenti riguardo alla misura in
cui gli uomini nascevano peccatori, corrotti e predestinati. Ma all'inizio del
secolo XVII cominciò ad affermarsi un nuovo consenso, questa volta intorno
all'idea che l'uomo nascesse inidoneo alla società e tale rimanesse se non gli
si forniva una “educazione”. L'educazione venne così a indicare l'opposto
dell’attitudine vitale. Venne a indicare un processo, anziché la semplice
conoscenza dei fatti e la capacità di adoperare gli strumenti che danno forma
alla vita concreta dell’uomo. L'educazione si identificò con una merce immateriale
che andava prodotta a beneficio di tutti, e a tutti dispensata nella stessa
maniera in cui prima la Chiesa visibile dispensava la grazia invisibile. La
giustificazione al cospetto della società divenne la prima esigenza dell'uomo,
che viene al mondo in una condizione di stupidità analoga al peccato originale.
La
scolarizzazione e l'educazione sono correlate tra loro come la Chiesa e la
religione o, in termini più generali, come il rito e il mito. Il rito ha
creato e sorregge il mito; è mitopoietico, e il mito genera il programma mediante
il quale si perpetua. Come concetto che designa tutta quanta una categoria di
giustificazione sociale, l'“educazione” è un'idea di cui (al di fuori
della teologia cristiana) non esiste alcun equivalente specifico in altre culture.
E la produzione dell'educazione mediante il processo di scolarizzazione
differenzia le scuole da tutti gli altri istituti d'istruzione esistenti in
altre epoche. E questo che va capito, se si vuole cogliere il punto debole della
maggioranza delle cosiddette scuole libere, non strutturate o indipendenti.
Per
andare al di là della semplice riforma dell'aula, una scuola libera deve
evitare di far proprio il programma occulto della scolarizzazione di cui ho
parlato. La scuola libera ideale cerca di fornire istruzione e, contemporaneamente,
di impedire che essa serva a istituire o legittimare una struttura classista,
che divenga argomento per commisurare l'allievo a qualche parametro astratto, e
che lo reprima, lo controlli, lo ridimensioni. Ma fin quando la scuola libera
cercherà di fornire una istruzione o educazione “generale”, non potrà
andare al di là di quelli che sono postulati reconditi dell'educazione.
Uno
di questi postulati è la “sindrome dell'immigrazione”, come la chiama
Peter Schrag, la quale ci porta a trattare tutti come se fossero dei nuovi
venuti che debbono subire un processo di naturalizzazione. Solo i consumatori
di sapere che siano muniti di regolare diploma possono ottenere la cittadinanza.
Gli uomini non nascono uguali, ma lo diventano grazie al periodo di gestazione
che trascorrono nel corpo dell'Alma Mater. Bisogna guidarli a staccarsi dal
loro ambiente naturale e farli passare attraverso un utero sociale dove si
formino quanto basta per divenire idonei alla vita quotidiana. Questa funzione
le scuole libere spesso la svolgono meglio delle scuole di tipo meno attraente.
Gli
istituti d'istruzione liberi hanno anche un'altra caratteristica in comune con
quelli meno liberi: spersonalizzano la responsabilità dell'educazione.
Pongono un'istituzione in loco parentis. Perpetuano l'idea che l'insegnamento,
quando non avvenga all'interno della famiglia, spetti a un ente, del quale il
singolo insegnante non è che un rappresentante. Persino la famiglia, in una
società scolarizzata, si riduce a un “ente di acculturazione”. Gli istituti
liberi che assumono insegnanti allo scopo di attuare il piano educativo
collegialmente elaborato dai rispettivi comitati di direzione sono strumenti di
spersonalizzazione degli autentici rapporti umani.
Certo,
ci sono molte scuole libere che operano senza ricorrere a insegnanti forniti di
titolo legale. Così facendo, esse costituiscono una seria minaccia per i
sindacati degli insegnanti; ma non rappresentano minaccia alcuna per la
struttura professionale della società. Una scuola dove la direzione affida a
persone di sua fiducia l'incarico di attuare il proprio disegno scolastico,
anche se tali persone non abbiano alcun diploma, abilitazione o tessera sindacale,
non contesta affatto la legittimità della professione d'insegnante, così come
una maitresse che agisca in un paese dove per operare legalmente è richiesta
una licenza della polizia, non contesta la legittimità sociale della più
antica professione del mondo per il fatto di metter su un bordello privato.
Nella
grandissima maggioranza, coloro che insegnano nelle scuole libere non hanno
alcuna possibilità di insegnare per conto proprio. Essi eseguono il compito
collegialmente assegnato all'insegnamento per conto della direzione, la
funzione meno trasparente dell'insegnamento per conto degli allievi, la funzione
più mistica dell'insegnamento per conto della “società” in generale. La
prova migliore è che di regola gli insegnanti delle scuole libere dedicano
ancor più tempo dei loro colleghi professionisti a riunioni di comitati in
cui si progetta come la scuola dovrebbe educare. E sono queste interminabili riunioni
che spingono molti generosi insegnanti, allorché si rendono conto della loro
illusione, a passare prima dalle scuole pubbliche a quelle libere e poi ad
andarsene anche da queste.
Tutti
gli istituti d'istruzione proclamano che loro scopo è quello di formare i
giovani in funzione di qualcosa, in vista del futuro. Ma non li lasciano liberi
di dedicarsi a tale compito finché non abbiano acquisito un alto grado di
assuefazione al modo di essere degli anziani: formazione per la vita, anziché
nella vita quotidiana. Queste poche scuole libere sanno evitarlo. Nondimeno esse
sono tra i centri più importanti da cui 5 irradierà un nuovo stile di vita:
non tanto per l'effetto che avranno i giovani che ne verranno fuori, quanto
perché gli anziani forniti di crismi ufficiali appartengono spesso a una
minoranza radicale e la loro preoccupazione per il modo in cui crescono i
figli li rafforza nel nuovo stile.