La
categoria più pericolosa, tra i riformatori dell'istruzione, e' costituita da
coloro i quali affermano che in un mercato libero il sapere si potrebbe produrre
e distribuire molto più efficacemente che in un mercato monopolizzato dalla
scuola. Costoro rilevano che è facile apprendere un'arte da un modello della
medesima quando il discente è realmente interessato ad acquisirla, che un
sistema di assegni individuali potrebbe conferire un più uguale potere
d'acquisto in materia d'istruzione, e chiedono che vengano tenute accuratamente
distinte tutte quelle procedure che servono a misurare e certificare il sapere
acquisito. Tutto ciò mi pare ovvio; ma sarebbe un errore credere che la
creazione di un mercato libero del sapere costituirebbe un 'alternativa
radicale.
Indubbiamente
la creazione di un mercato libero sopprimerebbe quello che ho chiamato il
programma occulto dell'attuale sistema scolastico, cioè la frequenza imposta a
determinate età lungo un corso graduato. Così pure, un mercato libero darebbe
a tutta prima l'impressione dì contrastare quelli che ho chiamato i
fondamenti reconditi di una società scolarizzata: la “sindrome
dell'immigrazione”, il monopolio istituzionale dell'insegnamento e il rituale
dell'iniziazione lineare. Ma nello stesso tempo un mercato libero
dell'istruzione fornirebbe all'alchimista infinite mani invisibili per
sistemare ciascun individuo nelle molteplici anguste caselle che una
tecnocrazia più complessa è in grado di predisporre.
Decenni
di fede nella scolarizzazione hanno tramutato il sapere in una merce, un
prodotto commerciabile di tipo speciale. Oggi lo si considera un bene di prima
necessità e, contemporaneamente, la moneta più preziosa di una società. (La
trasformazione del sapere in merce si rispecchia in una parallela
trasformazione del linguaggio. Parole che un tempo avevano funzione di verbi
stanno diventando sostantivi che indicano possesso. Sino a non molto tempo fa
“abitare”, “imparare”, “guarire” designavano delle attività: oggi
si riferiscono di solito a delle merci o a dei servizi da fornire. Parliamo di
industria edilizia, di prestazione di assistenza medica; nessuno pensa più
che la gente sia in grado di farsi una casa o di guarire per proprio conto. In
una società cosiffatta si finisce per credere che i servizi professionali
siano più preziosi della cura personale. Invece d'imparare ad assistere la
nonna, l'adolescente impara a picchettare l'ospedale che non vuole accoglierla).
Questo atteggiamento potrebbe facilmente sopravvivere ad una abrogazione della
scuola, come in America l'appartenenza a una chiesa continuò ad essere un
requisito per accedere a una carica pubblica anche molto tempo dopo
l'approvazione del Primo Emendamento. E ancor più evidente che un'abolizione
dell'istituzione scolastica potrebbe benissimo lasciar sussistere le batterie
di esami che misurano i complessi “pacchi” di sapere, e, con esse, la
pulsione a obbligare ognuno ad acquisirne un determinato quantitativo. La
misurazione scientifica del valore di ogni persona e il sogno alchimistico
della “educabilità di tutti alla piena umanità” verrebbero così
finalmente a coincidere. Sotto le sembianze di un mercato libero, il villaggio
globale si tramuterebbe in un gigantesco utero dove dei pedagoghi-terapisti
controllerebbero la complessa placenta da cui trarrebbe alimento ogni essere
umano.
Attualmente
le scuole limitano all'aula la competenza dell'insegnante. Impediscono che egli
accampi pretese sull’intera vita di un uomo. La fine della scuola abbatterebbe
questo limite e darebbe una parvenza di legittimità alla perpetua usurpazione
pedagogica dell'intimità di ogni individuo. Darebbe il via a una mischia per
il “sapere”su un mercato libero, che sfocerebbe nel paradosso di una
democrazia volgare anche se apparentemente egualitaria.
Le
scuole non sono affatto le sole o più efficienti istituzioni che pretendano
di tradurre conoscenze, comprensioni e sapienza in tratti comportamentali la
cui misura apre le porte del prestigio e del potere. Né sono le prime
istituzioni di cui ci si è serviti per convertire l'istruzione nell'acquisto di
particolari diritti. Il sistema cinese del mandarinato, per esempio, è stato
per secoli uno stabile ed efficace incentivo all'istruzione, a beneficio di una
classe relativamente aperta i cui privilegi dipendevano dal possesso di un
sapere misurabile. La promozione al rango di dotto non conferiva automaticamente
il diritto ai posti maggiormente ambiti, ma forniva un biglietto per la pubblica
lotteria nella quale si sorteggiavano le cariche tra i detentori del titolo di
mandarino. Prima di cominciare a far guerre con le potenze europee, la Cina non
aveva mai avuto scuole, e tanto meno università. Per tremila anni fu
l'accertamento del sapere misurabile acquisito individualmente ciò che
permise all'impero cinese - unico Stato nazionale che non abbia avuto né una
vera chiesa né un sistema scolastico - di selezionare la propria élite di governo
senza creare una vasta aristocrazia ereditaria. L'accesso a questa élite era
aperto ai familiari dell'imperatore e a tutti coloro che superavano le prove di
accertamento.
Voltaire
e i suoi contemporanei elogiavano il sistema cinese di promozione mediante prove
d'istruzione; e nel 1791 in Francia, per l'accesso all'amministrazione pubblica,
furono istituiti degli appositi esami, successivamente aboliti da Napoleone.
Sarebbe affascinante immaginare cosa sarebbe successo se per propagare gli
ideali della Rivoluzione si fosse scelto il sistema del mandarinato anziché
quello scolastico, che inevitabilmente dette sostegno al nazionalismo e alla
disciplina militare. Nella realtà dei fatti, Napoleone rafforzò la scuola di
tipo politecnico, residenziale. Il modello gesuitico della promozione rituale
per gradi, all'interno di una istituzione chiusa, prevalse sul sistema del
mandarinato e fu il metodo preferito dalle società occidentali per conferire
legittimità alle proprie élites. I presidi divennero gli abati di una catena
mondiale di monasteri dove ognuno s'affaccendava ad accumulare il sapere
richiesto per entrare nel sempre obsolescente paradiso in terra.
Come
i calvinisti soppressero i monasteri per poi trasformare tutta Ginevra in un
unico convento, così noi dobbiamo temere che la soppressione della scuola possa
dar luogo a un'unica fabbrica mondiale del sapere. A meno di rivedere il
concetto di istruzione o sapere, l'abolizione della scuola non potrebbe che
portare a un accoppiamento tra il sistema del mandarinato - che distingue
l'istruzione dalla certificazione - e una società impegnata a somministrare
terapie a ogni uomo finché non sia maturo per l'età dorata.
La contraddittorietà delle scuole come strumento di progresso tecnocratico
L'educazione
in funzione di una società fondata sul consumo equivale alla formazione del
consumatore. La riforma dell'aula, l'abbattimento delle pareti dell'aula, la
diffusione dell'aula sono modi diversi di formare consumatori di merci
soggette a invecchiare. La sopravvivenza d'una società nella quale le
tecnocrazie possono dare definizioni sempre nuove della felicità umana
identificandola con il consumo del loro prodotto più recente, è legata alle
istituzioni educative (dalle scuole agli annunci pubblicitari) che traducono
l'istruzione in controllo sociale.
Nei
paesi ricchi, come gli Stati Uniti, il Canada o l'Unione Sovietica, gli enormi
investimenti destinati alla scolarizzazione rendono quanto mai evidenti quelle
che sono le contraddizioni istituzionali del progresso tecnocratico. In quei
paesi la difesa ideologica del progresso illimitato poggia sull'assunto che gli
effetti egualizzanti di una scolarizzazione senza fine possono
controbilanciare le conseguenze disegualizzanti della costante obsolescenza.
La legittimità della stessa società industriale viene a dipendere dalla
credibilità delle scuole, quale che sia il partito al potere, liberale o
comunista. E ovvio che, in tali circostanze, il pubblico cerchi avidamente
libri come il rapporto di Charles Silberman alla Commissione Carnegie, pubblicato
col titolo La crisi nell'aula (New York 1970). Questo tipo di ricerca ispira
fiducia per la solida documentazione su cui basa il suo processo alla scuola
attuale, ma su una linea del genere gli insignificanti tentativi di salvare il
sistema correggendone i difetti più vistosi possono solo creare una nuova
ondata di vane aspettative.
Né
l'alchimia né la magia né la muratoria sono in grado di risolvere il problema
dell'attuale crisi, che non sta “nell'aula” ma nell'istruzione. Occorre
descolarizzare la nostra visione del mondo, e per arrivare a questo dobbiamo
riconoscere il carattere illegittimo e religioso dell'impresa scolastica in se
stessa. La sua hubris sta nel proposito di fare dell'uomo un essere sociale
sottoponendolo à un trattamento entro un processo predeterminato.
Per
coloro che condividono l'ethos tecnocratico, tutto ciò che è tecnicamente
possibile deve essere messo a disposizione almeno di alcune poche persone, che
lo vogliano o no. La privazione e la conseguente frustrazione della
maggioranza non contano. Se la cobaltoterapia è possibile, la città di
Tegucigalpa deve averne l'apparecchiatura in ognuno dei suoi due ospedali
maggiori, a un costo che sarebbe sufficiente per liberare dai parassiti una
parte notevole di tutta la popolazione dell'Honduras. Visto che si possono
raggiungere velocità supersoniche, qualcuno deve viaggiare a queste velocità.
Essendo ormai concepibile il volo su Marte, bisogna trovare una giustificazione
razionale per farlo apparire necessario. Nell'ethos tecnocratico la povertà
si modernizza: non soltanto alcune alternative un tempo esistenti vengono
precluse da nuovi monopoli, ma la carenza dei beni di prima necessità viene
estesa e aggravata da un crescente divario tra i servizi tecnologicamente
realizzabili e quelli effettivamente disponibili per la maggioranza.
Quando
un insegnante fa proprio questo ethos tecnocratico, si trasforma in
“educatore”. Si comporta allora come se l'istruzione fosse un'impresa
tecnologica intesa a render l'uomo atto a qualunque ambiente venga creato dal
“progresso scientifico”. Sembra non accorgersi del fatto evidente che la
continua obsolescenza di tutte le merci comporta un prezzo elevato: il costo
crescente dell'istruirei cittadini a prenderne nozione. Sembra dimenticare che
la continua crescita del costo degli strumenti di produzione è pagata a caro
prezzo sul piano dell'istruzione: diminuisce infatti l'intensità del fattore
lavoro nell'economia,e l'apprendimento sul lavoro diventa impossibile o tutt'al
più un privilegio di pochi. In tutto il mondo il costo dell'educare gli uomini
in funzione della società cresce più in fretta della produttività globale, e
sono sempre di meno coloro che si sentono intelligentemente corresponsabili del
bene pubblico.
Ogni
incremento della spesa per la scuola rende ovunque macroscopica la futilità
della scolarizzazione. Paradossalmente sono i poveri le prime vittime dello
sviluppo scolastico. Nello Stato dell'Ontario la Commissione Wright ha dovuto
riferire al governo che l'istruzione post-secondaria rappresenta,
inevitabilmente e senza rimedio, una tassazione sproporzionata dei poveri per un
servizio di cui godranno sempre soprattutto i ricchi.
L'esperienza
conferma queste predizioni. Sono parecchi decenni ormai che nell'Unione
Sovietica un sistema di quote favorisce l'ammissione all'università dei figli
di operai a scapito dei figli di laureati; ciò nonostante, questi ultimi sono
proporzionalmente assai più numerosi tra i laureandi russi che tra quelli
statunitensi.
Nei
paesi poveri, le scuole razionalizzano il ritardo economico di tutta quanta
una nazione. La maggioranza dei cittadini è esclusa dagli scarsi mezzi moderni
di produzione e di consumo, ma aspira a entrare nell'economia dalla porta
della scuola. La legittimazione della gerarchia del privilegio e del potere, un
tempo affidata al lignaggio, all'eredità, al favore del re o del papa, alla
spietatezza negli affari o sul campo di battaglia, è passata a una forma di
capitalismo più sottile: cioè all'istituto gerarchico ma liberale
dell'istruzione obbligatoria, che autorizza colui che è ben scolarizzato a
considerare colpevole chi resta indietro nel consumo di sapere in quanto dispone
di un titolo inferiore. Questa razionalizzazione dell'ineguaglianza non può
tuttavia mai quadrare con i fatti, e ai regimi populisti riesce sempre più
difficile mascherare il conflitto tra l'ideale conclamato e la realtà.
Per
dieci anni la Cuba di Castro ha profuso grandi energie nell'istruzione popolare
a ritmo accelerato, utilizzando il materiale umano disponibile, senza il
consueto rispetto per le credenziali professionali. Gli spettacolosi successi
conseguiti inizialmente da questa campagna, specie nella riduzione
dell'analfabetismo, sono stati addotti a prova che il lento tasso di crescita
degli altri sistemi scolastici latino-americani sarebbe dovuto alla corruzione,
al militarismo e al carattere capitalistico, di mercato, degli ordinamenti
economici. Ma ora la logica della scolarizzazione gerarchica comincia a valere
anche per Fidel e per il suo tentativo di produrre l'Uomo nuovo mediante la
scuola. Pur se gli studenti passano metà dell'anno nelle piantagioni di canna
da zucchero e aderiscono senza riserve agli ideali egualitari del companero
Fidel, ogni anno la scuola produce un nuovo scaglione di sussiegosi consumatori
di sapere pronti a passare a più alti livelli di consumo. E anche Castro si
scontra con la dimostrazione evidente che il sistema scolastico non ce la farà
mai a sfornare abbastanza personale tecnico. I diplomati che vanno a occupare
i nuovi impieghi distruggono con il loro conservatorismo i risultati ottenuti
dai quadri sforniti di titolo di studio che avevano raggiunto le loro posizioni
addestrandosi sul lavoro. Non è certo agli insegnanti che si può addossare
la colpa dei fallimenti di un governo rivoluzionario il quale insiste a
perseguire la capitalizzazione istituzionale della forza lavoro attraverso un
“programma occulto” che è fatto apposta per produrre una borghesia
universale.
L'8
marzo 1971 una decisione della Corte suprema degli Stati Uniti ha aperto la
strada ad una contestazione anche con mezzi legali della legittimità del
programma occulto su cui si fonda il sistema d'istruzione americano.
Esprimendo l'opinione unanime della Corte sul caso “Griggs e altri contro la
Duke Power Company”, il suo presidente Warren E. Burger ha affermato che
“diplomi ed esami sono servitori utili, ma il Congresso ha sancito il ragionevole
principio che non devono diventare padroni della realtà”. Il presidente
interpretava in tal modo quella che era stata l'intenzione del Congresso nella
sezione della Legge sui diritti civili del 1964 dedicata all'uguaglianza delle
possibilità; e su questa base ha stabilito che qualunque titolo di studio
richiesto ai candidati a un impiego, e qualunque esame cui li si sottoponga,
deve “misurare l'uomo in funzione dell'impiego” e non “l'uomo in astratto”.
L'onere di provare che i requisiti scolastici siano “una misura ragionevole
della prestazione lavorativa richiesta” spetta al datore di lavoro. Con
questa decisione, la Corte ha inteso vietare l'uso di diplomi ed esami come
strumenti di discriminazione razziale; ma il ragionamento del presidente vale
per qualsiasi caso in cui si subordini l'occupazione al possesso di un pedigree
scolastico. Sarà arduo per gli imprenditori sostenere che la scolarizzazione
sia un requisito indispensabile per accedere a un’posto di lavoro; è facile
infatti dimostrare che tale pretesa è necessariamente antidemocratica perché
comporta un'inevitabile discriminazione. La Great Training Robbery, la grande
rapina dell'istruzione, così efficacemente denunciata da Ivar Berg, è ormai
destinata a subire continue contestazioni da parte di studenti, imprenditori e
contribuenti.
Una
rivoluzione contro queste forme di privilegio e di potere che si basano sul
possesso di un titolo ufficiale di studio deve partire da un modo diverso di
concepire l'apprendimento. Ciò vuol dire, soprattutto, intendere in maniera
diversa la responsabilità di insegnare e di imparare. Il sapere può essere
definito merce solo se lo si considera come il risultato di un'impresa
istituzionale o come la realizzazione di obiettivi istituzionali. Se si ricupera
il senso della responsabilità personale di ciò che s'impara o s insegna,
diventa possibile spezzare questo incantesimo e 'colmare il distacco tra
l'istruzione e la vita.
Ricuperare
il potere d'imparare o d'insegnare significa che l'insegnante il quale si
azzarda a intromettersi negli affari privati di un'altra persona si assume anche
la responsabilità dei risultati. Parimenti, lo studente che si espone
all'influenza di un insegnante deve assumersi la responsabilità della propria
istruzione. In questo quadro le istituzioni educative - se proprio sono
necessarie - si configurano idealmente come dei centri di servizi dove uno possa
trovare l'ambiente a lui adatto e avere accesso a un pianoforte, a un forno, a
dischi, libri o diapositive. Le scuole, le stazioni televisive, i teatri e via
dicendo sono concepiti principalmente in funzione di un loro uso da parte dei
professionisti. Descolarizzare la società significa anzitutto negare lo statuto
professionale di quella che è la seconda tra le più antiche professioni del
mondo, cioè l'insegnamento. L'abilitazione di Stato degli insegnanti
costituisce oggi un'indebita restrizione del diritto alla libertà di parola,
così come la struttura corporativa e le pretese professionali del giornalismo
costituiscono un'indebita restrizione del diritto alla libertà di stampa. Le
norme che impongono l'obbligo di frequenza sono in contrasto con la libertà di
riunione. La descolarizzazione della società non è altro che una mutazione
culturale, mediante la quale un popolo ricupera l'uso effettivo delle proprie libertà
costituzionali: è la libertà di apprendere e di insegnare esercitata da
uomini che sanno di essere nati liberi, non che vengono educati alla libertà.
La maggior parte della gente impara, il più delle volte, quando fa qualcosa che
le piace; la maggior parte della gente è curiosa e vuole trovare un significato
in tutto ciò con cui viene a contatto; e la maggior parte della gente è capace
di rapporti personali autentici con gli altri, quando non sia ottenebrata da
un lavoro disumano o spenta dalla scolarizzazione.
Il
fatto che nei paesi ricchi la gente non impari molto per conto proprio non è
prova del contrario; è piuttosto conseguenza del vivere in un ambiente dal
quale, paradossalmente, non si può imparare molto proprio perché è così
rigidamente programmato. Gli individui sono costantemente frustrati dalla
struttura della società contemporanea, dove i fatti sulla cui base si
prendono le decisioni sono diventati quanto mai sfuggenti. Si vive in un ambiente
dove gli strumenti utilizzabili per scopi creativi sono ormai articoli di
lusso, un ambiente dove i canali di comunicazione sono fatti per permettere a
pochi di parlare ai molti.
Negli
anni di Kennedy venne fuori una tipica immagine che, attraverso gli scritti di
Kenneth Boulding, ha ottenuto largo credito nel pensiero economico: il
patrimonio di sapere. Questo prezioso bene sociale sarebbe costituito dall'accrezione
cumulativa degli escrementi mentali prodotti dagli individui migliori e più
svegli. Si è cioè immaginato, al posto dei mucchi di terra o d'oro dei precedenti
capitalismi, un “capitale” anale. Lo custodiscono, anziché i banchieri e
gli speculatori, gli scienziati e gli specialisti nell'immagazzinamento e
ricupero dell'informazione. Crescendo fino a raggiungere una massa critica,
questa accumulazione produce interesse. Un, tipo particolare di esperto in
marketing, chiamato “educatore”, distribuisce tale ricchezza incanalandola
verso coloro che godono del privilegio di poter accedere ai piani alti di quélla
borsa internazionale del sapere che va sotto il nome di “scuola”. Qui,
costoro acquistano dei titoli di possesso di sapere, che accrescono il valore
sociale del detentore. In certe società questo valore si traduce principalmente
in incremento del reddito personale, mentre nelle società dove il capitale di
sapere è considerato troppo prezioso per finire come proprietà privata, il
valore si traduce in potere, rango e privilegi. Questo singolare trattamento è
razionalizzato con le pompose onoranze che si tributano ai custodi di tale
patrimonio ogni volta che lo destinano a un nuovo uso.
Questa
concezione influisce anche sul nostro modo di pensare lo sviluppo della
tecnologia moderna. Un mito contemporaneo vorrebbe farci credere che la
sensazione di impotenza oggi avvertita dalla maggioranza della gente sia
l'effetto di una tecnologia che non può fare a meno di creare sistemi
giganteschi. Ma non è la tecnologia a rendere giganteschi i sistemi,
immensamente potenti gli strumenti, unidirezionali i canali di comunicazione:
al contrario, se adeguatamente controllata, la tecnologia potrebbe fornire a
tutti la capacità di comprendere meglio il proprio ambiente e di plasmarlo con
le proprie mani, e consentirebbe a ciascuno una pienezza di intercomunicazione
quale non è mai stata possibile prima d'ora. Questo uso alternativo della
tecnologia è anche l'alternativa centrale nel campo dell'istruzione.
Per
crescere, una persona ha anzitutto bisogno di poter accedere a cose, a luoghi, a
processi, a eventi e a documenti. Ha bisogno di vedere, di toccare, di
armeggiare, di cogliere tutto ciò che un ambiente significante contiene. Oggi
questa possibilità d'accesso è in gran parte preclusa. Divenuto una merce, il
sapere ha acquisito le protezioni della proprietà privata, e un principio
inteso a salvaguardare l'intimità personale è diventato argomento per escludere
da certi fatti chi non possieda le credenziali appropriate. Nelle scuole gli
insegnanti tengono per sé il sapere, a meno che non coincida con il programma
della giornata. I media informano, ma tolgono di mezzo tutto ciò che ritengono
inopportuno riprodurre. L'informazione è sigillata in linguaggi speciali, e
insegnanti specializzati si guadagnano da vivere ritraducendola. I brevetti
sono diritto riservato delle aziende, i segreti competenza delle burocrazie,
e il potere di escludere gli altri dalle riserve private - siano esse cabine di
guida, uffici legali, depositi di rottami o cliniche - è gelosamente
custodito da professioni, istituzioni, nazioni. Né la struttura politica né
quella professionale delle nostre società, d'Oriente come d'Occidente,
resisterebbero alla perdita del potere di escludere intere classi della
popolazione da fatti di cui queste potrebbero utilmente avvalersi. L'accesso ai
fatti che io auspico va ben oltre la veridicità delle etichette: deve
consistere nel contatto con la realtà, mentre da un messaggio pubblicitario
noi esigiamo soltanto che non ci inganni. L'accesso alla realtà è
un'alternativa di fondo a un sistema che invece pretende di insegnarla.
Abolire
il diritto al segreto di gruppo - anche laddove le professioni sostengono che la
segretezza giova al bene comune - è, come si vedrà tra poco, un obiettivo
politico assai più radicale della tradizionale richiesta di trasferire alla
collettività la proprietà o il controllo degli strumenti di produzione. La
socializzazione degli strumenti non accompagnata da un'effettiva
socializzazione del know-how necessario per il loro uso tende a porre il
capitalista di sapere nella posizione prima occupata dal finanziere. L'unico
titolo su cui il tecnocrate fonda il suo potere è il patrimonio da lui
posseduto in qualche settore della conoscenza ristretto e segreto, e il
miglior modo per salvaguardarne il valore è una grossa organizzazione ad alta
intensità di capitale che renda estremamente arduo l'accesso al know-how.
Al
discente interessato non occorre molto tempo per apprendere pressoché tutte le
abilità di cui voglia servirsi. Questo noi tendiamo a dimenticarlo, in una
società dove non c'è campo il cui ingresso non sia monopolizzato da docenti di
professione, che perciò tacciano di ciarlataneria l'insegnamento impartito da
persone prive di titolo formale. Poche abilità meccaniche impiegate
nell'industria o nella ricerca sono così impegnative, complesse e pericolose
come la guida di un'auto, che la maggioranza della gente impara presto da un suo
pari. Non tutti hanno una inclinazione per la logica superiore, ma quelli che
l'hanno fanno progressi rapidi se vengono precocemente allenati a fare
giochi matematici. A Cuernavaca un ragazzo su venti è in grado di battermi a
Whiff'n' Proof dopo una quindicina di giorni dacché ha cominciato a impararlo.
Al nostro centro CIDOC nel giro di quattro mesi tutti gli adulti motivati,
tranne una minuscola percentuale, riuscivano a imparare lo spagnolo abbastanza
per svolgere attività universitaria in questa lingua.
Un
primo passo per consentire l'accesso alle abilità potrebbe consistere nel
fornire vari incentivi agli individui già esperti che fossero disposti a
mettere in comune il proprio sapere. Inevitabilmente ciò andrebbe contro gli
interessi delle corporazioni, delle professioni e dei sindacati. Tuttavia un
apprendistato multiplo è affascinante:offre a ognuno la possibilità d'imparare
qualcosa in pressoché tutti i campi. Non c e motivo per cui una persona non
dovrebbe associare in sé la capacità di guidare un veicolo, di riparare un
telefono o un gabinetto, di assistere una partoriente e di fare del disegno
architettonico. I gruppi che difendono interessi particolari nonché i loro
disciplinati clienti sosterranno naturalmente che il pubblico ha bisogno d'esser
tutelato da una garanzia professionale; ma è un discorso che viene ormai
regolarmente contestato dalle varie associazioni per la protezione del
consumatore. Molto più sul serio dobbiamo invece prendere l'obiezione che
alla socializzazione radicale delle abilità viene mossa dagli economisti, e
cioè che democratizzando il sapere brevetti, tecniche e via dicendo - si
scoraggerebbe il “progresso”. E un'obiezione che si può superare solo
mettendo in luce il tasso di crescita delle diseconomie futili che sono generate
da tutti i sistemi d'istruzione esistenti.
La
possibilità di accedere alle persone disposte a spartire le proprie abilità
non basta a garantire l'apprendimento. Tale possibilità è infatti limitata
non solo dal monopolio che i programmi scolastici da una parte e i sindacati
dall'altra esercitano rispettivamente sui contenuti e sulle modalità
dell'istruzione, ma anche da una tecnologia di penuria. Le abilità che oggi
contano di più riguardano l'uso di strumenti che sono di per sé rari. Tali
strumenti producono beni o rendono servizi che tutti vorrebbero ma di cui pochi
soltanto possono fruire, e solo un numero limitato di persone è in grado di
usarli. Sulla totalità degli individui affetti da una data malattia soltanto
pochi privilegiati beneficiano dei frutti di una tecnologia medica
sofisticata, e sono ancora meno i medici che acquisiscono la capacità di
servirsene.
Tuttavia
i medesimi frutti della ricerca medica hanno dato luogo a un'attrezzatura
essenziale che oggi permette, per esempio, ai soldati di sanità di ottenere in
condizioni di emergenza, con solo qualche mese d'addestramento, risultati che un
medico a pieno titolo non avrebbe neppure immaginato durante la seconda guerra
mondiale. A un livello ancora più semplice, qualsiasi giovane contadina
sarebbe oggi in grado di diagnosticare e curare la maggior parte delle malattie
infettive se i professionisti della scienza medica preparassero dosi e
istruzioni specifiche per una determinata area geografica.
Come
si ricava da tutti questi esempi, già delle considerazioni educative sono
sufficienti per esigere un radicale ridimensionamento della struttura
professionale che oggi ostacola il rapporto tra il ricercatore e la maggioranza
della gente che vuole accedere alla scienza. Se si prestasse ascolto a questa
richiesta, tutti gli uomini potrebbero imparare a usare gli strumenti di ieri,
resi più efficaci e durevoli dalla scienza d'oggi, per creare il mondo di
domani.
Purtroppo,
quella che prevale oggi è la tendenza esattamente opposta. Conosco una zona
costiera dell'America meridionale dove la maggior parte della popolazione si
guadagna da vivere praticando la pesca su piccole barche.
Il
motore fuoribordo è senza dubbio lo strumento che ha cambiato nel modo più
drastico la vita di questi pescatori. Ma nella zona da me studiata, il
cinquanta per cento dei fuoribordo acquistati tra il 1945 e il 1950 funziona
ancora grazie a continui aggiusti, mentre il cinquanta per cento dei fuori bordo
acquistati nel 1965 non va più perché questi ultimi sono stati fabbricati in
modo da non poter essere riparati. Il progresso tecnologico fornisce alla
maggioranza congegni che essa non può permettersi, mentre la priva degli
strumenti più semplici di cui ha bisogno.
Il
cemento armato, i metalli e le materie plastiche che si usano nell'edilizia
hanno fatto grandi progressi dagli anni '40 e dovrebbero offrire a un maggior
numero di persone la possibilità di costruirsi la propria casa. Ma mentre nel
1948 più del 30 per cento delle case unifamiliari degli Stati Uniti erano
state fabbricate dal loro proprietario, alla fine degli anni '60 la percentuale
dei costruttori in proprio era scesa a meno del 20 per cento.
La
caduta del livello delle capacità dovuta al cosiddetto sviluppo economico è
ancor più visibile nell'America Latina. Qui la maggioranza della gente continua
a costruirsi la propria casa dalle fondamenta al tetto. Spesso usa il fango in
forma di mattoni e la paglia per la copertura, materiali d'insuperata utilità
in un clima umido, caldo e ventoso. Altrove si ricava un'abitazione da
cartoni, fusti di benzina e altri rifiuti industriali. Invece di fornire alla
gente delle attrezzature semplici e dei componenti fortemente standardizzati,
durevoli e facili da riparare, tutti i governi si sono messi a produrre in serie
edifici a basso costo. E chiaro che nessun paese può permettersi di fornire
unità d'abitazione moderne e soddisfacenti alla maggioranza della sua
popolazione; e tuttavia non c'è paese dove questa politica non stia rendendo
progressivamente più difficile per la maggioranza l'acquisizione delle conoscenze
e delle capacità di cui essa avrebbe bisogno per costruirsi da sola delle case
migliori.
Considerazioni
educative ci permettono di formulare una seconda caratteristica fondamentale che
ogni società postindustriale dovrebbe avere: un corredo di attrezzatura di
base che per sua stessa natura controbilanci il dominio tecnocratico. Per
ragioni educative, dobbiamo mirare verso una società dove il sapere
scientifico sia incorporato in strumenti e componenti che possano essere
adoperati, per scopi dotati di senso, in unità abbastanza piccole perché siano
alla portata di tutti. Soltanto simili strumenti possono socializzare
l'accesso alle abilità. Soltanto simili strumenti consentono associazioni
temporanee tra coloro che vogliono adoperarli per occasioni specifiche. Soltanto
simili strumenti lasciano emergere progetti specifici nell'atto del loro uso,
come sa ogni bricoleur. Solo combinando entrambe le condizioni di cui finora
ho parlato, l'accesso garantito ai fatti e una limitata potenza della maggior
parte degli strumenti, si può concepire un'economia di sussistenza capace di
incorporare in sé i frutti della scienza moderna.
Nei
paesi poveri, lo sviluppo di una cosiffatta economia scientifica di
sussistenza andrebbe senza alcun dubbio a vantaggio della stragrande maggioranza
della gente. E anche per i paesi ricchi essa è l'unica alternativa al progressivo
aggravarsi dell'inquinamento, dello sfruttamento, dell'opacità. Ma come abbiamo
già visto, non si può detronizzare il Prodotto Nazionale Lordo senza
sovvertire al tempo stesso l'Educazione Nazionale Lorda, solitamente concepita
come capitalizzazione di forza lavoro. Non può esistere un'economia egualitaria
in una società dove sono le scuole a conferire il diritto di produrre.
La
realizzabilità di un'economia di sussistenza moderna non dipende da nuove
invenzioni scientifiche. Dipende soprattutto dal fatto che una società sia
capace di concordare limitazioni fondamentali, autodeterminate, antiburocratiche
e antitecnocratiche.
Queste
autolimitazioni sociali possono assumere varie forme, ma non possono funzionare
se non attengono alle dimensioni fondamentali della vita. (La decisione del Congresso
degli Stati Uniti di non realizzare l'aereo da trasporto supersonico è uno
dei passi più incoraggianti nella direzione giusta.) La loro sostanza dovrebbe
essere costituita da cose molto semplici, pienamente comprensibili e
valutabili da ogni persona di buon senso (ne sono un buon esempio le questioni
in gioco nella controversia del supersonico). Tutte le limitazioni di questo
tipo dovrebbero favorire uno stabile ed eguale godimento del sapere scientifico.
I francesi dicono che ci vogliono mille anni perché un contadino impari ad
accudire una mucca; ma basterebbe meno di due generazioni per aiutare tutti
gli abitanti dell'America Latina o dell'Africa a usare e riparare fuori-bordo,
autoveicoli semplici, pompe, cassette di medicinali e betoniere, solo che non se
ne cambiasse il modello ogni pochi anni. E poiché una vita ricca di godimento
è una vita di rapporti costantemente significativi con gli altri in un ambiente
significativo, l'eguaglianza di godimento non può che tradursi in eguaglianza
di educazione.
Per
il momento, un consenso generale sull'austerità è difficile da immaginare. La
ragione che di solito si dà per spiegare l'impotenza della maggioranza è
formulata in termini di classi politiche o economiche; ciò che di solito non
si comprende è che la nuova struttura di classe di una società scolarizzata è
ancora più potentemente dominata da taluni interessi costituiti. Certo,
un'organizzazione imperialistica e capitalistica della società genera una
struttura sociale entro la quale una minoranza è in grado di esercitare
un'influenza sproporzionata sull'opinione della maggioranza. Ma in una società
tecnocratica il potere d'una minoranza di capitalisti del sapere può impedire
che si formi un'autentica opinione pubblica controllando le capacità
scientifiche e i mezzi di comunicazione. Le garanzie costituzionali delle
libertà di parola, di stampa e di riunione intendevano assicurare il governo
del popolo. L'elettronica, i moderni procedimenti di fotocomposizione e di
stampa in offset, i calcolatori che operano in tempo reale, i telefoni offrono
in teoria un'attrezzatura che potrebbe dare a quelle libertà un senso del
tutto nuovo. Ma purtroppo questi strumenti vengono impiegati nei media moderni
per accrescere il potere, proprio dei banchieri del sapere, di convogliare i
loro programmi preconfezionati, tramite catene internazionali, verso un
maggior numero di persone, anziché essere usati per incrementare delle vere
reti capaci di offrire eguali occasioni d'incontro fra i membri della
maggioranza.