Introduzione
I
cinque saggi qui raccolti rispecchiano un decennio di riflessioni sul modo di
produzione industriale. Durante questo periodo mi sono soprattutto occupato
dei processi attraverso i quali una crescente dipendenza da beni e servizi
prodotti in serie elimina a poco a poco le condizioni necessarie per una vita
conviviale. Ciascun saggio, nell'esaminare un settore diverso della crescita
economica, dimostra una regola generale: i valori d'uso vengono ineluttabilmente
distrutti quando il modo di produzione industriale raggiunge quel predominio
che io ho chiamato “monopolio radicale”. Nell'assieme i saggi descrivono in
che modo la crescita industriale produce la versione moderna della povertà.
Questo
tipo di povertà fa la sua apparizione quando l'intensità della dipendenza dal
mercato arriva a una certa soglia. Sul piano soggettivo, essa è quello stato di
opulenza frustrante che s'ingenera nelle persone menomate da una schiacciante
soggezione alle ricchezze della produttività industriale. Essa non fa altro
che privare le sue vittime della libertà e del potere di agire autonomamente,
di vivere in manièra creativa; le riduce a sopravvivere grazie al fatto di
essere inserite in relazioni di mercato. Questo nuovo tipo d'impotenza, proprio
perché vissuta a livello così profondo, difficilmente riesce a trovare espressione.
Siamo testimoni di una trasformazione appena percettibile del linguaggio
corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una
soddisfazione vengono sostituiti da sostantivi che indicano pr<> dotti
di serie destinati a un mero consumo passivo: “imparare”, per esempio,
diventa “acquisto di un titolo di studio”. Traspare da questo un profondo
cambiamento dell'immagine che gli individui e la società si fanno di se stessi.
E non è solo il profano che fa fatica a descrivere con precisione ciò che
avverte. L'economista di professione non sa riconoscere quella povertà che i
suoi strumenti convenzionali non sono in grado di rilevare. Il nuovo fattore
di mutazione dell'impoverimento continua tuttavia a diffondersi. L'incapacità,
peculiarmente moderna, di usare in modo autonomo le doti personali, la vita
comunitaria e le risorse ambientali infetta ogni aspetto della vita in cui una
merce escogitata da professionisti sia riuscita a soppiantare un valore d'uso
plasmato da una cultura. Viene così soppressa la possibilità di conoscere una
soddisfazione personale e sociale al di fuori del mercato. Io sono povero, per
esempio, una volta che per il fatto di abitare a Los Angeles o di lavorare al
trentacinquesimo piano abbia perduto il valore d'uso delle mie gambe.
Questa
nuova povertà generatrice d'impotenza non va confusa col divario tra i consumi
dei ricchi e dei poveri, sempre maggiore in un mondo in cui i bisogni fondamentali
sono sempre più determinati dai prodotti industriali. Tale divario è la forma
che la povertà tradizionale assume in una società industriale, e che i
termini convenzionali della lotta di classe adeguatamente mettono in luce e
riducono. Distinguo altresì la povertà di tipo moderno dai prezzi gravosi
imposti dalle “esternalità” che gli accresciuti livelli di produzione
rigettano nell'ambiente. E’ chiaro che questi tipi di inquinamento, di
tensione e di carichi fiscali sono ripartiti in maniera ineguale, e che in
maniera altrettanto ineguale sono distribuite le difese da tali depredazioni.
Ma, come i nuovi divari in fatto di accesso, anche queste iniquità dei costi
sociali sono aspetti della povertà industrializzata per i quali è possibile
trovare indicatori economici e verifiche oggettive. Non è così invece per
l'impotenza industrializzata, che colpisce indifferentemente ricchi e poveri.
Dove regna questo tipo di povertà, è impedito o criminalizzato qualsiasi modo
di vivere che non dipenda da un consumo di merci. Fare a meno di consumare
diventa impossibile, non soltanto per il consumatore medio ma persino per il
povero. A nulla servono tutte le varie forme di assistenza sociale. La libertà
di progettare e farsi a modo proprio la propria casa è soppressa, sostituita
dalla fornitura burocratica di alloggi standardizzati, negli Stati Uniti come
a Cuba o in Svezia. L'organizzazione dell'impiego, della manodopera qualificata,
delle risorse edilizie, i regolamenti, i requisiti necessari per ottenere
credito dalle banche, tutto porta a considerare l'abitazione come una merce
anziché un'attività. Che poi questa merce sia fornita da un imprenditore
privato o da un apparatčik, il risultato concreto è sempre lo stesso:
l'impotenza del cittadino, la nostra forma, specificatamente moderna, di
povertà.
Ovunque
si posi l'ombra della crescita economica, noi diventiamo inutili se non abbiamo
un impiego o se non siamo impegnati a consumare; il tentativo di costruirsi una
casa o di mettere a posto un osso senza ricorrere agli specialisti debitamente
patentati è considerato una bizzarria anarchica. Perdiamo di vista le nostre
risorse, perdiamo il controllo sulle condizioni ambientali che le rendono
utilizzabili, perdiamo il gusto di affrontare con fiducia le difficoltà esterne
e le ansie interiori. Porterò l'esempio di come nascono oggi i bambini nel
Messico: partorire senza assistenza professionale è divenuta una cosa
impensabile per le donne i cui mariti hanno un impiego regolare e che possono
perciò accedere ai servizi sociali, per marginali o inconsistenti che questi
siano. Esse si muovono ormai in ambienti dove la produzione di bambini
rispecchia fedelmente i modelli della produzione industriale. Tuttavia le loro
sorelle che vivono nei quartieri dei poveri o nei villaggi degli isolati si
sentono ancora perfettamente capaci di partorire sulle loro stuoie, senza sapere
che rischiano una moderna imputazione di negligenza colposa nei confronti dei
propri bambini. Man mano però che i modelli di parto promossi dai
professionisti arrivano anche a queste donne indipendenti, vengono distrutti
il desiderio, la capacità e le condizioni di un comportamento autonomo.
In
una società industriale avanzata, la modernizzazione della povertà vuol dire
che la gente non è più in grado di riconoscere l'evidenza quando non sia
attestata da un professionista, sia egli un meteorologo televisivo o un educatore;
che un disturbo organico diventa intollerabilmente minaccioso se non è
medicalizzato mettendosi nelle mani di un terapista; che non si hanno più
relazioni con gli amici e col prossimo se non si dispone di veicoli per coprire
la distanza che ci separa da loro (e che è creata prima di tutto dai veicoli
stessi). Insomma veniamo a trovarci, per la maggior parte del tempo, senza
contatti con il nostro mondo, senza possibilità di vedere coloro per i quali
lavoriamo, senza alcuna sintonia con ciò che sentiamo.
Su
invito di André Schiffrin, il mio editore statunitense, ho scelto questi cinque
saggi che espongono e sviluppano miei ragionamenti su questi temi.
Pubblicandoli, intendo chiudere un decennio di lezioni e di scritti su quella
creazione di miti controproducenti che è latente in tutte le attuali operazioni
industriali.
Il
primo saggio è un poscritto al mio libro La convivialità (Mondadori, Milano
1974). Rispecchia i cambiamenti avvenuti nel decennio trascorso, sia nella
realtà economica sia nel mio modo d'intenderla. Parte dalla convinzione che
si è avuto un aumento piuttosto notevole dei poteri non tecnici, cioè rituali
e simbolici, dei nostri maggiori sistemi tecnologici e burocratici, con una
corrispondente diminuzione della loro efficacia scientifica, tecnica e
strumentale. Nel 1968 era ancora abbastanza facile liquidare ogni resistenza
organizzata dei profani al dominio del professionismo come un mero ripiegamento
su fantasie romantiche, oscurantiste o snobistiche. La valutazione che io
facevo allora dei sistemi tecnologici, guardando le cose dal basso e a lume di
buon senso, appariva infantile o reazionaria ai leader politici dell'attivismo
civico e ai professionisti “radicali” che accampavano il diritto alla
tutela dei poveri in virtù dei loro specifici saperi. La riorganizzazione
della società industriale intorno a bisogni, problemi e soluzioni definiti da
professionisti era ancora il criterio di valore comunemente accettato, implicito
in sistemi ideologici, politici e giuridici che per altro verso erano in netta
e talora violenta opposizione tra loro.
Il
quadro ora è cambiato. Oggi, simbolo di competenza tecnica avanzata e
illuminata è la comunità, il quartiere, il gruppo di cittadini che, fiduciosi
nelle proprie forze, si dedicano ad analizzare sistematicamente e di conseguenza
a ridicolizzare i «bisogni», i «problemi» e le “soluzioni” definiti
sulle loro teste dagli agenti delle istituzioni professionali. Negli anni
sessanta l'opposizione dei profani ai provvedimenti pubblici basati sulle
opinioni degli “esperti” pareva ancora fanatismo antiscientifico. Oggi la
fiducia dei profani nelle scelte politiche basate su tali opinioni è ridotta al
minimo. Sono migliaia ormai coloro che fanno le proprie valutazioni e
s'impegnano, con molti sacrifici, in un'azione civica sottratta a qualunque
tutela professionale, procurandosi le informazioni scientifiche di cui hanno
bisogno con sforzi personali e autonomi. Rischiando a volte la pelle, la
libertà e la rispettabilità, esprimono un nuovo e più maturo atteggiamento
scientifico. Sanno, per esempio, che la qualità e la quantità delle prove tecniche
bastanti per dire di no alle centrali nucleari, alla moltiplicazione delle unità
di cura intensiva, all'istruzione obbligatoria, al controllo fetale a mezzo
monitor, alla psicochirurgia, alle cure con elettroshock o all'ingegneria
genetica sono tali che il profano può recepirle e utilizzarle.
Dieci
anni fa la scolarizzazione obbligatoria era ancora protetta da potenti tabù.
Oggi i suoi difensori sono quasi esclusivamente fra gli insegnanti, che ne
dipendono per l'impiego, oppure tra gli ideologi marxisti che difendono i
detentori di sapere professionali in una fantomatica battaglia contro la
borghesia d'avanguardia. Dieci anni fai miti circa l'efficacia delle istituzioni
sanitarie moderne erano ancora incontestati. Quasi tutti i testi di economia
recepivano la convinzione che l'attesa di vita degli adulti fosse in aumento,
che la cura del cancro procrastinasse la morte, che la disponibilità di medici
avesse come risultato un più alto tasso di sopravvivenza infantile. Da allora
a oggi, la gente ha “scoperto” ciò che le statistiche demografiche
avevano sempre mostrato: che l'attesa di vita degli adulti non è cambiata in
misura socialmente significativa nel corso delle ultime generazioni; che nella
maggior parte dei paesi ricchi è oggi inferiore a quella del tempo dei nostri
nonni, e persino a quella che si registra in molti paesi poveri. Dieci anni fa
era ancora un obiettivo prestigioso l'accesso universale alla scuola postsecondaria,
all'istruzione per gli adulti, alla medicina preventiva, alle autostrade, a un
villaggio globale imperniato sull'elettrodomestico. Oggi i grandi rituali mitopoietici organizzati intorno all'istruzione, ai trasporti,
all'assistenza sanitaria e all'urbanizzazione sono stati in parte demistificati.
Non sono stati però ancora abrogati.
Il
secondo saggio è il testo di un discorso che tenni nel 1969 alla Canadian
Foreign Policy Association. E' una critica del Rapporto Pearson, documento che
intendeva segnare la conclusione del primo cosiddetto «decennio dello
sviluppo» e l'inizio del secondo. Vi richiamavo l'attenzione sull'esasperante
condizione d'impotenza inflitta ai poveri nei paesi che più hanno beneficiato
dell'importazione di quei servizi pubblici di cui le nazioni ricche vanno
fiere.
Gli
ultimi tre saggi concernono quel tipo di paralisi sociale e politica che nei
paesi industrializzati rende invalidi non soltanto i poveri ma la stragrande
maggioranza della popolazione. Vi si descrive come si produca la povertà di
tipo moderno sulla scia dell'espansione economica, facendo particolare
riferimento a tre settori dai quali ho imparato molte cose durante questo
decennio: i trasporti, l'istruzione e l'assistenza sanitaria.
I
costi occulti e gli accresciuti divari nei consumi sono aspetti certamente
importanti della nuova povertà, ma io guardo soprattutto a un altro elemento
concomitante della modernizzazione: il processo per cui non c'è pressoché
nessuno che non veda erosa la propria autonomia, spenta la propria capacità di
soddisfazione, appiattita la propria esperienza e frustrati i propri bisogni. Ho
esaminato, per esempio, gli ostacoli che nell'intera società si oppongono alla
presenza reciproca e che sono inevitabili effetti collaterali di un tipo di
trasporto ad alta intensità di energia. Ho voluto definire i limiti di potenza
dei veicoli a motore equamente usati per accrescere le possibilità di contatto
tra le persone. Ho ovviamente constatato che le alte velocità impongono
necessariamente un'impari distribuzione dei fastidi, del rumore,
dell'inquinamento, nonché del godimento dei privilegi. Ma non è su questo che
ho posto l'accento. Il mio discorso si accentra sulle «internalità» negative
della modernità: l'accelerazione che fa sprecare tempo, l'assistenza sanitaria
che produce malati, l'istruzione che istupidisce. La distribuzione ineguale
dei benefici surrogati o l'ineguale imposizione delle loro «esternalità»
negative non sono che corollari della mia tesi di fondo. M'interessano in questi
saggi le conseguenze dirette e specifiche della povertà modernizzata, la
capacità dell’uomo di sopportarle e il modo per sfuggire alla nuova miseria.
Durante
questi ultimi anni ho ritenuto necessario sottoporre a un riesame continuo la
relazione tra la natura degli strumenti e il concetto di giustizia che prevale
nella società che li adopera. Ho dovuto constatare come la libertà declini
laddove i diritti sono formulati dagli “esperti”. Ho avuto modo di
misurare che cosa comporta il cambio tra gli strumenti nuovi che spingono ad
aumentare la produzione di merci, e quelli altrettanto moderni che permettono di
generare valori col loro uso; tra il diritto a merci prodotte su scala di massa
e il livello di libertà che permette un'espressione personale soddisfacente e
creativa; tra l'impiego pagato e la disoccupazione utile. E in tutti gli
aspetti di questa sostituzione della gestione eteronoma all'attività
autonoma, mi accorgo quanto sia difficile recuperare un linguaggio che ci
permetta di porre l'accento su quest'ultima. Come i lettori ai quali intendo
rivolgermi, sono un così convinto e impegnato sostenitore d'un accesso
radicalmente equo ai beni, ai diritti e ai posti di lavoro che mi sembra quasi
superfluo insistere sulla nostra battaglia per questo aspetto della giustizia.
Trovo molto più importante, e più difficile, affrontare il suo complemento,
la politica della convivialità. Uso questo termine nell'accezione tecnica che
gli ho dato in La convivialità, intendendo cioè la lotta per un'equa
distribuzione della libertà di generare valori d'uso, e per una strumentazione
ditale libertà che sia ottenuta mettendo al primo posto assoluto la produzione
di quei beni e servizi industriali e professionali che conferiscano ai meno
avvantaggiati il massimo potere di generare valori nell'uso.
Un indirizzo politico nuovo, conviviale, si fonda sulla convinzione che in una società moderna tanto la ricchezza quanto i posti di lavoro possono essere condivisi equamente e goduti nella libertà solo ponendo loro dei limiti mediante un processo politico. Forme eccessive di ricchezze e impieghi formali prolungati, per quanto ben distribuiti, distruggono le condizioni sociali, culturali e ambientali di un'eguale libertà produttiva. I bit e i watt - che qui vogliono dire, rispettivamente, le unità di informazione e di energia - se forniti sotto forma d'un qualunque prodotto di serie in quantità che superino una certa soglia-limite, diventano inevitabilmente ricchezza depauperante. La ricchezza o è troppo rara per poter essere spartita o distrugge la libertà e le libertà dei più deboli. In ognuno di questi cinque saggi, ho cercato di dare un contributo al processo politico che deve portare i cittadini a riconoscere le soglie socialmente cruciali dell'arricchimento e a tradurle in tetti o limiti validi per l'intera società.