La
disoccupazione utile e i suoi nemici professionali
Questo saggio sulla sostituzione delle merci ai valori d'uso nella società moderna è stato scritto nel 1977. John McKnight e Lee Hoinacki mi sono stati d'aiuto a chiarirmi le idee. Sono anche debitore verso William Leiss che, in “The Limits to Satisfaction” (Toronto 1976), si è occupato della correlazione tra bisogni e merci nell'era moderna.
Cinquant'anni
fa, quasi tutte le parole che uno udiva erano rivolte personalmente a lui come
individuo o a qualcun altro che gli stava vicino. Solo in certe circostanze lo
toccavano in quanto membro indifferenziato di una massa a scuola o in chiesa,
a un comizio o al circo. Le parole erano per lo più come lettere scritte a mano
e sigillate, non come il ciarpame che inquina ora le nostre poste. Oggi le
parole rivolte all'attenzione di una sola persona sono divenute rare. Produzioni
standardizzate di immagini, idee, sensazioni e opinioni, confezionate e
distribuite attraverso i media, aggrediscono la nostra sensibilità con ritmo
incessante. Due fatti sono ormai evidenti: 1) ciò che sta avvenendo nel
linguaggio ricalca il modello di una sempre più ampia serie di rapporti
bisogno/soddisfazione; 2) questa sostituzione di merce industriale manipolante
ai mezzi conviviali sta avendo luogo su scala veramente universale, e viene
inesorabilmente assimilando tra loro l'insegnante newyorkese e il membro della
comune cinese, lo scolaretto bantù e il sergente brasiliano.
In
questo saggio, che è un poscritto a La convivialità, mi propongo tre cose: 1)
descrivere il carattere che assume una società ad alta intensità di merci e
mercato, nella quale l'abbondanza stessa delle merci paralizza la creazione
autonoma di valori d'uso; 2) evidenziare il ruolo occulto che le professioni
svolgono in tale società col modellarne i bisogni; 3) smascherare certe
illusioni e proporre alcune strategie per spezzare quel potere professionale
che perpetua la dipendenza dal mercato.
Il
vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e
tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le
libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola
greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di
svolta”, ora sta a significare: “Guidatore, dacci dentro!”. Evoca cioè
una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera
e di tecnica gestionale. Le cure intensive per moribondi, la tutela burocratica
per le vittime della discriminazione, la fissazione nucleare per i divoratori
di energia sono, a questo riguardo, risposte tipiche. Così intesa, la crisi
torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari, e specialmente
di quei recuperatori che si mantengono con i sottoprodotti della crescita di
ieri: gli educatori che campano sull'alienazione della società, i medici che
prosperano grazie ai tipi di lavoro e di tempo libero che hanno distrutto la
salute, i politici che ingrassano sulla distribuzione di un'assistenza
finanziata in primo luogo dagli stessi assistiti. La crisi intesa come
necessità di accelerare non solo mette più potenza a disposizione del
conducente, e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza dei
passeggeri; ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle
risorse, a beneficio delle ruote motorizzate e a detrimento delle persone che
vorrebbero servirsi delle proprie gambe.
Ma
“crisi” non ha necessariamente questo significato. Non comporta
necessariamente una corsa precipitosa verso l'escalation del controllo. Può
invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente
all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della
possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso
appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.
In
pochi decenni il mondo si è amalgamato. Le reazioni degli uomini agli eventi
quotidiani si sono standardizzate. Le lingue e le divinità possono ancora
apparire differenti, ma ogni giorno altra gente si aggrega a quell'enorme maggioranza
che marcia al ritmo della medesima megamacchina. Il gesto del braccio verso
l'interruttore accanto alla porta ha soppiantato le decine di modi in cui si
accendevano un tempo fuochi, candele e lanterne. In dieci anni il numero degli
utenti di interruttori si è triplicato; sciacquone e carta igienica sono
diventati condizioni essenziali per poter andare di corpo. Per un numero sempre
maggiore di persone l'illuminazione non fornita da reti ad alto voltaggio e
l'igiene senza carta velina significano povertà. Aumentano le aspettative,
mentre declinano rapidamente la fiducia speranzosa nelle proprie capacità e
l'interesse per gli altri.
Ora
striduli ora soporiferi, i media penetrano a forza ella comune, nel villaggio,
nell'azienda, nella scuola. I suoni prodotti dagli autori e dagli annunciatori
di testi programmati stravolgono di giorno in giorno le parole della lingua viva
facendone tanti blocchi di frasario per messaggi prefabbricati. Oggi solo chi è
tagliato fuori dal mondo oppure l'anticonformista ricco e ben protetto può far
giocare i propri bambini in un ambiente dov'essi sentano parlare persone
anziché divi, annunciatori o istruttori. In ogni parte del mondo si vede
dilagare quella disciplinata acquiescenza che caratterizza lo spettatore, il
paziente e il cliente. Aumenta rapidamente la standardizzazione del
comportamento umano.
E’
dunque chiaro che non c'è quasi alcuna comunità al mondo cui non si ponga
esattamente la medesima scelta cruciale: o continuare ad essere mere cifre nella
folla condizionata che è sospinta verso una sempre maggiore dipendenza (ed
essere così costretti a feroci lotte per strappare la propria razione di
droga), o trovare quel coraggio che è l'unica possibilità di salvezza in una
situazione di panico: il coraggio di restare fermi e di guardarsi attorno alla
ricerca di una via di scampo diversa da quella su cui tutti si precipitano perché
c'è scritto “uscita”. Molti però, quando gli si dice che tanto i
boliviani quanto i canadesi o gli ungheresi si trovano tutti dinanzi alla
stessa scelta di fondo, non solo si infastidiscono, ma si indignano. L'idea
appare loro non soltanto ridicola, ma insultante. Non riescono a scorgere
l'identica degradazione, di forma nuova e acuta, che sta sotto la fame
dell'indio dell'Altipiano, la nevrosi dell'operaio di Amsterdam e la cinica
corruzione del burocrate di Varsavia.
In
tutte le società lo sviluppo ha avuto il medesimo effetto: ognuno si è trovato
irretito in una nuova trama di dipendenza nei confronti di prodotti sfornati
dal medesimo tipo di macchine: fabbriche, cliniche, studi televisivi, istituti
di ricerca. Per appagare questa dipendenza bisogna continuare a produrre le
stesse cose in quantità maggiori:beni standardizzati, concepiti e realizzati ad
uso di un futuro consumatore già addestrato dall'agente del produttore ad
aver bisogno di ciò che gli viene offerto. Questi prodotti, siano essi beni
tangibili o servizi intangibili, costituiscono la produzione industriale. Il
valore monetario che si attribuisce loro in quanto merci è determinato, in
proporzioni variabili, dallo Stato e dal mercato. Culture differenti diventano
così scialbi residui di stili d'azione tradizionali, relitti sbiaditi in un
unico deserto di dimensioni planetarie, una terra arida devastata dal macchinario
che serve a produrre e consumare. Sulle rive della Senna come su quelle del
Niger, le donne hanno disimparato ad allattare, perché ora quella sostanza
bianca la si compra in drogheria. (In Francia, grazie ai maggiori stanziamenti
per la tutela del consumatore, è meno velenosa che nel Mali.) Certo, un
maggior numero di bambini beve oggi latte di mucca; ma tanto nei paesi ricchi
quanto in quelli poveri il seno materno si inaridisce.
Il
consumatore dipendente nasce allorquando il neonato piange perché vuole il
biberon; quando l'organismo è addestrato a reclamare il latte del droghiere e
a distogliersi dal seno, che così non svolge più la propria funzione.
L'attività umana autonoma e creativa, indispensabile a far fiorire l'universo
umano, si atrofizza. I tetti di assicelle e di stoppie, di tegole e di ardesia,
vengono soppiantati dal calcestruzzo per i pochi, dalla plastica ondulata per
i più. Né le giungle e le paludi né le prevenzioni ideologiche hanno impedito
che i poveri e i socialisti si lanciassero a capofitto nelle autostrade dei
ricchi, le quali portano al mondo in cui gli economisti prendono il posto dei
preti. La zecca annulla tutti i tesori e gli idoli locali.
La
moneta svaluta quello che non può misurare. La crisi, dunque, è la stessa per
tutti: si tratta di scegliere tra una maggiore o una minore dipendenza dalle
merci industriali. Maggiore vorrà dire la distruzione rapida e totale di culture
generatrici di attività di sussistenza soddisfacenti. Minore vorrà dire una
variegata fioritura di valori d'uso entro culture moderne intensamente attive.
Per i ricchi come per i poveri là scelta è sostanzialmente la stessa, anche se
è difficile da immaginare per chi è già abituato a vivere nel supermercato -
una struttura che solo il nome differenzia da una clinica per infermi di
mente.
L'attuale
società industriale organizza la vita in funzione delle merci. Le nostre società
ad alta intensità di mercato misurano il progresso materiale dall'aumento di
volume e di varietà delle merci prodotte. E sull'esempio di questo settore, noi
misuriamo il progresso sociale dal modo in cui è distribuito l'accesso a tali
merci. La scienza economica è diventata un'attività propagandistica volta a
favorire la supremazia delle grandi industrie produttrici di beni di consumo. Il
socialismo è stato svilito a lotta contro la disparità nella distribuzione,
e l'economia del benessere ha identificato il bene pubblico con l'abbondanza -
l'abbondanza umiliante di cui gode il povero negli ospedali, nelle prigioni e
nei manicomi degli Stati Uniti.
Indifferente
a ogni scambio che non sia contrassegnato da un prezzo monetario, la società
industriale ha creato un paesaggio urbano inadatto a persone che non divorino
ogni giorno in metalli e carburanti l'equivalente del proprio peso, un mondo
nel quale la costante necessità di difendersi dalle conseguenze indesiderate
di un numero maggiore di cose e di controlli ha portato alla luce nuovi filoni
di discriminazione, di impotenza e di frustrazione. Il movimento ecologico,
influenzato dal sistema, sinora non ha fatto che rafforzare questa tendenza: ha
infatti preso ai difetti della tecnologia industriale e, nei casi migliori, lo
sfruttamento privato della produzione industriale. Ha contestato il
depauperamento delle risorse naturali, i danni dell'inquinamento e i
trasferimenti netti di potere. Ma anche quando si assegni un prezzo alla
degradazione dell'ambiente e alle perdite causate dalla nocività o si calcoli
il costo della polarizzazione, non si è ancora detto in modo chiaro che la
divisione del lavoro, la moltiplicazione delle merci e la dipendenza da esse
hanno forzosamente sostituito con confezioni standardizzate quasi tutte le
cose che la gente un tempo faceva da sé o fabbricava con le proprie mani.
Ormai
da due decenni muore ogni anno una cinquantina di lingue; una metà di quelle
che ancora si parlavano nel .1950 sopravvive soltanto come argomento di tesi di
laurea. E le lingue che ancora restano per testimoniare l'incomparabile varietà
dei modi di vedere il mondo, di servirsene e di goderne, paiono oggi sempre più
simili. La coscienza è ovunque colonizzata da etichette importate. Eppure anche
quelli che si preoccupano per la varietà culturale e genetica che va perduta o
per la moltiplicazione degli isotopi a lungo effetto, non badano al
depauperamento irreversibile delle capacità, delle storie e dei gusti. E
questa progressiva sostituzione dei beni e servizi industriali ai valori utili
ma non negoziabili è stata l'obbiettivo comune di gruppi e regimi politici per
tutto il resto violentemente antagonistici.
In
tal modo, zone della nostra vita sempre più vaste subiscono trasformazioni
tali che la vita stessa finisce per dipendere quasi esclusivamente dal consumo
di merci vendute sul mercato mondiale. Gli Stati Uniti corrompono i propri
agricoltori per fornire grano a un regime che gioca sempre più la propria
legittimità sul tavolo degli approvvigionamenti di cereali. Naturalmente i
due regimi destinano proprie risorse seguendo metodi differenti: basandosi gli
uni sulla saggezza del meccanismo dei prezzi, gli altri su quella dei
pianificatori. Ma il contrasto politico che oppone i fautori dei due diversi
metodi di ripartizione maschera appena lo spietato disprezzo, comune agli uni
e agli altri, per la libertà e la dignità della persona.
La
politica nel campo energetico è un buon esempio della sostanziale identità di
vedute fra i sostenitori del sistema industriale, si presentino essi con
l'etichetta di socialisti o di capitalisti. A parte forse la Cambogia, sulla
quale non ho notizie, non esiste gruppo di governo o d'opposizione socialista
che riesca ad immaginare un auspicabile futuro basato su un consumo d'energia
pro capite inferiore a quello oggi prevalente in Europa. Tutti i partiti
politici esistenti ritengono necessaria una produzione ad alta intensità
d'energia - magari con disciplina cinese - senza capire che la società da essa
derivante negherà ancora di più alla gente il libero uso dei propri arti.
Qui le auto private, là gli autobus pubblici, scacceranno le biciclette dalla
strada. Tutti i governi vogliono una forza produttiva ad alta intensità di
occupazione, ma sono restii a riconoscere che gli impieghi possono anche
distruggere il valore d'uso del tempo libero. Tutti insistono perché si arrivi
a una definizione professionale, più completa e oggettiva, dei bisogni della
gente, ma sono insensibili all’espropriazione della vita che ne consegue.
Sul
finire del Medioevo la straordinaria semplicità della teoria eliocentrica
veniva usata come argomento per screditare la nuova astronomia. La sua
eleganza era considerata ingenuità. Nella nostra epoca non sono certo rare le
teorie imperniate sul valore d'uso e capaci di analizzare i costi sociali
generati dalle economie ortodosse. Le propongono dozzine di outsiders, che le
identificano spesso con la tecnologia radicale, con l'ecologia, con i modi di
vita comunitari, con la piccola dimensione, con la bellezza. Come pretesto per
non prenderle in considerazione, si oppone ad esse, ingigantendolo, il frequente
insuccesso degli esperimenti tentati di persona dai loro fautori. Come
l'inquisitore della leggenda si rifiutava di guardare nel telescopio di
Galileo, così molti economisti odierni si rifiutano di prendere in
considerazione un'analisi che potrebbe spostare il centro convenzionale del
loro sistema economico. I nuovi sistemi analitici ci obbligherebbero a
riconoscere l'ovvio: che in una cultura la quale voglia offrire un programma di
vita soddisfacente alla maggioranza dei propri membri, la generazione di
valori d'uso non negoziabili deve necessariamente occupare un posto centrale. Le
culture sono programmi per attività, non per aziende. La società industriale
distrugge questo centro inquinandolo col prodotto programmato dalle imprese,
pubbliche o private, e degradando ciò che la gente può fare da sé o
fabbricare per proprio conto. La conseguenza è che le società si sono
trasformate in giganteschi giochi a somma zero, in sistemi di distribuzione
monolitici nei quali il guadagno dell'uno diventa perdita o peso per l'altro,
mentre la vera soddisfazione è negata a entrambi.
Strada
facendo sono state distrutte innumerevoli serie di infrastrutture all'interno
delle quali la gente s'arrabattava, giocava, mangiava, stringeva amicizie,
faceva l'amore. Sono bastati un paio di decenni di cosiddetto sviluppo per
smantellare modelli tradizionali di cultura dalla Manciuria al Montenegro.
Prima, quei modelli permettevano alla gente di soddisfare quasi tutti i propri
bisogni in un contesto di sussistenza; dopo, la plastica ha sostituito la
ceramica, le bevande gassate l'acqua, il Valium la camomilla, i microsolchi le
chitarre. In tutto il corso della storia la più sicura spia dei momenti
brutti era la percentuale di cibo che bisognava comprare; i periodi buoni erano
quelli in cui la maggior parte delle famiglie ricavava quasi tutto il proprio
nutrimento da ciò che coltivava direttamente o che otteneva per mezzo di
scambi in natura e doni. Sino alla fine del Settecento, il novantanove per cento
del cibo che si consumava nel mondo era prodotto entro la cerchia del territorio
che il consumatore poteva vedere dal campanile della chiesa o dal minareto. Le
molteplici ordinanze che cercavano di porre limiti al numero dei polli e dei
maiali allevati entro le mura delle città Ci ricordano che, tranne poche grandi
aree urbane, anche negli agglomerati cittadini si produceva più della metà del
cibo che si mangiava. Negli Stati Uniti, prima della seconda guerra mondiale,
meno del quattro per cento di tutti i prodotti alimentari che si consumavano in
una regione veniva importato dall'esterno, e queste importazioni erano in
buona parte limitate alle undici città che superavano allora i due milioni di
abitanti. Oggi, il quaranta per cento della popolazione sopravvive solo grazie
all'esistenza dei mercati interregionali. Un futuro in cui la circolazione
mondiale dei beni e dei capitali fosse drasticamente ridotta è oggi
altrettanto sconveniente da evocare quanto un mondo moderno in cui gente attiva
adoperi moderni strumenti conviviali per creare un'abbondanza di valori d'uso
che la liberi dal consumismo. Questa reazione rispecchia l'idea che le attività
utili con le quali la gente esprime e soddisfa i propri bisogni possano essere
indefinitamente sostituite da beni o servizi standardizzati.
Al
di là di una certa soglia, il moltiplicarsi delle merci induce impotenza,
genera l'incapacità di coltivare cibo, di cantare, di costruire. La fatica e il
piacere della condizione umana diventano un privilegio snobistico riservato a
pochi ricchi. Al tempo in cui Kennedy varò l'Alleanza per il progresso, c'erano
ad Acatzingo, come in quasi tutti i villaggi del Messico, quattro gruppi di
musicanti; suonavano in cambio di qualche bicchiere, e servivano gli ottocento
abitanti. Oggi giradischi e radio collegati ad altoparlanti strozzano i
talenti locali. Ogni tanto, per nostalgia, si fa una colletta e in occasione
di qualche festa si fa venire dall'Università un complesso di studenti fuori
corso a cantare le vecchie canzoni.
Il
giorno in cui nel Venezuela fu approvata la legge che sancisce il diritto di
ogni cittadino a ottenere quella merce che si chiama “alloggio”, i tre
quarti delle famiglie scoprirono che le abitazioni che esse stesse si erano
costruite andavano considerate catapecchie. Inoltre - e qui sta il guaio era
ormai pregiudicata la possibilità di far da soli:non era più lecito tirar su
una casa senza aver prima presentato un progetto disegnato da un architetto
laureato. I materiali di scarto e di recupero che sino allora a Caracas venivano
utilizzati come eccellenti materiali da costruzione, crearono a questo punto
un problema di eliminazione dei rifiuti solidi. Oggi l'uomo che si fa il proprio
“alloggio” è malvisto come un deviante che si rifiuta di collaborare
con il gruppo di pressione locale per l'assegnazione di unità abitative
prodotte in serie. Sono inoltre venuti fuori innumerevoli regolamenti che
bollano come illegale o addirittura delittuosa la sua ingegnosità. E’ un
esempio che mostra come i poveri sono i primi a soffrire quando un nuovo tipo di
merce interviene a castrare una delle attività tradizionali di sussistenza. La
disoccupazione utile del povero che non ha un impiego è sacrificata all'espansione
del mercato del lavoro. Il farsi la casa come attività intrapresa di propria
scelta, al pari di qualunque altra libertà d'impiegare utilmente il tempo
lasciato libero dal lavoro, diventa così privilegio esclusivo di qualche deviante,
spesso del ricco ozioso.
La
dipendenza dall'abbondanza castrante, una volta radicata in una cultura,
genera la “povertà modernizzata”. Si tratta d'una forma di disvalore che
non può non accompagnarsi alla proliferazione delle merci. Questa disutilità
crescente della produzione industriale di massa è sfuggita all'attenzione degli
economisti perché non è rilevabile con i loro strumenti di misura, e a
quella dei servizi sociali perché non può essere oggetto di “ricerca
operativa”. Gli economisti non dispongono di alcun mezzo efficace per
comprendere nei loro calcoli la perdita che subisce l'intera società quando
resta priva d'un tipo di soddisfazione che non ha un equivalente commerciale;
sicché gli economisti si potrebbero oggi definire come i membri di una
confraternita aperta soltanto a coloro che, nello svolgimento del lavoro
professionale, danno prova d'una ben addestrata cecità sociale nei riguardi del
più importante fenomeno di sostituzione che stia avvenendo nei sistemi
contemporanei, d'Oriente come d'Occidente: il declino della capacità personale
di agire e di fare, che è il prezzo pagato per ogni sovrappiù di abbondanza di
prodotti.
Finché
la povertà di tipo moderno ha colpito soprattutto gli indigenti, la sua
esistenza e, a maggior ragione, la sua natura, sono state ignorate, persino a
livello di conversazione. Man mano che lo sviluppo o, se si preferisce, la
modernizzazione toccava i poveri - cioè coloro che fin lì erano riusciti a
sopravvivere nonostante che fossero esclusi dall'economia di mercato - li si
costringeva sistematicamente a far dipendere la propria sopravvivenza
dall'inserimento in un sistema commerciale che, per loro, significava sempre
e necessariamente ricevere gli scarti del mercato. Gli indios di Oaxaca, che
prima erano sempre stati respinti dalle scuole, ora sono obbligati ad andarci,
perché possano “guadagnarsi” un titolo di studio che rappresenta l'esatta
misura della loro inferiorità rispetto alla popolazione urbana. Inoltre - e di
nuovo è questo il guaio - senza quel pezzo di carta non possono trovar lavoro
neanche nell'edilizia. La modernizzazione dei “bisogni”non fa che aggiungere
nuovi motivi di discriminazione a danno dei poveri.
Ormai
però la povertà modernizzata è esperienza comune a tutti, fuorché a coloro
che sono tanto ricchi da potersi appartare nel lusso. Man mano che i diversi
campi dell'esistenza vengono uno dopo l'altro assoggettati a merci offerte
secondo un piano, pochi di noi riescono a sottrarsi a una ricorrente sensazione
di dipendenza impotente. Il consumatore medio americano è bombardato ogni
giorno da un centinaio di annunci pubblicitari, e reagisce a molti di essi - più
spesso di quanto non si creda - negativamente. Persino la clientela facoltosa,
ad ogni nuovo prodotto che acquista, fa una nuova esperienza di disutilità.
Sospetta di aver comprato una cosa di dubbio valore, che presto forse si rivelerà
inutile o addirittura pericolosa, e che richiede una schiera di accessori ancor
più costosi. La clientela facoltosa allora si organizza: di solito comincia col
chiedere un controllo sulla qualità, e non di rado riesce a mettere al bando
certi prodotti. Sull'altro versante della società, la popolazione povera si
“stacca” dai servizi e dalle “tutele”: South Chicago rifiuta
l'assistenza sociale, il Kentucky respinge i libri di testo... Ricchi e poveri
non sono molto lontani dal rendersi conto lucidamente che ogni ulteriore
sviluppo d'una cultura ad alta intensità di merci porta con sé una nuova forma
di ricchezza frustrante. E chi sta meglio economicamente comincia a intuire che
nei poveri si rispecchia il suo stesso destino, anche se per ora i segni di
questa consapevolezza non sono andati al di là d'una sorta di romanticismo.
L'ideologia
che fa coincidere il progresso con l'abbondanza non è ristretta ai paesi
ricchi. E presente, e degrada le attività non negoziabili, anche in zone dove
fino a tempi recenti la maggioranza dei bisogni veniva ancora soddisfatta con
un modo di vita basato sulla sussistenza. I cinesi, per esempio, coerentemente
con la loro tradizione,parevano intenzionati e capaci di definire in maniera diversa
il progresso tecnico, di optare per la bicicletta anziché per il jet. Quando
promuovevano l'autodeterminazione locale, sembravano considerarla una meta degna
di gente inventiva, più che un mezzo per la difesa nazionale. Ma nel 1977 la
loro propaganda inneggiava alla capacità industriale cinese di fornire più
assistenza medica, più istruzione, più case, più benessere generale - a un
costo più basso. Non si attribuisce ormai che una funzione puramente tattica,
e transitoria, alle erbe che il “medico scalzo” porta nel sacco e ai
metodi di produzione ad alta intensità di lavoro. Come in altre parti del
mondo, anche qui la produzione di beni eteronoma - cioè eterodiretta -,
programmata per categorie di consumatori anonimi, suscita aspettative
irrealistiche e alla lunga frustranti. Inevitabilmente, inoltre, questo
processo corrompe la fiducia della gente nelle capacità autonome proprie e del
prossimo, capacità sempre impreviste e ogni volta sorprendenti. La Cina, da
questo punto di vista, non è che l'ultimo esempio di modernizzazione
all'occidentale, ottenuta cioè con la soggezione intensiva al mercato: un
fenomeno che devasta le società tradizionali come non ci è mai riuscito nessun
“culto del cargo”, neanche nelle sue forme estreme più irrazionali.
Nelle
società tradizionali come in quelle moderne, in un tempo assai breve è
avvenuto un mutamento importante:sono radicalmente cambiati i mezzi intesi a
soddisfare i bisogni. Il motore ha fiaccato il muscolo, la scuola ha spento la
curiosità individuale fiduciosa nelle proprie forze. Di conseguenza, tanto i
bisogni quanto i desideri hanno assunto caratteristiche senza precedenti nella
storia. Perla prima volta i bisogni coincidono quasi esclusivamente con delle
merci. Finché la maggioranza della gente non disponeva che delle gambe per
andare dove voleva, protestava se veniva ostacolata la sua libertà di
spostarsi. Ora che dipende invece dai mezzi di trasporto, rivendica non la
libertà ma il diritto di divorare chilometri a bordo d'un veicolo. E man mano
che un sempre maggior numero di veicoli assicura questo “diritto” a un
sempre maggior numero di persone, la libertà di camminare si svaluta, eclissata
dall'esistenza ditale diritto. I desideri della stragrande maggioranza della
gente si uniformano, e non si riesce neanche più a immaginare che sia possibile
liberarsi dalla condizione universale di passeggeri, cioè di godere la libertà
dell'uomo moderno, in un mondo moderno, di muoversi autonomamente.
Questa
situazione, che è ormai di una rigida interdipendenza tra bisogni e mercato,
viene legittimata appellandosi al giudizio di una élite di specialisti il cui
sapere, per sua stessa natura, non è di dominio comune. Gli economisti tanto
di destra quanto di sinistra garantiscono al pubblico che un aumento dei posti
di lavoro dipende da una maggiore disponibilità di energia; gli educatori lo
persuadono che la legge, l'ordine e la produttività dipendono da un maggior
grado d'istruzione; i ginecologi assicurano che la qualità della vita
infantile dipende dalla loro partécipazione ai parti. Pertanto, finché non
verrà tolta l'immunità a queste élites che legittimano il binomio
merce-soddisfazione, non sarà possibile contestare efficacemente il quasi
universale affermarsi dell'intensità di mercato nelle economie del mondo.
Un
buon esempio, a illustrazione di questo, me lo ha dato una donna raccontandomi
la (nascita del suo terzo figlio. Istruita dall'esperienza dei primi due parti,
affrontava il terzo con tutta serenità: sapeva “cosa succede” e conosceva
le proprie reazioni. Entrata in ospedale, sentendo arrivare il bambino chiamò
l'infermiera. Ma questa, anziché aiutarla, afferrò un panno sterilizzato e si
mise a premere la testa del bambino cercando di farlo “rientrare”, e
intanto ordinava alla madre di smetterla di spingere perché “il dottor Levy
non è ancora arrivato”.
Ciò
che occorre in questo momento è la decisione pubblica, l'azione politica, non
l'affidamento agli specialisti. Le società moderne, ricche o povere che siano,
possono scegliere tra due strade opposte. Possono produrre un nuovo campionario
di merci - magari più sicure, meno dispendiose, più facilmente ripartibili -
e intensificare così ulteriormente la loro dipendenza dai beni di consumo.
Oppure possono affrontare in un modo completamente nuovo il rapporto tra bisogni
e soddisfazioni. In altre parole possono o conservare le loro economie ad alta
intensità di mercato, modificando soltanto le caratteristiche tecniche del
prodotto, o ridurre la loro dipendenza dalle merci. La seconda soluzione
comporta l'avventura di immaginare e costruire strutture nuove in cui gli
individui e le comunità possano elaborare un diverso tipo di attrezzatura
moderna; scopo di questa nuova organizzazione dovrebb'essere quello di
permettere alla gente di modellare e soddisfare direttamente e personalmente
una crescente porzione dei propri bisogni.
La
prima soluzione significherebbe continuare a identificare il progresso tecnico
con la moltiplicazione delle merci. Gli alti burocrati di convinzioni
egualitarie e i tecnocrati dell'assistenza sarebbero concordi nell'invitare
all'austerità: raccomanderebbero di passare dai beni di cui non tutti
ovviamente possono fruire, per esempio gli aerei a reazione, alle cosiddette
attrezzature “sociali” come gli autobus; di distribuire in maniera più equa
le decrescenti ore di occupazione disponibili e di limitare severamente la
settimana lavorativa a una ventina di ore di presenza sul posto di lavoro; di
destinare la nuova risorsa del tempo lasciato libero dall'impiego a corsi
obbligatori di riqualificazione o a un servizio volontario sui modelli di Mao,
Castro o Kennedy. Questa nuova fase della società industriale, per quanto
socialista, efficiente e razionale, darebbe luogo a una nuova civiltà nella
quale la soddisfazione dei desideri sarebbe declassata all'appagamento
ripetitivo di bisogni ascritti, mediante prodotti standardizzati. Nel caso
migliore, tale tipo di società produrrebbe minori quantitativi di beni e di
servizi, li distribuirebbe più equamente e susciterebbe meno invidie. La
partecipazione simbolica del popolo alle decisioni da prendere potrebbe
passare dal savio acquirente del mercato al compunto ascoltatore delle assemblee
politiche. L'impatto della produzione sull'ambiente potrebbe venire ammorbidito.
Con ritmo assai più rapido dei beni di consumo crescerebbero sicuramente i
servizi, specie le varie forme di controllo sociale. Già oggi si spendono somme
enormi nell'industria dell'oracolo per permettere ai profeti governativi di
sputare scenari “alternativi” diretti a puntellare la scelta di cui stiamo
parlando. Particolare interessante, molti di costoro sono già arrivati a
concludere che il costo dei controlli sociali necessari per imporre l'austerità
in una società ecologicamente accettabile, ma pur sempre imperniata sulla
produzione standardizzata, sarebbe insostenibile.
La
seconda delle due scelte possibili metterebbe fine al dominio assoluto del
prodotto standard e promuoverebbe un'etica austera diretta a favorire un'attività
soddisfacente da parte dei più. Se nella prima alternativa austerità significherebbe
sottomissione di ognuno agli ukase dei managers nell'interesse d'una maggiore
produttività istituzionale, nella seconda l'austerità sarebbe quella virtù
sociale per cui la gente riconosce e fissa dei limiti al potere che ognuno può
rivendicare sugli strumenti, tanto per la propria soddisfazione quanto per
servire gli altri. Questa austerità conviviale sollecita la società a
proteggere il valore d’uso personale contro l’arricchimento mutilante.
Protette dalla perniciosa opulenza, sorgerebbero molteplici culture
differenziate, tutte moderne e tutte propizie ad un impiego diffuso degli
strumenti
moderni. L'austerità conviviale delimita infatti in tal modo l'utilizzazione
degli strumenti, che la proprietà di questi perderebbe gran parte del suo
potere attuale. Che le biciclette appartengano qui alla comunità e lì a chi
le adopera non muta la natura essenzialmente conviviale della bicicletta come
strumento. I beni
di questo tipo continuerebbero a essere prodotti, in gran parte, con metodi
industriali, ma sarebbe diverso il modo di considerarli e di apprezzarli. Oggi
le merci sono principalmente degli articoli che rispondono direttamente a dei
bisogni creati da coloro che le hanno progettate. Nella seconda soluzione,
invece, il loro prezzo deriverebbe dal fatto di essere o materiali grezzi o
strumenti che permettono alla gente di generare valori d'uso assicurando la
sussistenza delle rispettive comunità.