Attualmente
ogni nuovo bisogno convalidato dalle professioni si traduce prima o poi in un
diritto. Tale diritto,una volta che sotto la pressione politica trova riconoscimento
nella legge, dà luogo a nuove occupazioni e nuovi prodotti. Ogni nuovo prodotto
degrada un'attività con la quale la gente era stata fin allora capace di
cavarsela da sola; ogni nuovo impiego rende illegittimo un lavoro sin lì svolto
da non-occupati. Il potere delle professioni di stabilire che cosa sia bene,
giusto e da fare distorce nell’uomo “comune” il desiderio, la voglia e la
capacità di vivere secondo le proprie possibilità.
Quando
tutti gli studenti attualmente iscritti nelle facoltà di giurisprudenza degli
Stati Uniti si saranno laureati, il numero degli esperti di diritto
statunitensi aumenterà del 50 per cento circa. Al servizio nazionale di
assistenza sanitaria si affiancherà un analogo servizio di assistenza legale,
man mano che l'assicurazione contro i procedimenti giudiziari diventerà
indispensabile quanto lo è ora quella contro le malattie. E una volta stabilito
il diritto del cittadino a un avvocato, comporre un litigio all'osteria sarà
considerato retrogrado e antisociale come lo è adesso partorire in casa. Già
ora il diritto riconosciuto a ogni cittadino di Detroit di vivere in un
appartamento dove l'impianto elettrico sia stato installato da professionisti
trasforma in trasgressore della legge chiunque si permetta di montare da sé
una presa. La perdita progressiva di tutta una serie di libertà d'essere utili
altrove che in un “posto di lavoro”, o al di fuori del controllo professionale,
anche se non ha un nome è una delle esperienze più penose che s'accompagnano
alla povertà modernizzata.
Il
privilegio più significativo d'una condizione sociale elevata potrebbe ormai
identificarsi in qualche resto della libertà, sempre più negata alla
maggioranza, di essere utili senza avere un impiego. A furia di insistervi, il
diritto del cittadino a essere assistito e approvvigionato si è quasi tramutato
in diritto delle industrie e delle professioni a prendere la gente sotto la
propria tutela, a rifornirla del loro prodotto e a eliminare, con le loro
prestazioni, quelle condizioni ambientali che rendono utili le attività non
inquadrabili in una “occupazione”. Si è così riusciti a paralizzare, per
il momento, ogni lotta per un'equa distribuzione del tempo e della possibilità
di essere utili a sé e agli altri al di fuori di un impiego o del servizio militare.
Il lavoro che si svolge al di fuori del «posto» retribuito è malvisto
quando non ignorato. L'attività autonoma minaccia il livello dell'occupazione,
genera devianza e falsa il PNL: è quindi improprio chiamarla “lavoro”. Lavoro
non vuol più dire sforzo o fatica, ma è quell'arcano fattore che,
congiungendosi col capitale investito in un impianto, lo rende produttivo. Non
significa più la creazione di un valore percepito come tale dal lavoratore,
ma più che altro un impiego, cioè un rapporto sociale. Non avere un impiego
significa passare il tempo in un triste ozio, e non essere liberi di fare cose
utili a sé o al proprio vicino. La donna attiva che manda avanti la casa,
alleva i propri figli ed eventualmente ha cura di quelli degli altri è distinta
dalla donna che lavora, ancorché il prodotto di tale lavoro possa essere
inutile o dannoso. L'attività, gli sforzi, le realizzazioni, i servizi che si
esplicano al di fuori di un lavoro gerarchico e che non sono misurabili secondo
standard professionali costituiscono una minaccia per una società ad alta
intensità di merci: la creazione di valori d'uso sottratti a un calcolo preciso
pone infatti un limite non soltanto al bisogno di ulteriori merci, ma anche ai
posti di lavoro che producono tali merci e alle buste-paga occorrenti per
acquistarle.
Ciò
che conta in una società ad alta intensità di mercato non è lo sforzo
rivolto a produrre qualcosa che piaccia, o il piacere che deriva da tale
sforzo, ma l'accoppiamento della forza lavoro col capitale. Ciò che conta non
è il conseguimento della soddisfazione che procura l'agire, ma la collocazione
nel rapporto sociale che presiede alla produzione, cioè l'impiego, il posto, la
carica, l'ufficio. Nel Medioevo, quando non c'era salvezza al di fuori della
Chiesa, riusciva arduo ai teologi spiegare come si regolasse Iddio con i
pagani di costumi manifestamente virtuosi o santi; allo stesso modo nella
società odierna nessuno sforzo è produttivo se non è fatto su ordine di un.
capo, e gli economisti non riescono a dar conto della palese utilità della
gente che non agisce sotto il controllo di un'azienda, di un'organizzazione di
volontari o di un campo di lavoro. Il lavoro non è produttivo, rispettabile,
degno di un cittadino se non quando è programmato, diretto e controllato da
un rappresentante delle professioni, il quale garantisca che risponde in forma
standardizzata a un bisogno riconosciuto. In una società industriale avanzata
diventa quasi impossibile cercare o anche soltanto immaginare di fare a meno di
un impiego per dedicarsi a un lavoro autonomo e utile. L'infrastruttura della
società è combinata in maniera tale che solo l'impiego dà accesso agli
strumenti di produzione, e questo monopolio della produzione di merci sulla
creazione di valori d'uso non fa che consolidarsi quando la gestione passa allo
Stato. Solo. con un certificato di abilitazione puoi insegnare a un bambino;
solo in una clinica puoi rimettere a posto una gamba rotta. Il lavoro domestico,
l'artigianato, l'agricoltura di sussistenza, la tecnologia radicale, il mutuo
insegnamento ecc. sono degradati ad attività per gli oziosi, per gli
improduttivi, per i più. diseredati o per i più ricchi. La società che
promuove un intensa dipendenza dalle merci tramuta così i suoi disoccupati in
poveri o in assistiti. Nel 1945 per ogni americano mantenuto dalla previdenza
sociale c'erano 35 lavoratori attivi; nel 1977, erano 3,2 i lavoratori occupati
cui toccava mantenere uno di questi pensionati, dipendente a sua volta da una
quantità di enti assistenziali che sarebbe stata inimmaginabile ai tempi di suo
nonno.
Ormai
il carattere di una società e della sua cultura dipenderà dalla condizione dei
suoi non-occupati: saranno essi i cittadini produttivi più rappresentativi o
saranno degli assistiti? Ancora una volta la scelta (la crisi) appare chiara: la
società industriale avanzata può proseguire sulla scia del sogno integralista
degli anni '60: sempre più simile a una holding, può degenerare in un
sistema di distribuzione che assegna parsimoniosamente un volume di beni e di
posti in costante diminuzione e che addestra i suoi membri a consumi più
standardizzati e a lavori più inutili. E l'orientamento cui si ispirano le
linee politiche della maggior parte dei governi, dalla Germania alla Cina, sia
pure con una differenza di fondo nella gradazione:quanto più infatti il paese
è ricco, tanto più sembra urgente contingentare l'accesso agli impieghi e
impedire l'attività utile dei non-occupati suscettibile di recare pregiudizio
all'occupazione. Ovviamente è altrettanto possibile il contrario: cioè una
società moderna nella quale i lavoratori frustrati si organizzino per
proteggere la libertà di essere utili senza partecipare alle attività che
danno luogo alla produzione di merci. Ma, ancora una volta, questa alternativa
sociale presuppone, da parte dell'uomo comune, una competenza nuova, razionale e
cinica nei riguardi dell'imputazione professionale dei bisogni.
Il
potere delle professioni è oggi messo in indubbio pericolo dalla crescente
evidenza della loro controproduttività. La gente incomincia ad accorgersi che
la loro egemonia la spoglia del proprio diritto d'intervento nella cosa
pubblica. Il potere simbolico degli esperti che, col definire i bisogni,
isteriliscono le capacità personali, è oggi considerato più pericoloso della
loro potenza tecnica, che si limita a provvedere ai bisogni ch'essi creano.
Contemporaneamente, da più parti si sente invocare una legislazione che ci
porti in una nuova era non più dominata dall'ethos professionale: si chiede che
il sistema delle abilitazioni, oggi rilasciate dagli ordini professionali o
dall’amministrazione, venga sostituito con una investitura civica elettiva,
più che essere semplicemente ritoccato con l'inclusione di rappresentanti dei
consumatori negli organi che concedono le abilitazioni; si chiede un ammorbidimento
delle prescrizioni vigenti nelle farmacie, nelle scuole e in altri pretenziosi
supermercati; si chiede che vengano tutelate le libertà produttive; si chiede
che sia riconosciuto il diritto di esercitare senza licenza; si chiedono
strutture di servizio pubbliche che aiutino il cliente a valutare le prestazioni
a pagamento dei professionisti privati. Di fronte a queste minacce le
principali istituzioni professionali ricorrono, ciascuna a suo modo, a tre
fondamentali strategie per arginare l'erosione della loro legittimità e del
loro potere.
Il
primo indirizzo strategico è rappresentato dal Club di Roma. La Fiat, la Ford,
la Volkswagen pagano economisti, ecologi e sociologi perché stabiliscano da
quali produzioni le industrie dovrebbero astenersi affinché il sistema industriale
funzioni meglio e si rafforzi. Analogamente i medici del Club di Coo
suggeriscono di rinunciare alla chirurgia, alle radiazioni e alla chemioterapia
nella cura della maggior parte dei tumori, dato che di solito questi
interventi non fanno che acuire e prolungare le sofferenze senza tuttavia
accrescere la speranza di vita del malato. Avvocati e dentisti promettono di
vigilare come non mai sulla competenza, sulla correttezza e sulle parcelle dei
propri colleghi.
Una
variante di questo indirizzo si osserva in certi singoli professionisti o
gruppi organizzati che, in America, contestano l'ordine degli avvocati, quello
dei medici e talaltre potenze intermediarie del sistema. Costoro si. proclamano
radicali perché 1) danno ai consumatori consigli che contrastano con gli
interessi della maggioranza dei colleghi, 2) istruiscono i profani sul modo di
comportarsi nei consigli d'amministrazione degli ospedali, delle università,
degli enti di vigilanza, 3) hanno talvolta occasione di testimoniare, davanti a
commissioni parlamentari, sull’inutilità di questa o quella misura proposta
dalle professioni e richiesta dal pubblico. Per esempio, in una provincia
del Canada occidentale un (gruppo di medici ha presentato una relazione su una
ventina di interventi sanitari per i quali l'assemblea legislativa era
orientata a stanziare maggiori fondi; si trattava di interventi costosi, e i
medici hanno fatto rilevare che per di più erano anche assai dolorosi, che
molti presentavano pericoli e che di nessuno di essi era provata l'efficacia.
Nell'occasione l'assemblea non ha voluto seguire il parere di questi medici
“illuminati”, col risultato che il loro insuccesso, provvisoriamente,
avvalora la credenza nella necessità di una tutela professionale dalla hubris
professionale.
Il
fatto che una professione eserciti una vigilanza di polizia sui propri membri è
senz'altro utile per smascherare l'incompetenza smaccata, il macellaio o il puro
ciarlatano. Ma come è stato ampiamente dimostrato, la cosiddetta autodisciplina
protegge gli inetti e cementa i vincoli di dipendenza del pubblico dalle loro
prestazioni. Il medico “critico”, l'avvocato “radicale”, l'architetto
dedito alla creazione di quartieri autogestiti, sono professionisti che attirano
clienti soffiandoli ai colleghi meno attenti di loro all'andamento della moda.
All'inizio le professioni liberali convinsero il pubblico della necessità delle
loro prestazioni promettendo di aver cura della scolarizzazione, della
formazione morale o dell'addestramento sul lavoro dei profani più poveri. In
seguito, divenute dominanti, le professioni si sono arrogate il pieno diritto di
guidare il pubblico, e di menomarlo ancora di più, organizzandosi in clubs che
ostentano la più acuta consapevolezza dei vincoli ecologici, economici e
sociali. Questo atteggiamento, se frena l'espansione del settore
professionale, rafforza la soggezione del pubblico all'interno di esso. L'idea
che i professionisti abbiano un diritto di servire il pubblico è dunque
d'origine recentissima. La loro lotta per affermare e legittimare tale diritto
corporativo è una delle minacce più pesanti che gravino sulla nostra società.
La
seconda strategia mira a organizzare e coordinare l'insieme delle prestazioni
professionali in una maniera, si afferma, più aderente alla natura poliedrica
dei problemi umani. Questa tendenza cerca altresì di applicare nozioni mutuate
dall'analisi dei sistemi e dalla ricerca operazionale allo scopo di fornire
soluzioni globali valide per interi paesi. Che cosa ciò significhi nella
pratica lo si è potuto vedere in Canada. Quattro anni fa il ministro canadese
della sanità promosse una campagna diretta a convincere l'opinione pubblica
che un aumento della spesa per i medici non avrebbe assolutamente inciso sui
tassi nazionali di malattia e di mortalità. Mise in rilievo che i decessi
prematuri erano per la stragrande maggioranza dovuti a tre fattori: incidenti,
soprattutto automobilistici; affezioni cardiache e cancro polmonare, che i
medici notoriamente non sono in grado di guarire; e suicidi e omicidi,
fenomeni che esulano dall'ambito medico. Il ministro auspicava perciò un
ridimensionamento delle prestazioni mediche e la ricerca di nuovi metodi per
affrontare il problema della salute. Il compito di proteggere, ristabilire o
consolare coloro che sono resi infermi dalle deleterie condizioni ambientali e
di vita tipiche del Canada odierno venne allora assunto da tutta una serie di
professioni vecchie e nuove. Gli architetti scoprirono la missione di migliorare
la salute dei canadesi; la sorveglianza sui cani randagi risultò essere un
problema interdipartimentale, che richiedeva nuovi specialisti. Una nuova
articolata biocrazia sottopose ad ancor più intenso controllo gli organismi
dei canadesi, con una sistematicità che la vecchia iatrocrazia sarebbe stata
incapace d'immaginare. Lo slogan “Meglio spender soldi per star bene che per
pagare il medico quando si sta male” si può ormai riconoscere per quello che
è: il richiamo di nuove meretrici che vogliono attirare su di sé il denaro dei
clienti.
Di
una dinamica dello stesso tipo offre un esempio la pratica della medicina negli
Stati Uniti. Qui l'attuazione di un sistema coordinato per la cura della salute
divora somme sempre più gigantesche senza peraltro dimostrarsi particolarmente
efficace. Nel 1950 un lavoratore medio destinava annualmente all'assistenza
sanitaria professionale meno di due settimane del proprio salario; nel 1976 il
rapporto era salito aggirandosi tra le cinque e le sette settimane di
retribuzione: quando si compra una nuova Ford si spende di più per l'igiene dei
lavoratori che per il metallo incorporato nell'auto. Tuttavia, malgrado tanti
provvedimenti e tante spese, la speranza di vita della popolazione maschile
adulta non è aumentata in misura apprezzabile nel corso degli ultimi cento
anni. Essa è inferiore a quella di molti paesi poveri e negli ultimi venti anni
non ha fatto che diminuire, lentamente ma costantemente.
Là
dove il tasso di malattia è cambiato in meglio, il miglioramento è dovuto
soprattutto all'adozione di un modo di vivere più sano, specie sotto
l'aspetto dell'alimentazione. In piccola misura, anche le vaccinazioni e il
ricorso automatico a rimedi semplici come gli antibiotici, i contraccettivi e
gli aspiratori Carman hanno contribuito alla diminuzione di certi stati morbosi.
Ma questi interventi non comportano la necessità di prestazioni professionali.
Non è attaccandosi ancora di più alla professione medica che la gente può
star meglio in salute, e tuttavia molti medici cosiddetti “radicali”
invocano proprio una più estesa biocrazia. Non si rendono conto, evidentemente,
che pretendere di “risolvere i problemi” della gente in maniera più
“razionale” significa agire al suo posto, spogliarla della decisione, sia
pure nell'intento di assicurare una presunta maggiore uguaglianza.
La
terza strategia intesa a far sopravvivere le professioni dominanti è la più
recente delle mode radicali. Mentre i profeti degli anni '60 sul limitare
dell'Abbondanza vaticinavano un mirabile Sviluppo, questi fabbricanti di miti
predicano l'autoassistenza del cliente professionalizzato.
Soltanto
negli Stati Uniti, tra il 1965 e il 1976 sono usciti circa 2700 libri che
insegnano come essere pazienti di se stessi in modo da aver bisogno del medico
solo quando per lui ne valga la pena. Alcuni testi consigliano un vero e proprio
corso di addestramento all'automedicazione e vorrebbero che solo chi avesse
superato il relativo esame finale fosse autorizzato a comprare aspirina e a somministrarla
ai propri bambini. Altri testi propongono che i pazienti professionalizzati
beneficino di tariffe preferenziali negli ospedali e di sconti sui premi
d'assicurazione. Soltanto alle donne fornite di abilitazione a partorire in
casa dovrebbe essere concesso di mettere al mondo i loro figli fuori d'un
ospedale (anche perché, al caso, queste madri professioniste potrebbero
rispondere esse stesse, di fronte alla legge, di eventuali incidenti dovuti a
negligenza). Secondo una proposta “radicale” che mi è capitato di vedere,
questa abilitazione al parto dovrebbe essere rilasciata da una commissione
composta non da medici bensì da femministe.
Sotto
l'insegna dell'autoassistenza c'è il sogno professionale di radicare in
profondità qualunque gerarchia di bisogni. Chi attualmente lo promuove è la
nuova tribù degli esperti in autoassistenza, che hanno preso il posto degli
esperti in sviluppo degli anni '60. Il loro obiettivo è la
professionalizzazione universale del cliente. Gli esperti americani
dell'edilizia che lo scorso autunno hanno invaso Città del Messico sono un buon
esempio di questa nuova crociata. Un paio d'anni fa un professore d'architettura
di Boston venne a passare le vacanze in Messico, e un mio amico messicano lo
portò a vedere la nuova città che, in poco più d'un decennio, è cresciuta
dietro l'aeroporto della capitale. Questa comunità, che prima era un piccolo
agglomerato di capanne, si è improvvisamente sviluppata fino a contare tre
volte più abitanti di Cambridge del Massachusetts. Il mio amico, pure lui
architetto, voleva mostrare al collega i mille esempi dell'ingegnosità contadina
in fatto di disegni, strutture, e utilizzazione dei rifiuti, tutti esempi non
contemplati nei manuali e quindi non derivati da essi. Naturalmente, alla vista
di quelle brillanti invenzioni con cui dei dilettanti sono riusciti a far
funzionare una borgata di due milioni di abitanti, il collega bostoniano scattò
centinaia di rullini di pellicola. Le fotografie furono debitamente studiate a
Cambridge; e l'anno non era ancora finito che già specialisti statunitensi
appena sfornati dai corsi di architettura comunitaria si affaccendavano a
insegnare alla gente di Ciudad Netzahualcoyotl quali fossero i suoi problemi,
i suoi bisogni e le relative soluzioni.
L'opposto
della carenza, del bisogno e della povertà definiti col metro delle
professioni è la sussistenza di tipo moderno. Il termine “economia di
sussistenza” è oggi generalmente usato per indicare una forma di
sopravvivenza di gruppo che è marginale quanto alla dipendenza dal mercato, e
nella quale la gente produce ciò che utilizza per mezzo di strumenti
tradizionali e nel quadro di un'organizzazione sociale ereditata che spesso,
tramandandosi, non subisce alcuna revisione. Io propongo di recuperare questo
termine in un senso moderno, chiamando “sussistenza moderna” il modo di
vita predominante in un'economia post-industriale in cui la gente sia riuscita
a ridurre la propria dipendenza dal mercato, e ci sia arrivata proteggendo -
con mezzi politici - una infrastruttura dove le tecniche e gli strumenti servano
in primo luogo a creare valori d'uso non quantificati né quantificabili dai
fabbricanti professionali di bisogni. Ho sviluppato altrove (nel libro La
convivialità) una teoria di questi strumenti, proponendo di chiamare
“strumento conviviale” ogni attrezzatura orientata verso la produzione di
valori d'uso. E ho anche mostrato come l'inverso della progressiva povertà
modernizzata sia un'austerità conviviale risultante da una scelta politica che
salvaguardi la libertà e l'equità nell'uso ditali strumenti.
Riattrezzare
la società contemporanea con strumenti conviviali e non più industriali
comporta uno spostamento d'accento nella nostra lotta per la giustizia
sociale; comporta una subordinazione, in forme da trovare, della giustizia
distributiva alla giustizia partecipativa. In una società industriale, gli
individui sono educati alla massima specializzazione. Diventano impotenti a
formulare o a soddisfare i propri bisogni. Dipendono, quanto ai beni di consumo,
da gestori che firmano la prescrizione per loro. Il diritto alla diagnosi del
bisogno, alla prescrizione della terapia e, in genere, alla distribuzione dei
beni predomina nell’etica come nella politica e nella legislazione. Questo primato
riconosciuto al diritto di vedersi attribuire delle necessità riduce a un
fragile lusso la liberà di imparare, di guarire, di muoversi autonomamente. In
una società conviviale avverrebbe il contrario. La tutela dell'equità
nell’esercizio delle libertà personali sarebbe la preoccupazione dominante di
una società fondata su una tecnologia radicale, dove la scienza e la tecnica
fossero poste al servizio di una più efficace creazione di valore d'uso.
Ovviamente una simile libertà non avrebbe alcun senso se non fosse basata su un
uguale diritto di accesso alle materie prime, agli strumenti e ai servizi
comuni. Come il cibo, il combustibile, l'aria pura o lo spazio vitale, così
gli attrezzi o i posti di lavoro non possono essere distribuiti equamente se non
razionandoli senza riguardo per i bisogni attribuiti, cioè stabilendo un uguale
limite massimo per giovani e vecchi, per l'handicappato come per il presidente.
Una società improntata alla tutela di una uguale disponibilità di strumenti
moderni ed efficaci per l'esercizio delle libertà produttive non può esistere
se i beni e le risorse su cui poggia l'esercizio ditali libertà non sono
ugualmente ripartite fra tutti.