La
menomazione che, con l'egemonia delle professioni, colpisce il cittadino è
consolidata dalla potenza dell'illusione. Le speranze di salvezza un tempo
riposte nelle credenze religiose cedono il posto a una fiduciosa attesa nei
confronti dello Stato, supremo dispensatore di servizi professionali. Ognuno dei
molteplici cleri accampa la propria competenza a definire le difficoltà della
gente in termini di specifici problemi risolvibili attraverso una qualche
prestazione di servizi. Nel momento in cui si riconosce tale pretesa, il profano
è legittimato ad accettare docilmente le carenze che gli vengono imputate, e il
suo mondo si trasforma in una cassa di risonanza dei bisogni. Il soddisfacimento
delle scelte autonomamente definite e perseguite viene sacrificato
all'appagamento di bisogni indotti.
Basta
osservare il profilo delle nostre città per vedervi riflesso questo dominio dei
bisogni fabbricati e amministrati: giganteschi edifici adibiti a servizi proféssionali
incombono su masse di persone che fanno la spola tra l'uno e l'altro in un
ininterrotto pellegrinaggio alle nuove cattedrali della salute,
dell'istruzione e dell'esistenza. Le case “sane” in queste città, sono
quegli appartamenti asettici dove uno non può né nascere né star malato né
morire decentemente. Il vicino soccorrevole è una specie in via di estinzione,
come il medico disposto a far visite a domicilio.
Spariscono
i luoghi di lavoro propizi all'apprendistato, sostituiti da opachi dedali di
corridoi dove l'accesso è consentito solo ai dipendenti che portino appuntato
al bavero della giacca il proprio “documento d'identità aziendale” in
plastica. La città di questa popolazione tramutata in soggetto di assistenza
è un mondo dove tutto è organizzato in funzione della erogazione di servizi.
La
dipendenza dai bisogni imputabili, che è ormai predominante fra i popoli
ricchi e che esercita un fascino paralizzante sui poveri, sarebbe sicuramente
irreversibile se tra gli uomini e i “bisogni” ad essi attribuiti esistesse
una reale corrispondenza. Ma non è così. Al di là d'un certo grado d'intensità,
la medicina produce impotenza e malattia; l'istruzione diventa il massimo
generatore di una divisione menomante del lavoro; i sistemi di trasporto veloce
trasformano gli abitanti delle città in passeggeri per circa un sesto delle
loro ore di veglia, e per un altro sesto in forzati che lavorano per pagare
Agnelli, la Esso e la società delle autostrade. La soglia oltre la quale la
medicina, l'istruzione e i trasporti diventano strumenti controproducenti è
stata raggiunta in tutti i paesi del mondo che abbiano un livello di reddito
pro capite almeno pari a quello di Cuba. In tutti questi paesi, contrariamente
alle illusioni diffuse dalle ideologie ortodosse, vuoi d'Occidente vuoi
d'Oriente, tale controproduttività specifica non ha nulla a che fare con il
tipo di scuola, di veicolo o di organizzazione sanitaria attualmente in uso si
sviluppa infatti ogni volta che, nel processo di produzione, l'intensità di
capitale supera una certa soglia critica.
Le
nostre principali istituzioni hanno acquisito il misterioso potere di
ribaltare le finalità per le quali erano state originariamente concepite e sono
finanziate. Sotto la guida delle professioni più prestigiose, i nostri
strumenti istituzionali ottengono come loro principale prodotto una paradossale
controproduttività: la sistematica menomazione dei cittadini/Una città
imperniata sullo scorrimento a motore diventa inadatta per le gambe, e non c'è
aumento del numero delle ruote che possa rimediare alla forzata immobilità
degli arti, resi paralitici. Il sovrappiù di merci e di servizi paralizza
l'azione autonoma. Non ne deriva però soltanto una perdita secca delle
soddisfazioni non compatibili con l'era industriale: l'incapacità di produrre
valori d'uso finisce col rendere inefficaci e controindicati gli stessi prodotti
che avrebbero dovuto surrogarli. L'automobile, il sistema sanitario, la
scuola, il management si tramutano allora in perniciose nocività per il
consumatore e non arrecano più alcun beneficio se non a chi fornisce i servizi.
Perché
allora non ci si ribella a questo moto di deriva della società industriale
avanzata, che la porta a compattarsi in un unico sistema di erogazione di
servizi? La spiegazione principale sta nel potere, che tale sistema possiede,
di generare illusioni. Oltre a compiere atti concreti sui corpi e sulle menti,
le istituzioni professionalizzate funzionano anche come potenti rituali,
generatori di fede nelle cose che i loro gestori promettono. Oltre a insegnare a
Pierino a leggere, le scuole gli insegnano anche che imparare dai professori
è “meglio” e che, senza l'obbligo scolastico, i poveri leggerebbero meno
libri. Oltre a servire come mezzo di locomozione, l'autobus, non meno dell'auto
privata, rimodella l'ambiente e bandisce l'uso delle gambe. Oltre ad aiutare a
evadere il fisco, i consulenti legali inculcano l'idea che le leggi risolvano
i problemi. Una parte sempre crescente delle funzioni svolte dalle nostre
maggiori istituzioni consiste nel coltivare e rafforzare tre specie di
illusioni, per effetto delle quali il cittadino si tramuta in un cliente che
attende la propria salvezza unicamente dall'opera degli esperti.
La
prima illusione asservitrice è l'idea che l'uomo nasca per consumare e che
possa raggiungere qualunque scopo acquistando beni e servizi. Questa illusione
deriva da una coltivata cecità riguardo all'importanza che hanno i valori d'uso
nel quadro di una economia. In nessuno dei modelli economici oggi seguiti è
prevista una variabile che tenga conto dei valori d'uso non negoziabili, e
neanche una variabile che consideri il perenne apporto della natura. E
tuttavia non c e sistema economico che non crollerebbe di colpo qualora la
produzione dei valori d'uso si contraesse oltre un certo limite: per esempio
se le faccende domestiche fossero svolte dietro retribuzione o se si facesse
l'amore soltanto a pagamento. Ciò che la gente compie o fabbrica senza alcuna
intenzione o possibilità di farne commercio è altrettanto incommensurabile e
inestimabile per il mantenimento di un sistema economico quanto l'ossigeno che
essa respira.
L'illusione
che i modelli economici possano ignorare i valori d'uso nasce dalla convinzione
che quelle attività che noi designiamo con verbi intransitivi si possono
sostituire indefinitamente con dei prodotti predisposti da istituzioni e che
si indicano con un sostantivo: “l'istruzione”al posto di “io apprendo”,
“l'assistenza sanitaria” per “io guarisco”, “i trasporti” per “io
mi muovo”, .”la televisione” per “io mi diverto”.
La
confusione tra valori personali e valori standardizzati si è diffusa in quasi
tutti i campi. Sotto l'impero delle professioni, i valori d'uso si dissolvono,
diventano obsoleti e finiscono col perdere il loro carattere specifico. L'amore
e l'assistenza istituzionale appaiono concetti interscambiabili. Dieci anni di
concreta conduzione di un podere, gettati in un frullatore pedagogico,
risultano equivalenti a un diploma d'istituto tecnico. Cose raccolte a caso e
nate nella libertà della strada vengono aggiunte a titolo di “esperienza
educativa” a quelle versate nella testa degli allievi. Sembra che i contabili
del sapere non si rendano conto che le due cose, come l'olio e l'acqua, si
mescolano solo finché le emulsiona la tipica mentalità dell'“educatore”.
Ma se noi per primi non fossimo affascinati da questa sorta di avida credenza,
le bande degli zelanti creatori di bisogni non potrebbero continuare a
tartassarci e a profondere le nostre risorse nei loro esperimenti, nelle loro
reti e nelle altre loro miracolose soluzioni.
L'utilità
delle merci, ovvero dei beni e servizi di serie, è soggetta a due limiti
intrinseci, che non vanno confusi tra loro. Un limite è che prima o poi le code
bloccheranno il funzionamento di ogni sistema che genera bisogni a ritmo più
rapido dei prodotti destinati ad appagarli; l'altro è che prima o poi la
dipendenza dalle merci condizionerà in tal modo i bisogni da paralizzare ogni
capacità di produzione autonoma nel campo in questione. L'utilità delle merci
ha cioè i suoi limiti nella congestione e nella paralisi. Entrambe sono
risultati del supersviluppo in qualunque campo di produzione, ma di tipo molto
diverso fra loro. La congestione, che mostra sino a che punto le merci possano
diventare d'impaccio a se stesse, spiega perché l'auto privata non è più di
alcuna utilità per spostarsi in Manhattan; però non spiega perché la gente si
ammazzi dal lavoro per pagare le rate e i premi d'assicurazione per automobili
che non servono a spostarla. E ancora meno la congestione, da sola, spiega perché
la gente arrivi a dipendere dai veicoli in misura tale da finire paralizzata e
non saper più usare le proprie gambe.
Se
la gente diventa prigioniera di un'accelerazione che consuma tempo, di
un'istruzione che inebetisce e di una medicina che rovina la salute è perché,
oltre una certa soglia d'intensità, la dipendenza da una lista di beni
industriali e di servizi professionali distrugge le potenzialità umane, in
una maniera tutta specifica. Solo fino a un certo punto le merci possono
sostituire ciò che la gente compie o fabbrica per conto proprio. Solo entro
certi limiti i valori di scambio possono rimpiazzare soddisfacentemente i
valori d'uso. Al di là di tale soglia, ogni ulteriore produzione di merci
arreca beneficio solo al produttore professionale - che ne imputa il bisogno
al consumatore - mentre lascia il consumatore stordito e disorientato, anche
se più fornito. Il piacere che si prova non nel mero pagamento ma nella
soddisfazione di un bisogno è connesso in misura significativa al ricordo di
un'azione personale autonoma; esistono dei limiti oltre i quali la
proliferazione delle merci altera nel consumatore proprio questa facoltà di
realizzarsi agendo.
Nel
ricevere unicamente prodotti bell'e fatti, che non lasciano alcun margine di
azione da parte sua, il consumatore non può che restarne paralizzato. La
misura del benessere di una società non è mai pertanto un'espressione
algebrica nella quale i due modi di produzione, l'autonomo e l'eteronomo, si
equivalgono, bensì sempre un equilibrio che si ha quando i valori d'uso e le
merci si combinano in fruttuosa sinergia. Solo fino a un certo punto la
produzione eteronoma di una merce può valorizzare e integrare la realizzazione
autonoma del fine personale corrispondente; superato tale punto, la sinergia tra
i due modi di produzione si rivolge paradossalmente contro lo scopo a cui
miravano sia il valore d'uso che la merce. E un fatto, questo, che talvolta non
viene percepito perché il movimento ecologico, nella sua principale
espressione, tende a far perdere di vista il punto.
L'opposizione
alle centrali nucleari, per esempio, è stata generalmente motivata col pericolo
delle radiazioni o col rischio di una eccessiva concentrazione di potere nelle
mani dei tecnocrati: ma ben di rado, finora, si è osato criticarle per il
loro apporto alla già eccessiva quantità di energia disponibile. Misconoscendo
il fatto che tale sovrabbondanza di energia è socialmente distruttiva in
quanto paralizza l'azione dell'uomo, si continua a reclamare una produzione
energetica semplicemente diversa anziché, come si dovrebbe, minore. Allo
stesso modo sono ancora largamente ignorati gli inesorabili limiti alla crescita
che sono insiti in qualunque ente erogatore di servizi; eppure dovrebbe essere
ormai evidente che l'istituzionalizzazione della cura della salute tende a
trasformare le persone in marionette malate e che l'educazione a vita non può
che generare una cultura buona per gente programmata. L'ecologia potrà
fornire un punto di riferimento nel cammino verso una forma di modernità
vivibile solo quando ci si renderà conto che un ambiente modellato dall'uomo in
funzione delle merci riduce a tal punto le reattività dell’individuo che le
merci stesse perdono qualsiasi valore come mezzo di soddisfazione personale.
Senza questa consapevolezza, può accadere che grazie a una tecnologia industriale
più pulita e meno aggressiva si raggiungano livelli di opulenza frustrante
oggi inconcepibili.
Sarebbe
sbagliato attribuire la controproduttività essenzialmente alle “esternalità”
dello sviluppo economico, quali il depauperamento delle risorse, l'inquinamento
e le varie forme di congestione. Ciò significherebbe confondere la
congestione, per cui le cose si intralciano fra loro, con la paralisi della
persona che non può più esercitare la propria autonomia in un ambiente fatto
per le cose. La ragione fondamentale, per cui un'elevata intensità di mercato
porta inesorabilmente alla controproduttività, va vista nel tipo di monopolio
che le merci esercitano sulla formazione dei bisogni umani. Tale monopolio
supera di gran lunga ciò che s'intende di solito con questo termine. Un
monopolio commerciale si limita ad imporre al mercato una determinata marca di
whisky o di automobili. Un cartello industriale può restringe re ulteriormente
la libertà, per esempio appropriandosi di tutti i mezzi di trasporto collettivo
per favorire lo sviluppo della motorizzazione privata, come fece la Generai
Motors comprando i tram di Los Angeles. Al primo si può sfuggire bevendo rum,
al secondo girando in bicicletta. Tutt'altra cosa è invece quello che io
definisco col termine “monopolio radicale”, e che consiste nella
sostituzione di un prodotto industriale o di un servizio professionale a una
attività utile cui la gente si dedica o vorrebbe dedicarsi. Un monopolio
radicale paralizza l'attività autonoma, a vantaggio della prestazione
professionale. Più i veicoli dislocano la gente, più diventa necessario
l'intervento di regolatori del traffico e più la gente perde la facoltà di
tornarsene a casa a piedi. Quand'anche i motori fossero alimentati con energia
solare e i veicoli fossero fatti d'aria, questo monopolio radicale continuerebbe
a sussistere essendo inseparabile dalla circolazione ad alta velocità. Più a
lungo una persona resta sotto la cappa del sistema educativo, meno avrà tempo
e voglia di curiosare e di riflettere criticamente. In qualunque campo, a un
certo punto l'abbondanza dei beni offerti al consumo rende l'ambiente così
inadatto all'azione personale che l'eventuale sinergia tra i valori d'uso e le
merci diventa negativa. Si instaura allora una controproduttività paradossale,
specifica. E questo il termine col quale io definisco tutti i casi in cui l'impotenza
conseguente alla sostituzione di un valore d'uso con una merce tramuta
quest'ultima in un disvalore ai fini di quella soddisfazione che dovrebbe
fornire.
L'uomo
cessa di essere riconoscibile come tale quando non è più in grado di dar forma
ai propri bisogni mediante l'uso più o meno abile degli strumenti che gli sono
forniti dalla sua cultura. Per tutto il corso della storia, questi strumenti
sono stati per lo più attrezzi ad alta intensità di lavoro, adoperabili per
procurare soddisfazione a chi se ne serviva, e che venivano impiegati per una
produzione domestica; solo marginalmente le pale e i martelli venivano usati
per altri scopi, quali potevano essere la costruzione di una piramide, la
fabbricazione di un sovrappiù destinato allo scambio di doni, o, ancor meno
di frequente, la produzione di beni da vendere. Le occasioni di ricavare
profitti erano limitate; si lavorava soprattutto per creare valori d'uso non
destinati allo scambio. Ma il progresso tecnologico è stato tenacemente
applicato alla realizzazione di un tutt'altro tipo di strumento: uno strumento
volto in primo luogo a produrre merci vendibili.
Si
cominciò con la rivoluzione industriale, quando la nuova tecnologia ridusse
il lavoratore al robot chapliniano di Tempi moderni. In questa prima fase, però,
il modo di produzione industriale non arrivava ancora a paralizzare la gente
fuori del luogo di lavoro. Gli uomini e le donne d'oggi, invece, che ormai
dipendono quasi in tutto dalla distribuzione di frammenti standardizzati
prodotti mediante strumenti azionati da altra gente anonima, non trovano più
nell'uso degli strumenti quella soddisfazione diretta, personale, che ha
stimolato l'evoluzione dell'umanità e delle sue culture. Mentre i loro
bisogni e i loro consumi si sono moltiplicati di molte volte rispetto al
passato, è diventata rara fra loro la soddisfazione nel maneggio degli
strumenti, ed essi non vivono più quella vita in funzione della quale ha preso
forma il loro organismo. Nel migliore dei casi sono ridotti a sopravvivere,
pur se circondati di sfarzo. Il corso della loro esistenza è diventato una
catena di bisogni, di volta in volta saziati al fine di suscitare nuovi bisogni
e la necessità di appagarli. Con questa riduzione dell'uomo a consumatore passivo,
si finisce col perdere persino il senso della differenza fra il vivere e il
sopravvivere. Al gusto della vita si sostituisce la scommessa
dell'assicurazione, la trepida attesa di razioni e terapie. In un simile
ambiente diventa facile dimenticare che soddisfazione e gioia possono aversi
solo sin quando, nel proseguimento di un fine, vitalità personale e
provvidenze tecniche restino in equilibrio.
L'idea
che gli strumenti di cui si servono le istituzioni di mercato possono
distruggere impunemente le condizioni che permettono l'uso personale di mezzi
conviviali è una illusione, che riesce a soffocare ogni “vitalità” presentando
il progresso tecnologico come un fatto che autorizza e impone un sempre maggior
dominio delle professioni. Questa illusione induce a credere che gli strumenti,
per acquisire efficacia nel perseguimento di un fine specifico, non possano che
diventare sempre più complessi e arcani, come per esempio le cabine di guida
degli aerei o le gru. Si pensa perciò che gli strumenti moderni richiedano necessariamente
operatori speciali, dotati d'un elevatissimo addestramento, e che soltanto in
questi operatori si possa riporre piena fiducia. In realtà, di solito è vero
proprio il contrario, e per forza. Quanto più le tecniche si moltiplicano è
accrescono la loro specificità, tanto meno complessa diventa, spesso, la
valutazione che presiede al loro impiego. La fiducia del cliente, sulla quale
si fondava l'autonomia del libero professionista come anche dell'artigiano,
neppure essa è più richiesta. Per quanti passi avanti la medicina abbia fatto,
rispetto al totale degli atti medici sono soltanto una minuscola frazione quelli
che richiedono, a una persona di media intelligenza, una preparazione
particolarmente sviluppata. Da un punto di vista sociale, il titolo di
“progresso tecnico” dovrebbe essere riservato ai casi in cui nuovi strumenti
accrescano la capacità e l'efficienza di una più vasta massa di persone, e
in particolare permettano una più autonoma produzione di valori d'uso.
Il
monopolio professionale che si estende sulla nuova tecnologia non è affatto
inevitabile. Le grandi invenzioni dell'ultimo secolo, quali i nuovi metalli, i
cuscinetti a sfera, certi materiali da costruzione, l'elettronica, certi procedimenti
di analisi e certi medicamenti, sono suscettibili di accrescere il potere di
entrambi i modi di produzione, di quello eteronomo come di quello autonomo. Di
fatto però la nuova tecnologia non è stata per lo più incorporata nella
strumentazione conviviale, ma in confezioni e in complessi istituzionali. Messa
pressoché costantemente al servizio della produzione industriale, grazie alla
sua indubbia capacità di recare vantaggio a chi la gestisce la tecnologia ha
consentito ai professionisti di instaurare un monopolio radicale. La
controproduttività indotta dalla paralisi nella produzione di valori d'uso
trova incremento in questo modo di concepire il progresso tecnologico.
Non
esiste alcun “imperativo tecnologico” che, di per sé, imponga che i
cuscinetti a sfera vengano impiegati nei veicoli a motore o che l'elettronica
venga usata per controllare il funzionamento del cervello. Le istituzioni in
cui si traducono il traffico ad alta velocità o la tutela della salute mentale
non sono conseguenze necessarie del cuscinetto a sfere o del circuito
elettronico; le loro funzioni sono determinate dai bisogni che si presume
dovrebbero soddisfare: bisogni che, in grandissima misura, sono definiti,
imputati e rafforzati dalle professioni menomanti. E questo un punto che sembra
sfuggire ai giovani turchi radicali attivi nelle professioni allorché essi
giustificano la propria fedeltà alle istituzioni presentandosi come sacerdoti
investiti dal popolo della missione di addomesticare il progresso tecnologico.
La
medesima soggezione a tale idea del progresso fa sì che la progettazione sia
intesa soprattutto come un contributo all'efficienza delle istituzioni. Alla
ricerca scientifica si destinano abbondanti finanziamenti, ma solo se può
essere applicata a scopi militari o se serve a consolidare il dominio
professionale. Le leghe metalliche che permettono di fabbricare biciclette più
robuste e leggere sono un frutto indiretto di studi orientati alla produzione di
aviogetti più veloci e di armi più micidiali. Ma i risultati della ricerca si
riversano quasi esclusivamente sull'attrezzatura industriale, sicché macchine
già enormi diventano ancora più complesse e imperscrutabili per il profano. Da
questo orientamento cui si ispirano scienziati e tecnici esce rafforzata una
tendenza già pesante: i bisogni che richiedono un'attività autonoma vengono
misconosciuti, mentre si moltiplicano quelli che comportano l'acquisto di merci.
Gli strumenti conviviali che facilitano il godimento individuale dei valori
d'uso - e che richiedono poca o punta supervisione amministrativa, medica o
poliziesca - non trovano più posto che ai due estremi: nella maggior parte del
mondo, ormai, le due sole categorie di persone che vanno in bicicletta sono i
lavoratori poveri dell'Asia e gli studenti e i professori dei paesi ricchi.
Forse senza rendersi conto della propria fortuna, gli uni e gli altri si godono
la libertà da questa seconda illusione.
Da
qualche tempo, certi gruppi di professionisti, alcuni enti governativi e
organizzazioni internazionali si sono messi a studiare, elaborare e
caldeggiare una tecnologia intermedia, su piccola scala. Si potrebbe pensare
che questi sforzi siano volti a eliminare le più smaccate sconcezze
dell'imperativo tecnologico. Ma, in grandissima parte, questa nuova tecnologia
intesa a consentire che la gente faccia da sé nel campo della salute,
dell'istruzione, della costruzione delle case, non è che un diverso modello
di offerta di merci ad alta intensità di dipendenza. Si chiede per esempio agli
esperti di progettare un nuovo tipo di armadietto per medicinali che permetta
alle famiglie di seguire le direttive impartite dal medico via telefono. Si
insegna alle donne a esaminarsi da sole il seno al fine di dar lavoro al
chirurgo. Ai cubani si danno ferie pagate perché possano montarsi in proprio le
case prefabbricate prodotte in serie dall'industria. L'allettante prestigio dei
prodotti professionali finisce, man mano che si abbassa il loro costo, col
rendere ricchi e poveri sempre più simili tra loro. Tanto i boliviani quanto
gli svedesi si sentono ugualmente arretrati, diseredati e sfruttati nella misura
in cui imparano senza la supervisione di professori, stanno in buona salute
senza il check-up di un medico e si muovono senza l'ausilio di una stampella
motorizzata.
La
terza illusione menomante consiste nell'affidare agli esperti l'incarico di
fissare un limite alla crescita. Si suppone che intere popolazioni,
socialmente condizionate a provare bisogni a comando, non attendano altro che di
sentirsi dire di che cosa non hanno bisogno. Gli stessi agenti multinazionali
che per una generazione hanno imposto ai ricchi come ai poveri un modello
internazionale di contabilità, di deodorante, di consumo d'energia, patrocinano
ora il Club di Roma. Docilmente l'Unesco si accoda e addestra specialisti
nell'imputazione di bisogni su scala regionale. Così, in nome del loro presunto
bene,i ricchi vengono programmati a sobbarcarsi nei propri paesi un dominio
professionale più costoso, e a riconoscere ai poveri bisogni di tipo più
economico e frugale. I più intelligenti dei nuovi professionisti sanno
benissimo che la penuria crescente porterà a una sempre maggiore accentuazione
dei controlli sui bisogni: non a caso l'impiego più prestigioso, oggigiorno,
è la pianificazione centralizzata del decentramento ottimale della
produzione. Ma il fatto di cui ancora non ci si rénde conto è che attendersi
la salvezza da una limitazione decretata dai professionisti significa far
confusione tra libertà e diritti.
In
ognuna delle sette regioni in cui l'Onu ha diviso il mondo si sta, addestrando
un nuovo clero destinato a predicare il particolare stile d'austerità
disegnato dai nuovi progettisti di bisogni. Specialisti in “presa di
coscienza”battono le comunità locali incitando la gente a raggiungere gli
obiettivi di produzione decentrata che le sono stati assegnati. Mungere la
capretta di famiglia era una libertà fino a quando una pianificazione più
spietata non ne ha fatto un dovere, per contribuire al PNL.
La
sinergia tra produzione autonoma e produzione eteronoma si rispecchia
nell'equilibrio che una società mantiene tra libertà e diritti. Le libertà
proteggono i valori d'uso come i diritti tutelano l'accesso alle merci. E come
le merci possono distruggere la possibilità di creare valori d'uso e tramutarsi
in ricchezza depauperante, così la definizione professionale dei diritti può
soffocare le libertà e instaurare una tirannide che seppellisce la gente sotto
i suoi diritti.
La
confusione appare particolarmente evidente se pensiamo agli esperti della
salute. La salute comprende due aspetti: libertà e diritti. Essa designa quella
zona di autonomia entro la quale una persona governa i propri stati biologici
e le condizioni del proprio ambiente immediato. In parole povere, la salute
s'identifica con il grado di libertà vissuta. Di conseguenza, coloro che si
occupano del bene pubblico dovrebbero adoperarsi a garantire un'equa
distribuzione della salute come libertà, che a sua volta dipende da condizioni
ambientali realizzabili soltanto con interventi politici organizzati. Oltre
una certa soglia d'intensità, l'assistenza sanitaria professionale, per
equamente distribuita che sia, non può che soffocare la salute in quanto libertà.
In questo senso fondamentalmente la cura della salute è una questione di
adeguata salvaguardia della libertà.
Un
siffatto concetto della salute implica, è evidente, un rispetto di principio
delle libertà inalienabili. Per ben comprendere questo punto, occorre
distinguere chiaramente tra libertà civile e diritti civili. La libertà di
agire senza che l'autorità frapponga ostacoli ha una portata più vasta dei
diritti civili che lo Stato può promulgare per garantire a ognuno uguali
possibilità di ottenere certi beni e servizi.
Di
regola le libertà civili non costringono gli altri ad agire secondo i desideri
di terzi. Io sono libero di parlare e di rendere pubbliche le mie opinioni, ma
nessun giornale è obbligato a stamparle e nessuno dei miei concittadini è
tenuto a leggerle. Io sono libero di dipingere la bellezza così come pare a me,
ma nessun museo ha l'obbligo di comprare i miei quadri. Contemporaneamente però
lo Stato, quale garante della libertà, può emanare ed emana leggi che
proteggano quell'uguaglianza dei diritti senza la quale i suoi membri non
potrebbero godere delle proprie libertà. Tali diritti danno un senso e una
realtà all'uguaglianza, mentre le libertà danno possibilità e forme alla
libertà. Un modo sicuro per sopprimere le libertà di parlare, d'imparare, di
guarire, di curare, è quello di delimitarle trasformando i diritti civili in
doveri civili. La terza illusione consiste appunto nel credere che la rivendicazione
pubblica dei diritti porti senz'altro a salvaguardare le libertà. Di fatto,
quanto più una società affida ai professionisti l'autorità legale di
definire i diritti, tanto più le libertà dei cittadini si dissolvono.