Queste
minoranze già si rendono conto che, come tutte le forme di vita culturale
autoctona, esse sono minacciate dai megastrumenti che espropriano
sistematicamente le condizioni ambientali propizie all'autonomia individuale e
di gruppo. Perciò, senza far chiasso, decidono di difendere l'utilità dei
loro corpi, delle loro memorie e dei loro talenti. Poichè il rapido
moltiplicarsi dei bisogni attribuiti genera forme di dipendenza sempre nuove e
sempre nuove categorie di povertà modernizzata, le odierne società industriali
stanno diventando dei conglomerati interdipendenti di clientele, degli insiemi
di maggioranze, contrassegnate da stigmate burocratiche. In questa massa di
cittadini paralizzati dai mezzi di trasporto, resi insonni dagli orari,
avvelenati dalla terapia ormonica, ammutoliti dagli altoparlanti, intossicati
dagli alimenti, alcuni costituiscono minoranze organizzate e attive. Per ora
questi gruppi hanno appena cominciato a formarsi e ad unirsi per esprimere
pubblicamente il loro dissenso; ma soggettivamente sono pronti a chiudere
un'epoca. Solo che un'epoca non è veramente liquidata se non quando ha avuto un
nome. lo propongo di chiamare quest'ultimo quarto di secolo: l'Era delle
professioni menomanti. Scelgo questa denominazione perché è impegnativa per
chi la usa. Mette infatti in luce le funzioni antisociali svolte dai fornitori
meno contestati: gli educatori, i medici, gli specialisti di assistenza sociale,
gli scienziati. Nello stesso tempo mette sotto accusa la passività dei
cittadini che si sono sottomessi come clienti a questa poliedrica schiavitù.
Parlare del potere delle professioni menomanti significa costringere le loro
vittime (lo studente a vita, il 'caso' ginecologico, il consumatore) a
riconoscere la propria connivenza con i rispettivi gestori. Definendo gli anni
Sessantaq l’apogeo del “solutore di problemi”, si evidenzia nello stesso
tempo la tronfia presunzione delle nostre élites universitarie e l'avida
dabbenaggine delle loro vittime.
Ma non basta smascherare e denunciare i fabbricanti dell'immaginazione sociale e dei valori culturali: definendo l'ultimo venticinquennio l'Era della dominazione professionale, si vuoi fare qualcosa di più, si vuole proporre una strategia. E’ necessario infatti andare al di là di una diversa distribuzione, fatta dagli esperti, di merci dispendiose, irrazionali e paralizzanti, al di là del marchio di garanzia del professionismo radicale, al di là della saggezza convenzionale degli odierni “uomini in gamba”. Questa strategia esige né più né meno che lo smascheramento dell'ethos professionale. La credibilità dell'esperto, sia scienziato, terapista o manager, è il tallone d'Achille del sistema industriale. E quindi soltanto quelle iniziative civiche e quelle tecnologie radicali che si oppongano direttamente all'insinuante dominio delle professioni menomanti aprono la via al libero esercizio di competenze non gerarchiche, basate sulla comunità. La fine dell'attuale ethos professionale è condizione necessaria perché emerga un nuovo rapporto tra i bisogni, gli strumenti contemporanei e la soddisfazione degli individui. E il primo passo in questa direzione è un atteggiamento scettico e privo di deferenza, da parte del cittadino, nei confronti dello specialista. La ricostruzione della società ha inizio quando i cittadini cominciano a dubitare.
Quando
affermo che l'analisi del potere professionale è la chiave per ricostruire la
società, mi viene solitamente obiettato che è uno sbaglio pericoloso
individuare in tale fenomeno il nodo della guarigione dal sistema industriale.
L'organizzazione del sistema educativo, di quello sanitario, della
pianificazione, non rispecchia forse la distribuzione del potere e del
privilegio di un'élite capitalistica? Non è da irresponsabili minare la
fiducia dell'uomo della strada nel suo insegnante, nel suo medico, nel suo economista,
tutta gente dotata di preparazione scientifica, proprio nel momento in cui i
poveri hanno bisogno di tali protettori preparati per ottenere accesso alla
scuola, alla clinica, all'istituto specializzato? L'atto d'accusa contro il
sistema industriale non dovrebbe piuttosto essere rivolto contro i dividendi
degli azionisti delle ditte farmaceutiche o contro le tangenti dei sensali del
potere appartenenti alle nuove élites? Perché guastare i rapporti di mutua
dipendenza tra clienti e fornitori professionali, specie considerando che
sempre più spesso gli uni e gli altri fanno parte della medesima classe
sociale? Non è pura perversità denigrare proprio coloro che sudando hanno
acquisito conoscenze che li rendono capaci di riconoscere i nostri bisogni di
benessere e di soddisfarli? E d'altra parte non andrebbe fatta una distinzione
per i leaders professionali del radicalismo socialista, che sono i più adatti a
svolgere il compito ormai incombente di definire e soddisfare i bisogni
“reali” in una società egualitaria? Anche se espressi in forma
interrogativa, sono questi gli argomenti che il più delle volte si adducono per
scoraggiare e screditare un'analisi pubblica degli effetti menomanti
prodotti dai sistemi industriali di assistenza che s'imperniano sui servizi.
Tali effetti sono sostanzialmente identici e palesemente inevitabili, qualunque
sia la bandiera politica che li copre. Essi annientano l'autonomia degli
uomini costringendoli - mediante modificazioni delle leggi, dell'ambiente e
delle strutture sociali - a diventare consumatori di assistenza. Queste domande
retoriche esprimono solo una frenetica difesa dei propri privilegi da parte
delle “élites del sapere” le quali perderebbero forse qualche introito ma
acquisterebbero sicuramente maggiore prestigio e potere se, in una nuova forma
decentrata di economia ad alta intensità di mercato, si rendesse meno ineguale
la dipendenza dalle loro prestazioni.
Un'altra obiezione che viene mossa alla critica del potere professionale si fonda su un grosso equivoco. Essa parte dall'assunto che il nodo principale da analizzare sia la complessa macchina della difesa, che costituirebbe il centro di ogni società burocratico-industriale. Il ragionamento che partendo da questa base viene sviluppato identifica nelle forze di sicurezza il motore che starebbe dietro all'odierna universale irreggimentazione dei popoli in un esercito di sudditi del mercato. I principali creatori di bisogni sarebbero quelle burocrazie armate che esistono da quando, durante il regno di Luigi XIII, Richelieu istituì la prima polizia di mestiere: cioè quegli organismi professionali che oggi si occupano degli armamenti, dello spionaggio e della propaganda. Da Hiroshima in poi, questi 'servizi' sembrano avere un peso determinante nella ricerca, nella progettazione e nell'occupazione. Essi poggiano su fondamenta civili, quali la scolarizzazione per inculcare la disciplina, l'educazione al consumo per indurre il gusto dello spreco, l'assuefazione alle velocità violente, l'ingegneria biologica per imparare a sopravvivere in un rifugio di dimensioni planetarie, la dipendenza uniforme da reazioni distribuite da benevoli furieri. Questa corrente di pensiero vede nella sicurezza nazionale il generatore dei modelli di produzione della società, e considera gran parte dell'economia civile un derivato o un presupposto di quella militare.
Se
valesse un ragionamento costruito su questi concetti, quale società potrebbe
fare a meno del nucleare, per quanto tossica, opprimente e controproducente
possa essere un'ulteriore sovrabbondanza di energia? Come potrebbe uno Stato
assillato dalla difesa tollerare la formazione di gruppi di cittadini
malcontenti che boicottino i circuiti di consumo e rivendichino la libertà di
sussistere sulla sola base dei valori d'uso, in un'atmosfera di austerità
soddisfacente e gioiosa? Una società militarizzata non si affretterebbe forse
a prendere provvedimenti contro tali disertori del bisogno, a bollarli come
traditori e ad esporli, se possibile, non soltanto al disprezzo ma al ridicolo?
Una società impostata sulla difesa non soffocherebbe forse simili esempi che
porterebbero a una modernità non violenta, proprio nel momento in cui si
richiede una politica alla Mao, di decentramento della produzione delle merci
e un consumo più razionale, più equo, più vigilato dai professionisti?
Il
ragionamento in questione attribuisce indebitamente all'apparato militare
l'origine della violenza nello Stato industriale. Che l'aggressività e la
distruttività delle società industriali siano da imputare alle esigenze
militari è un'idea ingannevole che va denunciata. Se davvero i militari si
fossero in qualche modo impadroniti del sistema industriale, se avessero
sottratto al controllo dei civili le varie sfere di iniziativa e d'azione
sociale, lo stadio attuale della politica perseguita dai militari avrebbe
allora toccato un punto da cui non si torna più indietro, almeno nel senso che
non resterebbe alcuna possibilità di riforme civili. Così del resto ragionano
i capi militari brasiliani più intelligenti, i quali vedono nelle forze annate
l'unica legittima salvaguardia di un pacifico sviluppo industriale per tutto
il resto del secolo.
Ma
non è affatto così. Lo stato industriale moderno non è un prodotto
dell'esercito. Piuttosto l'esercito è uno dei sintomi del suo orientamento
globale e costante. Non c'è dubbio che l'odierno tipo di organizzazione
industriale può esser fatto risalire ad antecedenti militari dell'epoca
napoleonica. Non c'è dubbio che l'istruzione obbligatoria per i figli dei contadini
avviata negli anni Cinquanta del secolo scorso, l'assistenza sanitaria per il
proletariato industriale che inizia negli anni Cinquanta dello stesso secolo,
lo sviluppo delle reti di comunicazione che si ha dal 1860 in poi, non
diversamente dalla maggior parte delle forme di standardizzazione industriale,
sono tutte strategie originariamente introdotte nelle
società moderne per esigenze militari e che solo in un secondo tempo sono state
considerate forme rispettabili di pacifico progresso civile. Ma il fatto che i
sistemi sanitario, scolastico e assistenziale abbiano avuto bisogno di una
motivazione militare per diventare legge non significa che non fossero
perfettamente coerenti con la spinta fondamentale dello sviluppo industriale
che, in realtà, non è mai stato non violento, pacifico o rispettoso della
persona umana.
Oggi
è più facile rendersene conto. Prima di tutto perché, da quando c'è il
Polaris, non è più possibile distinguere tra eserciti da tempo di pace ed
eserciti da tempo di guerra; e poi perché da quando si è dichiarata guerra
alla povertà anche la pace percorre il sentiero di guerra. Oggi le società
industriali sono costantemente e totalmente mobilitate; sono organizzate in
funzione di perenni stati di emergenza; non c e uno dei loro settori che non sia
intersecato da molteplici strategie; i campi di battaglia della salute,
dell'istruzione, dell'assistenza e dell'“uguaglianza compensatoria” sono
cosparsi di vittime e coperti di macerie; l'esercizio delle libertà civiche
viene frequentemente sospeso per condurre campagne contro i mali sempre nuovi
che si continuano a scoprire; ogni anno si individua un nuovo gruppo di
popolazione di frontiera che occorre proteggere o guarire da qualche nuova
malattia, da qualche forma d'ignoranza prima sconosciuta. I bisogni fondamentali
che vengono modellati e indotti da tutti gli organismi professionali sono
bisogni di difesa da mali.
I
professori e i sociologi che oggi cercano di imputare ai militari la
distruttività delle società sovraproduttrici di merci tentano, in maniera
molto goffa, di arrestare l'erosione della propria legittimità. Sostenendo
che è colpa dei militari se il sistema industriale diventa frustrante e rovinoso,
essi distraggono l'attenzione dal carattere profondamente distruttivo proprio
della società ad alta intensità di mercato, che sospinge i suoi cittadini alle
guerre attuali.Tanto a coloro che cercano di difendere la propria autonomia di
professionisti dalla maturità dei cittadini, quanto a coloro che vorrebbero far
passare il professionista come una vittima dello Stato militarizzato, si deve
rispondere con una scelta: quella della direzione nella quale i cittadini
liberi vogliono avviarsi per superare la crisi mondiale.
Le
illusioni che hanno permesso alle professioni di arrogarsi il ruolo di arbitri
dei bisogni sono ormai sempre più evidenti al senso comune. I metodi seguiti
nel settore dei servizi sono spesso percepiti per ciò che in effetti sono
coperte di Linus, tranquillanti, rituali, che celano alla massa dei
fornitori-consumatori l'antinomia tra l'ideale in nome del quale viene fornito
il servizio e la realtà che da questo stesso servizio viene creata. Le scuole,
che promettono istruzione eguale per tutti, generano una meritocrazia
inegualmente degradante e una dipendenza a vita da ulteriori interventi
didattici; i veicoli costringono ognuno a fuggire in avanti. Ma il pubblico non
ha ancora ben chiaro qual è la scelta che l'attende. Da una parte, la tutela
degli specialisti potrebbe sfociare in fedi politiche obbligatorie (con le
correlative versioni di un nuovo fascismo); dall'altra, le esperienze dei
cittadini potrebbero metter fine alla nostra hubris, liquidandola come un'ennesima
manifestazione storica di follie neoprometeiche ma sostanzialmente effimere. Una
scelta consapevole richiede che si esamini il ruolo specifico che hanno avuto le
professioni nel determinare chi in quest'epoca ha ottenuto cosa, da chi e
perché.
Per
vedere chiaro il punto a cui siamo, immaginiamo i bambini che presto giocheranno
tra le macerie delle università, degli Hilton e degli ospedali. In questi
castelli professionali convertiti in cattedrali, eretti per proteggerci
dall'ignoranza, dal disagio, dalla sofferenza e dalla morte, i bambini di domani
rappresenteranno nei loro giochi le illusioni della nostra Era delle
professioni, così come dinanzi ai castelli e alle cattedrali del passato noi
evochiamo le crociate dei cavalieri contro il turco e il peccato nell'Era
della fede. E mescoleranno il birignao che oggi infesta la nostra lingua con gli
arcaismi ereditati dalle storie di briganti e di cowboy. Già li sento chiamarsi
tra loro presidente e sottosegretario piuttosto che capo e sceriffo.
Naturalmente gli adulti allora arrossiranno quando gli scapperà qualche termine
della lingua creola manageriale, tipo policy-making, pianificazione sociale o
problemsolving.
L'Era
delle professioni sarà ricordata come il periodo nel quale la politica si
estinse e gli elettori, guidati dai professori, affidavano ai tecnocrati il
potere di legiferare sui bisogni, l'autorità di stabilire chi avesse bisogno e
di che, e il monopolio dei mezzi con i quali soddisfare tali bisogni. Sarà
ricordata anche come l'Era della scolarizzazione, nella quale gli uomini
venivano addestrati per un terzo della vita ad accumulare bisogni su
prescrizione e negli altri due terzi costituivano la clientela di prestigiosi
spacciatori che alimentavano i loro vizi. Sarà ricordata come l'epoca nella
quale viaggiare per diporto voleva dire muoversi in gregge per andare a
sbirciare degli stranieri; in cui la vita intima voleva dire esercitarsi a
raggiungere l'orgasmo sotto la guida di Masters e Johnson; in cui esprimere
un'opinione voleva dire ripetere a pappagallo il discorso trasmesso la sera
prima dalla tv; in cui votare significava dire di sì al piazzista che
prometteva una dose maggiore della solita merce.
I
futuri studenti saranno sconcertati dalle assente differenze tra i sistemi
scolastico, carcerario, sanitario e dei trasporti del mondo capitalista e di
quello socialista, quanto lo sono gli studenti d'oggi dalle differenze tra la
giustificazione per le opere e la giustificazione per fede che dividevano le
sette cristiane al tempo della Riforma. Scopriranno anche che, nei paesi
poveri e in quelli socialisti, in capo a dieci anni i bibliotecari, i chirurghi
e i progettisti di supermercati finivano col tenere gli stessi cataloghi,
usare gli stessi apparecchi e disegnare gli stessi ambienti che i loro colleghi
dei paesi ricchi avevano cominciato a tenere, usare e disegnare all'inizio del
decennio. Gli archeologi periodizzeranno il nostro tempo sulla base non di
cocci ma di mode professionali, rispecchiate dalle tendenze in auge nelle
pubblicazioni dell'UNESCO.
Sarebbe
pretenzioso voler predire se una tale epoca, in cui i bisogni erano modellati da
pianificazioni professionali, sarà ricordata con un sorriso o con una maledizione.
Mi auguro, ovviamente, che venga ricordata come la sera in cui papà andò a
prendersi una sbornia, dissipò le sostanze familiari e costrinse i suoi figli a
ripartire da zero. Ma disgraziatamente è più probabile che passi alla storia
come l'epoca nella quale la frenetica caccia di un'intera generazione alla
ricchezza depauperante rese alienabili tutte le libertà e la politica, dopo
essersi ridotta a lamentela organizzata degli assistiti, fu definitivamente soffocata
dal potere totalitario degli specialisti.
Di
un fatto bisogna anzitutto rendersi conto: i corpi professionali che
presiedono oggi alla creazione, aggiudicazione e soddisfazione dei bisogni
costituiscono un nuovo tipo di cartello. Se non si tiene presente questo fatto,
è impossibile aggirare le difese che essi vengono preparando. Già vediamo
infatti il nuovo biocrate occultarsi dietro la maschera amabile del medico d'una
volta; il comportamento aggressivo del pedocrate viene minimizzato come
semplice eccesso di zelo o ingenuità dell'insegnante impegnato; il direttore
del personale, equipaggiato con tutto un armamentario psicologico, si camuffa da
capoccia vecchio stile. I nuovi specialisti, che di solito provvedono a
bisogni umani che la loro specialità ha creato, tendono ad atteggiarsi ad
amanti del prossimo che forniscono una qualche forma di assistenza. Arroccati più
saldamente d'una burocrazia bizantina, internazionali più d'una chiesa
universale, stabili più di qualunque sindacato, possiedono competenze più
vaste di quelle di qualsiasi sciamano ed esercitano sulla propria clientela un
controllo più stretto di quello della mafia.
I
nuovi specialisti organizzati, come prima cosa, non vanno considerati alla
stessa stregua dei membri di un racket. Gli educatori, per esempio, oggi dicono
alla società che cosa si deve imparare e hanno il potere di vanificare ciò
che si è appreso fuori della scuola; questa sorta di monopolio, che li mette in
grado d'impedirti di far compere altrove e di fabbricarti in casa la tua grappa,
a prima vista sembra corrispondere alla definizione che il dizionario dà del
racket. Ma il racket consiste nell'assicurarsi a fine di lucro il monopolio di
un prodotto essenziale, controllandone il circuito di distribuzione. Invece
gli educatori e i medici e gli assistenti sociali d'oggi - come un tempo i
preti e gli avvocati - si arrogano il potere legale di creare quel bisogno che,
sempre per legge, soltanto loro saranno autorizzati a soddisfare. Lo Stato contemporaneo
diventa così una holding di imprese le quali consentono l'esercizio di mansioni
di cui sono al tempo stesso creatrici e garanti.
Il
controllo legale della prestazione d'opera ha assunto nel tempo una molteplicità
di forme: i soldati di ventura si rifiutavano di combattere finché non
ottenevano licenza di saccheggio; le donne organizzate da Lisistrata per imporre
la pace si astenevano dai rapporti coniugali; i medici di Coo si impegnavano
sotto giuramento a trasmetterei segreti del mestiere soltanto ai propri figli;
le corporazioni stabilivano il corso di studi, le preghiere, gli esami, i
pellegrinaggi e le penitenze per cui doveva passare Hans Sachs prima d'essere
autorizzato a calzare i propri concittadini. Nei paesi capitalisti i sindacati
cercano di controllare l'occupazione, gli orari e le paghe. Tutte queste
associazioni di mestiere sono mezzi con cui degli specialisti cercano di
determinare in che modo il loro genere di lavoro dev'essere fatto e da chi. Ma
nessuno di tali specialisti è “professionista” nel senso in cui lo sono
oggi, poniamo, i medici. Le attuali professioni dominanti, di cui quella medica
è l'esempio più cospicuo e doloroso, vanno molto più in là: esse decidono
che cosa si deve fare, a chi, e in che modo la faccenda deve essere gestita. Si
arrogano un sapere speciale, incomunicabile, per quanto concerne non solo lo
stato delle cose e quello che occorre fare, ma anche le ragioni che rendono
indispensabili le loro prestazioni. Un commerciante ti vende la merce che ha in
magazzino. I membri di una corporazione garantiscono la qualità di ciò che
fanno. Certi artigiani confezionano il loro prodotto sulle tue misure o a tuo
gusto. I professionisti invece ti dicono di che cosa tu hai bisogno. Si
arrogano il potere di prescrivere. Non si limitano a reclamizzare ciò che è
buono, ma decretano ciò che è giusto e doveroso. L'elemento che caratterizza
il professionista non è né il reddito, né la lunga preparazione, né la delicatezza
dei compiti, né la stima sociale. Il reddito può essere basso o divorato dalle
tasse; la preparazione può essere compressa in poche settimane anziché
richiedere anni; la stima può non essere superiore a quella della professione
più antica. Ciò che conta è l'autorità, di cui il professionista è
investito, di definire “cliente” una persona, di determinare i bisogni e di
rilasciarle una prescrizione che le assegna un nuovo ruolo sociale. A
differenza dei ciarlatani d'una volta, il professionista odierno non è uno che
vende ciò che si potrebbe avere gratis, ma uno che decide quello che va venduto
e che non va dato gratuitamente.
Un'ulteriore
differenza tra il potere delle professioni e quello di altre attività è che il
potere professionale emana da una fonte diversa. Un sindacato, una corporazione,
una banda impongono il rispetto dei propri diritti e interessi con lo
sciopero, il ricatto o l'aperta violenza. Una professione invece, al pari di un
clero, ha potere per concessione di una élite di cui puntella gli interessi.
Come un clero assicura la salvezza a chi si mette al seguito del re unto, così
una professione interpreta, tutela e garantisce uno speciale interesse terreno
ai seguaci dei moderni sovrani. Il potere professionale è una forma
specializzata del privilegio di prescrivere ciò che è giusto per i terzi e di
cui essi hanno perciò bisogno. E la fonte del prestigio e del controllo nel
quadro dello Stato industriale. Ovviamente questo tipo di potere poteva
nascere soltanto in società dove la stessa appartenenza all'élite è
legittimata, se non acquisita, dalla condizione professionale: una società
dove alle élites governanti si attribuisce una obiettività unica nel suo
genere, quella di definire il rango morale di una carenza. Esso è perfettamente
congruo con un'epoca nella quale persino l'accesso al parlamento, ossia alla
camera della gente comune, è riservato di fatto a coloro che possiedono un
titolo di studio adeguato, ottenuto accumulando capitali di sapere in qualche
istituto d'istruzione superiore. L'autonomia professionale e la licenza di
stabilire i bisogni di una società sono le logiche forme che l'oligarchia
assume in una cultura politica dove all'attestato di censo si sono sostituiti
i certificati di patrimonio di sapere rilasciati dalle scuole. Il potere che le
professioni conferiscono all'opera dei loro membri è dunque distinto sia per
portata che per origine.
Da
qualche tempo, inoltre, il potere professionale ha avuto un tale incremento che
ormai il medesimo nome sta ad indicare due realtà completamente diverse.
L'odierno biocrate, per esempio, esercita e sperimenta al riparo di qualunque
analisi critica indossando i panni del vecchio medico di famiglia. Il medico
girovago divenne il dottore in medicina quando lasciò allo speziale il
commercio dei farmaci tenendo per sé il potere di prescriverli. In quel
momento, unendo tre ruoli in un'unica persona, acquisì una nuova, triplice
forma di autorità: l'autorità sapienziale di chi consiglia, insegna e guida;
l'autorità morale, che rende non soltanto utile ma doverosa l'accettazione
della sua sapienza; e l'autorità carismatica, che consente al medico di
invocare un interesse supremo dei suoi clienti, più importante non solo della
coscienza, ma a volte persino della ragion di Stato. Questo genere di medico
esiste ancora, ma nel sistema sanitario moderno è ormai una sopravvivenza del
passato. Molto più frequente, oggi, è un nuovo tipo di tecnico della salute.
Costui si occupa sempre più di “casi” anziché di persone; s'interessa
del dettaglio che può scorgere nel caso più che del disturbo
dell’individuo; tutela l'interesse della società più che quello della
persona. Le tre forme di autorità che, nell'era liberale, il singolo medico
aveva riunito in sé nella cura del paziente, sono ora rivendicate dalla
corporazione professionale in nome e al servizio dello Stato. L'ente medico si
attribuisce ormai una missione sociale.
Da
professione liberale che era, nell'ultimo quarto di secolo la medicina è
divenuta una professione dominante conquistando il potere di stabilire quello
che è un bisogno sanitario della generalità degli uomini. Gli specialisti
della salute hanno oggi, come corporazione, l'autorità di decidere quali cure
debbano essere dispensate alla collettività. Non è più il singolo
professionista che imputa un “bisogno” al singolo cliente, ma un corpo
costituito che imputa un bisogno a intere categorie di persone e che rivendica
quindi il mandato di sottoporre a esami tutta quanta la popolazione per
individuare tutti coloro che <appartengono al gruppo dei suoi potenziali
pazienti. E ciò che accade nel campo della salute corrisponde esattamente a
quanto avviene in altri settori. Nuovi sapienti continuano a emulare il
fornitore di assistenza terapeutica. Gli educatori, gli assistenti sociali, i
militari, gli urbanisti, i giudici, i poliziotti e altri dello stesso stampo ce
l'hanno evidentemente già fatta: godono infatti di ampia autonomia nella
creazione degli strumenti diagnostici con i quali catturare poi la clientela da
curare. Decine di altri creatori di bisogni si provano anche loro: banchieri
internazionali “diagnosticano” i mali di un paese africano e lo inducono
poi a ingoiare la medicina prescritta, anche a rischio della vita del
“paziente”; specialisti della sicurezza valutano il grado di rischio del
lealismo del cittadino e finiscono col distruggere la sua sfera privata;
persino gli accalappiacani si spacciano per specialisti della prevenzione
contro gli animali nocivi e si arrogano il diritto di vita e di morte sui cani
randagi. Il solo modo di arrestare l'escalation dei bisogni è una denuncia
radicale, politica, delle illusioni che legittimano il dominio delle
professioni.
Parecchie
professioni si sono talmente consolidate che non solo tengono sotto tutela il
cittadino divenuto cliente, ma determinano la forma del suo mondo, divenuto un
ospedale. La lingua nella quale egli si esprime, il suo modo di concepire i
diritti e le libertà, la sua coscienza dei bisogni recano tutti l'impronta
dell'egemonia delle professioni.
La
differenza tra l'artigiano, il membro d'una professione liberale e il nuovo
tecnocrate risulta chiara mettendo a confronto le tipiche reazioni suscitate
dalla decisione di non attenersi ai rispettivi pareri. Se non seguivi il
consiglio dell'artigiano, eri uno stupido. Se non ascoltavi il parere del libero
professionista, incorrevi nella riprovazione della società. Oggi, invece, è
alla professione o all'autorità pubblica che si darà colpa se tu ti sottrai
alle cure che hanno deciso di dispensarti il legale, l'insegnante, il chirurgo o
lo psicanalista. Con la scusa di soddisfare i bisogni in maniera migliore e più
equa, il professionista dei servizi si è tramutato in un filantropo militante.
Il dietologo prescrive la “giusta” formula per il neonato, lo psichiatra il
“giusto” antidepressivo, e il maestro di scuola - oggi investito dei più
ampi poteri dell’“educatore” - si sente autorizzato a frapporre il suo
metodo fra te e qualunque cosa tu abbia voglia d'imparare. Ogni nuova specialità
nella produzione dei servizi si afferma nel momento in cui il pubblico adotta,
e la legge avalla, una nuova concezione di “ciò che non dovrebbe esistere”.
L'istituzione scolastica si è sviluppata nel corso di una crociata moralistica
contro l'analfabetismo, una volta che l'analfabetismo era stato definito un
male. Le cliniche di maternità si sono moltiplicate per porre fine ai parti in
casa, ritenuti perniciosi.
I
professionisti rivendicano il monopolio della definizione della devianza e dei
rimedi necessari. Gli avvocati, per esempio (gli esempi che porto possono valere
in misura diversa nei diversi paesi: ma la tendenza di fondo è dappertutto
uguale), affermano di essere i soli ad avere la competenza e il diritto legale
di assistere chi vuole divorziare. Se escogiti un sistema per divorziare senza
assistenza, ti cacci in un guaio: se non sei avvocato, puoi essere chiamato a
rispondere di esercizio abusivo della professione; se lo sei, rischi la
radiazione dall'ordine per comportamento antiprofessionale. I professionisti
vantano inoltre una scienza segreta circa la natura umana e le sue debolezze,
scienza che soltanto a loro spetta di applicare. I becchini per esempio, negli
Stati Uniti, hanno posto in essere una professione non perché ora si chiamino
impresari di pompe funebri, o perché è richiesto un diploma per esercitare
la loro attività, o perché le loro prestazioni sono diventate molto care, e
neppure perché si sono sbarazzati dell'odore appiccicato al loro mestiere
facendo eleggere uno di loro presidente del Lion's Club: costituiscono una
professione, dominante e menomante, dal momento in cui hanno acquistato il
potere di far bloccare dalla polizia un funerale se il morto non è stato
imbalsamato e chiuso nella bara da loro. In qualunque campo si possa immaginare
un bisogno umano, le nuove professioni menomanti si erigono a tutori esclusivi
del bene pubblico.
La
trasformazione di una professione liberale in professione dominante equivale
all'istituzione di una chiesa ufficiale di Stato. I medici tramutati in
biocrati, gli insegnanti divenuti gnoseocrati, gli impresari di pompe funebri
assurti a tanatocrati sono assai più simili a ordini ecclesiastici mantenuti
dallo Stato che a corporazioni di mestiere. Il professionista, in quanto
maestro che insegna ciò ch'è conforme all'ortodossia scientifica del
momento, rappresenta un teologo. In quanto imprenditore morale, fa la stessa
parte del prete: crea il bisogno della propria mediazione. In quanto
soccorritore militante, svolge il ruolo del missionario e bracca il
diseredato. In quanto inquisitore, mette fuori legge l'eretico: impone la
propria soluzione al recalcitrante che non vuole ammettere di essere un problema.
Questa molteplice investitura che si accompagna al compito di alleviare uno
specifico inconveniente della condizione umana fa di ogni professione qualcosa
di analogo a un culto ufficiale. Perciò l'accettazione pubblica delle
professioni dominanti costituisce un fatto essenzialmente politico. La nuova
professione crea una nuova gerarchia, nuovi clienti e nuovi esclusi, come pure
una nuova pressione sul bilancio. Ma oltre a ciò, ad ogni nuovo riconoscimento
d'una legittimità professionale le funzioni politiche di legiferare, giudicare
e governare perdono qualcosa del loro specifico carattere e della loro
indipendenza. La gestione della cosa pubblica passa dagli uguali eletti dal
profano alle mani di una élite autoinvestitasi del proprio mandato.
Quando
la medicina, or non è molto, ha esorbitato dai suoi limiti liberali, ha invaso
il campo legislativo stabilendo delle norme di diritto pubblico, che hanno
efficacia obbligatoria erga omnes. I medici avevano sempre definito che cosa
fosse da considerare malattia; oggigiorno la medicina dominante decide quali
malattie la società non deve tollerare. La medicina ha invaso i palazzi di
giustizia. I medici avevano sempre accertato chi era malato; la medicina
dominante invece marchia coloro che devono essere sottoposti a trattamento. I
medici dell'età liberale prescrivevano una cura; la medicina dominante possiede
poteri pubblici di correzione: decide che cosa bisogna fare dei malati o ai
malati. In una democrazia deve derivare dai cittadini il potere di fare le
leggi, di attuarle e di amministrare la giustizia; con l'ascesa delle
professioni costituite in chiese, questo controllo dei cittadini sui poteri
fondamentali è venuto a restringersi, a indebolirsi, e in certi casi a cadere
del tutto. Il governo esercitato da un'assemblea che basi le proprie deliberazioni
sui giudizi pronunciati da tali professioni può essere un governo per il
popolo, ma mai del popolo. Non, stiamo qui a indagare con quali propositi si è
arrivati a questo indebolimento della supremazia politica; basterà rilevare
come una condizione necessaria di tale sovvertimento stia proprio nella
squalifica dell'opinione dei profani ad opera dei corpi professionali.
Le
libertà civiche riposano sul principio che esclude il “sentito dire” dal
novero delle prove sulle quali si basano le decisioni pubbliche. Fondamento
comune di tutte le norme vincolanti è ciò che ognuno può vedere con i propri
occhi e interpretare con la propria testa. Le opinioni, le credenze, le
deduzioni o convincimenti non debbono prevalere sulla testimonianza oculare,
mai. Le élites degli specialisti sono riuscite a diventare professioni dominanti
solo perché questo principio è stato a poco a poco intaccato e infine
ribaltato. Oggi, nei parlamenti come nei tribunali, la regola che vieta le
dimostrazioni per sentito dire è di fatto sospesa, non applicandosi alle
opinioni espresse dai membri di queste élites che si accreditano da se stesse.
Si
badi però a non confondere l'utilizzazione pubblica di un concreto sapere
specialistico con quello che è invece l'esercizio di un giudizio normativo da
parte di un corpo costituito. Quando un artigiano, per esempio un armaiolo,
veniva chiamato in tribunale come perito per mettere i giudici a parte dei
segreti del suo mestiere, procedeva sotto i loro occhi a una dimostrazione
pratica: faceva vedere loro che quel certo proiettile era stato sparato da
quella determinata pistola. Oggi la maggioranza degli esperti svolge un ruolo
diverso. Il professionista dominante presenta ai giudici o ai parlamentari non
una prova concreta o una dimostrazione specialistica, ma un'opinione iniziatica
sua e dei suoi colleghi. Impone la sospensione della norma che vieta di basarsi
sul sentito dire, e inevitabilmente scalza la sovranità del diritto. Il
potere democratico ne è così ineluttabilmente sminuito.
Le
professioni non sarebbero mai diventate dominanti e menomanti se la gente non
fosse stata pronta a sentire come una carenza ciò che l'esperto le attribuiva
come “bisogno”. Il rapporto di dipendenza reciproca che lega l'uno
all'altra, come tutore a pupillo, non si riesce ormai più a scorgere perché
oscurato dalla corruzione della lingua. Certe buone vecchie parole si sono
trasformate in etichette, che indicano a quali specialisti compete la tutela
sulla casa, sulla bottega, sul negozio e sullo spazio o sull'aria che li separa.
La lingua, il più fondamentale dei beni comuni, è contaminata da contorti
fili gergali, ognuno manovrato da una professione. L'espropriazione delle
parole, l'impoverimento del lessico quotidiano e la sua degradazione a
terminologia burocratica corrispondono, in modo ancor più intimamente
avvilente, a quella particolare forma di degradazione ambientale che toglie
agli uomini la capacità di sentirsi utili se non hanno un impiego retribuito.
Finché non si presterà maggiore attenzione ai pervertimenti di vocabolario
dietro cui si nasconde il dominio delle professioni, è quasi inutile proporre
riforme di legge, di comportamenti e di modelli intese a restringere tale
dominio.
Quando
io ho imparato a parlare, non esistevano altri “problemi” fuorché quelli di
matematica o di scacchi; le “soluzioni” erano saline o legali, e
“bisogno” era per lo più usato in forma verbale. Espressioni come “ho un
problema” oppure “ho un bisogno” suonavano alquanto bislacche. Quand'ero
adolescente, e mentre Hitler elaborava “soluzioni”, si diffusero anche i
“problemi sociali”. Varietà sempre nuove di “bambini con problemi” venivano
scoperte tra i poveri man mano che gli assistenti sociali imparavano a
marchiare le loro prede e a standardizzarne i “bisogni”. Il bisogno,
inteso come sostantivo,fu la biada che fece espandere le professioni fino a instaurarne
il dominio. La povertà si venne modernizzando. Da esperienza, i managers la
tradussero in misura. I poveri divennero i “bisognosi”.
Durante
la seconda metà della mia vita, l'essere “bisognosi” acquisì
rispettabilità. I bisogni calcolabili e imputabili salirono di grado nella
scala sociale. “Aver bisogno” cessò di essere un segno di povertà. Il
reddito originò nuove categorie di bisogni. I pedocrati alla dottor Spock, i
sessuocrati alla Lewis Comfort e i volgarizzatori di Ralph Nader che col
pretesto di tutelare i consumatori stimolano il consumo, addestrarono i profani
a procacciarsi soluzioni per i problemi che imparavano a inventarsi seguendo
le istruzioni professionali. Le università abilitarono i laureati a scalare
vette sempre più aree per piantarvi e coltivarvi sempre più nuove specie di
bisogni ibridati. Aumentarono le prescrizioni e si ridussero le capacità. In
medicina, per esempio, vennero prescritti prodotti farmacologicamente sempre più
attivi, mentre la gente perdeva la voglia e la capacità di affrontare
un'indisposizione o anche un semplice malessere. Nei supermercati americani,
dove si calcola che compaiano annualmente circa 1500 prodotti nuovi, meno del
venti per cento di essi sopravvive per più di un anno sugli scaffali, mentre
gli altri si rivelano invendibili, legati a mode effimere, rischiosi o non
remunerativi, o subito superati da nuovi articoli; ragion per cui i
consumatori sono sempre più indotti a cèrcare la guida dei professionisti
della “difesa del consumatore”.
Il
rapido ricambio dei prodotti, inoltre, rende i desideri vacui e informi. Sicché,
paradossalmente, un forte consumo di massa derivato da bisogni indotti genera
nel consumatore una crescente indifferenza al desiderio specifico, vissuto.
Sempre di più i bisogni sono creati dallo slogan pubblicitario e dagli acquisti
fatti su prescrizione del funzionario, dell'estetista, del ginecologo e di
decine di altri diagnosti. Il bisogno di essere istruiti sul modo di aver
bisogno - mediante la pubblicità, prescrizione o la discussione guidata nel
collettivo o nella comune - compare in ogni cultura in cui le decisioni e gli
atti non sono più la risultante di una esperienza personale del soddisfacimento,
e il consumatore flessibile non può che sostituire i bisogni sentiti con
bisogni appresi. Man mano che si progredisce nell'arte d'imparare a provare
bisogni, la capacità di modellare i propri desideri in funzione di una personale
ricerca di soddisfazione diventa una prerogativa rara, propria della gente molto
ricca o di quella più diseredata. Poiché d'altra parte i bisogni vengono
incessantemente suddivisi in componenti sempre più piccole, ognuna gestita da
un apposito specialista, diviene difficile per il consumatore integrare le
disparate offerte dei suoi diversi tutori in una totalità che abbia senso, che
possa essere desiderata con piena cognizione di causa e ottenuta con piacere.
Dall'alimentazione all'istruzione, dall'armonia coniugale all'inserimento
sociale, dalla dietetica alla meditazione, dall'aggiornamento al riciclaggio,
consulenti, esperti e altri personaggi del genere sono pronti a cogliere ogni
nuova possibilità di gestire la gente e a offrire i loro prodotti
prefabbricati per appagare ogni bisogno parcellizzato.
Usato
come sostantivo, “bisogno” è la riproduzione su scala individuale di un
modello professionale; è la copia in plastica della matrice nella quale i
professionisti fondono i loro prodotti; è la forma pubblicitaria che assume
il favo nel quale si generano i consumatori. Ignorare i propri bisogni o
dubitarne è diventato un comportamento sociale inammissibile. Buon cittadino
è colui che attribuisce a se stesso bisogni standardizzati, con tanta
convinzione da soffocare ogni altro possibile desiderio e, a maggior ragione,
ogni eventuale idea di rinuncia.
Quando
sono nato io, prima che Stalin, Hitler e Roosevelt salissero al potere, soltanto
i ricchi, gli ipocondriaci e gli appartenenti ad alcune categorie d'élite
affermavano d'aver bisogno di assistenza medica quando avevano qualche linea
di febbre. I medici di allora, a questo riguardo, non disponevano di rimedi
molto diversi da quelli delle nonne. La prima mutazione dei bisogni, in
medicina, si ebbe coni sulfamidici e gli antibiotici. Mentre si potevano ormai
stroncare le infezioni in modo semplice ed efficace, i farmaci idonei furono
sempre più soggetti a prescrizione medica. I medici ebbero il monopolio
dell'assegnazione del ruolo di malato. Chi non si sentiva bene doveva andare dal
medico a farsi etichettare con il nome di una malattia, che legittimava la sua
inclusione nella minoranza dei cosiddetti malati: individui esentati dal lavoro,
autorizzati a ricevere assistenza, sottoposti agli ordini del medico e tenuti a
guarire per tornare ad essere utili. Paradossalmente, proprio mentre la
tecnica farmacologica - analisi e medicinali - diventava talmente automatica e
poco costosa che si sarebbe potuto fare a meno del medico, la società
emanava leggi e regolamenti di polizia intesi a limitare il libero uso di quei
procedimenti che la scienza aveva semplificato e a riservarli esclusivamente ai
professionisti.
La
seconda mutazione dei bisogni avvenne quando i malati cessarono di essere una
minoranza. Oggi sono ben pochi coloro che riescono a scansare a lungo la
prestazioni mediche. In Italia come negli Stati Uniti, in Francia o in Belgio,
un cittadino su due è sorvegliato contemporaneamente da vari specialisti
della salute, che lo curano, lo consigliano o, come minimo, lo tengono sotto
osservazione. L'oggetto di questa assistenza specialistica è il più delle
volte uno stato dei denti, dell'utero, del sistema nervoso, della pressione
sanguigna o dell'attività ormonica di cui il “paziente” non patisce.
Sicché oggi non sono più i pazienti a costituire la minoranza, ma quei devianti
che in qualche modo restano fuori da tutte le classi di pazienti. Compongono
tale minoranza i poveri, i contadini, gli immigrati recenti e vari altri che,
talvolta di propria volontà, si sottraggono agli obblighi del servizio
sanitario. Ancora una ventina d'anni fa “non vedere mai un medico” era segno
di salute normale, che si presumeva buona; oggi una simile condizione di non
paziente denota miseria o dissenso. E cambiata persino la figura
dell'ipocondriaco. Il medico degli anni '40 definiva con questo termine colui
che bussava continuamente alla porta del suo studio, il malato immaginario. I
medici d'oggi invece indicano col medesimo nome la minoranza che li fugge: gli
ipocondriaci sono i sani immaginari. Essere inseriti in un sistema professionale
come clienti a vita non è più uno stigma che separa gli individui menomati
dalla massa dei cittadini. Viviamo in una società organizzata in funzione
delle maggioranze devianti e dei loro custodi. Essere attivo cliente di parecchi
professionisti ti dà un posto ben definito in quel regno dei consumatori
intorno al quale ruota la nostra società. Trasformandosi da professione
liberale consultiva in professione dominante e menomante, la medicina ha così
incommensurabilmente accresciuto il numero dei bisognosi.
A
questo punto critico, i bisogni attribuiti subiscono una terza mutazione. Si
saldano in quello che gli esperti chiamano un problema multidisciplinare, il
quale perciò richiede una soluzione multiprofessionale. Prima la proliferazione
delle merci, ciascuna tendente a diventare una necessità, ha efficacemente
addestrato il consumatore a provare bisogni a comando. Poi la graduale
parcellizzazione dei bisogni in spezzoni sempre più piccoli e distinti ha
portato il cliente a dipendere dal giudizio dell'esperto per poter miscelare i
propri bisogni in un insieme significativo. Ne offre un buon esempio
l'industria dell'automobile. Dalla fine degli anni '60 il numero degli
accessori facoltativi reclamizzati come necessari per “personalizzare” una
Ford di serie è immensamente cresciuto; ma contrariamente a quel che si
aspetterebbe il cliente, questa paccottiglia “opzionale” viene in realtà
montata sulla catena di montaggio dello stabilimento di Detroit, e all'acquirente
del Montana non resta che scegliere tra i pochi modelli già completi di tutto
che vengono spediti a caso:se vuole la decappottabile deve prenderla con i
sedili verdi che detesta, mentre se per le sue conquiste non può fare a meno
dei sedili in finto leopardo deve adattarsi a una berlina col tetto rigido
foderato in stoffa scozzese.
Infine
il cliente viene educato ad aver bisogno delle prestazioni di un'intera équipe
per poter ricevere un'“assistenza soddisfacente”, come dicono i suoi
tutori. E ciò che accade quando i servizi professionali si rivolgono individualmente
al singolo consumatore, allo scopo di migliorarne lo stato. Sono tanti ormai
coloro che passano l'intera esistenza in un dedalo di terapie che secondo i
servizi assistenziali dovrebbero servire a migliorare la loro vita. Più si
sviluppa l'economia dei servizi, meno tempo resta all'individuo per consumare
l'assistenza pedagogica, medica, sociale, ecc. La scarsità di tempo potrebbe diventare
presto il principale ostacolo al consumo dei servizi prescritti dai
professionisti e spesso pagati dalla collettività. E una scarsità che
comincia a manifestarsi assai presto. Già nella scuola materna il bambino viene
preso in carico da tutto un gruppo di specialisti: l'allergista, il foniatra, il
pediatra, lo psicologo dell'infanzia, l'assistente sociale, l'esperto di
educazione psicomotoria, la maestra. Costituendo questa équipe pedocratica, i
numerosi e vari professionisti tentano di dividèrsi quel tempo che è diventato
il principale limite all'attribuzione di ulteriori bisogni. Per l'adulto, il
luogo dove si concentra la somministrazione dei servizi è il posto di lavoro:
dal direttore del personale a quello della formazione, dallo psicologo al medico
all'assistente sociale al produttore di assicurazioni, tutti questi specialisti
trovano più redditizio spartirsi di comune accordo il tempo del lavoratore che
disputarselo singolarmente. Un cittadino senza bisogni sarebbe fortemente
sospetto. La gente ha bisogno d'un impiego, si dice, per l'assistenza che
garantisce prima ancora che per i soldi. Sparisce la comunità, sostituita da
una nuova placenta composta di tubi che erogano assistenza professionale.
Sottoposta a cure intensive permanenti, la vita si paralizza.