L’inversione
politica
Se,
in un futuro molto prossimo, il genere umano non riuscirà a limitare l'impatto
dei suoi strumenti sull'ambiente e ad attuare un efficace controllo delle
nascite, i nostri discendenti conosceranno la spaventosa apocalisse predetta da
molti ecologi. Dinanzi al disastro incombente, la società può adagiarsi a
sopravvivere entro i limiti fissati e imposti da una dittatura burocratica, ma
può anche reagire politicamente ricorrendo alle procedure giuridiche e
politiche. La falsificazione ideologica del passato ci vela l'esistenza e la
possibilità di questa scelta.
La
gestione burocratica della sopravvivenza umana è una scelta inaccettabile da un
punto di vista sia morale sia politico, e per di più non servirebbe. Può darsi
che gli uomini, terrorizzati dall'evidenza crescente del sovrappopolamento,
dall'assottigliarsi delle risorse e dall'organizzazione insensata della vita
quotidiana, rimettano spontaneamente i loro destini nelle mani di un Grande
Fratello e dei suoi anonimi agenti. Può darsi che i tecnocrati siano incaricati
di condurre il gregge sull'orlo dell'abisso, cioè di fissare dei limiti
pluridimensionali allo sviluppo, immediatamente al di qua della soglia
dell'autodistruzione. Una tale fantasia suicida manterrebbe il sistema
industriale al più alto grado di produttività sostenibile. L'uomo vivrebbe in
una bolla protettiva di plastica che l'obbligherebbe a sopravvivere come un
condannato a morte in attesa di esecuzione. Ben presto la sua soglia di
tolleranza in fatto di programmazione e manipolazione diverrebbe l'ostacolo più
serio allo sviluppo, e l'impresa alchimistica rinascendo dalle sue ceneri
cercherebbe di produrre e tenere sotto controllo il mostruoso mutante concepito
dall'incubo della ragione. Per garantire la sopravvivenza dell'essere umano in
un mondo razionale e artificiale, la scienza e la tecnica si applicherebbero ad
attrezzare opportunamente la sua psiche: l'umanità sarebbe confinata dalla
nascita alla morte nella scuola permanente estesa su scala mondiale, sarebbe
sottoposta a vita al trattamento del grande ospedale planetario, collegata notte
e giorno a implacabili catene di comunicazione. Così funzionerebbe il mondo
della Grande Organizzazione. Tuttavia i precedenti insuccessi delle terapie di
massa lasciano sperare nel fallimento anche di quest'ultimo progetto di
controllo planetario.
L'avvento
del fascismo tecno-burocratico non è scritto negli astri. Esiste un'altra
possibilità: un processo politico che permetta alla popolazione di stabilire il
massimo che ciascuno può esigere, in un mondo dalle risorse manifestamente
limitate; un processo che porti a concordare entro quali limiti va tenuta la
crescita degli strumenti; un processo che incoraggi la ricerca radicale intesa a
far sì che un numero crescente di persone possa fare sempre di più con
sempre meno. Un programma del genere può ancora apparire utopistico al
punto in cui siamo: se si lascia aggravare la crisi, lo si troverà ben presto
di un realismo estremo.
L'ultimo
impedimento alla ristrutturazione della società non è né la mancanza
d'informazione sui limiti necessari né la mancanza di uomini risoluti ad
accettarli se divenissero inevitabili, ma è il potere della mitologia politica.
In
una società ricca, ognuno è più o meno consumatore-utente; in qualche modo,
ognuno fa la sua parte nella distruzione dell'ambiente. Grazie al mito, questa
molteplicità di depredatori si tramuta in una maggioranza politica. La somma
degli individui atomizzati diventa un blocco mitico di elettori concordi su un
problema inesistente: la maggioranza silenziosa, guardiana invisibile e
invincibile degli interessi investiti nello sviluppo, e che paralizza ogni reale
azione politica. Vista più da vicino, questa maggioranza è un insieme fittizio
di persone teoricamente dotate di ragione che in realtà comprende una
molteplicità di individui: l'esperto in ecologia che si reca in Boeing a una
conferenza contro l'inquinamento, l'economista consapevole che l'aumento della
produttività genera scarsità di lavoro e che cerca perciò di creare nuovi
impieghi ecc. Né l'uno né l'altro hanno nulla a che fare con l'operaio di
Detroit che compra a rate un televisore a colori, o col contadino messicano che
in ossequio alla «rivoluzione verde» usa l'insetticida da cinque anni vietato
negli Stati Uniti. Ma nonostante la loro diversità, una comune adesione allo
sviluppo li unisce perché da essa dipende la loro soddisfazione. Tuttavia solo
il mito conferisce loro l'omogeneità di una maggioranza politica contraria ai
limiti. Ognuno ha il proprio motivo per desiderare la crescita industriale e il
proprio motivo per sentirne la minaccia. Per il momento, un voto contro lo
sviluppo puro e semplice sarebbe altrettanto privo di senso quanto un voto a
favore del Prodotto Nazionale Lordo.
Una
ideologia comune non crea una maggioranza; è efficace solo se ha le sue radici
nell'interpretazione dell'interesse razionale di ciascuno e se dà a questo
interesse una forma politica. L'azione politica della persona dinanzi a un
conflitto sociale essenziale non dipende dall'ideologia preliminarmente
accettata, ma da due fattori: (a) il modo in cui il conflitto latente tra
l'uomo e lo strumento si trasformerà in una crisi aperta, esigendo una reazione
globale e senza precedenti; (b) il sorgere di una molteplicità di nuove
élite che forniscano un quadro interpretativo per riformulare i valori e
riconsiderare gli interessi.
Io
posso solo congetturare in che modo si arriverà alla crisi; ma non ho dubbi
sulla condotta da tenere dinanzi a essa e nel suo corso. Credo che lo sviluppo
si arresterà da solo. La paralisi sinergetica dei sistemi che l'alimentano
provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale. Le
amministrazioni credono di stabilizzare e armonizzare lo sviluppo affinando i
meccanismi e i sistemi di controllo, ma non fanno che precipitare la
megamacchina istituzionale verso la sua seconda soglia di mutazione. In un tempo
brevissimo, la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni
dominanti, ma anche in quelle specifica mente addette a gestire la crisi. Il
potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come
l'educazione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l'informazione
ecc.), si dissolverà di colpo allorché diverrà palese il suo carattere
illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e
magari di poco conto, come il panico di Wall Street che precipitò la Grande
Depressione. Una coincidenza fortuita renderà manifesta la contraddizione
strutturale tra gli scopi dichiarati delle nostre istituzioni e i loro veri
risultati. Ciò che è già evidente per qualcuno salterà di colpo agli occhi
della maggioranza: l'organizzazione dell'intera economia in funzione dello «star
meglio» è il principale ostacolo allo «star bene».
Al
pari di altre intuizioni largamente condivise, questa avrà la virtù di
rivoltare completamente l'immaginazione popolare. Da un giorno all'altro
importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità,
insieme alla loro reputazione di servire il bene pubblico. È proprio ciò che
accadde alla Chiesa romana al tempo della Riforma e alla monarchia francese nel
1793. Nello spazio di una notte l'impensabile divenne evidenza.
Una
mutazione improvvisa è qualcosa che non ha nulla a che fare con la correzione
automatica o con l'evoluzione. Si pensi ai bianchi vortici ai piedi d'una
cascata di montagna:
le
stagioni si succedono, l'acqua sovrabbonda oppure scorre in un filo sottile, ma
le spirali di schiuma sembrano sempre uguali; basta però che un sasso cada in
fondo al bacino, ed ecco che il disegno ne è tutto modificato,
irreversibilmente. Allo stesso modo il risveglio della coscienza avviene di
colpo. La maggioranza silenziosa oggi aderisce totalmente alla tesi dello
sviluppo, ma nessuno può prevedere il suo comportamento quando la crisi
esploderà. Quando un popolo perde fiducia nella produttività industriale, e
non più solamente nella cartamoneta, tutto può succedere. L'inversione diventa
realmente possibile.
Oggi
si prova ancora a turare le falle dei singoli sistemi. Nessun rimedio funziona,
ma si dispone ancora dei mezzi per permetterseli tutti, uno dopo l'altro. I
governi si applicano alla crisi dei servizi pubblici, a quella dell'educazione,
dei trasporti, del sistema giudiziario, della gioventù. Ciascun aspetto della
crisi globale è separato dagli altri, spiegato in maniera autonoma e trattato a
sé. Si propongono soluzioni di ricambio che danno credito alle riforme
settoriali: e le scuole d'avanguardia contrapposte alle scuole tradizionali
raddoppiano la domanda di educazione, le città-satelliti contrapposte all'aerotreno
rafforzano la convinzione che lo sviluppo delle città sia fatale, una migliore
formazione dei medici contrapposta alla proliferazione delle professioni
parasanitarie alimenta l'industria della salute. E poiché ciascun termine del
dilemma ha i suoi sostenitori, si finisce per non scegliere, ossia per provare
entrambe le vie. In conclusione, si cerca di fare una torta sempre più grossa,
che però è in pura perdita.
Si
fa come Coolidge dinanzi ai primi segni della Grande Depressione, fraintendendo
in maniera analoga l'annuncio di una crisi che è ben più radicale. Si presume
che l'analisi generale dei sistemi colleghi tra loro le varie crisi
istituzionali, ma essa non fa che portare a una maggiore pianificazione,
centralizzazione e burocratizzazione, allo scopo di perfezionare il controllo
della popolazione, dell'abbondanza e dell'industria distruttrice e inefficace.
Si suppone che l'aumento della produzione di decisioni, controlli e terapie
possa compensare l'estendersi della disoccupazione nei settori della
fabbricazione. Affascinata dalla produzione industriale, la popolazione resta
incapace di immaginare una società postindustriale in cui coesistano diversi
modi di produzione complementari tra loro. Cercando di suscitare un'era che sia
al tempo stesso iperindustriale ed ecologicamente ammissibile, si accelera la
degradazione degli altri fattori che compongono l'equilibrio multidimensionale
della vita. Il costo della difesa dello status quo sale vertiginosamente.
Bisognerebbe
essere indovini per predire quale serie di eventi svolgerà il ruolo del crollo
di Wall Street e scatenerà la crisi incombente; ma non occorre essere geni per
prevedere che si tratterà della prima crisi mondiale non più localizzata
dentro il sistema industriale, ma che metterà in gioco il sistema in sé. Assai
presto accadrà un fatto che avrà la conseguenza di congelare la crescita
dell'attrezzatura. Venuto quel momento, il fragore del crollo obnubilerà gli
spiriti e impedirà di comprenderne il senso.
Ci
resta ancora una possibilità di capire le cause della crisi globale che ci
minaccia e di prepararci appunto a non confonderla con una crisi parziale,
interna al sistema. Se vogliamo anticiparne gli effetti, dobbiamo indagare in
che modo una brusca trasformazione potrà condurre al potere gruppi sociali fino
a quel momento soffocati. Non sarà la catastrofe in quanto tale a trarre questi
gruppi dal niente e a portarli alla ribalta; ma la catastrofe indebolirà le
potenze dominanti che, schiacciando questi gruppi, impedivano loro di
partecipare al processo sociale. L'effetto-sorpresa allenta il controllo,
scompiglia i controllori e spinge in prima fila quelli che conservano sangue
freddo.
Una
volta indebolito il controllo, i controllori si cercano nuovi alleati. Nello
Stato industriale indebolito dalla Grande Depressione, laclasse dirigente non
poté fare a meno dei lavoratori organizzati, che ottennero perciò una parte di
potere strutturale. Sul mercato del lavoro indebolito dalla seconda guerra
mondiale, l'industria non poté fare a meno dei lavoratori negri, che
cominciarono così ad affermare un loro potere. Attualmente, essendosi fatta una
posizione, l'élite negra tende a diventare un pilastro del sistema costituito,
così com'era accaduto precedentemente ai sindacati. In realtà l'uscita dalla
crisi imminente dipende dalla comparsa di élite che non si lascino recuperare.
Le
forze che tendono a porre limiti alla produzione sono già in opera all'interno
del corpo sociale. Una ricerca pubblica e radicale può aiutare in maniera
rilevante questi uomini e queste donne ad acquistare maggiore coesione e lucidità
nella loro condanna d'uno sviluppo che essi giudicano pernicioso. Non c'è
dubbio che le loro voci avranno una diversa risonanza quando la crisi della
società superproduttiva si aggraverà. Essi non costituiscono un partito, ma
sono i porta-parola di una maggioranza di cui ognuno potenzialmente fa parte. Più
inattesa sarà la crisi, più improvvisamente i loro appelli all'austerità
equilibrata e gioiosa potranno assumere il valore di un programma. Per essere in
grado di controllare la situazione quando sarà il momento, queste minoranze
debbono comprendere la natura profonda della crisi e saperla esporre in un
linguaggio che tocchi il segno, spiegando chiaramente che cosa vogliono, che
cosa possono e di che cosa non hanno bisogno. Sin d'ora, esse già possono
identificare le cose a cui rinunciare. La riconquista della lingua quotidiana è
il primo perno dell'inversione politica. Ne occorre un secondo.
Un
ulteriore sviluppo non può che portare al disastro, ma questo presenta una
doppia faccia. L'evento catastrofico può segnare la fine della civiltà
politica o addirittura della specie «uomo»; ma può essere anche la Grande
Crisi, cioè l'occasione di una scelta senza precedenti. Prevedibile e inattesa,
la catastrofe sarà una crisis, nel senso proprio del termine, solo se,
nel momento in cui essa colpisce, i prigionieri del progresso chiederanno di
scappare dal paradiso industriale, se chiederanno che nel recinto della prigione
dorata si apra una porta. Bisognerà allora saper dimostrare che la dissoluzione
del miraggio industriale offre l'occasione per scegliere un modo di produzione
conviviale ed efficace. La preparazione a questo compito è il cardine di una
nuova pratica politica.
Saranno
necessari gruppi capaci di analizzare coerentemente la catastrofe e di
esprimerla con un linguaggio semplice. Essi dovranno saper patrocinare la causa
di una società che si pone dei confini, e farlo in termini concreti,
comprensibili da tutti, desiderabili in generale e immediatamente applicabili.
Il sacrificio è lo scotto della scelta, prezzo inevitabile da pagare per
ottenere quello che si vuole o, per lo meno, per liberarsi da ciò che è
intollerabile. Ma non basta servirsi delle parole di tutti i giorni come buoni
strumenti per mettere in luce il vero volto della realtà; bisognerà anche
saper maneggiare uno strumento sociale che sia adatto a determinare il bene
pubblico.
Come
ho spiegato più sopra, tale strumento è la struttura formale della politica e
del Diritto. Nell'ora del disastro, la catastrofe si muterà in crisi se un
gruppo di persone lucide che conservano il proprio sangue freddo saprà ispirare
fiducia nei concittadini. La loro credibilità dipenderà dall'abilità nel
dimostrare che non solo è necessario ma è possibile instaurare una società
conviviale, a condizione di utilizzare coscientemente una procedura regolata,
che riconosca al conflitto d'interessi la sua legittimità, dia valore al
precedente storico, e attribuisca un carattere esecutivo alle decisioni prese da
uomini comuni, dai quali la comunità si riconosca rappresentata. Nell'ora del
disastro, solo se si resta radicati nella storia si può avere la fiducia
necessaria per sconvolgere il presente. L'uso conviviale della procedura
garantisce che una rivoluzione istituzionale rimanga uno strumento che trova
nella pratica i propri fini. Un ricorso lucido alla procedura, fatto in uno
spirito di opposizione continua alla burocrazia, è la sola maniera possibile
per evitare che la rivoluzione si tramuti essa stessa in istituzione. Che
l'applicazione di questa procedura all'inversione radicale delle istituzioni sia
denominata «rivoluzione culturale», recupero della struttura formale del
Diritto, socialismo partecipatorio o ritorno allo spirito dei Fueros de
Espana, è un mero problema di etichette.
Parlando
della nascita di gruppi d'interessi e della loro preparazione, non mi riferisco
né a nuclei di terroristi né a sette di devoti né a esperti di un nuovo tipo.
Più in particolare, non mi riferisco a un partito politico destinato a prendere
il potere nel momento della crisi. Gestire la crisi vorrebbe dire precipitare la
soluzione fatale. Un partito compatto e addestrato può imporre il proprio
potere nel momento in cui la scelta da compiere è interna a un sistema
inglobante: fu così che gli Stati Uniti dovettero «scegliere» il controllo
degli strumenti di produzione durante la Grande Depressione; fu così che i
paesi dell'Europa orientale dovettero «scegliere» lo stalinismo all'indomani
della seconda guerra mondiale. Ma la crisi di cui io descrivo la prossima venuta
non è interna alla società industriale, bensì riguarda il modo di produzione
industriale in se stesso. Questa crisi obbligherà l'uomo a scegliere tra gli
strumenti conviviali e l'essere stritolato dalla megamacchina, tra la crescita
indefinita e l'accettazione di limiti multidimensionali. La sola risposta
possibile consiste nel riconoscere la profondità della crisi e nell'accettare
l'unico principio di soluzione che si offra: stabilire, per accordo politico,
un'autolimitazione. Quanto più numerosi e diversi saranno coloro che
esprimeranno questa esigenza, tanto più profondamente si comprenderà che il
sacrificio è necessario, che tutela interessi molteplici e che è la base di un
nuovo pluralismo culturale.
Neppure
intendo riferirmi a una maggioranza che si opponga allo sviluppo in nome di
principi astratti. Sarebbe un'altra maggioranza-fantasma. In verità la
formazione di una élite organizzata che decanti l'ortodossia dell'antisviluppo
non è un'ipotesi inconcepibile; forse questa élite si sta già costituendo. Ma
un coro del genere, con l'antisviluppo come unico e solo programma, è
l'antidoto industriale all'immaginazione rivoluzionaria. Incitando la gente ad
accettare una limitazione volontaria della produzione senza mettere in questione
la struttura-base della società industriale, non si farebbe che conferire
maggior potere ai burocrati che ottimizzano lo sviluppo, e ci si consegnerebbe
come ostaggi nelle loro mani.
La
produzione stabilizzata di beni e servizi ultra-razionalizzati e standardizzati
allontanerebbe dalla produzione conviviale ancor più, se possibile, di quanto
non faccia la società industriale di sviluppo.
I
fautori di una società capace di porsi limiti non hanno bisogno di riunire una
maggioranza. In democrazia una maggioranza elettorale non si fonda sull'adesione
esplicita di tutti i suoi membri a un'ideologia o ad un valore determinato. Una
maggioranza elettorale favorevole alla limitazione delle istituzioni sarebbe
molto eterogenea: comprenderebbe le vittime di un particolare aspetto della
sovrapproduzione, gli esclusi dalla festa industriale e coloro che rifiutano in
blocco i caratteri della società totalmente razionalizzata. L'esempio della
scuola può illustrare il funzionamento di una maggioranza elettorale nella
prassi politica tradizionale: le persone senza figli sono insofferenti della
spesa per la pubblica istruzione; alcuni ritengono di pagare troppe tasse per il
servizio che ricevono; altri sostengono le scuole confessionali; alcuni altri
non accettano la scuola dell'obbligo perché la giudicano nociva per i ragazzi;
altri ancora la combattono perché rafforza la segregazione sociale. Tutte
queste persone potrebbero formare una maggioranza elettorale, ma non
costituiscono né una setta né un partito. Attualmente potrebbero certo
ridimensionare le pretese della scuola, ma così facendo rafforzerebbero la
legittimità del prodotto scolastico che èl'«educazione». Quando le cose
continuano ad andare per il loro verso, l'assoggettare a limiti una istituzione
dominante mediante un voto di maggioranza assume sempre un senso reazionario.
Ma
una maggioranza può invece sortire un effetto rivoluzionario nel momento di una
crisi che colpisca la società in maniera radicale. L'arrivo simultaneo di
parecchie istituzioni alla loro seconda soglia di mutazione dà il segnale
d'allarme. La crisi non può tardare. È già cominciata. Il disastro che seguirà
mostrerà chiaramente che la società industriale in quanto tale, e non soltanto
i suoi vari organi, ha oltrepassato i limiti.
Lo
Stato-nazione è diventato guardiano di strumenti così potenti che non può più
svolgere il suo ruolo di quadro politico. Come Giap ha saputo utilizzare la
macchina bellica americana per vincere la sua guerra, così le imprese
multinazionali e le professioni transnazionali possono servirsi del Diritto e
del sistema democratico per consolidare il loro impero. Ma mentre la democrazia
americana può sopravvivere alla vittoria di Giap, certo non sopravvivrà a
quella dell'ITT e consimili. Man mano che la crisi totale si avvicina, diventa
chiaro che lo Stato-nazione moderno è un conglomerato di società anonime in
cui ogni attrezzatura mira a promuovere il proprio prodotto, a servire i propri
interessi. L'insieme produce del benessere, sotto forma di educazione,
salute ecc., e il successo si misura in base alla crescita del capitale di tutte
le suddette società. Quando è il momento, i partiti politici radunano la massa
degli azionisti per eleggere un consiglio di amministrazione. Essi sostengono il
diritto dell'elettore a pretendere un più alto livello di consumo individuale,
il che significa un più alto grado di consumo industriale. La
popolazione può sempre reclamare trasporti più rapidi, ma il giudizio sulla
convenienza di un sistema di trasporto basato sull'automobile oppure sul treno,
e che assorbe una larga parte del reddito nazionale, è lasciato alla
discrezione degli esperti. I partiti sostengono uno Stato il cui scopo
dichiarato è la crescita del Prodotto Nazionale Lordo: è inutile contare su di
essi quando arriverà il peggio.
Quando
gli affari procedono normalmente, la procedura a contraddittorio per dirimere un
conflitto tra l'impresa e l'individuo finisce di solito col dare un ulteriore
crisma di legittimità alla dipendenza di quest'ultimo. Ma nel momento della
crisi strutturale, neppure la riduzione volontaria della sovrefficienza potrà
risparmiare alle istituzioni dominanti di andare in rovina. Una crisi
generalizzata apre la strada a una ricostruzione della società. La perdita di
legittimità dello Stato come società per azioni non infirma ma rafforza la
necessità di una procedura costituzionale. La perdita di credibilità dei
partiti divenuti fazioni rivali di azionisti non fa che sottolineare
l'importanza del ricorso a procedure contraddittorie in politica. La perdita di
credibilità delle rivendicazioni antagonistiche per ottenere maggior consumo
individuale sottolinea l'importanza del ricorso a queste stesse procedure
contraddittorie, quando si tratta di armonizzare serie opposte di limitazioni
concernenti l'insieme della società. La medesima crisi generale può sancire
durevolmente un contratto sociale che consegni al dispotismo tecno-burocratico e
all'ortodossia ideologica il potere di prescrivere il benessere, oppure può
esser l'occasione per costruire una società conviviale, in continua
trasformazione all'interno di un quadro materiale definito da proscrizioni
razionali e politiche.
Nella
loro struttura, la procedura politica e quella giuridica si integrano
reciprocamente. Entrambe modellano ed esprimono la struttura della libertà
nella storia. Se si ammette questo, la procedura formale può costituire il
migliore strumento drammatico, simbolico e conviviale per l'azione politica. Il
Diritto conserva tutta la sua forza anche quando una società riservi a dei
privilegiati l'accesso alla macchina giuridica, anche quando si faccia beffe
sistematicamente della giustizia e mascheri il dispotismo sotto il mantello di
finti tribunali. Anche quando colui che si appella al linguaggio ordinario ed
alla procedura formale viene irriso e messo sotto accusa dai suoi compagni di
rivoluzione, anche allora il ricorso dell'individuo alla struttura formale
iscritta nella storia di un popolo resta lo strumento più potente per dire il
vero, per denunciare l'ipertrofia cancerosa e il dominio del modo di produzione
industriale come l'ultima forma di idolatria. Si è presi dall'angoscia quando
si constata che l'unico nostro potere per arginare l'ondata mortale sta nella
parola e, più esattamente, nel verbo, giunto sino a noi e ritrovato
nella nostra storia. Solo il verbo, con tutta la sua fragilità, può
raccogliere la moltitudine degli uomini perché il dilagare della violenza si
trasformi in ricostruzione conviviale.
Se
sapranno stabilire dei criteri di limitazione dell'attrezzatura, i paesi poveri
avvieranno più facilmente la loro ricostruzione sociale e, soprattutto,
accederanno direttamente a un modo di produzione postindustriale e conviviale. I
limiti che dovranno adottare sono dello stesso ordine di quelli che le nazioni
industrializzate dovranno accettare per sopravvivere: la convivialità
accessibile fin d'ora ai «sottosviluppati» costerà un prezzo inaudito agli «sviluppati».
Un'ultima
obiezione viene spesso avanzata quando a una società povera si propone
l'orientamento conviviale:
per
scegliere una vita austera con strumenti conviviali bisogna difendersi
dall'imperialismo dei megastrumenti in espansione; tale difesa non sarebbe
possibile senza un esercito moderno, che a sua volta richiede un'industria in
pieno sviluppo. In realtà, la ricostruzione della società non può essere
protetta per mezzo di un esercito, innanzi tutto perché sarebbe una
contraddizione in termini, e poi perché nessun esercito moderno d'un paese
povero potrebbe essere una valida difesa contro un tale potere. La convivialità
sarà opera esclusiva di persone che usino un'attrezzatura da loro
effettivamente controllata. I mercenari dell'imperialismo possono avvelenare una
società conviviale, possono distruggerla, ma non conquistarla.