L'idea
di una analisi multidimensionale del sovrasviluppo industriale l'ho formulata
per la prima volta nel 1971 in un documento di lavoro redatto insieme a
Valentina Borremans come testo-base per un convegno latinoamericano tenuto al
Centro intercultural de documentaciòn (Cidoc) nel gennaio 1972.
Una
versione francese, rielaborata in occasione dello Zeno Symposium organizzato a
Cipro dal professor Richard Wollheim, fu pubblicata nel marzo 1972 nella rivista
“'Esprit”; dove fu oggetto di un dibattito.
La
stesura di questo libro fii occasionata dalla mia partecipazione a una
conferenza di giuristi e parlamentari canadesi tenutasi a Ottawa nel gennaio
1972 per discutere l'orientamento della legislazione canadese nel prossimo
decennio. Questo fatto, e la collaborazione dell'amico Greer Taylor, spiegano il
costante riferimento e l'importanza attribuita alla Common
Law in tutta la trattazione.
Lo
stesso servì poi come base per una serie di seminari tenuti al Cidoc e in
India, e dai quali mi vennero numerose critiche e preziosi suggerimenti, in
particolare da J. P. Naik. I partecipanti a questi seminari riconosceranno le
loro idee, talvolta riprese alla lettera, e ad essi esprimo qui la mia viva
gratitudine, specialmente per i loro contributi scritti.
Le
bibliografie, gli appunti di lavoro, le analisi critiche eccetera, che, a vari
gradi di completezza e utilità, sono servite da materiali e punti di
riferimento per questo studio, sono disponibili presso la biblioteca del Cidoc e
nella serie di documenti che il Centro pubblica regolarmente.
A
distanza di nove mesi ho poi scritto due versioni destinate alla pubblicazione:
una in inglese l'altra in francese.
Questo
testo italiano non un è un nuovo rifacimento, ma neppure una semplice versione
del testo francese: incorpora infatti le mie risposte alle osservazioni
puntuali, rispettose e congeniali del mio editore italiano, Donato Barbone.
Ivan
Illich
Centro
intercu'tural de documentacion
Cuernavaca
(Messico)
Introduzione
Nel corso dei prossimi anni mi propongo di lavorare
a un epilogo dell'età industriale. Vorrei tracciare il profilo delle storture e
delle ipertrofie intervenute nel linguaggio, nel diritto, nei miti e nei riti,
in quest'epoca nella quale uomini e prodotti sono stati assoggettati alla
pianificazione razionale. Vorrei ritrarre come è venuto declinando il monopolio
del modo di produzione industriale, e la metamorfosi subita dalle professioni
che esso genera e nutre.
Soprattutto intendo dimostrare questo: che i due terzi
dell'umanità possono ancora evitare di passare per l'età industriale se
sceglieranno sin d'ora un modo di produzione fondato su un equilibrio
postindustriale, quello stesso al quale i paesi sovraindustrializzati dovranno
ricorrere di fronte alla minaccia del caos. E nella prospettiva di un tale
lavoro che io sottopongo questo abbozzo di analisi all'attenzione e alla critica
del pubblico.
Sono parecchi anni che mi occupo di una ricerca critica sul
monopolio del modo di produzione industriale, e sulla possibilità di definire
concettualmente altri modi di produzione, postindustriali. In un primo tempo ho
concentrato la mia attenzione sull'attrezzatura educativa; i risultati,
pubblicati in Descolarizzare la società[1],
stabilivano i seguenti punti:
L'analisi dell'apparato educativo di ogni società fondata
sull'espansione del modo di produzione industriale mi ha aperto la strada alla
scoperta dei limiti non-ecologici di questa espansione. Lo sviluppo del sistema
scolastico obbligatorio mi è parso infatti l'esempio-tipo di una situazione che
si ritrova anche in altri ambiti della società industriale, dovunque si tratti
di produrre un servizio, cosiddetto di pubblica utilità, per soddisfare un
bisogno cosiddetto elementare. Sono così passato ad analizzare il sistema di
assistenza medica obbligatoria e quello dei trasporti che, oltrepassata una
certa soglia, divengono anch'essi, a loro modo, forzosi; e sono arrivato a
convincermi che la sovrapproduzione industriale di un servizio ha,
inevitabilmente, effetti secondari non meno catastrofici e distruttivi della
sovrapproduzione di un bene di consumo. Esiste cioè una serie di limiti alla
crescita dei servizi di una società: come nel caso delle merci, questi limiti
sono inerenti al processo di crescita e quindi inesorabili. La riorganizzazione
del sistema industriale di produzione e di distribuzione che si preannuncia per
il prossimo decennio, e che si ispira principalmente a limitazioni nell'uso di
carburanti e ad analoghe considerazioni ecologiche, è destinata a fallire.
Bisogna prender coscienza al più presto che i limiti da
porre allo sviluppo devono riguardare tanto i beni quanto i servizi, prodotti
industrialmente. Ed è la serie di questi limiti che bisogna scoprire e rendere
manifesta.
Per analizzare il rapporto tra l'uomo e il suo strumento,
io propongo qui il concetto di equilibrio multidimensionale della vita
umana. In ognuna delle sue dimensioni, questo equilibrio corrisponde a una certa
scala naturale. Quando un attività umana esplicata mediante strumenti supera
una certa soglia definita dalla sua scala specifica, dapprima si rivolge
contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere l'intero corpo sociale.
Occorre dunque determinare con chiarezza queste scale naturali e riconoscere le
soglie che delimitano il campo della sopravvivenza umana.
La società, una volta raggiunto lo stadio avanzato della
produzione di massa, produce la propria distruzione. La natura viene snaturata.
Sradicato, castrato nella sua creatività, l'uomo è rinserrato nella propria
capsula individuale. La collettività è governata dal gioco combinato di una
polarizzazione estrema e di una specializzazione a oltranza. L'affannosa ricerca
di modelli e prodotti sempre nuovi, cancro del tessuto sociale, accelera a tal
punto il mutamento da escludere ogni ricorso ai precedenti come guida per
l'azione. Il monopolio del modo di produzione industriale riduce gli uomini a
materia prima lavorata dagli strumenti. E tutto questo in misura non più
tollerabile. Poco importa che si tratti di un monopolio privato o pubblico: la
degradazione della natura, la distruzione dei legami sociali, la disintegrazione
dell'uomo non potranno mai servire a uno scopo sociale.
Le ideologie oggi correnti mettono in luce le
contraddizioni della società capitalista, ma non forniscono il quadro
necessario per analizzare la crisi del modo di produzione industriale. Mi auguro
che un giorno si arrivi a formulare una teoria generale dell'industrializzazione
abbastanza rigorosa da reggere all'assalto della critica. Per poter funzionare,
questa teoria dovrà esprimere i propri concetti in un linguaggio comune a tutte
le parti in causa, in modo che i criteri da essa definiti concettualmente siano
altrettanti parametri su scala umana: strumenti di misura, mezzi di controllo,
guide per l'azione. Si potranno allora valutare le tecniche disponibili e le
diverse programmazioni che esse implicano. Si determineranno le soglie di
nocività dell'attrezzatura sociale, il punto in cui questa si rivolge contro il
proprio fine o minaccia l'uomo; si limiterà il potere dello strumento. Si
inventeranno le forme e i ritmi di un modo di produzione postindustriale e di un
nuovo mondo sociale.
Vorrei che questo saggio contribuisse alla formulazione di
una tale teoria chiarendo almeno un punto: come esistano delle tecniche
ipertrofiche nell'uso di energia o d'informazione, la cui stessa struttura
ingenera rapporti di sfruttamento e di dominio nelle società che le adottano.
Non è facile immaginare una società in cui l'organizzazione industriale sia
equilibrata e compensata da modi di produzione complementari, distinti e ad alto
rendimento. Siamo talmente deformati dalle abitudini industriali che non osiamo
più scrutare il campo del possibile, e l'idea di rinunciare alla produzione di
massa di tutti gli articoli e servizi è per noi come un ritorno alle catene del
passato o al mito del buon selvaggio. Ma se vogliamo ampliare il nostro angolo
di visuale, adeguandolo alle dimensioni della realtà, dobbiamo ammettere che
non esiste un unico modo di utilizzare le scoperte scientifiche, ma per lo meno
due, tra loro antinomici.
C'è un uso della scoperta che conduce alla
specializzazione dei compiti, alla istituzionalizzazione dei valori, alla
centralizzazione del potere: l'uomo diviene l'accessorio della megamacchina, un
ingranaggio della burocrazia. Ma c'è un secondo modo di mettere a frutto I
invenzione, che accresce il potere e il sapere di ognuno, consentendo a ognuno
di esercitare la propria creatività senza per questo negare lo stesso spazio
d'iniziativa e di produttività agli altri.
Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare
i contorni di una società a venire che non sia iperindustriale, dobbiamo
riconoscere l'esistenza di scale e limiti naturali. L'equilibrio della
vita si dispiega in varie dimensioni; fragile e complesso, non oltrepassa certi
limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare. La macchina non ha
soppresso la schiavitù umana, ma le ha dato una diversa configurazione.
Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota.
Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione, e
comincia la grande reclusione. Occorre individuare esattamente dove si trova,
per ogni componente dell'equilibrio globale, questo limite critico. Sarà allora
possibile articolare in modo nuovo la millenaria triade dell'uomo, dello
strumento e della società. Chiamo società conviviale una società in
cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la
collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il
proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per
ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.
Parlando di «convivialità» dello strumento mi rendo
conto di dare un senso in parte nuovo al significato corrente della parola. Lo
faccio perché ho bisogno di un termine tecnico per indicare lo strumento che
sia scientificamente razionale e destinato all'uomo austeramente anarchico.
L'uomo che trova la propria gioia nell'impiego dello strumento conviviale io lo
chiamo austero. Egli conosce ciò che lo spagnolo chiama la convivencialidad,
vive in quella che il tedesco definisce Mitmenschlichkeit. L'austerità
non significa infatti isolamento o chiusura in se stessi. Per Aristotele come
per Tommaso d'Aquino, è il fondamento dell'amicizia. Trattando del gioco
ordinato e creatore, Tommaso definisce l'austerità[2]
come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che
degradano o ostacolano le relazioni personali. L'austerità fa parte di una virtù
più fragile, che la supera e la include, ed è la gioia, l'eutrapelia,
l'amicizia.
[1] Mondadori, Milano, 1972.
[2] « Austeritas secunduin quod est virtus non escludit onines delectationes sed superfluas et inordinatas: unde videtur pertinere ad affabilitatem: quam Philosophus, lib. 4Ethic. cap. VI amicitiam nominat, vei ad eutrapeliani, sive jocunditatem. » (Somma Theologica, ha IIae, q. 168, art. 4, ad 3 m.)