L'equilibrio
multidimensionale
L'equilibrio
umano è un equilibrio aperto, suscettibile di modificarsi entro parametri
flessibili e tuttavia finiti: gli uomini cioè possono cambiare, ma entro certi
limiti. L'attuale sistema industriale, invece, trova nella sua dinamica la
propria instabilità: è organizzato in funzione di una crescita indefinita e
della creazione illimitata di nuovi bisogni che, nella cornice industriale,
divengono ben presto necessità. Una volta divenuto dominante in una società,
il modo di produzione industriale fornirà questo o quel bene di consumo, passerà
da questa a quell'altra merce, ma non ammetterà limiti all'industrializzazione
dei valori. Un simile processo di crescita esige dall'uomo una cosa assurda:
trovare la propria soddisfazione nel piegarsi alla logica dello strumento.
Ora,
la struttura della tecnica di produzione dà forma alle relazioni sociali. La
richiesta che lo strumento fa all'uomo comporta un costo sempre più alto; è il
costo dell'adattamento dell'uomo al servizio del suo strumento, rispecchiato
dalla crescita del terziario nel prodotto globale. Diventa sempre più
necessario manipolare l'uomo per vincere la resistenza opposta dal suo
equilibrio vitale alla dinamica industriale; e questa manipolazione prende la
forma di molteplici terapie, pedagogica, medica, amministrativa. L'educazione
produce consumatori competitivi; la medicina li mantiene in vita nell'ambiente
attrezzato che è ormai loro indispensabile; e la burocrazia risponde alla
necessità che il complesso sociale eserciti il suo controllo sugli individui
applicati a un lavoro insensato. Che attraverso le assicurazioni, la polizia e
l'esercito cresca il costo della difesa dei nuovi privilegi, è tipico della
situazione connaturata a una società di consumo; è inevitabile che questa
comporti due tipi di schiavi: gli intossicati e quelli che vorrebbero esserlo,
gli iniziati e i neofiti.
E
ora che il dibattito politico si concentri sui vari modi in cui la struttura
della tecnica di produzione minaccia l'uomo. Non giova alla chiarezza di questo
dibattito chi insiste nel prescrivere palliativi, mascherando così la causa
profonda del blocco dei sistemi sanitario, di trasporto, di educazione, di
alloggio, un blocco che arriva fino alle istanze giuridica e politica. La crisi
ecologica, per esempio, viene trattata superficialmente quando non si sottolinei
che gli auspicati dispositivi antinquinamento saranno efficaci solo se
accompagnati da una riduzione della produzione globale dell'industria ad una
piccola frazione del livello attuale: altrimenti non si fa che trasferire i
rifiuti in casa del vicino, metterli in serbo per i nostri bambini, o scaricarli
sul terzo mondo. Soffocare l'inquinamento creato localmente da una grande
industria esige investimenti, in materiali e in energia, che ricreano altrove lo
stesso danno su più vasta scala. Rendendo obbligatori i dispositivi
antinquinamento, non si fa che aumentare il costo unitario di produzione. Certo,
si conserva un poco d'aria respirabile per la collettività, dato che meno gente
può concedersi il lusso di guidare un'automobile, di dormire in una casa
climatizzata o di prendere l'aereo per andare a pesca nel weekend; ma anziché
degradare l'ambiente fisico, si accentuano le differenze sociali. La struttura
della tecnica di produzione incide sui rapporti sociali ancor più direttamente
di quanto non incida sul funzionamento biologico. Passare dal carbone all'atomo,
significa passare dallo smog di oggi a maggiori livelli di radiazione domani.
Quando gli americani trasferiscono le loro raffinerie oltre mare, dove il
controllo dell'inquinamento è meno severo, preservano se stessi da odori
sgradevoli riservando il puzzo al Venezuela e senza per questo diminuire
l'avvelenamento del pianeta.
Benché
la discussione pubblica sui limiti ecologici sia importantissima e appena agli
inizi, e sia più che opportuno approfondirla e generalizzarla, è ancora più
importante prendere coscienza che i limiti posti dall'ambiente fisico
rappresentano solo una dimensione di un problema che di dimensioni ne ha
almeno cinque. Bisogna evitare che le al tre dimensioni limitanti siano
proiettate su questa sola e rese incomprensibili nella loro specificità e
indipendenza, con pregiudizio per lo stesso dibattito ecologico.
La
supercrescita dello strumento minaccia le persone in una maniera radicalmente
nuova, pur se analoga alle forme classiche di nocività e di danno. La minaccia
è nuova nel senso che carnefici e vittime sono accomunati nella dualità
operatori/clienti di strumenti inesorabilmente distruttivi. In questo gioco,
anche se alcuni partono vincenti, alla fine tutti risultano perdenti.
Distinguerò
cinque modi in cui la popolazione del pianeta è minacciata dallo sviluppo
industriale avanzato.
1.
La supercrescita minaccia il diritto dell'uomo a conservare le sue radici
nell'ambiente col quale si è evoluto.
2.
L'industrializzazione minaccia il diritto dell'uomo all'autonomia
nell'azione.
3.
La superprogrammazione dell'uomo in funzione del nuovo ambiente minaccia
la sua intenzionalità.
4.
La centralizzazione dei processi di produzione minaccia il suo diritto
alla parola, cioè alla politica.
5.
Il rafforzamento dei meccanismi di usura (obsolescenza) minaccia il
diritto dell'uomo alla propria tradizione, il suo ricorso al precedente attraverso
il linguaggio, il mito, il rituale e, anzi tutto, il Diritto.
Esamineremo
queste cinque minacce, insieme distinte e connesse, rette da una mortale
inversione dei mezzi in fini. Una sesta minaccia è costituita dalla
frustrazione profonda generata mediante il soddisfacimento obbligatorio e
condizionato; non è la meno sottile, ma non può dar luogo, come le altre
cinque, all'estinzione dell'uomo né si può ricondurre ad alcuna precisa offesa
d'un diritto già definito. La classificazione che io faccio ha lo scopo di
rendere riconoscibile il danno (la nuova minaccia) nella terminologia
tradizionale della giurisprudenza anglosassone. Che uno strumento anonimo
destinato a soccorrere una parte malata provochi un'infezione, questo è un
fatto nuovo; ma il male che minaccia chiunque non è nuovo. Questa prima
classificazione può servire come base per azioni giudiziarie con cui le persone
lese dal funzionamento degli strumenti volessero far valere i loro diritti.
Chiarire queste categorie di danni può essere un mezzo per recuperare dei
principi di procedura politico-giuridica che permettano alle popolazioni di
capire, mettere sotto accusa e correggere l'attuale squilibrio del complesso
istituzionale dell'industria. Concepita in questi termini, l'identificazione
della molteplice minaccia non solo favorisce la partecipazione pubblica al
processo d'accusa, ma impone inoltre il recupero degli elementi essenziali del
procedimento formale giuridico per la vita politica.
Io
postulo che i principi che stanno alla base di ogni procedura morale, politica e
giuridica sono tre:
a)
il conflitto sollevato dalla
persona è legittimo;
b)
il processo decisionale
vigente trae la sua autorità dalla dialettica della storia;
c)
il ricorso alla popolazione,
ad assemblee di pari scelti tra uguali (e non al giudizio dell'«esperto»), è
l'indispensabile suggello di ogni decisione che riguardi la collettività.
Invertire
alla radice la struttura tecnica delle nostre istituzioni produttive più
importanti: ecco la rivoluzione, ecco l'assalto all'avere o al potere delle
classi professionali, in mancanza del quale il trasferimento al pubblico dei
titoli di proprietà rimane una mera cerimonia a beneficio di una nuova classe
di commissari-gerenti. E una rivoluzione che non si può né progettare né
condurre se prima non si recupera (e si accetta) una struttura formale di
procedura.
Prima
di approfondire la procedura politica che sola può salvaguardare l'equilibrio
umano, conviene centrare l'analisi su ciascuna delle dimensioni in cui si
presenta la minaccia.
L'importanza
dell'equilibrio tra l'uomo e la biosfera è un fatto accertato, e all'improvviso
ha cominciato a preoccupare molta gente. La degradazione dell'ambiente è
drammatica ed evidentissima. Per anni, a Città del Messico, la circolazione
automobilistica è regolarmente aumentata sotto un cielo azzurro; poi, ad un
tratto, è arrivato lo smog e ben presto è diventato peggio che a Los Angeles.
Veleni di una potenza sconosciuta vengono iniettati nel nostro biosistema. Non
c'è modo di eliminarli, né mezzo di prevedere se, assommandosi, non finiranno
un giorno per ridurre di colpo il nostro pianeta a una cosa morta, come è già
accaduto al lago Erie e al lago Bajkal. L'uomo è nato e si è evoluto dentro
una nicchia cosmica. La Terra è la nostra dimora. E questa dimora che l'uomo
adesso minaccia.
Di
solito si identificano nel sovrappopolamento, nella sovrabbondanza e nella
tecnica indifferente ai suoi sottoprodotti le tre forze che, combinandosi,
mettono in pericolo l'equilibrio ecologico. Paul Ehrlich osserva che volendo
affrontare onestamente il problema della «bomba demografica» e della
stabilizzazione dei consumi, si rischia di essere considerati «nemici del
popolo e nemici dei poveri», e tuttavia ribadisce che «certe misure impopolari
(che limitino al tempo stesso le nascite e i consumi) sono la sola speranza che
l'umanità abbia di evitare una miseria senza precedenti». Seguito da altri
sostenitori della crescita demografica zero, Ehrlich vuole sposare il controllo
delle nascite con l'efficienza industriale. Da parte sua Barry Commoner,
esponendosi alla critica d'essere un demagogo nemico delle macchine, mette
l'accento sulla terza incognita dell'equazione, la tecnologia perversa, e
afferma che è questa la principale responsabile della recente degradazione
dell'ambiente. Come molti altri ecologi, Commoner chiede una riattrezzatura
dell'industria, più che una inversione radicale della struttura di base degli
strumenti.
La
suggestione della crisi ecologica ha limitato il dibattito sulla sopravvivenza
all'esame di un solo equilibrio, quello minacciato dallo strumento inquinante.
Ma questo dibattito resta unidimensionale, dunque senza oggetto, anche se si
fanno intervenire tre variabili, ciascuna caratterizzante uno squilibrio tra
l'uomo e il suo ambiente. Il sovrappopolamento accresce il numero degli
individui dipendenti da risorse limitate, la sovrabbondanza obbliga ognuno a
spendere più energia, e lo strumento distruttivo degrada questa energia senza
beneficio.
Se
si considerano queste tre forze come le sole minacce, e la biosfera come
l'oggetto minacciato, due questioni, non di più, meritano di essere discusse:
a)
quale fattore (o quale forza) ha
maggiormente degradato le risorse genetiche, e quale è il più minaccioso per
il prossimo futuro?
b)
quale fattore, nella misura in cui
sia riducibile o invertibile, richiede maggiore attenzione da parte nostra?
Secondo alcuni è più facile risolvere il problema del sovrappopolamento,
secondo altri è più agevole ridurre una produzione generatrice di entropia.
Tutti, ovviamente, sono più o meno d'accordo che non si può accrescere il
benessere materiale seguendo le predizioni di Rerman Kahn e simili ciarlatani.
Onestà
vuole che ognuno di noi riconosca la necessità di porre un limite alla
procreazione, al consumo e allo spreco: ma, ancor più, importa abbandonare
l'illusione che le macchine possano lavorare per noi o i terapeuti renderci
capaci di servircene. L'unica soluzione alla crisi ecologica è che gli uomini
capiscano che sarebbero più felici se potessero lavorare insieme e prendersi
cura l'uno dell'altro. Un simile rovesciamento delle idee correnti richiede,
in chi l'opera, coraggio intellettuale. Egli infatti si espone a una critica
che, per non essere molto acuta, non è meno dolorosa: verrà trattato non solo
da «nemico del popolo» e «nemico dei poveri», ma anche da oscurantista
contrario alla scuola, al sapere e al progresso. Lo squilibrio ecologico è un
sovraccarico che si aggiunge ad altri per distorcere, ciascuno in una dimensione
particolare, l'equilibrio vitale. Più oltre mostrerò come, in questa
prospettiva, il sovrappopolamento è il risultato di uno squilibrio
dell'educazione, la sovrabbondanza deriva dalla monopolizzazione industriale dei
valori personali, e la cattiva tecnologia è l'inesorabile conseguenza d'una
inversione dei mezzi in fini.
Il
dibattito unidimensionale condotto dai sostenitori delle varie panacee, i quali
ritengono compatibile l'espansione controllata del sistema industriale con la
sopravvivenza in equità, può solo alimentare l'illusoria speranza che in
qualche modo l'azione umana opportunamente attrezzata possa rispondere alle
esigenze del mondo concepito come Totalità-Strumento. Una sopravvivenza
garantita burocraticamente in simili condizioni significherebbe
un'industrializzazione del terziario talmente accentuata, che tutto il pianeta
sarebbe guidato da un unico sistema di produzione e di riproduzione pianificato
dal centro.
Secondo
i fautori di questa soluzione, dominati da una mentalità industriale, la
conservazione dell'ambiente fisico potrebbe divenire la cura principale del
leviatano burocratico posto alle leve che regolano i livelli di riproduzione, di
domanda, di produzione e di consumo. Una tale risposta tecnocratica alla
crescita demografica, all'inquinamento e alla sovrabbondanza, non potrebbe
fondarsi che su un accresciuto sviluppo dell'industrializzazione dei valori. La
credenza nella possibilità ditale sviluppo si basa a sua volta su un postulato
erroneo, e cioè che «il successo storico della scienza e della tecnologia ha
reso possibile la traduzione dei valori in compiti tecnici, la
materializzazione dei valori. Quel ch'è in gioco è dunque una nuova
definizione dei valori in termini tecnici, come elementi del processo
tecnologico. I nuovi fini, come fini tecnici, opererebbero così nel progetto e
nella costruzione dell'apparato tecnologico, non solo nella sua utilizzazione»[1].
Il
ristabilimento di un equilibrio ecologico dipende dalla capacità del corpo
sociale di reagire contro la progressiva materializzazione dei valori, contro la
loro riduzione a compiti tecnici.
Se
questa reazione non ci sarà, l'uomo si troverà completamente accerchiato dai
prodotti dei suoi strumenti, chiuso senza via d'uscita. Avvolto da un ambiente
fisico, sociale e psichico da lui stesso fabbricato, sarà prigioniero del suo
strumento-guscio, incapace di ritrovare l'antico ambiente col quale si era
formato. L'equilibrio ecologico non sarà ristabilito se non riconosceremo che
solo la persona ha dei fini e che solo essa può lavorare per realizzarli.
Gli
strumenti sovrefficienti possono estinguere l'uomo distruggendo l'equilibrio tra
lui ed il suo ambiente. Ma certi strumenti possono essere sovrefficienti in
tutt'altro modo:
alterando
il rapporto tra ciò che uno ha bisogno di fare da sé e ciò che può attingere
bell'e fatto dall'industria. In questa seconda dimensione di possibile
squilibrio, la produzione sovrefficiente dà luogo a un monopolio
radicale.
Per
monopolio radicale intendo un tipo di dominio di un prodotto, che va molto al di
là di ciò che il termine solitamente indica. Generalmente si intende per
monopolio il controllo esclusivo, da parte di una ditta, sui mezzi di produzione
o di vendita di un bene o d'un servizio. Si dirà che la CocaCola ha il
monopolio delle bibite analcoliche del Nicaragua in quanto è l'unica
produttrice di simili bevande, in quel paese, che disponga di mezzi pubblicitari
moderni. La Nestlé impone la propria marca di cioccolato controllando il
mercato della materia prima, una fabbrica di automobili controllando le
importazioni dall'estero, una compagnia televisiva assicurandosi una licenza
esclusiva. I monopoli di questo tipo, è da un secolo che lo si riconosce, sono
dei pericolosi sottoprodotti dello sviluppo industriale; e si sono anche emanate
delle leggi nel tentativo, pressoché vano, di tenerli a freno. Normalmente la
legislazione con cui si cerca di ostacolare la formazione di monopoli ha mirato
a impedire che, tramite loro, s'imponesse un limite alla crescita economica; non
c'era alcun intento di proteggere l'individuo.
Questo
primo tipo di monopolio restringe le possibilità di scelta del consumatore o
addirittura lo fa trovare di fronte a un unico prodotto sul mercato, ma
raramente limita in altri sensi la sua libertà. Un uomo assetato può
desiderare una bibita analcolica, fresca e gassata, e trovarsi astretto alla
scelta di una sola marca, ma resta libero di togliersi la sete bevendo birra o
acqua. Solo se e quando la sua sete si traduce senza possibili alternative nel bisogno
forzato, nell'acquisto obbligatorio d'una bottiglietta di una certa
bibita, soltanto allora s'installa il monopolio radicale. Con questo termine io
intendo non il dominio di una marca ma la necessità industrialmente creata di
servirsi di un tipo di prodotto. Si ha monopolio radicale quando un processo di
produzione industriale esercita un controllo esclusivo sul soddisfacimento di un
bisogno pressante, escludendo ogni possibilità di ricorrere, a tal fine, ad
attività non industriali.
I
trasporti, per esempio, possono monopolizzare la circolazione. Le automobili
possono modellare una città a loro immagine, eliminando praticamente la
locomozione a piedi o in bicicletta, come a Los Angeles. La costruzione di
strade per autobus può annullare la circolazione fluviale, come in Tailandia.
Che l'automobile riduca il diritto di camminare, questo è monopolio radicale, e
non il fatto che si contino più guidatori di Fiat che di Alfa Romeo. Che la
gente sia obbligata a farsi trasportare e divenga incapace di circolare senza
motore, questo è monopolio radicale. Il danno che i trasporti motorizzati
infliggono alla gente in virtù di questo monopolio radicale è cosa del tutto
distinta e indipendente dal danno che producono bruciando della benzina che, in
un mondo sovrappopolato, potrebbe essere trasformata in alimenti. E distinto
anche dall'omicidio automobilistico. Certo che le automobili bruciano carburante
in olocausto, certo che sono costose: certo che dal 1908 a oggi in America si
sono registrati cento milioni di vittime dell'automobile. Ma il monopolio
radicale stabilito dal veicolo a motore ha un modo tutto suo di distruggere. Le
automobili creano distanze, la velocità in tutte le sue forme restringe lo
spazio. Si incuneano autostrade attraverso regioni sovrappopolate, e poi si
estorce alla gente un pedaggio per «autorizzarla» a superare le distanze che
il sistema del trasporto esige di per sé. Questo monopolio dei trasporti, come
una bestia mostruosa, divora lo spazio. Anche se gli aerei e gli autobus
funzionassero come servizi pubblici senza contaminare l'aria ed il silenzio e
senza prosciugare le risorse di energia, la loro velocità inumana degraderebbe
ugualmente la mobilità naturale dell'uomo, e lo costringerebbe a dedicare
sempre più tempo alla circolazione meccanica.
La
scuola può anch'essa esercitare un monopolio radicale sul sapere, ridefinendolo
come educazione. Finché si accetta la definizione della realtà fornita
dall'insegnante, agli effetti ufficiali gli autodidatti sono «sforniti di
educazione». La medicina moderna nega a chi soffre le cure che non siano
oggetto di una prescrizione medica. Si ha monopolio radicale quando lo strumento
programmato spossessa la capacità innata dell'individuo. Questo dominio dello
strumento instaura il consumo obbligatorio e di conseguenza restringe
l'autonomia della persona. È un tipo particolare di controllo sociale,
rafforzato dal consumo obbligatorio d'una produzione di massa che solo le grandi
industrie possono fornire.
Il
controllo esercitato sulle sepolture dalle imprese di pompe funebri mostra come sorge
e si stabilisce un monopolio radicale e in che cosa si differenzia da
altre forme di chiusura culturale. Nel Cile, fino a ma generazione addietro,
solo la preparazione della fossa e la benedizione della salma erano opera di
specialisti il becchino e il prete. Un lutto in famiglia creava degli obblighi
sociali, che potevano essere assolti <dai parenti. la veglia, le esequie e il
pranzo servivano a comporre le liti, a dare libero sfogo al dolore, a celebrare
lai vita e la fatalità della morte. La maggior parte delle usanze erano di
natura rituale, oggetto di minuziose prescrizioni che variavano dal deserto di
Atacama all'estremo Sud freddo e tedesco. Poi, nelle principali città sorsero
imprese di pompe funebri. All'inizio stentarono a trovare clienti perché, anche
in città, la gente sapeva ancora seppellire i propri morti. Negli anni Sessanta
ottennero il controllo dei nuovi cimiteri e cominciarono a offrire servizi
forfettari comprendenti la bara, la cerimonia e l'imbalsamazione del defunto.
Verso il 1970 è stata approvata una legge che impone l'obbligo di servirsi del
beccamorto. Quando otterrà il controllo del cadavere, l'impresario delle pompe
funebri avrà il monopolio radicale della sepoltura, così come il medico è sul
punto di avere il monopolio della morte.
La
polemica sui servizi sanitari che in corso negli Stati Uniti illustra
chiaramente come si rafforza un monopolio radicale per effetto della
lotta tra due tipi di fornitori, entrambi industriali. I repubblicani mettono
l'accento sulla prevenzione delle malattie, i democratici sulla cura. L'uno e
l'altro partito politico pongono il servizio professionale come uno scottante
problema pubblico, relegando così la cura della salute in un ambito dove la
politica ha ben poco d'importante da dire. Ogni partito promette più denaro ai
medici, agli ospedali ed ai farmacisti. Più denaro vorrà dire meno attenzione
ai fattori non terapeutici che determinano lo stato di salute, maggior presa
dell'industria della salute sui fondi pubblici, ed aumenti del suo prestigio e
del suo potere che non diventa meno arbitrario per il fatto di diventare più
complesso. Posto nelle mani di una minoranza, questo potere accrescerà la
capacità di sofferenza e ridurrà il potenziale d'iniziativa dei malati e dei
sani. Più denaro speso sotto la direzione degli specialisti della salute
significa più gente condizionata a sostenere il ruolo dell'ammalato, ruolo che
non ha neppure più il diritto d'interpretare per proprio conto: una volta
accettato il ruolo, infatti, i suoi bisogni più semplici non possono essere
soddisfatti se non attraverso certi rubinetti che, per definizione
professionale, sono rari.
Gli
uomini possiedono la capacità innata di curare, confortare, spostarsi,
apprendere, costruirsi una casa e seppellire i propri morti. Ognuna di queste
capacità risponde a un bisogno. I mezzi per soddisfare questi bisogni non
mancano fin tanto che gli uomini dipendono da ciò che possono fare da sé e per
sé, ricorrendo solo marginalmente a professionisti. Tali attività hanno un
valore d'uso, ma non necessariamente hanno assunto valore di scambio: il loro esercizio,
spesso, non si definisce culturalmente come lavoro.
Queste
soddisfazioni elementari si rarefanno quando l'ambiente sociale viene
trasformato in modo tale che i bisogni più semplici non possono più trovare la
loro risposta fuori commercio. Così si stabilisce un monopolio radicale allorché
gli uomini abbandonano la loro capacità innata di fare quel che possono per sé
e per gli altri, in cambio di qualcosa di «meglio» che solo uno strumento
dominante può procurargli. Questo monopolio radicale rispecchia
l'industrializzazione dei valori. Alla risposta personale sostituisce l'oggetto
standardizzato; crea nuove forme di scarsità attraverso l'accettazione di un
nuovo criterio di misura, e quindi di classificazione, del livello di consumo
della gente. Questa riclassificazione provoca l'aumento del costo unitario di
fornitura del servizio, svaluta la prestazione non professionale, modula
l'attribuzione dei privilegi, restringe l'accesso alle risorse, rende ostile
l'ambiente all'iniziativa autonoma e mette la gente in stato di dipendenza
forzosa.
Da
questo monopolio radicale è sempre più necessario salvaguardarsi. Bisogna
difendere l'uomo dall'infanzia, dalla morte e dalla sepoltura standardizzate,
sia che il loro consumo venga imposto sotto il segno della libera impresa, sia
che lo esigano i governi nel nome dell'uguaglianza e del progresso. Abbiamo
bisogno di questa difesa anche se nella maggior parte abbiamo ormai accettato di
sentirci clienti dei servizi specializzati. Se non riconosciamo questa necessità
di reagire, il monopolio radicale rafforzerà e affinerà i propri strumenti a
un punto tale da superare la soglia della resistenza umana all'inazione e alla
passività. L'espansione industriale che impone il consumo obbligatorio ha un
limite nel bisogno umano di iniziativa autonoma.
Non
sempre è facile determinare che cosa costituisce un consumo forzoso. Il
monopolio della scuola non si fonda in primo luogo su una legge che punisca i
genitori o i ragazzi colpevoli di diserzione scolastica. Non che tali leggi non
esistano, ma la scuola poggia su un'altra tattica: segregazione dei non
scolarizzati, accentramento degli strumenti del sapere sotto il controllo degli
insegnanti, trattamento sociale privilegiato per gli studenti. Difendersi da
leggi che rendano obbligatorie l'educazione, la vaccinazione o il prolungamento
della vita umana è importante, ma non basta. Le procedure che già permettono
di proteggersi contro la privazione di un bene o di un diritto vanno estese ai
casi in cui la parte minacciata voglia difendersi dall'obbligo di consumare,
qualunque sia il tipo di consumo in questione. La soglia di intollerabilità di
un monopolio radicale non può essere fissata in anticipo, ma se ne può
prevenire la minaccia. La legislazione che definisca la natura precisa del
monopolio ritenuto intollerabile deve essere frutto di un processo politico.
Difendersi
dalla generalizzazione del monopolio è difficile quanto difendersi dal dilagare
dell'inquinamento. Si è più pronti a insorgere contro un attentato ai propri
interessi privati che non contro i pericoli che minacciano l'insieme del corpo
sociale. I nemici dichiarati dell'automobile sono molto più numerosi dei nemici
del volante: gli stessi che sono contrari alle automobili in genere perché
inquinano l'aria, distruggono il silenzio e schiavizzano l'utente, non esitano
poi ad usare la propria macchina convinti che essa non inquini granché, e non
hanno alcuna sensazione di alienare la propria libertà quando sono al volante.
E qui che si coglie il carattere radicale del monopolio, nel fatto cioè che, in
una collettività, la maggioranza dà più peso al vantaggio personale immediato
che non al male futuro incombente su tutti. La difesa contro il monopolio è
ancora più difficile se si tiene conto dei fattori seguenti. Da una parte la
società è già adesso satura di autostrade, scuole e ospedali; dall'altra,
l'innata capacità dell'uomo di formulare atti indipendenti è paralizzata da
tanto tempo che sembra essersi atrofizzata; infine, le soluzioni che offrono
un'altra possibilità, per il fatto d'essere semplici, sembrano escluse dal
campo delle cose immaginabili. È difficile sbarazzarsi del monopolio una volta
che esso ha gelato la forma del mondo fisico, sclerotizzato il comportamento e
mutilato l'immaginazione. Quando il monopolio radicale viene scoperto, in genere
è troppo tardi per liberarsene in modo economico.
L'eliminazione
di un monopolio commerciale avviene a spese della minoranza che ne trae
profitto, cioè a spese di quei pochi che, di solito, riescono a sfuggire ai
controlli. La cosa è diversa nel caso del monopolio radicale, dalla cui
continuazione dipende non il profitto di alcuni ma il modo di vita della
maggioranza. Perché sia possibile spezzarlo occorre che la maggioranza si renda
conto che il pericolo incombente non è solo la fine del suo stile di vita, ma
la fine del suo mondo. Tuttavia questa minaccia, da sola, forse non basta per
indurre la maggioranza ad affrontare il costo della distruzione del monopolio.
Essa non accetterà di pagarne il prezzo se non mettendo sulla bilancia da una
parte le promesse di una società conviviale e dall'altra i miraggi d'una società
di progresso. La gente sceglierà la bicicletta solo dopo aver compreso due
cose: da un lato che il costo reale dei veicoli rapidi è diventato
incalcolabile; dall'altro, che per ogni ora di vita spesa al servizio della
circolazione i veicoli a velocità di bicicletta permettono di fare più
chilometri di qualsiasi altro veicolo più veloce. Ben poca gente sarebbe
disposta a pagare il costo della sopravvivenza se confondesse la convivialità
con l'indigenza.
Certi
sintomi del monopolio radicale cominciano ad affiorare nella coscienza sociale,
e soprattutto questo: anche nei paesi più altamente sviluppati, e qualunque sia
il loro regime politico, il tasso di crescita della frustrazione supera di gran
lunga quello della produzione. Certo le politiche di alleviamento della
frustrazione riescono facilmente a distrarre l'attenzione dalla natura profonda
del monopolio; ma a ogni successo superficiale di queste politiche, che corregge
distorsioni e diluisce la critica in vaghe riforme, il monopolio di cui ci
occupiamo non fa che radicarsi ancora più saldamente.
Il
primo dei palliativi è la difesa del consumatore. Il consumatore non può fare
a meno dell'automobile. Passa da questa a quella marca. Scopre che la maggior
parte delle vetture sono pericolose, a qualunque velocità. Allora si organizza
con altri consumatori per ottenere vetture più sicure, di qualità migliore e
più durevoli, nonché strade più larghe e meno pericolose. La vittoria del
consumatore è una vittoria di Pirro: un recupero di fiducia individuale nei
veicoli superpotenti (pubblici o privati che siano) significa maggior dipendenza
collettiva nei loro confronti, e una sempre maggiore frustrazione per chi deve,
o vuole, andare a piedi.
L'effetto
immediato di simili iniziative per l'autodifesa del consumatore «intossicato»è
quello di migliorare la qualità della droga fornita e di accrescere la potenza
del fornitore; ma alla lunga esse possono anche mettere lo sviluppo di fronte ai
propri limiti: può darsi che un giorno le automobili diventino troppo care da
comprare e le medicine troppo costose da provare. Acutizzando le contraddizioni
intrinseche a un tale processo di industrializzazione dei valori, le maggioranze
possono arrivare a prenderne piena coscienza. E possibile che il consumatore
avvertito, quello che seleziona i suoi acquisti, alla fine arrivi a scoprire che
gli conviene di più arrangiarsi da solo. Ralph Nader, direttamente, non fa che
promuovere e ribadire la dipendenza radicale; ma non è detto che,
esasperandola, non contribuisca a farla scoppiare.
Il
secondo palliativo, che mira a pareggiare il tasso di crescita della produzione
e quello della frustrazione, è l'ideologia della pianificazione. E illusione
diffusa che dei pianificatori animati da ideali socialisti potrebbero in qualche
modo creare una società socialista, in cui i lavoratori dell'industria
formerebbero la maggioranza. I sostenitori di quest'idea trascurano però un
fatto, e cioè che il margine di adattabilità degli strumenti anticonviviali
(cioè quelli che manipolano la persona) è ridottissimo. Una volta che i
trasporti, l'educazione o l'assistenza medica siano disponibili gratuitamente,
c'è rischio che il loro consumo venga imposto con maggior forza dai tutori
della morale, e che il sottoconsumatore venga accusato di sabotare lo sforzo
nazionale. In un'economia di mercato, chi vuole curarsi l'influenza restandosene
a letto è penalizzato con una perdita di introiti; in una società che si
appella al «popolo» per raggiungere obiettivi di produzione stabiliti al
vertice, il rifiuto di consumare assistenza sanitaria equivale a far professione
di pubblica immoralità. La difesa contro il monopolio radicale è possibile a
una sola condizione: che si esprima, sul piano politico, un accordo unanime
sulla necessità di mettere un termine all'aumento del prodotto da consumare. Un
tale consenso si situa esattamente all'opposto dell'atteggiamento che è ora
comune a tutte le opposizioni politiche e che consiste nel chiedere più cose
utili per più gente inutile.
L'equilibrio
fra l'uomo e l'ambiente da una parte e, dall'altra, fra la possibilità di
esercitare un'attività creativa e la somma dei bisogni elementari da soddisfare
in tale maniera, questo duplice equilibrio è ormai vicino al punto di rottura.
E tuttavia la maggioranza non ne è preoccupata. A questo punto bisogna spiegare
perché i più sono ciechi o impotenti di fronte al pericolo. L'accecamento, io
credo, è la conseguenza di un terzo squilibrio, quello del sapere; quanto
all'impotenza, essa dipende dal perturbamento di un quarto equilibrio, che io
chiamo equilibrio del potere.
L'equilibrio
del sapere è determinato dal rapporto di due variabili: da una parte il
sapere proveniente da relazioni creative tra l'uomo e il suo ambiente naturale,
dall'altra il sapere reificato dell'uomo agito dal suo ambiente attrezzato. Il
primo tipo di sapere è l'effetto dei nodi di relazioni che si stabiliscono
spontaneamente tra le persone, nell'impiego di strumenti conviviali. Il secondo
sapere discende da un addestramento intenzionale e programmato. L'apprendimento
della lingua materna rientra nella prima categoria, l'ingestione della
matematica a scuola appartiene alla seconda.
Nessuna
persona sensata direbbe che parlare, camminare o occuparsi di un bambino siano
risultato di una educazione formale come invece è di solito per la matematica,
la danza classica o la pittura.
L'equilibrio
del sapere, cioè il rapporto tra le due variabili, è diverso a seconda del
luogo e del tempo. Il rito vi ha grandissima parte: un musulmano sa un po'
d'arabo per via della sua preghiera. Questa acquisizione di sapere avviene per
interazione in un contesto delimitato da una tradizione. È in modo analogo che
i contadini riprendono il folklore della loro terra. Classi e caste moltiplicano
le occasioni di apprendere: il ricco sa stare a tavola e parlare in
società (e tiene lui stesso a dire che «queste cose non si imparano»); il
povero saprà sopravvivere degnamente là dove nessuna scuola può insegnare al
ricco come cavarsela.
Per
l'acquisizione del sapere, fondamentale è la struttura dello strumento: lo
strumento conviviale favorisce la scoperta personale, quello industriale
alimenta l'insegnamento. In certe tribù, piccole e di forte coesione, il sapere
è diviso assai equamente tra la maggioranza dei membri della tribù: ognuno sa
la maggior parte di ciò che il gruppo sa. Alla tappa successiva del processo di
civilizzazione, vengono introdotti nuovi strumenti, più gente sa un maggior
numero di cose, ma non tutti sanno più fare ogni cosa ugualmente bene. La
maestria, tuttavia, non implica ancora il monopolio della comprensione: si può
comprendere ciò che fa un fabbro senza essere fabbro, non c'è bisogno di
essere cuoco per sapere come si cucina. Questo gioco combinato di una
informazione largamente diffusa e di una attitudine generale a trarne profitto
è caratteristico delle società in cui prevale lo strumento conviviale. La
tecnica dell'artigiano può essere compresa osservando il suo lavoro, mentre le
risorse complesse che egli mette in opera non possono essere acquisite se non al
termine di una lunga operazione disciplinata: l'apprendistato. Il sapere globale
di una società si espande quando, nello stesso tempo, si sviluppano il sapere
acquisito spontaneamente e il sapere trasmesso da un maestro; allora disciplina
e libertà si congiungono armoniosamente. L'espansione del campo di equilibrio
del sapere non può andare all'infinito; contiene in se stessa il proprio
limite. Questo campo è ottimizzabile, non indefinito. Prima di tutto perché
l'arco di una vita umana è limitato. Poi (e anche questo è un fatto
inesorabile) perché la specializzazione dello strumento e la divisione del
lavoro si incrementano reciprocamente e, al di là di un certo punto, richiedono
una sovraprogrammazione tanto dell'operatore quanto del cliente. Da questo
momento, la maggior parte del sapere di ognuno è effetto del volere e del
potere altrui. La cultura di un corpo sociale può fiorire in innumerevoli
varietà, ma ci sono dei limiti materiali alla specializzazione che non si
possono aggirare.
In
quale ambiente il bambino di New York vede la luce? In un insieme complesso di
sistemi che significano una cosa per quelli che li progettano e un'altra per chi
ne fa uso. Posto a contatto con migliaia di sistemi, ai loro punti terminali,
l'uomo di città sa forse servirsi del telefono e del televisore, della legge e
delle assicurazioni, ma non sa come funzionano. L'acquisizione spontanea del
sapere è limitata ai meccanismi di adattamento a un comfort massificato. L'uomo
di città è sempre meno in grado di farsi tanto le sue cose quanto le sue idee.
Far da mangiare, far la corte o fare l'amore, tutto diventa materia
d'insegnamento. Deviato dall'educazione e verso l'educazione, l'equilibrio del
sapere si disgrega. Sappiamo ciò che ci è stato insegnato, ma non impariamo più
da noi stessi. Sentiamo d'aver bisogno di essere educati.
Il
sapere diventa così una merce e, come tutte le merci che passano
attraverso il mercato, è soggetto alla scarsità. Celare la natura di questa
scarsità è la funzione, costosissima, di tutta una multiforme educazione. E
educazione infatti la preparazione programmata alla «vita attiva» mediante l'ingurgitazione
di istruzioni confezionate in serie, prodotte dalla scuola. Ma è educazione
anche il collegamento continuo col flusso delle informazioni emesse dai media
(informazioni su quello che accade), come è educazione il «messaggio»
di ogni bene manufatto. Qualche volta il messaggio è scritto sulla scatola, e
bisogna leggerlo. Se il prodotto è più elaborato, la sua forma, il suo colore,
le associazioni provocate dettano all'utente il modo di servirsene. Permanente,
l'educazione lo è in particolare, come ricostituente di stagione, per il
dirigente, il poliziotto e l'operaio specializzato, periodicamente superati
dalle innovazioni nei rispettivi campi. Quando la gente si consuma, e deve
continuamente ritornare sui banchi di scuola per prendere un bagno di sapere e
di sicurezza, quando l'analista deve essere riprogrammato a ogni nuova
generazione di calcolatori, allora, veramente, il sapere è una merce soggetta
alla scarsità. Così l'educazione diventa, nella società, il problema più
scottante e insieme più mistificante.
Ovunque
il tasso di aumento del costo della formazione è superiore a quello del
prodotto globale. Di ciò si danno due diverse interpretazioni. Per l'una,
l'educazione è un mezzo per raggiungere dei fini economici; l'investimento di
sapere nell'uomo è richiesto dalla necessità di accrescere la produttività.
In questa prospettiva, l'aumento sproporzionato del terziario terapeutico
significa che la produzione globale si avvicina all'asintoto. Per parare il
pericolo, occorre trovare il mezzo di migliorare il rapporto spesa-ricavo
nell'ortopedia pedagogica. Le scuole saranno le prime a essere colpite dal
processo di razionalizzazione dei meccanismi di capitalizzazione del sapere. A
mio avviso è un peccato: per quanto distruttiva e inefficace, la scuola, per il
suo carattere tradizionalista, assicura un minimo di protezione al bambino; una
volta liberati dagli impacci inerenti al sistema scolastico, gli educatori
potrebbero rivelarsi dei «condizionatori» mortalmente efficaci.
Il
punto di partenza della seconda interpretazione è opposto: il terziario, che
non si può peraltro assimilare alla sola educazione, è il prodotto sociale più
prezioso dello sviluppo industriale. Pertanto, il declino dell'utilità
marginale dell'educazione non è un buon motivo per limitarne la produzione. Al
contrario, la sostituzione della domanda di servizi alla domanda di beni segna
il passaggio a un'economia stabile e, insieme, un miglioramento della «qualità
della vita». Nove volte su dieci, le previsioni su quello che sarà il 2000,
nel loro ultimo capitolo, descrivono la felicità come una valanga di consumo
terziario.
Queste
due interpretazioni spostano entrambe l'equilibrio del sapere: concorrono allo
sviluppo delle tecniche di manipolazione educativa, e soffocano ogni curiosità
personale. Considerare l'educazione come mezzo di produzione o come prodotto di
lusso è la stessa cosa, dal momento che si concorda nel chiederne sempre nuove
dosi. Le due posizioni si basano sul medesimo postulato, segnato da un carattere
di fatalità: il mondo moderno è talmente artificiale, alienato, arcano, che
trascende la capacità dell'uomo comune e non può essere scoperto ma solo
conosciuto per via di rivelazione dai grandi iniziati e dai loro discepoli.
Sostituire la sveglia meccanica dell'educazione al risveglio del sapere
significa soffocare nell'uomo il poeta, gelare il suo potere di dare senso al
mondo. Non appena separato dalla natura, privato di lavoro creativo, mutilato
nella curiosità, l'uomo perde le sue radici, è paralizzato, appassisce.
Sovradeterminare l'ambiente fisico significa renderlo fisiologicamente ostile.
Annegare l'uomo nel benessere significa incatenarlo al monopolio radicale.
Corrompere l'equilibrio del sapere significa trasformare l'uomo in una
marionetta dei suoi strumenti. Invischiato nella sua infelicità climatizzata,
l'uomo è castrato: gli resta solo la rabbia, che lo porta a uccidere oppure a
uccidersi.
Poeti
e buffoni sono sempre insorti contro l'oppressione dogmatica del pensiero
creativo. Attraverso le metafore, essi svelano il significato letterale. Nella
cornice dell'humour, mettono in mostra l'insensatezza di ciò che pretende
d'esser serio. Col loro ingenuo stupore dissolvono le certezze, bandiscono i
timori e slegano i corpi paralizzati. Il profeta denuncia le credenze, mette a
nudo le superstizioni, sveglia le persone, ne suscita le forze e l'ardore. Che
le ingiunzioni della poesia, dell'intuizione, della teoria, contro l'avanzata
del dogma sullo spirito riescano a provocare una rivoluzione della
consapevolezza, non è impossibile. Ma condizione perché l'equilibrio del
sapere possa essere raddrizzato è che Chiesa e Stato siano separati, che
burocrazia della verità e burocrazia del benessere siano divise, che il sapere
obbligatorio e forzoso e l'azione politica siano distinti. La scrittura poetica
non farà esplodere la società se non calandosi nella forma del processo
politico.
Già
altre volte il Diritto è servito a slegare l'ideologia dalle leggi. Il Diritto
che già difese il corpo sociale dalle esorbitanti pretese dei chierici, può
ora farlo contro quelle degli educatori. Non corre molta differenza tra
l'obbligo di andare a scuola, o altrove, e quello di andare in chiesa. Un giorno
il Diritto potrà realizzare la separazione tra educazione e politica, su cui si
fonda in linea di principio la società. Ma sin d'ora esso può servire a
combattere la proliferazione del terziario ed il suo impiego per la riproduzione
di un capitalismo del sapere e di una società di classe fondata sulla
reificazione dell'educazione.
Comprendere
per davvero l'aumento del costo dell'educazione suppone che siano note le due
facce del problema: prima di tutto, che lo strumento non conviviale comporta
come inevitabile effetto collaterale un aumento della spesa educativa che presto
supera la produttività totale della società; e in secondo luogo, che
un'educazione attrezzata in maniera non conviviale è economicamente
impraticabile.
Il
primo aspetto ci fa capire la necessità di passare a una società in cui
lavoro, svago e politica favoriscano l'apprendimento, una società che funzioni
con un minor grado di educazione formale. Il secondo aspetto ci fa capire la
possibilità di attuare delle soluzioni educative che facilitino un'acquisizione
spontanea del sapere, confinando l'insegnamento programmato a casi limitati e
chiaramente specificati.
Su
tutta la superficie del pianeta, lo strumento altamente capitalizzato richiede
un uomo imbottito d'uno stock di sapere. Dopo la seconda guerra mondiale, la
razionalizzazione della produzione ha penetrato le regioni cosiddette arretrate
e le metastasi industriali hanno preso a esercitare sulla scuola un'intensa
domanda di personale programmato. La proliferazione di questo tipo di benessere
esige un appropriato condizionamento per viverci insieme. Ciò che la gente
impara nelle scuole che si moltiplicano in Malesia o nel Brasile è, innanzi
tutto, misurare il tempo con l'orologio del programmatore, stimare l'avanzamento
con gli occhiali del burocrate, apprezzare l'accresciuto consumo con il cuore
del mercante, considerare il perché del lavoro con gli occhi del responsabile
sindacale. Questo non è il maestro di scuola a insegnarglielo, ma il percorso
programmato prodotto e nello stesso tempo obliterato dalla struttura scolastica.
Ciò che insegna il maestro non ha importanza dal momento che i bambini devono
trascorrere centinaia di ore riuniti per classi d'età, assoggettarsi alla
routine del programma (il percorso o curriculum), e ricevere un diploma in base
alla loro capacità di assoggettarvisi. Che cosa si impara a scuola? Si impara
che più ore vi si passano, più aumenta il proprio prezzo sul mercato. Si
impara a valorizzare il consumo scaglionato di programmi. Si impara che tutto ciò
che è prodotto da un'istituzione dominante vale e costa caro, anche quello che
non si vede, come l'educazione o la salute. Si impara a valorizzare
l'avanzamento gerarchico, la sottomissione e la passività, e persino la
devianza-tipo che il maestro ama interpretare come sintomo di creatività. Si
impara a brigare senza indisciplina i favori del burocrate che presiede alle
sedute quotidiane, il professore a scuola, il capo in fabbrica. Si impara a
definirsi come detentori di un capitale di sapere nella specialità in cui si è
investito il proprio tempo. Si impara, infine, ad accettare senza mugugni il proprio
posto nella società, cioè la classe e la carriera precise che
corrispondono rispettivamente al livello e al campo di specializzazione
scolastica.
L'educazione
non diventa una necessità soltanto perché occorre diplomare la gente per
selezionare quelli a cui si darà lavoro, ma anche per controllare quelli che
accedono al consumo. E lo sviluppo industriale stesso che porta l'educazione a
esercitare il controllo sociale indispensabile per un uso efficiente dei
prodotti. L'industria edilizia nei paesi dell'America Latina è un buon esempio
delle disfunzioni educative provocate dagli architetti. In questi paesi, le
grandi città sono contornate da vaste zone, favelas, barriadas o poblaciones,
dove la gente si costruisce i suoi ripari da sola. Non costerebbe molto
prefabbricare degli elementi d'abitazione e per servizi comuni facili da
montare: la gente potrebbe costruirsi abitazioni più durevoli, più
confortevoli e più salubri, e nello stesso tempo apprenderebbe l'uso di nuovi
materiali e di nuovi sistemi. Invece di questo, invece di incoraggiare
l'attitudine innata nell'uomo a modellare il proprio ambiente, i governi
paracadutano su queste bidonvilles dei servizi comuni concepiti per una
popolazione che viva in case di tipo moderno. Con la loro semplice presenza, la
superstrada asfaltata, la scuola nuova e il posto di polizia in vetro e acciaio
definiscono come modello l'edificio disegnato e costruito da specialisti, e in
tal modo appongono sulla casa che ci si costruisce da soli il marchio della
bidonville, riducendola a non essere altro che una baracca di latta. Questa
definizione è poi consacrata dalla legge, la quale rifiuta il permesso di
costruire a chi non può presentare un progetto firmato da un architetto. Così
si spoglia la gente della sua attitudine naturale a investire il proprio tempo
personale nella creazione di valori d'uso, e la si obbliga a un lavoro
salariato: potrà così scambiare il suo salario con lo spazio industrialmente
condizionato. E la si spoglia anche della possibilità di imparare facendo. Il
tipo di costruzione che la scuola ha reso possibile rende a sua volta necessaria
la scuola.
La
società industriale esige che alcuni siano programmati per guidare camion,
altri per costruire case. Ad altri ancora si deve insegnare a vivere nei grandi
complessi. Insegnanti, assistenti sociali e poliziotti lavorano a braccetto per
mantenere la popolazione sottopagata o parzialmente disoccupata in case che né
si è fatta da sé né può modificare. In tal modo l'economia realizzata nella
costruzione di simili complessi abitativi fa aumentare, naturalmente, il costo
di manutenzione dell'immobile, ma esige inoltre per spese terziarie un multiplo
della somma risparmiata: per istruire, animare, promuovere, ossia per
controllare, conformare e condizionare il locatario. Per sistemare più persone
su una superficie minore, il Brasile e il Venezuela hanno fatto l'esperimento
dei grandi immobili. Dapprima è stato necessario che la polizia sloggiasse la
gente dalle «catapecchie» e la rialloggiasse in appartamenti. Poi gli
assistenti sociali si sono cimentati nel duro compito di socializzare dei
locatari non sufficientemente scolarizzati per comprendere da soli che non si
allevano maiali sul balcone di un undicesimo piano e non si coltivano fagiolini
rossi nella vasca da bagno.
A
New York chi non ha dodici anni di scolarità è considerato alla stregua di un
invalido: diventa inoccupabile e cade sotto la tutela di assistenti sociali che
decidono come dovrà vivere. Il monopolio radicale dello strumento
sovrefficiente estorce al corpo sociale un crescente (e costoso) condizionamento
dei suoi clienti. Le automobili prodotte dalla Ford richiedono, per essere
riparate, dei meccanici periodicamente riciclati dalla fabbrica stessa. I
fautori del «miracolo verde» selezionano delle sementi ad alto rendimento le
quali possono essere usate solo da una minoranza che disponga di un duplice
concime: quello chimico e quello dell'educatore. Più salute, più velocità e
più raccolto significano individui più ricettivi, più passivi, più
disciplinati. Le scuole produttrici di controllo sociale, prendendo a proprio
carico la maggior parte del costo di queste discutibili conquiste, con ciò
stesso lo mascherano.
Cedendo
alle pressioni esercitate su di lei in nome del controllo sociale, la scuola
tocca e supera la sua seconda soglia critica. I pianificatori fabbricano
programmi più variati e più complessi, la cui utilità marginale per ciò
stesso diminuisce.
Mentre
la scuola allarga il campo delle sue pretese, altri servizi si scoprono una
missione educatrice. La stampa, la radio e la televisione non sono più soltanto
mezzi di comunicazione, dal momento che le si mette coscientemente al servizio
dell'integrazione sociale. I settimanali aumentano la loro diffusione
riempiendosi di informazioni stereotipate, diventano dei prodotti finiti che
forniscono già bell'e confezionata un'informazione filtrata, asettica,
predigerita. Questa «migliore» informazione soppianta l'antica discussione del
fòro dei semplici, della plaza; col pretesto di informare, suscita una
docile bulimia di alimenti precotti e uccide la capacità naturale di scegliere,
padroneggiare, organizzare l'informazione. Si offre al pubblico qualche vedette
o qualche specialista volgarizzato dai confezionatori del sapere, mentre la
voce dei lettori viene confinata, dopo attenta selezione, nella rubrica delle «lettere
al direttore» o nelle docili risposte alle varie inchieste promosse dallo
stesso rotocalco.
Ora,
gli uomini non hanno bisogno di una maggiore quantità di insegnamento. Hanno
bisogno di imparare certe cose. Bisogna che imparino a rinunciare, il che non si
apprende a scuola, che imparino a vivere entro certi limiti, come è necessario
per esempio per far fronte al problema della natalità. La sopravvivenza umana
dipende dalla capacità degli interessati di imparare presto, da loro stessi,
quello che non possono fare. Gli uomini devono imparare a controllare
la loro riproduzione, il loro consumo e il loro uso delle cose. E impossibile educare
la gente alla povertà volontaria, così come l'autocontrollo non può
essere il risultato di una manipolazione. E impossibile insegnare la
rinuncia gioiosa ed equilibrata, in un mondo strutturalmente tutto orientato a
produrre sempre di più ed a creare l'illusione che ciò costi sempre meno.
Bisogna
(per scegliere un esempio) che tutti imparino il perché e il come del controllo
delle nascite. Il motivo è chiaro: l'uomo si è evoluto su una particella del
cosmo; il suo universo, circoscritto dalle risorse dell'ecosfera, non può
ammettere che un numero limitato di occupanti. La tecnica ha modificato le
caratteristiche di questa nicchia ecologica e l'ecosfera può ora accogliere più
abitanti, ciascuno meno adatto vitalmente al proprio ambiente, ciascuno avente
in media meno spazio, meno competenza, meno tradizione. Il tentativo di
fabbricare un ambiente «migliore» si è rivelato altrettanto presuntuoso
quanto quello di «migliorare» la salute, l'educazione o la comunicazione. Il
risultato è che oggi c e più gente che si sente sempre meno a proprio agio. I
nuovi strumenti che hanno favorito la crescita della popolazione non possono
assicurarne la sopravvivenza. L'entrata in funzione di nuovi strumenti ancora più
potenti accresce il numero dei frustrati più rapidamente di quanto accresca il
totale della popolazione. Su un mercato stracolmo, la carenza si accentua ed
esige sempre più la programmazione dei clienti.
Il
successo di qualunque pianificazione riposa su un fattore-chiave: il controllo
del numero degli individui per i quali si pianifica. Ma, fino a oggi, tutte le
pianificazioni demografiche sono fallite: la gente limita le nascite solo quando
l'abbia deciso per proprio conto. Il paradosso è che l'uomo oppone la sua più
forte resistenza proprio all'insegnamento di cui avrebbe maggiormente bisogno.
Qualunque programma di controllo delle nascite condotto sul modello industriale
avrà lo stesso decorso che hanno avuto altri sforzi di terapia imposta, come la
scuola e l'ospedale. All'inizio giocherà l'effetto di seduzione; poi verrà
l'escalation dell'aborto e della sterilizzazione obbligatori; alla fine si avrà
l'argomento decisivo per perpetrare genocidi, paupericidi e altre forme di
megamorte. L'orrore dell'applicazione della scienza moderna a strutture
manipolatrici non si presenta in nessun altro campo con tanta mostruosa evidenza
come nel campo demografico.
Senza
la pratica di una contraccezione volontaria ed efficace, l'umanità sarà
schiacciata dal proprio numero prima ancora d'essere schiacciata dalla potenza
dei propri strumenti. Ma la generalizzazione della contraccezione non può in
alcun caso esser opera di un'organizzazione manipolatrice dotata di un suo
strumento miracoloso. Una nuova pratica, opposta a quella d'oggi, può derivare
solo da un nuovo rapporto tra l'uomo e il suo strumento: per essere efficace, la
contraccezione esige che si generalizzi quella mentalità conviviale che sola
rende possibile il controllo dello strumento in questione.
I
sistemi richiesti dal controllo delle nascite sono l'esempio-tipo dello
strumento conviviale moderno: integrano i dati della scienza più avanzata con
arnesi utilizzabili al prezzo di un minimo di buon senso e di esperienza. Tali
sistemi offrono un insieme di nuovi mezzi per esercitare le pratiche millenarie
di contraccezione, sterilizzazione e aborto. Grazie al loro basso costo, possono
esser resi accessibili a chiunque. Data la loro varietà, si conciliano con le
credenze, le occupazioni e le situazioni più diverse. Con ogni evidenza, sono
strumenti che strutturano la relazione che ciascuno ha con il proprio corpo e
con gli altri. Sono predestinati all'uso conviviale.
Il
controllo delle nascite è un'impresa da realizzare entro un tempo ridottissimo.
Non potrà essere realizzata se non in modo conviviale. E un controsenso
pretendere di imporre a una popolazione l'uso dello strumento conviviale negli
atti riguardanti la sfera sessuale, e per un altro verso continuare a
condizionarla al solo consumo in tutte le altre sfere (inclusa la fantasia
sessuale). E assurdo chiedere a un contadino brasiliano di usare da solo il
preservativo, dopo che gli si è insegnato a dipendere dal medico per le
iniezioni e le ricette, dall'avvocato per risolvere una lite e dall'insegnante
per imparare a leggere e scrivere. E un controsenso oggi legiferare sull'aborto
come «atto medico» quando è divenuto più semplice che mai riconoscere
l'inizio di una gravidanza o interromperla. Ma non è meno utopistico immaginare
che in India l'istituzione medica affidi di sua volontà la sterilizzazione a
degli assistenti analfabeti addestrati allo scopo. Il giorno in cui gli
interessati prenderanno coscienza che questa delicata operazione può essere
eseguita altrettanto bene, se non meglio, da un profano, purché sia capace
dell'attenzione e dell'abilità che sono per esempio richieste per la pratica
ancestrale della tessitura di un san, quel giorno segnerà la fine del
monopolio dei medici su tutta una serie di operazioni non tanto costose da
essere escluse per i più. Via via che strumenti postindustriali razionali si
diffonderanno, i tabù dello specialista seguiranno l'attrezzatura industriale
nella sua caduta come l'avevano accompagnata nella sua gloria. Lo strumento
semplice, povero, trasparente è un umile servitore e condizione per interscambi
personali; lo strumento elaborato, complesso, arcano è un padrone arrogante e
si erge come barriera fra uomo e uomo.
L'industrializzazione
moltiplica gli uomini e le cose. I sottoprivilegiati crescono di numero, mentre
i privilegiati consumano sempre di più. Di conseguenza, tra i poveri aumenta la
fame e tra i ricchi la paura. Guidato dal bisogno e dal sentimento d'impotenza,
il povero reclama un'industrializzazione accelerata; spinto dalla paura e dal
desiderio di proteggere il suo star meglio, il ricco s'impegna in una difesa
sempre più rabbiosa e rigida. Mentre il potere si polarizza, l'insoddisfazione
si generalizza. La possibilità che pur ci è data di creare per tutti maggiore
felicità con meno abbondanza, è relegata al punto cieco della visione sociale.
Questo
accecamento nasce dallo squilibrio della bilancia del sapere. Gli intossicati
dall'educazione sono buoni consumatori e buoni utenti. Vedono la loro crescita
personale sotto forma di una accumulazione di beni e di servizi prodotti
dall'industria. Anziché fare le cose da se stessi, preferiscono riceverle
bell'e pronte dall'istituzione. Soffocano il loro potere innato di apprendere il
reale. Lo squilibrio della bilancia del sapere spiega come l'avanzata del
monopolio radicale dei beni e dei servizi non venga quasi affatto percepita
dall'utente. Ma non ci dice perché costui si senta tanto impotente a modificare
le disfunzioni, nella misura in cui le percepisce.
È
qui che interviene l'effetto di un quarto tipo di sconvolgimento: la
polarizzazione crescente del potere. Sotto la spinta della megamacchina in
espansione, il potere di decidere del destino di tutti si concentra nelle mani
di alcuni. E, in questa frenesia di crescita, le innovazioni che migliorano la
sorte della minoranza privilegiata crescono ancora più rapidamente del prodotto
globale.
Un
aumento del 3 per cento del livello di vita americano costa venticinque volte più
caro di un uguale aumento del livello di vita in India, paese che pure è più
popoloso e prolifico del Nord America. Nella corsa alla crescita industriale, la
condizione del povero può essere migliorata se il ricco consuma di meno, mentre
quella del ricco non può esserlo se non al prezzo della spoliazione mortale del
povero. Il ricco sostiene che sfruttando il povero lo arricchisce perché in
ultima analisi egli crea abbondanza per tutti; e le élites dei paesi poveri
diffondono questa favola.
Il
ricco si arricchirà e spoglierà più d'un povero nel prossimo decennio. Il
fatto che il mercato internazionale fornisca loro del frumento, imporrà ai
paesi poveri di costruire reti di trasporto e di distribuzione, a un prezzo
sociale che sarebbe praticamente bastato a trasformare l'agricoltura locale. Ma
l'angoscia che ci stringe nell'osservare la controproduttività delle politiche
di «sviluppo» non deve impedirci di comprendere la struttura della
ripartizione del potere, che costituisce la quarta dimensione attraverso cui il
sovrasviluppo esercita i suoi effetti distruttivi. L'industrializzazione
sfrenata fabbrica la povertà moderna. È vero che i poveri hanno un po' più di
soldi, ma con quel loro poco denaro possono fare di meno: e non tanto a causa
dell'aumento dei prezzi, quanto per la paralisi che colpisce la produzione dei
valori che non siano merci. La modernizzazione della povertà va di pari passo
con la concentrazione del potere: potere che consiste soprattutto nel decidere
quello che si potrà o dovrà produrre. E un punto da comprendere bene,
altrimenti non si coglie la natura profonda della polarizzazione.
La
povertà si modernizza: la sua soglia monetaria si eleva perché nuovi prodotti
industriali si presentano come beni di prima necessità, restando tuttavia
inaccessibili ai più. Nel terzo mondo, grazie alla «rivoluzione verde», il
contadino povero è espulso dalla sua terra. Come salariato agricolo guadagna di
più, ma i suoi bambini non mangiano più come una volta. Il cittadino americano
che guadagna dieci volte più del salariato agricolo è anche lui disperatamente
povero. Entrambi pagano sempre più caro un crescente “essermeno”.
Complementarmente,
cresce il divario tra ricchi e poveri, poiché il controllo della produzione è
centralizzato al fine di produrre sempre di più per il maggior numero. Mentre
la salita delle soglie di povertà è conseguenza della struttura del prodotto
industriale, l'aumento del divario tra poveri e potenti dipende dalla struttura
dello strumento. Chi vuole risolvere il primo aspetto del problema senza
considerare il secondo, non fa che sostituire alla carenza di cose una carenza
di voce. La ridistribuzione del prodotto non è il rimedio alla polarizzazione
del controllo.
Con
lo strumento fiscale si ovvia agli effetti superficiali della concentrazione
industriale del potere. L'imposta sul reddito trova il suo complemento nei
sistemi di sicurezza sociale, di sussidi e di equa distribuzione del benessere.
Può anche accadere che al di là di una certa soglia il capitale venga
statalizzato, o che si decida di ridurre il ventaglio dei salari. Ma un simile
controllo del reddito privato non può essere efficace se non è accompagnato da
un controllo sul consumo dei privilegi attribuiti all'individuo in virtù della
sua funzione di produttore. Di per sé il controllo del reddito non ha alcun
effetto eguagliatore sui privilegi che contano veramente in una società dove
l'impiego è diventato più importante della famiglia. Finché i lavoratori
saranno classificati in base al grado di capitalizzazione di forza-lavoro che a
ciascuno si imputa, la minoranza detentrice di stock di sapere ad alta
quotazione si arrogherà regolarmente tutti i privilegi che permettono di guadagnare
tempo. La concentrazione dei privilegi nelle mani di pochi è inerente alla
produttività industriale.
Appena
un secolo fa, nessuno avrebbe potuto immaginare la concentrazione del potere e
dell'energia che oggi ci sembra normale. In una società moderna, l'energia
industrializzata supera enormemente l'energia metabolica globale, cioè
l'energia di cui dispone il corpo umano per svolgere determinati compiti. Il
rapporto tra l'energia meccanica e l'energia umana disponibile è di 15 in Cina
e di 300 negli Stati Uniti. E le reti elettriche concentrano il controllo
dell'energia e l'esercizio del potere più efficacemente di quanto non ci
riuscisse la frusta nelle civiltà antiche. La ripartizione sociale del
controllo del consumo di energia si è modificata radicalmente. Il funzionamento
e, più ancora, il disegno dell'infrastruttura energetica di una società
moderna impongono l'ideologia del gruppo dominante, con una forza e una
penetrazione inconcepibili per il sacerdote dell'antico Egitto o per il
banchiere del secolo XVII. In quanto mezzo di dominio, la moneta perde il suo
valore a vantaggio del carburante. Se per capitale si intende ciò che fornisce
l'energia trasformatrice, l'inflazione energetica ha ridotto la maggioranza
all'indigenza.
Via
via che lo strumento s'ingrossa, il numero degli operatori potenziali
diminuisce. Via via che lo strumento diviene più efficiente, l'operatore
impiega più beni e servizi costosi. Nei cantieri guatemaltechi, l'ingegnere è
il solo ad avere l'aria condizionata nella sua baracca. Il suo tempo è così
prezioso che egli prende l'aereo per andare nella capitale, e le sue decisioni
sono così importanti che le comunica con una radio trasmittente a onde corte.
Ovviamente, l'ingegnere ha guadagnato i suoi privilegi accaparrandosi i fondi
pubblici per ottenere i suoi titoli di studio. Il manovale indio non avverte la
posizione relativamente privilegiata del suo caposquadra; invece i geometri e i
disegnatori, che sono stati scolarizzati ma non sono arrivati fino alla laurea,
soffrono tutt'a un tratto più acutamente il caldo del cantiere e la lontananza
dalle famiglie. Sono relativamente impoveriti di tutta l'efficienza
supplementare guadagnata dal loro capo.
Mai
lo strumento è stato tanto potente. E mai è stato a tal punto accaparrato da
una élite. Il diritto divino non correva tanto in soccorso dei re d'una volta
quanto la crescita dei servizi soccorre i funzionari d'oggi, nell'interesse
supremo della produzione.
I
sovietici giustificano i trasporti supersonici dicendo che fanno risparmiare
tempo ai loro scienziati. I trasporti a grande velocità, le reti di
telecomunicazione, le cure mediche speciali e l'assistenza illimitata della
burocrazia vengono presentate come necessità per ottenere il massimo dagli
individui che sono stati oggetto del massimo di capitalizzazione.
La
società del megastrumento dipende per la sua sopravvivenza da molteplici
sistemi che impediscono ai più di far valere la loro parola. Quest'ultimo
privilegio è riservato agli individui riconosciuti come i più produttivi.
Normalmente la produttività di un individuo si misura dall'investimento
educativo di cui è stato oggetto, dall'importanza mondo industriale. Si può
immaginare che il Nord America cessi di sfruttare la sottoindustrializzazione
dell'America Latina, ma non che cessi di destinare le sue donne alle corvées
non industrializzabili.
L'espansione
dell'industria si arresterebbe se le donne ci forzassero a riconoscere che la
società non è più vitale quando un solo modo di produzione eserciti il suo
dominio sull'insieme. E urgente prendere coscienza della pluralità dei modi di
produzione, ciascuno valido e rispettabile, che una società, per essere vitale,
deve far coesistere. Questa presa di coscienza ci renderebbe padroni della
crescita industriale. La crescita si arresterebbe se le donne e le altre
minoranze tenute lontane dal potere esigessero un lavoro egualmente creativo per
tutti, anziché reclamare l'eguaglianza dei diritti sulla mega-attrezzatura
manipolata fino ad oggi dall'uomo soltanto. Solo una struttura di produzione che
protegga l'eguale ripartizione del potere permette un eguale godimento
dell'avere.
La
ricostruzione conviviale suppone lo smantellamento dell'attuale monopolio
dell'industria, non la soppressione di qualunque produzione industriale. Implica
che sia ridotta la polarizzazione sociale dovuta allo strumento, affinché nella
forza produttiva coesista una pluralità dinamica di strutture complementari e
quindi una pluralità di ambienti e di élite. Richiede l'adozione di strumenti
che mettano in opera l'energia del corpo umano, non il regresso verso uno
sfruttamento dell'uomo. Esige una considerevole riduzione della serie di
trattamenti obbligatori, ma non impedisce a nessuno di farsi insegnare o curare
se lo desideri. Una società conviviale non è una società congelata. La sua
dinamica dipende dall'ampia ripartizione del controllo dell'energia, cioè del
potere di operare un cambiamento reale. Nel sistema attuale di obsolescenza
programmata su larga scala, alcuni centri di decisione impongono l'innovazione
all'intera società e privano le comunità di base del potere di scegliersi il
loro domani; in tal modo è lo strumento a imporre la direzione e il ritmo
dell'innovazione. Un processo ininterrotto di ricostruzione conviviale è
possibile a condizione che il corpo sociale protegga il potere delle persone e
delle collettività di modificare e rinnovare i loro modi di vivere, i loro
strumenti, il loro ambiente, in altri termini il potere di dare al reale un
volto nuovo. In questa minaccia che l'industria fa incombere sul passato e
l'avvenire, sulla tradizione dell'utopia, sta la quinta dimensione in cui va
salvaguardato l'equilibrio. La polarizzazione sociale, si è visto, risulta da
due fattori combinati: l'aumento del costo dei beni e dei servizi prodotti e
confezionati dall'industria, e la rarità crescente degli impieghi considerati
altamente produttivi. L'obsolescenza, dal canto suo, produce la svalorizzazione.
Questa svalorizzazione non è effetto di un tasso generale di
cambiamento, ma del cambiamento che subiscono i prodotti che esercitano un
monopolio radicale. La polarizzazione sociale è determinata dal seguente
fatto: il costo dei beni e dei servizi standardizzati è divenuto tale che la
maggior parte della gente non può accedere al loro insieme; più se ne aumenta
la produzione, più si egualizza una distribuzione, più si esclude il
consumatore dal controllo su ciò che riceve. L'obsolescenza, da parte sua, può
divenire intollerabile anche a chi non è espulso dal mercato: essa obbliga il
consumatore a staccarsi continuamente da ciò che è stato costretto a
desiderare, pagare e installare nella sua esistenza. La necessità artificiale e
l'obsolescenza pianificata sono due dimensioni distinte della sovrefficienza,
che sostengono una società in cui il livello di consumo non solo rispecchia ma
crea la gerarchia del privilegio.
Ciò
che più importa non è che l'obsolescenza forzata distrugga vecchi modelli o
vecchi sistemi, che Ford si sbarazzi di un tipo d'auto non fornendo più pezzi
di ricambio, o che la polizia escluda dalla circolazione le automobili vecchie,
che non rispondono alle ultime norme di sicurezza. Per mancanza di benzina o per
desiderio di efficienza, si può anche sostituire l'automobile con l'aerotreno.
Il rinnovamento è intrinseco a un modo di produzione industriale accoppiato a
un'ideologia di progresso. Il prodotto non può essere migliorato se non riattrezzando
la megamacchina; e perché ciò «renda», occorre creare immensi mercati in
finzione del nuovo modello. La maniera migliore di aprire un mercato è di
assimilare il nuovo prodotto a un importante privilegio. Se l'identificazione
riesce, il vecchio modello è svalorizzato e il consumatore si abbandona
all'ideologia dello sviluppo illimitato nel quale egli si integra al ritmo della
migliorata «qualità» del bene di consumo. Gli individui, ma anche i paesi, si
classificano socialmente secondo l'anzianità del loro stock di strumenti e di
beni. Alcuni, la minoranza, possono permettersi il lusso di avere sempre
l'ultimo modello, gli altri si servono ancora di armi, automobili, lavatrici e
medicinali vecchi di cinque o quindici anni; probabilmente passano le vacanze in
alberghi altrettanto fuori moda, cioè declassati. Il livello di obsolescenza
del loro consumo indica esattamente dove si trovano nella scala sociale.
La
classificazione sociale degli individui in base all'età degli oggetti che
utilizzano non è appannaggio del solo capitalismo. Ovunque l'economia sia
fondata sulla produzione e confezione massive di beni e servizi soggetti a
usura, solo pochi privilegiati hanno accesso alle ultime novità. Solo poche
infermiere partecipano ai corsi di anestesia più moderni, e solo alcuni
burocrati possono viaggiare a bordo dell'ultimo modello di auto o aereo. Ognuno,
nell'élite costituita in seno alla minoranza, riconosce e classifica l'altro
secondo l'età dei suoi strumenti, se non dell'equipaggiamento domestico, per lo
meno del materiale d'ufficio.
L'innovazione
costa cara, e per giustificare la spesa il dirigente deve provare che essa è un
fattore di progresso. Per tradurre in cifre questo progresso, in una economia
pianificata il dipartimento di ricerca e sviluppo chiama in proprio aiuto la
pseudo-scienza, mentre in una economia di mercato l'ufficio vendite fa ricorso a
ricerche di mercato. In ogni caso, l'innovazione periodica alimenta la credenza
che l'ha generata, l'illusione che il nuovo corrisponda al meglio. Questa
credenza è divenuta parte integrante della mentalità moderna. Si dimentica
soltanto che tutte le volte che una società industriale si nutre di tale
illusione, ogni nuova unità lanciata sul mercato crea più bisogni di quanti
non ne soddisfi. Se ciò che è nuovo è migliore, ciò che è vecchio non è
realmente buono; la sorte dell'umanità, nella sua schiacciante maggioranza, è
allora ben triste. Il nuovo modello produce una nuova povertà. Il consumatore,
l'utente, risente duramente la distanza tra ciò che ha e ciò che sarebbe
meglio avere. Misura il valore di un prodotto dalla sua novità, e si presta a
un'educazione permanente, ai fini del consumo e dell'uso dell'innovazione.
Niente sfugge all'obsolescenza, neppure i concetti. La logica del «sempre
meglio» sostituisce quella del bene come norma strutturante dell'azione.
Una
società impegnata nella corsa allo «star meglio» sente come una minaccia
l'idea stessa di una qualsiasi limitazione del progresso. È così che
l'individuo che non cambia oggetti o terapie conosce il rancore del fallimento e
chi ne cambia scopre la vertigine della carenza. Ciò che ha lo nausea, e ciò
che vuole avere lo fa soffrire. Il cambiamento accelerato produce su di lui gli
stessi effetti che l'assuefazione a una droga: si prova, si ricomincia, ci si
abitua, si crede di potersi controllare, ci si ammala, si crolla. La dialettica
della storia va in frantumi. Il rapporto tra il presente e la tradizione
svanisce. Il linguaggio perde le sue radici, la memoria sociale si raggela, il
precedente cessa di avere influenza sul Diritto. L'accordo sull'azione legale,
sociale e politica si orienta così verso l'alchimia futurologica.
Ma
se si stabilissero confini alla crescita, si obietta, e se ci si mettesse a
produrre una somma finita e durevole di beni industrializzati, sarebbe la fine
per la libertà di sperimentare e di innovare. L'obiezione sarebbe giustificata
se qui mi stessi occupando di un nuovo modello di economia di sviluppo. Oggi il
modello ultima moda è appunto una produzione pulita e limitata di beni, e uno
sviluppo illimitato di servizi. Ma non è questo che mi interessa, perché non
parlo dell'avvenire della società industriale, ma del passaggio ad una società
in cui i modi di produzione siano diversificati. La limitazione del prodotto
industriale ha, per noi, lo scopo di liberare l'avvenire, di aprirlo alla
sorpresa delle azioni personali.
L'innovazione
industriale è programmata, banale, reazionaria. Il rinnovamento fondato
sull'uso di strumenti conviviali avrà la spontaneità e la freschezza degli
esseri che li maneggeranno. Oggi il progresso del saper fare è inceppato
dall'assimilazione della ricerca scientifica allo sviluppo industriale. La
maggior parte degli strumenti di ricerca è riservata a ricercatori programmati
perché interpretino il mondo in termini di profitto e di potere. E la maggior
parte degli scopi della ricerca è determinata da moventi di potenza e di
efficienza. La maggior parte del costo della ricerca è dovuta al suo carattere
segreto, competitivo, impersonale. Al contrario, niente impedisce che la ricerca
conviviale sia anche una ricerca fondamentale. La ricerca condotta per passione
ci riserva, ne sono convinto, più sorprese che quella del granello di sabbia
che blocca la grossa macchina. L'innovazione del sapere, come quella del potere,
può fiorire soltanto là dove sia protetta dall'obsolescenza industriale. Una
società stagnante sarebbe altrettanto insopportabile per l'uomo quanto la
società dell'accelerazione: tra le due si colloca la società di innovazione
conviviale. Il cambiamento accelerato toglie ogni senso all'idea di una società
retta dal Diritto. La ragione è che il Diritto si fonda sul precedente. Al di là
di una certa soglia di accelerazione, non c'è più posto per questo riferimento
al precedente, e quindi per il giudizio. Perdendo la possibilità del ricorso al
Diritto, la società si condanna all'educazione. L'esercizio del controllo
sociale al servizio di un piano diventa compito da specialisti.
L'ideologo rimpiazza il giurista. L'educatore dispone l'individuo ad essere
addestrato e riaddestrato lungo tutta la sua esistenza. Cento volte si rimette
quest'opera sul telaio, per produrre un individuo affascinato dal profitto e
sempre più adatto alle esigenze dell'industria. La produzione di strumenti allo
scopo di adattare l'uomo al suo contesto diventa l'industria dominante quando il
ritmo di cambiamento dell'ambiente supera una certa soglia. La ricostruzione
conviviale esige che sia limitato il tasso di obsolescenza e di innovazione
obbligatoria. L'uomo e un essere fragile. Nasce nel linguaggio, vive nel diritto
e muore nel mito. Sottoposto a un cambiamento smisurato, perde la sua dignità
di uomo.
Abbiamo
passato in rassegna cinque circuiti diversi. In ognuno di essi, lo strumento
sovrefficiente minaccia un equilibrio. Minaccia l'equilibrio del corpo, minaccia
l'equilibrio dell'energia, minaccia l'equilibrio del sapere, minaccia
l'equilibrio del potere, minaccia infine il diritto alla storia.
La
perversione dello strumento minaccia di devastare l'ambiente fisico. Il
monopolio radicale minaccia di gelare la creatività. La superprogrammazione
minaccia di trasformare il pianeta in una vasta area di servizi. La
polarizzazione minaccia di instaurare un dispotismo strutturale e irreversibile.
Infine, l'obsolescenza minaccia di sradicare la specie umana. In ciascuno di
questi circuiti, e ogni volta secondo una dimensione diversa, lo strumento
sovrefficiente intacca il rapporto dell'uomo col suo ambiente: minaccia di
provocare un fatale corto circuito.
La
nostra analisi sarebbe incompleta se riguardasse un solo circuito con esclusione
degli altri. Ognuno di questi equilibri deve essere protetto. Gli output di
una energia pulita possono essere equamente distribuiti da un monopolio radicale
intollerabile. La scuola obbligatoria o i media onnipresenti possono
intaccare l'equilibrio del sapere e aprire la strada a una polarizzazione della
società, cioè a un dispotismo del sapere. Qualsiasi industria può generare
un'accelerazione insopportabile dei ritmi di obsolescenza. Le culture sono
fiorite nel cuore di una molteplicità geografica oggi minacciata; ma,
attualmente, anche l'ambiente sociale e quello psichico rischiano la
distruzione. La specie umana sarà forse avvelenata dall'inquinamento; ma può
anche dissolversi e sparire per mancanza di linguaggio, di diritto o di mito. Il
monopolio radicale degrada l'uomo e la polarizzazione lo minaccia; ma lo shock
del futuro può disintegrarlo.
In
ognuno dei circuiti considerati, come si è visto, si possono determinare dei
criteri e reperire delle soglie, che permettono di verificare la degradazione
dei diversi equilibri. E possibile designare queste soglie in un linguaggio
comprensibile a tutti. Nel corso di un processo politico, la popolazione può
servirsi ditali criteri per mantenere lo sviluppo dello strumento al di qua
delle soglie critiche. I limiti così tracciati circoscriverebbero i tipi di
strutture delle forze produttive che restano controllabili dalla popolazione: il
potere di indicare tali limiti costituisce l'appendice tecnopolitica necessaria
ad ogni costituzione contemporanea. Al di là, lo strumento sfugge a ogni
controllo politico. Il potere che l'uomo ha di far valere il proprio diritto
sparisce allorché egli si lega a dei processi nei quali non ha più alcuna voce
in capitolo. Nella misura in cui può ancora goderne, i] suo corpo, il tempo
libero, la libertà e gli affetti, in breve il senso della sua vita, gli vengono
concessi in quanto fattori che ottimizzano la logica dello strumento. In questo
stadio l'uomo è diventato materia prima per la megamacchina, la più malleabile
delle materie prime. Le soglie critiche delimitano uno spazio che è quello
della sopravvivenza umana. Se questo spazio non è segnato dal Diritto, dignità
e libertà della persona saranno schiacciate.
Attualmente
la ricerca scientifica si orienta in modo massiccio verso questa riduzione
dell'uomo, perseguendo due obiettivi: da una parte assicurare l'avanzata
tecnologica che permetta di produrre meglio prodotti migliori, dall'altra
applicare l'analisi dei sistemi alla manipolazione della sopravvivenza della
specie umana per preservarne meglio il consumo. Per permettere all'uomo di
espandersi, la ricerca futura deve andare in un senso radicalmente opposto, deve
andare alla radice del male. Chiamiamola ricerca radicale. Anche la
ricerca radicale persegue due obiettivi: da una parte fornire i criteri che
consentano di determinare quando uno strumento tocca la soglia di nocività;
dall'altra inventare degli strumenti che ottimizzino
l'equilibrio
della vita, e quindi massimizzino la libertà di ~ ognuno. Il primo obiettivo
mira alla formulazione delle cinque classi di soglie identificate
precedentemente; il secondo mira alle limitazioni delle tecniche del benessere.
La
ricerca radicale non è né una nuova disciplina scientifica, né un'impresa
interdisciplinare. E l'analisi dimensionale della relazione dell'uomo col suo
strumento.
Nessuno
potrà negare che la sua esistenza sociale si sviluppa su diverse scale, in
diversi ambienti concentrici: la cellula di base, l'unità di produzione, la
città, lo Stato, infine la Terra. Ognuno di questi ambienti ha il suo spazio ed
il suo tempo, i suoi livelli di popolazione e le sue risorse energetiche. C'è
disfunzione dello strumento in uno di questi ambienti quando lo spazio, il tempo
e l'energia richiesti dall'insieme degli strumenti eccedono la scala naturale
corrispondente. Queste scale naturali possono essere identificate, senza con
ciò pretendere di poter dire qualcosa circa la natura dell'uomo o della società.
Esse definiscono in termini negativi e di proscrizione lo spazio
all'interno del quale il fenomeno umano può essere osservato: ma non
contribuiscono affatto a stabilire di quale natura tale fenomeno sia, non più
di quanto formulino prescrizioni. In questo senso, si può parlare dell'omeostasi
dell'uomo nel suo ambiente, che ogni disfunzione dello strumento mette in
pericolo, e definire la politica come il processo attraverso il quale gli uomini
assumono la responsabilità di questa omeostasi. E tempo di smetterla di
definire i bisogni umani in termini astratti per poi sottoporli, come problemi,
al trattamento della tecnocrazia, che pratica il metodo dell'escalation. E tempo
di cominciare a cercare all'interno di quali confini determinate collettività
di uomini concreti possono servirsi della tecnica per soddisfare i loro bisogni
senza recare pregiudizio agli altri. Identificare l'anatema
segna il primo passo della ricerca radicale.
Le soglie al di là delle quali si profila la distruzione sono tutt'altra cosa dai mobili limiti cui una società assoggetta volontariamente l'uso dei propri strumenti. Le soglie marcano il campo della sopravvivenza possibile, i limiti opzionali disegnano il recinto di una cultura. Le soglie naturali sono imposte dalla necessità, i limiti culturali sono frutto della libertà. Le soglie configurano il diritto costitutivo di qualunque società, i limiti prefigurano la giustizia conviviale di una società determinata. La necessità di stabilire delle soglie e di non superare i confini così definiti è uguale per tutte le società; la fissazione dei limiti dipende dal modo di vita e dal grado di libertà desiderati da ciascuna collettività.
C'è
una forma di disfunzione nella quale lo sviluppo non distrugge ancora la vita,
ma già perverte l'uso dello strumento. Lo strumento non è ottimale, ma neppure
intollerabile; ancora tollerabile ma già sovrefficiente, degrada un equilibrio
di carattere più soggettivo e più sottile di quelli sopra descritti: l'equilibrio
dell'azione, cioè l'equilibrio tra il prezzo personale pagato e il
risultato ottenuto, la coscienza che mezzi e fini si equilibrano. Quando
lo strumento asservisce il fine che dovrebbe servire, l'utente cade
in preda a una profonda insoddisfazione. Se non molla 10 strumento, o se lo
strumento non molla lui, impazzisce. Nell'Ade il castigo più spaventoso era
riservato al blasfemo: il giudice degli inferi lo condannava a un'attività
frenetica. La pietra di Sisifo è lo strumento pervertito. Il colmo è che, in
una società dove questo tipo di attività è la regola, gli uomini vengono
educati a rivaleggiare tra loro per conquistare il diritto di autofrustrarsi.
Resi muti dalla rivalità, accecati dal desiderio, fanno
a chi arriverà per primo a essere intossicato dallo strumento.
Come ho dimostrato altrove[2], il predominio del trasporto sulla circolazione della gente può servire a illustrare la differenza tra ciò che è confine dell'equilibrio e quello che è invece un limite scelto per far fiorire l'uguaglianza nel godimento della libertà. Proteggere l'ambiente può significare divieto dei trasporti supersonici. Evitare che la polarizzazione sociale diventi intollerabile, può significare divieto dei trasporti aerei. Difendersi contro il monopolio radicale può significare divieto dell'automobile. In assenza di tali misure, il trasporto minaccia la società. L'equilibrio tra fini e mezzi che qui sottolineo ci fornisce un nuovo criterio di selezione dello strumento. La considerazione di questo nuovo equilibrio ci condurrà forse a bandire tutti i trasporti pubblici a velocità superiore a quella della bicicletta. Ogni veicolo, quale che sia, la cui velocità massima superi una certa soglia, accresce la perdita di tempo e di denaro dell'utente medio. Ogni volta che in un punto del sistema di circolazione la velocità massima sopravanza una certa soglia, più persone dovranno passare più tempo alla fermata dell'autobus, agli sbocchi ingorgati, o in un letto d'ospedale. Ciò significa anche che passeranno più tempo a pagare il sistema di trasporto che sono costretti a usare. La soglia critica di una velocità dipende da una molteplicità di fattori: condizioni geografiche, culturali, economiche, tecniche, finanziarie. Con tante variabili per una incognita, si potrebbe pensare che la forbice di valutazione della soglia critica di velocità sia molto larga.
Niente affatto.
È anzi talmente bassa e talmente stretta da sembrare improbabile alla maggior
parte degli specialisti della circolazione.
Si ha
disfunzione nella circolazione non appena questa ammette, in un punto qualunque
del sistema, una velocità superiore a quella di una bicicletta, che può
pertanto servire da criterio per determinare la soglia critica di velocità.
Ogni volta che si supera questa barriera
in un punto qualsiasi del sistema, aumenta la somma di tempo dedicata
dall'insieme degli utenti al servizio dell'industria dei trasporti.
La
sovrabbondanza di beni genera scarsità di tempo. Il tempo diventa scarso un po'
perché ci vuole tempo per consumare e farsi curare, e un po' perché, una volta
assuefatti alla produzione, farne a meno diventa ancora più costoso Quanto più
il consumatore si arricchisce, tanto più è cosciente dei gradini che ha
scalato, sul lavoro come in casa. Più sta in alto nella piramide produttiva,
meno ha tempo per abbandonarsi ad attività non traducibili in termini
contabili. Diventa difficile guadagnare tempo quando s accendono troppe ipoteche
sull'avvenire. Come ha rilevato Staffan Linder, noi tendiamo a sovraimpiegare il
futuro; I quando il futuro diventa presente, si ha continuamente i senso di non
avere abbastanza tempo, semplicemente per che si sono previste giornate di
trenta ore. Quasi non bastasse che il tempo costa più o meno caro e, in
generale sempre più caro in una società d'abbondanza, il sovraimpiego del
futuro genera uno stress devastante.
L'industria
dei trasporti produce scarsità di tempo. Il una società in cui molta gente
impiega veicoli rapidi, tutti debbono dedicarvi più tempo e più denaro.
Una volta rotti l'equilibrio e superata la soglia di velocità, la rivalità fra
l'industria del trasporto e le altre industrie per controllare gli spazi e
l'energia disponibili diventa feroce; e mentre li velocità aumenta in modo
lineare, la zuffa cresce in misuri esponenziale. Il tempo dedicato alla
circolazione usurpi l'attività lavorativa come divora il tempo libero.
I
veicoli più grossi non devono mai essere vuoti, i più rapi di devono muoversi
senza sosta. Le capsule individuali diventano sproporzionatamente costose. I
trasporti pubblici non possono più servire altro che i grandi assi. Bisogna che
la macchina giri, sempre più velocemente. Man mano che l: sua velocità
aumenta, il veicolo diventa il tiranno dell'esistenza quotidiana. Si prevede un
certo tempo, e poi ne occorre il doppio. Si prendono impegni con mesi e persino
anni d anticipo. Alcuni di questi impegni, presi a caro prezzo, noi possono
essere mantenuti. Si è dominati dal senso dell'impotenza. Si vive sotto
tensione. L 'uomo non è programmabile a volontà. Quando la soglia critica per
l'equilibrio dell'azione viene oltrepassata, è il momento del grande duello tra
l'industria della velocità e le altre per decidere chi spoglierà l'uomo della
parte di umanità che ancora gli rimane. La velocità è il vettore-chiave per
palesare come l'industria del trasporto intacca l'equilibrio vitale. Se si
considerano le prime cinque dimensioni, ne occorre molto meno di quanto si
potrebbe credere perché i trasporti si rivolgano contro l'uomo spezzando le
scale naturali. Ma c'è un altro fatto ancora più sorprendente. La velocità
che, applicando l'insieme dei primi cinque criteri definiti, appare tollerabile,
è dello stesso ordine di grandezza della velocità che ottimizza la
circolazione desiderabile, cioè della velocità che, col minor costo di tempo
sociale, assicura insieme l'equità del raggio d'azione e delle possibilità di
accesso massimalizzate dalla tecnica La grande varietà delle gamme d'ordine
tecnico che contrassegnano le rispettive cerchie delle diverse civiltà si
iscrive perfettamente nello spazio della tecnologia tollerabile. I confini del
tollerabile coincidono, nell'ordine di grandezza, col limite superiore della
gamma del desiderabile. Questa constatazione del controsenso rappresentato dalla
sovrapproduzione non vale soltanto per i trasporti. Lo stesso tipo di risultati
negativi si ritrova esaminando gli investimenti per la medicina. Si è calcolato
che negli Stati Uniti più del 95 per cento delle spese sanitarie per malati
vicini a morire non ha alcun effetto benefico sulla loro salute, ma tende a
intensificare le loro sofferenze, a renderli completamente dipendenti da cure
impersonali, senza prolungare la durata della loro esistenza. La redditività
massima di un servizio si situa all'interno di certi limiti: superata una certa
soglia, la salute di un paziente finisce col misurarsi dal suo conto d'ospedale,
allo stesso modo che la ricchezza di una nazione si misura dalla sua nota-spese
globale che è il Prodotto Nazionale Lordo. Alla scala dell'individuo come a
quella della collettività, bisogna sempre pagare. Bisogna pagare per remunerare
il capitale, e bisogna pagare i cocci rotti dallo sviluppo. Praticando
l'escalation della tecnica, la medicina prima cessa di guarire, poi cessa di
prolungare la vita umana. Si trasforma in rituale di negazione della morte:
l'individuo sovradattato alla macchina compie il suo ultimo spettacolare giro di
pista, segnando il tempo migliore.
Il
primo passo di una ricerca radicale sta nello studio delle crescenti disutilità
marginali e delle minacce generate dallo sviluppo. In una seconda fase, si
applica a scoprire i sistemi e le istituzioni che ottimizzano i modi di
produzione conviviali. Una simile ricerca si scontra con molteplici resistenze,
fra cui non sono le meno forti quelle d'ordine psicologico. L'uomo
sovrattrezzato è come il morfinomane: l'assuefazione deforma l'intero suo
sistema di valori e mutila la sua capacità di giudizio. I drogati di ogni
genere sono pronti a pagare sempre di più per godere sempre meno. Tollerano
l'escalation della disutilità marginale. Non c'è nulla che possa scuoterli
perché uno solo è il pensiero che li assorbe: far salire la posta. Una
mentalità di questo tipo considera lo strumento di trasporto come un mezzo per
procurarsi il piacere della velocità, non per fruire di maggiore libertà e
gioia nella circolazione. Difficilmente ammetterà l'evidenza che la mobilità
dell'uomo èd'ordine naturale e che nessuna accelerazione del veicolo può far
salire la mobilità di una società al di là di un certo ordine di grandezza.
La
ricerca radicale evidenzia il rapporto tra l'uomo e lo strumento, lo rende
trasparente, identifica le risorse di cui disponiamo e gli effetti che possiamo
attenderci dai loro diversi impieghi possibili.
Evidenziare
la degradazione degli equilibri su cui si fonda la sopravvivenza, è questo il
compito immediato della ricerca radicale. Essa identifica le categorie di
popolazione più minacciate e le aiuta a discernere la minaccia. A individui o a
gruppi fino allora divisi fa prendere coscienza che le stesse minacce pesano
sulle loro libertà fondamentali. Mostra come qualunque richiesta di libertà
reale, da chiunque sia formulata, coincide sempre con l'interesse dei più.
La
disassuefazione dallo sviluppo sarà dolorosa. Lo sarà per la generazione di
passaggio, e soprattutto per i più intossicati tra i suoi membri. Possa il
ricordo di tali sofferenze preservare dai nostri errori le generazioni future.