I
tre ostacoli all'inversione politica
Abbiamo
visto come l'equilibrio della vita si dispieghi in cinque dimensioni. In ognuna
di esse, solo il mantenimento dello specifico equilibrio che la caratterizza
garantisce l'omeostasi costitutiva della vita umana: l'intervento nell'ecosfera
rimane razionale solo a patto di non superare i limiti genetici; l'istituzione
suscita cultura solo se consente e realizza un equilibrio sottile tra l'autonoma
azione personale e le direzioni obbligate che da parte sua impone;
l'annullamento delle barriere geografiche e culturali può promuovere
l'originalità sociale solo se si accompagna a una riduzione dello scarto
energetico tra i privilegiati e la maggioranza; un aumento del tasso di
innovazione ha valore solo se lascia spazio per un più profondo radicamento
nella tradizione e nella pienezza del senso.
Da
mezzo, lo strumento può diventare padrone e poi carnefice dell'uomo. Il
rapporto si rovescia più rapidamente che non s'immagini: l'aratro fa dell'uomo
prima il signore di un giardino, poi, ben presto, un nomade in un sahel polveroso.
Il vaccino che seleziona le sue vittime genera una razza capace di sopravvivere
solo in un ambiente preconfezionato. I nostri bambini nascono più deboli in un
mondo inumano. L'Homo faber, da apprendista stregone, si trasforma in
vorace pattumiera.
Lo
strumento può svilupparsi in due modi: accrescendo il potere dell'uomo o
sostituendosi a lui. Nel primo caso, la persona conduce la propria esistenza, ne
assume il controllo e la responsabilità. Nel secondo caso, è la macchina che
finisce col prevalere: dapprima riducendo le possibilità di scelta sia
dell'operatore sia dell'utente-consumatore, poi imponendo a entrambi la sua
logica e le sue esigenze. La sopravvivenza della specie, minacciata
dall'onnipotenza dello strumento, dipende dall'instaurazione di procedure che
permettano a tutti di distinguere chiaramente tra questi due modi di
razionalizzare e impiegare lo strumento e, in tal modo, incitino a scegliere la
sopravvivenza nella libertà. Questa esigenza si scontra però con tre ostacoli:
l'idolatria
della scienza, la corruzione del linguaggio quotidiano e la svalutazione delle
procedure formali mediante le quali vengono prese le decisioni sociali.
Innanzi
tutto, il dibattito politico è soggiogato da una illusione riguardo alla scienza.
Con questo termine si è finito per designare non tanto un'attività
personale quanto un'impresa istituzionale, la soluzione di una serie di
rompicapo anziché l'imprevedibile dispiegarsi della creatività umana. La
scienza oggi è un'agenzia di servizi fantasma e onnipresente, che produce del sapere
migliore, così come la medicina produce una migliore salute. Il danno
causato da questo misconoscimento della natura del sapere è ancora più
radicale del male prodotto dalla mercantilizzazione dell'educazione, della
salute e del movimento. Il miraggio della salute migliore corrompe il corpo
sociale in quanto ognuno si preoccupa sempre meno della qualità dell'ambiente,
dell'igiene del modo di vivere o della propria capacità di curare gli altri.
L'istituzionalizzazione del sapere, invece, provoca una degradazione globale più
profonda perché determina la struttura comune degli altri prodotti. In una
società che si definisce dal consumo del sapere, la creatività è mutilata,
l'immaginazione si atrofizza.
Questa
perversione della scienza nasce dalla credenza in due specie di sapere: quello,
inferiore, dell'individuo e quello, superiore, della scienza. Il primo
apparterrebbe alla sfera dell'opinione, sarebbe l'espressione di una soggettività,
e non avrebbe nulla a che fare col progresso. Il secondo sarebbe obiettivo,
definito scientificamente e diffuso da portavoce competenti. Questo
sapere obiettivo è considerato come un bene che può essere accumulato e
continuamente perfezionato. Costituisce una risorsa strategica, un capitale, la
più preziosa delle materie prime, l'elemento-base del cosiddetto decision-making,
di quella «presa di decisione» che a sua volta è concepita come un
processo impersonale e tecnico. Sotto il nuovo regno del calcolatore e della
dinamica di gruppo, il cittadino abdica a ogni potere in favore dell'esperto,
unico competente.
Il
mondo non è portatore di nessun messaggio, di nessuna informazione. E quello
che è. Ogni messaggio concernente il mondo è prodotto da un organismo vivente
che agisce su di esso. Quando si parla di informazioni accumulate al di fuori
dell'organismo umano si cade in una trappola semantica. I libri e i calcolatori
fanno parte del mondo: forniscono dati quando c'è un occhio che li legga.
Confondendo il medium con il messaggio, il veicolo con l'informazione, i
dati con la decisione, noi releghiamo disinvoltamente il problema del sapere e
della conoscenza nel punto cieco della nostra visione intellettuale.
Intossicati
dalla credenza in un avvenire migliore, gli individui cessano di fidarsi del
proprio giudizio e chiedono che gli si dica la verità su ciò che «sanno».
Intossicati dalla credenza in un migliore decision-making, stentano a
decidere da soli e ben presto perdono fiducia nella propria capacità di farlo.
La crescente impotenza dell'individuo a decidere da solo incide sulla stessa
struttura delle sue aspettazioni. Mentre una volta gli uomini si disputavano
delle risorse realmente scarse, oggi reclamano un meccanismo distributore per
colmare una carenza che è solo illusoria. Il rituale burocratico organizza il
consumo frenetico del menù sociale: programma d'educazione, trattamento medico
o azione giudiziaria. Il conflitto personale non ha più alcuna legittimità,
dal momento che la scienza promette l'abbondanza per tutti e pretende di dare a
ciascuno secondo le sue esigenze personali e sociali, obiettivamente
identificate. Gli individui, che hanno disimparato a riconoscere i propri
bisogni come a reclamare i propri diritti, divengono preda della megamacchina
che definisce in vece loro le loro esigenze e rivendicazioni. La persona non può
più contribuire di suo al continuo rinnovamento della vita sociale. L'uomo
arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza
la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si
siede dinanzi allo schermo e tace.
Le
regole del senso comune che permettevano alla gente di unire e scambiarsi le
proprie esperienze sono distrutte. Il consumatore-utente ha bisogno della sua
dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria
sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare
la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere
accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire
l'uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella
del suo padrone. La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti
del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla
politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota
di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze.
Persino davanti ai tribunali, la perizia rivaleggia in importanza con le
testimonianze: l'esperto è considerato quasi come un testimone patentato, ci si
dimentica che la sua deposizione non rappresenta altro che un sentito dire,
l'opinione di una professione. Sociologi e psichiatri concedono o negano il
diritto alla parola, a una parola udibile. Riponendo la propria fede
nell'esperto, l'uomo si spoglia prima della sua competenza giuridica e poi di
quella politica. La fiducia nell’onnipotere della scienza induce i governi e i
loro amministrati a cullarsi nell'illusione di poter eliminare i conflitti
suscitati da un'evidente rarefazione dell'acqua, dell'aria o dell'energia, a
credere ciecamente agli oracoli degli esperti che promettono miracolose
moltiplicazioni.
Nutrita
del mito della scienza, la società abbandona agli esperti persino la cura di
fissare i limiti dello sviluppo. Una simile delega di potere distrugge l'intero
funzionamento politico; alla parola come misura di tutte le cose sostituisce
l'obbedienza a un mito, e alla fine legittima in un certo senso anche la
conduzione di esperimenti sull'uomo. L'esperto non rappresenta il cittadino, fa
parte di una élite la cui autorità si fonda sul possesso esclusivo di un
sapere non comunicabile; ma questo sapere, in realtà, non gli conferisce alcuna
particolare attitudine a definire i confini dell'equilibrio della vita.
L'esperto non potrà mai dire dove si colloca la soglia della tolleranza umana:
è la persona che la determina, nella comunità; e questo suo diritto è
inalienabile. Certo, è possibile fare esperimenti su esseri umani. I medici
nazisti hanno esplorato i limiti di sopportazione dell'organismo. Hanno scoperto
quanto tempo l'individuo medio può reggere alla tortura, ma questo non gli ha
affatto rivelato ciò che qualcuno può ritenere tollerabile.
Significativamente, quei medici furono condannati in base a un patto firmato a
Norimberga due giorni dopo la distruzione di Hiroshima e il giorno prima di
quella di Nagasaki.
Quanto
un popolo possa patire è un calcolo che nessun esperimento permette di fare. Si
può dire che cosa accade a un gruppo di individui particolari posti in una
situazione estrema: prigionieri, naufraghi o cavie; ma ciò non può servire a
determinare il grado di sofferenza e di frustrazione che una data società
accetterà di subire a causa degli strumenti che essa stessa si è procurata.
Indubbiamente, determinate misurazioni scientifiche possono indicare che un
certo tipo di comportamento minaccia un equilibrio vitale maggiore; ma solo una
maggioranza di uomini di giudizio, che conoscono la complessa realtà quotidiana
e che ne tengono conto nelle loro azioni, può stabilire come vanno limitati i
fini perseguiti dagli individui e dalla società. La scienza può chiarire le
dimensioni del regno dell'uomo nel cosmo; ma occorre una comunità politica di
uomini coscienti della forza della loro ragione, del peso della loro parola,
della serietà dei loro atti per scegliere, liberamente, l'austerità capace di
garantire la loro vitalità.
Tra
il 1830 e il 1850, una dozzina di scienziati scopri e formulò la legge della
conservazione dell'energia. La maggior parte di essi era costituita da ingegneri
che, ognuno per conto proprio, ridefinirono l'energia cosmica in termini di peso
sollevabile da una macchina. Grazie alle operazioni di misura effettuate in
laboratorio, si credette infine di poter ridurre a un denominatore comune
l'energia primordiale, la vis viva della tradizione. Fu allora che le
scienze esatte presero a dominare la ricerca.
Durante
lo stesso periodo, e in maniera analoga, l'industria cominciò ad affermarsi
sugli altri modi di produzione.
I
risultati industriali divennero misura e regola dell'intera economia, e ben
presto tutte le attività produttive alle quali non potevano applicarsi le
regole di misura e i criteri di efficienza validi per la produzione in serie
furono considerate sussidiarie: così i lavori domestici, l'artigianato e
l'agricoltura di sussistenza. Il modo di produzione industriale cominciò
dapprima col degradare la rete dei rapporti produttivi che erano fino allora
coesistiti nella società, e poi la paralizzò.
Questo
monopolio esercitato da un unico modo di produzione su tutte le relazioni
produttive è più insidioso e pericoloso della concorrenza tra imprese rivali,
ma è anche meno visibile. Conoscere il vincitore nella concorrenza di
superficie è facile: è la fabbrica a forte intensità di capitale, l'azienda
meglio organizzata, il ramo industriale più schiavistico e meglio protetto,
l'impresa che sa meglio contenere gli sprechi o quella che ha maggiori commesse
di armamenti. Su più vasta scala, questa gara prende la forma di una
concorrenza tra imprese multinazionali e paesi in via d'industrializzazione. Ma
questa mortale partita fra titani distoglie l'attenzione da quella che è la sua
funzione rituale: man mano che il campo di concorrenza si estende, una medesima
struttura industriale si diffonde p~ il mondo e polarizza la società. Il modo
di produzione industriale afferma il proprio dominio non soltanto sulle risorse
e sulle attrezzature, ma anche sull'immaginazione e sui desideri d'un sempre
maggior numero di individui. E il monopolio radicale generalizzato, non più
quello di un singolo ramo d'industria ma quello del modo di produzione
industriale. Si può dire che l'uomo stesso è industrializzato. I
sistemi politici gareggiano in ingegnosità e agilità semantica per battezzare
con nomi opposti questa medesima struttura industriale ovunque in espansione,
senza comprendere che essa sfugge ovunque al loro controllo. Anzi, l'antagonismo
tra paesi poveri e ricchi, tra nazioni sottoposte a una pianificazione centrale
e nazioni in cui regna la legge del mercato, è la maschera necessaria perché
il monopolio appaia benefico.
Estesa
al mondo intero, questa industrializzazione dell'uomo provoca la degradazione di
tutte le lingne, e diventa difficilissimo trovare le parole che parlino di un
mondo opposto a quello che le ha generate. La lingua riflette il monopolio che
il modo di produzione industriale esercita sulla percezione e la motivazione.
Nei paesi industriali, quando l'uomo parla del suo fare, usa parole che
designano i prodotti dell'industria. La lingua rispecchia la materializzazione
della coscienza. L'individuo che impara qualcosa leggendo un libro dice di aver acquisito
educazione. Lo slittamento funzionale dal verbo al sostantivo sottolinea
l'impoverimento della immaginazione sociale. L'uso nominalistico della lingua
esprime dei rapporti di proprietà: la gente parla del lavoro che ha. In
tutta l'America Latina solo i salariati dicono che hanno (o non hanno)
lavoro, a differenza dei contadini che invece lo fanno: «Van a
trabajar, pero no tienen trabajo». I lavoratori moderni e sindacalizzati
reclamano dall'industria non soltanto più beni e servizi, ma anche più posti
di lavoro. Non soltanto il fare ma anche il volere è sostantivato. L'«abitazione»
è più una merce che un'attività; l'alloggio diventa un prodotto che ci si
procura o si rivendica perché si è privi del potere di dargli forma da se
stessi. Si acquista sapere, mobilità, persino sensibilità o salute. Si ha lavoro
o salute, come si hanno divertimenti.
Il
passaggio dal verbo al sostantivo rispecchia l'impoverimento del concetto
di proprietà. Termini come possesso, appropriazione, abuso non servono
più per definire il rapporto dell'individuo o del gruppo con una istituzione
come la scuola: nella sua funzione essenziale, infatti, un simile strumento
sfugge a ogni controllo. Le affermazioni di proprietà nei riguardi dello
strumento passano a indicare la capacità di disporre dei suoi prodotti, si
tratti dell'interesse sul capitale o delle merci, o anche del prestigio d'ogni
sorta legato all'una o all'altra di queste operazioni. Il consumatore-utente
integrale, l'uomo pienamente industrializzato, non ha infatti altro di suo se
non ciò che consuma. Dice: la mia educazione, i miei movimenti, i miei
divertimenti, la mia salute. Man mano che l'ambito del suo fare si
restringe, egli richiede dei prodotti di cui si dice proprietario. Assoggettato
al monopolio di un unico modo di produzione, l'utente ha perduto ogni senso
della pluralità dei modi di avere. Nelle parlate polinesiane ci sono forme
verbali distinte per esprimere la relazione che io ho con i miei atti (che non
possono più essere separati dalla mia persona), con il mio naso (che mi può
essere strappato), con i miei parenti (che non sono stato io a scegliere), con
la mia piroga (senza la quale non sarei un vero uomo), con una bevanda (che vi
offro) e con la stessa bevanda (mentre mi appresto a berla).
In
una società in cui la lingua si è sostantivata, i predicati sono formulati in
termini di lotta concorrenziale contro la scarsità. «Voglio imparare» diventa
«voglio procurarmi un titolo di studio». La decisione di agire è sostituita
dalla richiesta di un biglietto della lotteria scolastica. «Ho voglia di
muovermi» si trasforma in «ho bisogno di un mezzo di trasporto».
All'insistenza sul diritto di agire si sostituisce l'insistenza sul diritto di
avere. Nel primo caso il soggetto è attore, nel secondo utente. Il cambiamento
linguistico sorregge l'espansione del modo di produzione industriale: la
concorrenza regolata da valori industrializzati si riflette nella
nominalizzazione della lingua. La lotta concorrenziale prende inevitabilmente la
forma di un gioco (a somma zero) in cui la perdita di un giocatore si risolve in
guadagno per gli altri giocatori. Nella mischia, gli individui giocano per i
nomi così come li percepiscono: valorizzando unicamente l'apprendimento che si
svolge tra le sue mura, la scuola definisce l'educazione come oggetto di
competizione. L'alma mater ha troppi piccoli attaccati alle sue mammelle:
quello che poppa la sua razione di educazione ne priva un fratello di latte. Il
conflitto personale non è necessariamente una lotta per impadronirsi di un bene
raro; può anche esprimere un disaccordo sui mezzi più idonei ad assicurare
l'autonomia della persona: in tal caso, diventa creatore di libertà. Ma il
linguaggio nominalistico ha oscurato questa profonda verità, che il conflitto
può essere creatore di diritto per tutti e due gli avversari, creatore del
diritto di far cose che, per definizione, non sono né beni né oggetti rari. Il
conflitto porterà al diritto di muoversi, di parlare, di leggere, di scrivere o
di registrare su un piede di eguaglianza, di partecipare al mutamento sociale,
di respirare un'aria pura e di impiegare strumenti conviviali. Con questo,
priverà le due parti di un bene determinato, per amore di un guadagno
inestimabile: una nuova libertà condivisa da tutti. Limitando il consumo
forzato, si libera il campo dell'azione.
Il
codice operativo dello strumento industriale trascina nel proprio ingranaggio il
parlare quotidiano, e l'espressione umana ancorata a una visione poetica della
vita è tollerata appena, come una protesta marginale e finché non disturbi la
folla che fa la coda davanti all'apparecchio che distribuisce i prodotti. Se non
ci eleviamo a un nuovo grado di coscienza, che ci permetta di ritrovare la
funzione conviviale del linguaggio, non arriveremo mai a rovesciare questo
processo di industrializzazione dell'uomo. Ma se ognuno si serve della lingua
per rivendicare il proprio diritto all'azione sociale anziché al consumo, il
linguaggio diverrà il mezzo per restituire trasparenza al rapporto tra l'uomo e
lo strumento.
Lo
scopo di gran lunga predominante dell'attività legislativa e del Diritto, nelle
loro forme attuali, è di sorreggere una società tesa verso l'espansione
indefinita. Il processo mediante il quale gli uomini decidono che cosa si deve
fare è oggi asservito all'ideologia della produttività: bisogna produrre di più,
più sapere e decisioni, più beni e servizi. Dopo la perversione del sapere e
della lingna, la perversione del Diritto è il terzo ostacolo a una
attualizzazione politica dei limiti.
I
partiti, le sedi legislative e l'apparato giudiziario sono stati sempre più
adibiti a promuovere e tutelare la crescita delle scuole, dei sindacati, degli
ospedali e delle autostrade, per non parlare delle fabbriche. A poco a poco, non
soltanto la polizia ma anche gli organi legislativi e i tribunali hanno finito
per essere considerati strumenti al servizio dello Stato industriale. Il fatto
che talvolta difendano l'individuo dalle pretese dell'industria è l'alibi che
maschera la loro docilità a servire il monopolio radicale e a legittimare una
sempre maggiore concentrazione dei poteri. A loro modo, i magistrati diventano
un corpo di ingegneri dello sviluppo. In regime di democrazia popolare o
capitalista, sono gli alleati «obiettivi» dello strumento contro l'uomo.
Con
l'idolatria della scienza e la corruzione del linguaggio, questa degradazione
del Diritto è un ostacolo di prim'ordine alla ristrutturazione degli strumenti
della società.
Si
comprende che un'altra società è possibile quando si arriva a esprimerlo
chiaramente. Se ne provoca l'apparizione quando si scopre il procedimento
mediante il quale la società esistente prende le sue decisioni. Se ne organizza
la struttura quando si utilizzano la lingua materna e le procedure tradizionali
del Diritto per scopi opposti a quelli che si prefigge il loro uso attuale. In
ogni società, infatti, c'è una struttura profonda che organizza la presa di
decisioni. Questa struttura esiste ovunque degli uomini si riuniscano. Il
medesimo processo può dar luogo a decisioni contraddittorie, perché la
struttura non serve solo alla definizione dei valori personali, ma anche alla
sopravvivenza di un comportamento istituzionalizzato. L'esistenza di
contraddizioni non contraddice l'esistenza di una struttura coerente che le
genera, al contrario. Io posso decidere di acquisire un'educazione, anche se per
un altro verso ho deciso che sarebbe meglio imparare partecipando alla vita
quotidiana. Posso lasciarmi portare all'ospedale, anche se ho deciso che
soffrirei meno e morirei più tranquillamente restandomene a casa. Come
l'intuizione di dissonanze cognitive è il fondamento della poesia, così la
coesistenza di norme contraddittorie manifesta l'esistenza di procedure
normative.
Gli
uomini non hanno più fiducia nelle procedure disponibili, non perché siano
state intrinsecamente pervertite, ma perché se ne fa un abuso continuo. Le si
usa per imbottire la gente di argomenti etici, politici o legali; sono diventate
rotelle della produzione illimitata. Le Chiese predicano l'umiltà, la carità e
la povertà, e finanziano programmi di sviluppo industriale. I socialisti sono
diventati i difensori senza riserve del monopolio industriale. La burocrazia del
Diritto si è alleata con quelle dell'ideologia e del benessere generale, per
difendere la crescita dello strumento. Ben presto sarà il calcolatore a
decidere le idee, le leggi e le tecniche indispensabili per lo sviluppo.
Se
non ci si mette d'accordo su una procedura efficace, durevole e conviviale,
diretta a controllare gli strumenti della società, l'inversione della struttura
istituzionale esistente non potrà essere né iniziata né, soprattutto, portata
avanti. Ci saranno sempre dei manager che vorranno aumentare la produttività
dell'istituzione, e dei tribuni che prometteranno la luna alle folle avide.
Ogni
volta che si propone di utilizzare il Diritto come strumento d'inversione della
società, vengono avanzate tre obiezioni. La prima è superficiale: non tutti
possono essere giuristi e dunque non tutti possono utilizzare il Diritto in
proprio. Naturalmente ciò è vero solo in una certa misura. Potrebbero infatti
stabilirsi, in particolari comunità, dei sistemi paragiuridici, che potrebbero
poi essere incorporati nella struttura generale. Inoltre si potrebbe dare
maggiore spazio alla partecipazione dei non professionisti, che riuscirebbe
certamente preziosa nelle procedure di mediazione, di conciliazione o di
arbitrato. Ma questa obiezione, per fondata che sia, non coglie il punto. Poiché
il Diritto regola gli strumenti che governano la vita quotidiana, non c'è alcun
motivo per cui la maggior parte dei processi non possa essere decentrata,
demistificata e sburocratizzata. Resta il fatto che certi problemi sociali si
pongono su grande scala, sono complessi e tali resteranno a lungo; richiedono
perciò un'attrezzatura giuridica a loro misura. Dovendo servire a vaste
collettività umane, ciascuna delle quali portatrice di una tradizione secolare,
per negoziare proscrizioni su scala mondiale il Diritto, in quanto processo di
regolazione di questi problemi sociali, è di fatto un'attrezzatura che richiede
l'opera di esperti. Ma ciò non significa che questi esperti debbano essere
dottori in legge o costituire un mandarinato.
La
seconda obiezione, invece, tocca direttamente il nostro discorso, e va molto più
lontano: gli attuali operatori dell'attrezzatura giuridica della società sono
profondamente intossicati dalla mitologia dello sviluppo. La loro visione del
possibile e del fattibile è supinamente conforme all'indottrinamento
industriale. Sarebbe follia sperare che i dirigenti di una società
produttivista si trasformino in vestali della società conviviale. La portata di
questa osservazione è completata e sottolineata da una terza obiezione: il
sistema giuridico non è soltanto un insieme di regole scritte, è un processo
continuo attraverso il quale le leggi si adattano e si applicano a situazioni
reali. Attraverso la serie degli atti giuridici, la collettività si dà un
certo quadro mentale. Ne risulta un contenuto del Diritto che riflette
l'ideologia dei legislatori e dei giudici. Il modo in cui questi percepiscono
l'ideologia che soggiace a ogni cultura diviene una mitologia ufficiale che si
concretizza nelle leggi che essi formulano e applicano. Il corpo delle leggi che
regola una società industriale ne riflette inevitabilmente l'ideologia, le
caratteristiche sociali e la struttura di classe, nello stesso tempo in cui le
rafforza e ne assicura la riproduzione. Quale che sia la sua etichetta
ideologica, ogni società moderna situa sempre il bene comune nell'ordine del più:
più potere alle imprese e agli esperti, più consumo agli utenti.
Queste
obiezioni, pur se sottolineano una difficoltà fondamentale per l'uso del
Diritto al fine di rovesciare la società, non colpiscono però il centro della
questione. Io faccio una distinzione precisa tra il corpo delle leggi e la
struttura formale che lo elabora, così come ho distinto tra l'uso degli slogan,
ai quali le istituzioni ricorrono, e la pratica del linguaggio quotidiano, e
come distinguerò poi tra l'insieme delle politiche e il processo formale che le
origina. È evidente che quando si tratta del Diritto, come del sapere o del
linguaggio, noi ci riferiamo alla struttura che governa nel profondo
l'attribuzione del senso. E dal pieno recupero e dal libero uso ditale struttura
che dipende il risveglio delle forze capaci di trasfigurare «l'alleanza per il
progresso».
In
un tempo in cui l'operazione è divenuta fine a se stessa, non si
insisterà mai abbastanza sulla distinzione tra i fini e i mezzi, tra il
procedimento e la sostanza. Noi viviamo in questo mondo, in cui il linguaggio ci
parla, il sapere ci pensa e il Diritto ci agisce. Il linguaggio si riduce
all'emissione e alla ricezione di messaggi; il pensiero all'accumulazione delle
informazioni; il Diritto al regolamento del piano. Per ritrovare la distinzione
cruciale tra il procedimento e la sostanza, l'analisi del procedimento giuridico
può servirci da paradigma. Questa distinzione è infatti alla radice di
qualunque Diritto, anche se ogni esempio di Diritto si caratterizzi per lo stile
particolare del suo processo formale. Per sostenere la mia argomentazione farò
ricorso al diritto angloamericano.
La
struttura formale della Common Law presenta due caratteri dominanti e
complementari che la rendono particolarmente adatta al bisogni di un'epoca di
crisi. Il sistema si fonda sulla continuità e sulla opposizione antagonistica o
contraddittoria delle parti (adversary
nature of the Common Law).
La
continuità inerente al processo di elaborazione del Diritto conserva, in un
certo senso, la sostanza del corpo delle leggi. Ciò non è così evidente nella
fase legislativa: il legislatore ha infatti la più ampia libertà di innovare,
purché resti all'interno del quadro costituzionale. Ma ogni nuova legge deve
iscriversi nel contesto della legislazione esistente, e pertanto non può
scostarsi troppo dal diritto vigente.
È
chiaro che la funzione della giurisprudenza è di assicurare la continuità
della sostanza del Diritto, attualizzandola. I tribunali applicano il Diritto a
situazioni reali. La giurisprudenza giudica allo stesso modo due casi identici o
viceversa stabilisce che lo stesso fatto, oggi, non significhi ciò che
significava ieri. Il Diritto rappresenta l'autorità sovrana che il passato
esercita sul conflitto presente, la continuità di un processo dialettico. Il
tribunale riconosce nella controversia una questione d'interesse sociale, e
quindi incorpora il giudizio pronunciato nel corpo del Diritto. Nel processo
giuridico, l'esperienza sociale del passato viene riattualizzata ai fini dei
bisogni presenti; in avvenire, il giudizio di oggi servirà a sua volta come
precedente per regolare altre vertenze.
La
continuità della struttura formale che regge il processo giuridico non si
riduce alla semplice incorporazione di un insieme di giudicati in un insieme
dileggi. Dal punto di vista meramente formale, questo modo di continuità non
mira a preservare il contenuto di questa o quella legge: al contrario, potrebbe
servire a preservare lo sviluppo continuo del Diritto di una società retta da
principi inversi. Nulla vieta, nella maggior parte delle costituzioni, di
legiferare su una limitazione della produttività, dei privilegi burocratici,
della specializzazione o del monopolio radicale. In linea di principio, purché
sia orientata in senso inverso, la procedura legislativa e giurisprudenziale
potrebbe servire a formulare questo nuovo Diritto e a farlo rispettare.
Altrettanto
importante è il carattere contraddittorio della procedura della Common Law. Da
un punto di vista formale, la Common Law non ha niente a che fare con la
definizione di ciò che è bene in materia etica o tecnica. E uno strumento per
comprendere delle relazioni, allorché queste esplodono sotto forma di conflitti
reali. Tocca alle parti interessate reclamare il loro diritto o rivendicare ciò
che esse giudicano buono. Così funziona la struttura, al livello legislativo
come a quello giurisprudenziale. Equilibrando interessi opposti, la decisione
dovrebbe ricavare ciò che teoricamente è preferibile per tutti.
Nelle
ultime generazioni questo equilibrio, sempre deformato dall'uno o dall'altro
pregiudizio, è stato complessivamente distorto a favore della società fondata
sullo sviluppo. Ma il fatto che la struttura giuridica venga correntemente
pervertita non significa che non possa essere usata per scoPi inversi. Nulla
impedisce che questo strumento venga utilizzato da delle parti globalmente
opposte alla società produttivista, libere dall'illusione che lo sviluppo possa
sopprimere l'ingiustizia sociale e coscienti della necessità dei limiti. Certo
non basta che compaia un nuovo tipo di attore; occorre anche che il legislatore
si disintossichi dallo sviluppo, che le parti appellanti si battano per la
tutela dei loro interessi e che, a questo scopo, sottopongano a un sistematico
riesame le evidenze e le certezze troppo assodate.
La
legge come la giurisprudenza suppone che le parti sottopongano i conflitti di
interessi sociali al giudizio di un tribunale imparziale. Questo tribunale, o
camera che sia, opera in modo continuo. Il giudice ideale è una persona comune,
prudente, indifferente alla materia del contendere, esperta nell'esercizio della
procedura. Ma, nella realtà della vita, il giudice è un uomo del suo tempo e
del suo ambiente. In pratica, anche i tribunali hanno finito per dar mano alla
concentrazione del potere e alla crescita della produzione industriale. Non
soltanto il giudice e il legislatore sono spinti a credere che una causa sia ben
giudicata e la controversia convenientemente risolta quando la bilancia della
giustizia penda a favore dell'interesse globale delle industrie, ma anche la
società, da parte sua, ha condizionato il ricorrente a esigere che esse
crescano. Si rivendica una più sostanziosa fetta della torta istituzionale più
che la difesa da un'istituzione che mutila la libertà. Tuttavia l'uso distorto
dello strumento giuridico non ne corrompe l'intrinseca natura.
C'è
un'obiezione che viene spesso sollevata quando si afferma che le procedure a
contraddittorio sono uno strumento-chiave per limitare la crescita industriale:
e cioè che le società fanno già troppo affidamento su questi giudizi, senza
grandi risultati. Negli Stati Uniti, per esempio, i riformatori rivendicano il
diritto all'opposizione legale per tutti i gruppi svantaggiati: negri, indiani,
donne, lavoratori, invalidi, consumatori. Di conseguenza i giudizi tendono a
diventare lunghi, scomodi, costosi, e la maggior parte degli interessati non è
in grado di andare fino in fondo. Le cause si trascinano e le sentenze arrivano
quando hanno perso rilevanza. La procedura diventa un gioco, che crea nuovi
antagonismi, nuove competizioni. E distolta dal suo fine, la decisione diventa
un bene raro. La società di sviluppo recupera così l'utente della procedura
formale.
L'obiezione
che si oppone a questo moltiplicarsi dei procedimenti non è affatto fuori posto
se riguarda la loro proliferazione come mezzo per risolvere dei conflitti
personali. Ma qui io non mi occupo dei conflitti tra persone o delle lotte dei
gruppi fra loro. Ciò che mi interessa non è l'opposizione tra una classe di
sfruttati e un'altra classe proprietaria degli strumenti, ma l'opposizione che
si situa anzi tutto tra l'uomo e la struttura tecnica dello strumento, poi, e di
conseguenza, tra l'uomo e certe professioni il cui interesse consiste nel
mantenere tale struttura tecnica. Nella società, il conflitto fondamentale
riguarda atti, fatti o oggetti sui quali delle persone entrano in opposizione
formale con le imprese e le istituzioni manipolatrici. Formalmente la procedura
contraddittoria è il modello dello strumento di cui i cittadini dispongono per
opporsi alle minacce che l'industria fa pesare sulla loro libertà.
Tranne
rare eccezioni, le leggi e i corpi legislativi, i tribunali e i giudizi, i
querelanti e le loro richieste sono profondamente pervertiti dall'accordo
unanime e schiacciante che accetta senza riserve il modo di produzione
industriale e i suoi slogan: sempre di più, è sempre meglio, e d'altra
parte le imprese e le istituzioni sanno meglio delle persone quale sia
l'interesse pubblico e come servirlo. Ma questa obnubilante unanimità non
inficia per niente la mia tesi:
una
rivoluzione che trascuri di utilizzare le procedure giuridiche e politiche si
condanna al fallimento.
Solo
un'attiva maggioranza di individui e di gruppi che cerchino, con una procedura
conviviale comune, di recuperare i propri diritti, può strappare al leviatano
il potere di stabilire i confini che, per sopravvivere, bisogna imporre alla
crescita, e quello di scegliere i limiti che ottimizzano una civiltà.
Per
avviare la lotta contro i pregiudizi regnanti, per condurre all'inversione,
alcuni tra quelli che appartengono alle grandi professioni possono svolgere un
ruolo illuminante. Di solito gli educatori, quando prendono coscienza della
crisi della scuola, si mettono alla ricerca di una qualche soluzione miracolosa
che permetta di insegnare più cose a più persone. I loro sforzi e le loro
pretese amplificano l'importanza di quella minoranza di pedagogisti che insiste
sui limiti pedagogici della crescita industriale. Allo stesso modo, i
medici tendono a credere che almeno una parte del loro sapere non può essere
espresso se non in termini esoterici; e per loro un confratello che secolarizzi
gli atti medici non è che un profanatore. E inutile attendersi che l'Ordine dei
medici, i sindacati degli insegnanti o l'associazione degli ingegneri del
traffico spieghino in termini semplici, tratti dal linguaggio corrente, il
gangsterismo professionale dei loro colleghi. Altrettanto inutile pensare che i
deputati, i giuristi e i magistrati riconoscano improvvisamente l'indipendenza
del Diritto nei riguardi della loro nozione preconcetta del bene, che si
confonde con la fornitura della maggiore quantità di prodotti al maggior numero
di persone. Tutti sono infatti addestrati ad arbitrare i conflitti in favore
della propria branca di attività, sia che parlino in nome dei padroni, dei
salariati, degli utenti o dei loro stessi colleghi. Ma come è possibile trovare
qua e là, eccezionalmente, un medico che aiuta gli altri a vivere in modo
responsabile, ad accettare la sofferenza, ad affrontare la morte, così, per
eccezione, si troverà qualche uomo di legge che aiuti le persone a utilizzare
la struttura formale del Diritto per difendere i loro interessi nel quadro di
una società conviviale. Anche se, probabilmente, il giudizio finale non
soddisferà le loro richieste, l'azione giudiziaria servirà pur sempre a
mettere in luce la sostanza del contrasto.
Nessuno
dubita che il ricorso al procedimento legale per immobilizzare e invertire le
nostre istituzioni dominanti non appaia ai più potenti tra i loro dirigenti, o
ai più intossicati dei loro utenti, come una distorsione del Diritto e una
sovversione del solo ordine che essi riconoscono. In sé, il ricorso a una
procedura conviviale in buona e debita forma è una mostruosità e un crimine
per il burocrate, anche se si dice giudice.