Prigionieri della
libertà
Discorso
pronunciato l'8 novembre 1996 al Netherlands Design Institute di Amsterdam.
Pubblicato dalla
rivista Libertaria (anno 3 n.4
Ottobre-dicembre 2001).
La
storia della velocità è un argomento negletto. Quando il poeta inglese John
Milton augurava “God speed thee and thy close!”, “to speed” significava
“prosperare” e non “andare veloce”. Oggi siamo imprigionati nell’era
della velocità. Il nostro senso comune ci dice che una qualche idea dello
“spazio nel tempo” e, più generalmente, del “processo correlato con il
tempo” fa parte di tutte le culture. Mi accollo quindi il compito di scuotere
il senso comune.. Che l’idea della velocità fosse importante per Aristotele,
Archimede o Alberto il Grande è soltanto un pregiudizio, una distorsione
proiettata sul passato. Fino al diciassettesimo secolo, infatti, il commercio,
la medicina o l’architettura prosperavano senza alcuna preoccupazione per la
velocità. E così la musica, la caccia o la pesca. La velocità è un fenomeno
specifico della nostra epoca.
Il
concetto di velocità è sicuramente storico. La riflessione sul tema è
iniziata soltanto nel tardo medioevo anche se poi, poco a poco, è arrivata a
contribuire in maniera decisiva all’era delle macchine e dei motori. Tuttavia,
oggi l’epoca storica della velocità giace dietro di noi. In questo periodo
l’homo technologicus è stato ossessionato dall’esperienza della velocità:
dalla casa alla fabbrica, attraverso le scuole e i mestieri, dal lavoro alla
vacanza, soffrendo sempre di mancanza di tempo con orari stretti scanditi
dall’orologio. La fretta ha modellato il carattere.
Avere
ancora fretta, oggi, è un marchio di privilegio, il segno che non siamo ancora
stati costretti a passare dalla cultura della scarsità del tempo alla nuova era
dell’elettronica e della disoccupazione. I battiti per minuto e la forza
lavoro sono stati eclissati dai bit. Le trasformazioni del modo di
produrre, che si è trasferito dagli impiegati ai computer, dall'aula a
internet, dagli impiegati di banca alle carte di credito, non ci hanno preparato
a questa nuova cultura, l'età del megahertz basata sulla velocità della luce.
Nella nuova epoca, che è anche quella della “c” costante, i processi
in tempo reale simulano l'onnipresenza globale, e sul serio ci portano
elettronicamente da qui a lì. Ma la pratica dell'intermediazione, quella che
aveva nutrito la dipendenza da velocità dell'uomo moderno, è sparita.
Ecco la mia convinzione. Chiamatela intuizione o
preconcetto, oppure prendetela come la semplice ipotesi di un estraneo: l'età
della velocità ha avuto un inizio, ma ora ne parliamo come storia perché siamo
testimoni della sua fine. Reso outsider da questa convinzione, parlo a
un'assemblea di professionisti che cercano metodi per incorporare la velocità
nelle dimensioni cruciali del design. In questo sontuoso teatro, assisto a una
conversazione sulla velocità desiderabile per l'esistenza umana; a una profonda
ricerca sulle richieste morali indirizzate ai designer da parte di
autoproclamati “slabbies” (slow is better, lento è meglio), i quali
invocano un progetto di decelerazione; pianificatori che discutono su velocità
alta e bassa, rapida e lenta, sopportabile e distruttiva. Tutti professionisti
autaimprigionati nella certezza che la velocità avvolga tutto, e che necessiti
soltanto di essere controllata. È la velocità
che conta per loro, che conta quanto la durata della pena per il carcerato.
Mentre
ruminavo su questa fissazione, mi sono ricordato di una conferenza a Oslo l'anno
scorso, organizzata dal criminolago Nils Christie (quello che scrive sui
gulag di stile occidentale) alla Northern Academy of Science. In tutte le
giurisdizioni politiche, oggi, il gulag cresce a un ritmo più veloce di altre
istituzioni di welfare. A quell'incontro parteciparono i capi dei
sistemi penitenziari di 14 paesi, dal generale che gestisce le carceri russe al
Federal Cammissioner of Carrections degli Stati Uniti. Tema: i freni che bisogna
mettere a questa crescita. Ascoltai per tre giorni le relazioni da ciascun
paese, e infine condussi la tavola rotonda finale.
Fui impressionato dall'unanimità fra questi
guardiani capi. Ogni relazione sottolineava che le prigioni non realizzano
alcuno dei loro scopi: non prevengono i reati, non correggono le tendenze o il
comportamento, e neanche puniscono, per la soddisfazione delle vittime dei
prigionieri. Tutti i capi delle prigioni erano d'accordo sull'inutilità delle
stesse, e ciononostante tutti chiedevano più fondi per migliorare il loro
lavoro.
Il mio compito era riassumere. Christie voleva che
collocassi questo enigma in un quadro storico. Per caso conosco i libri
medievali sui doveri dei signori. Ai principi cristiani era proibito punire
confinando i prigionieri nelle torri dei loro castelli: e allora le usavano per
custodirli fino alla pubblica esecuzione, alla tortura o alla mutilazione. Ma
come spiegarsi che tutte le società moderne effettuano costosi
investimenti per prigioni la cui inefficacia è stata provata riguardo a tutti
gli scopi ad esse assegnate? Come spiegarsi la disponibilità di criminologi,
politici e contribuenti a finanziare il costoso lavoro dei secondini? Come
comprendere la ragione dell'irragionevole certezza che i gulag devono continuare
a esistere?
Per rispondere a queste domande, bisogna prima
determinare gli effetti del gulag. Il gulag è controproducente, se lo si
giudica rispetto agli scopi ufficiali della prigionia. È evidente che
quest'istituzione ha il risultato opposto rispetto a quello desiderato. Ma
esaminiamo che cosa dice il gulag, considerandolo non come un mezzo ma come un
segno: un segno più per quelli disposti a pagarne i costi, che per coloro i
quali sono rinchiusi lì dentro: prigionieri e guardiani. Bisogna scoprire ciò
che il gulag dice a quelli che lo finanziano, scoprire perché sono bloccati dal
bisogno di perpetuarlo. Ogni notizia in arrivo dal gulag dice loro: siete
liberi! Contrariamente a quelli che sono dentro per scontare una pena, voi siete
fuori, e dovete assaporare la libertà! Siete liberi, anche se dovete alzarvi al
suono della sveglia e combattere costantemente contro l’orologio. Stando fuori
di prigione, potete usufruire di più ampie opportunità, potete scegliere fra
molte offerte, ma solo se tramutate la sete in desiderio di una Coca cola... o
di una Pepsi. Dimenticatevi l'acqua, perché quella del rubinetto fa male.
Insomma, si gode della scelta fra un assortimento di alternative molto più
ampio di quello dei carcerati. Il gulag vi dice: “Scegli ciò che
preferisci!”
A Oslo avevo di fronte fornitori di prigioni, al
tempo stesso consci della controproduttività del gulag ma anche amministratori
dedicati al suo sviluppo quantitativo e al miglioramento qualitativo. A quale
tipo di assemblea potevo paragonarli? Li definii cardinali, ma in realtà
pensavo a sciamani durante una danza della pioggia. Lo sciamano prepara la danza
annuale che dev’essere celebrata nel villaggio, ma possiede anche l'autorità
di spiegare perché la pioggia non arriva, nonostante la cerimonia. Non piove
perché qualcuno non si è impegnato al massimo durante la danza.
I sociologi utilizzano la danza della pioggia come
termine tecnico per un rito che crea il mito, un evento mitopoietico che genera
una credenza e conferma un dogma sociale. Max Gluckman parla di queste cerimonie
come di un modello sociale che acceca tutti i partecipanti (sia sacerdoti sia
fedeli) nella contraddizione fra l'obiettivo asserito del rito e i suoi effetti.
La liturgia dovrebbe produrre pioggia, ma in realtà produce soltanto il bisogno
della danza.
Per anni ho esaminato le grandi istituzioni di
servizio delle società moderne, non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò
che dicono; non come agenzie produttive, ma come riti produttori di miti. Sono
ostile alla scuola obbligatoria, per esempio, perché la vedo come una danza
della pioggia celebrata in nome dell'uguaglianza, ma che in realtà fornisce
alla società soltanto la certezza che la scuola deve esistere. Analizzandone i
risultati concreti, infatti, si individua soltanto la selezione di dodici
livelli di bocciati, uno all’anno. Similarmente, i criminologo moderni
sostengono le carceri, e perfino la pena capitale, sostengono la sovranità
dello Stato basata sul bisogno di un’agenzia chedefinisce i crimini e punisca
i criminali. Oggi desidero sottolinear la funzione rituale, di cerimonia
creatrice di
miti, del design.
I
designer sono un tipo assai speciale di sciamano. Non celebrano la liturgia: la
disegnano. Non governano le enclave, ma consigliano coloro che le costituiscono. Non sono la progenie di calzolai e
muratori, ma i discendenti di un frutto del genio rinascimentale: il disegno.
Sono esperti nell’integrazione deliberata e e riflessa di artefatti vari;
sorgenti di una nuova composizione che distingue il barocco dal gotico.
Tuttavia, i designer non forniscono soltanto la forma
dell’integrazione, ma inevitabilmente diffondono i principi guida ai quali
devono sottomettersi gli elementi di un tutto. Sia la carrozzeria di
un’automobile che l’umile maniglia di una porta impongono ergonomia:
stuzzicano e attraggono il vostro sedere e la vostra mano. Per mezzo secolo
l’ergonomia (oggetti disegnati per adattarsi al corpo) è stato un imperativo
imposto dai designer. Ma il nuovo dato messo all’ordine del giorno, la velocità,
ha il potere di liberare dal corpo: disincarna la percezione del falco
esattamente come una sonata di Ludwig Van Beethoven.
Per decadi il design ha fatto propaganda alla velocità,
il più delle volte in modo surrettizio e acritico. Più veloce sembrava meglio.
Adesso volete inaugurare una nuova era con lo slogan che l’andatura lenta può
essere bella, e quella appropriata ottima. Volete aprire un epoca di profonda
consapevolezza della velocità, e promuoverla per mezzo del design. Desiderate
un design che inneggi agli “slobbies” postmoderni: persone “slower but
better working” che proteggono puntigliosamente il loro ritmo tranquillo.
Nel ventesimo secolo la ricerca dell’alta velocità
privilegia una minoranza e consuma il tempo della maggioranza. Il “Fly &
Drive”” non è certo alla portata di tutti, ma tutti devono affrontare le
distanze create dai veicoli veloci. E’ dal 1970 che ci vendono modelli
industriali di sedie o di caffettiere dalla forma aerodinamica. La suggestione
delle velocità significava trovarsi al passo con i tempi, e l’alta velocità
sembrava seducente quanto l’ultima moda femminile. Ma quel che ora proponete
va perfino oltre: voi date per scontato che tutto trasudi velocità, la velocità
che volete controllare. E ciò non può che confermare l’onnipresenza e
l’onnipotenza di questa droga che assuefa.
Sì, è un nuovo tipo di droga, una chimera
sconosciuta prima di Galileo Galilei, e alla quale era difficile credere anche
un secolo dopo la sua morte: l’idea di s/t, spazio/tempo. Nessuno all’epoca
afferrava questa fusione di spazio e tempo. Quella mozione del movimento non
faceva parte del loro mondo: un mondo centrato su ogni singola persona e disteso
di fronte a ciascuno, pronto a essere percorso passo dopo passo. Un mondo in cui
gli alberghi erano collocati alla distanza di un giorno di viaggio l’uno
dall’atro, in cui dodici ore dovevano trascorrere dalla mattina alla sera,
in inverno come in estate, e in cui l'unità di misura era il piede.
L'allargamento dell'esperienza non poteva stare in una frazione sopra il tempo
vissuto.
I primi uomini che viaggiarono in treno furono
terrorizzati dalla velocità. Capirono che il treno, accelerando nel mondo,
aveva bisogno di una nuova parola: così adottarono “landscape” (panorama)
per definire i posti che vedevano scorrere dal finestrino dello scompartimento,
senza posarci il piede. Gli orari dei treni hanno introdotto il minuto nella
società, scandendo il tempo dei passeggeri con il rumore del motore. La velocità
ha sostituito il ritmo con un rumore cadenzato. Voi ora volete attenuare questo
trasferimento. lo invece esploro le zone di esperienza trascurate e senza
velocità. Non cerchiamo una fuga dalla prigione dell'alta velocità verso un
mondo di repressioni meno seccanti; domandiamo se e dove l’ombra della velocità
può essere evitata del tutto.
Quando cantiamo o suoniamo musica dal vivo, la
velocità si attenua. Non ci stringe nella sua presa, e noi non sentiamo il
bisogno di controllarla. È il ritmo a prendere il sopravvento. Quando leggo gli
esametri entro nella loro cadenza, perché so bene che il ritmo è stato imposto
alla poesia antica soltanto dopo il 1630 da studiosi zelanti. La velocità è in
conflitto con la vita.
Per gente come noi, la velocità è un crudo esempio
di congerie storica gratuitamente attribuita alla natura. Viene fuori da una
brama senza corpo che giace più in profondità rispetto alle principali
fondamenta del mondo moderno: il bisogno di un adeguato trattamento
istituzionale per il crimine, l'istruzione, la corsa alla ricchezza, le
assicurazioni.
L'odierno Pantheon è abitato da questi dei, che
governano il mondo moderno. Ma la velocità si trova in una zona oscura al di
sotto di essi, dove i greci mettevano i titani, creature potenti che facevano
nascere le divinità.