intervista
di David Cayley
tratta dal libro Conversazioni
con Ivan Illich (Ivan Illich in Conversation, 1988); Elèuthera, 2003
Come
è nato
Deschooling Society (Descolarizzare la società)? Inizialmente avevi
fiducia nella struttura scolastica tradizionale?
No, ho sempre ritenuto che la scuola
rispondesse alle esigenze di altri. Sono cresciuto senza una educazione
scolastica formale. A sei anni, quando le lingue che conoscevo erano il
francese, l'italiano e il tedesco, mia madre voleva iscrivermi a una scuola di
Vienna, una scuola molto buona dove per i bambini era già in uso la pratica dei
test. E questi decretarono che ero un bambino ritardato. Il che fu per me un
grande vantaggio perché così potei stare per due anni nella biblioteca di mia
nonna, leggere i suoi romanzi e cercare nei dizionari tutte quelle cose
interessanti che possono eccitare la curiosità di un bambino dispettoso di
sette anni. A scuola sono andato, ma a intervalli irregolari. Quando avevo otto
anni, per esempio, venne improvvisamente deciso che avrei dovuto imparare il
serbo-croato per prepararmi a un esame che mi avrebbe consentito di andare a
scuola in Yugoslavia, dove mio padre aveva un qualche incarico ufficiale. Così
imparai la lingua da un professore, un certo Ivanovich, che m'insegnò cose
molto interessanti sulle modalità iterative e re-iterative del serbo-croato. In
realtà non ho mai imparato a parlare la lingua, ma alla fine fui più o meno
pronto per andare a scuola.
Non ho mai preso seriamente la scuola. Di
fatto tutto quello che ho imparato l'ho imparato fuori dalla scuola. Ma in
effetti non mi ero mai posto il problema della scolarizzarione. Solo nel 1956,
quando mi ritrovai improvvisamente vice-rettore dell'Università Cattolica di
Ponce a Puerto Rico e, a un anno di distanza, membro del Consejo Superior de
Enseñanza (Consiglio Superiore dell'Istruzione), che sovrintendeva a tutti i
livelli, dalle università fino alle scuole elementari, non potei fare a meno di
chiedermi: cos'è tutta questa struttura creata intorno all'istruzione? Fino a
quel momento non ci avevo mai riflettuto seriamente e mi ci vollero poi quasi
dieci anni. Quando ci siamo incontrati erano circa dieci anni che stavo cercando
di decifrare il significato dell'intera cosa.
E
come sei giunto alla conclusione che non aveva alcun senso?
Dapprima pensai che fosse strutturata in
modo ingiusto perché costringeva la gente ad andare a scuola e di lì cominciai
a riflettere se avesse o meno un qualche senso. In questa direzione l'incontro
con Everett Reimer ebbe per me una grande importanza. Di quindici anni più
vecchio di me, all'epoca - 1956 - Everett era presidente della Human Resources
Planning Commission. Lo incontrai a una riunione con operatori d'alto livello su
come pianificare un progetto educativo. Le bottiglie vengono progettate. Le
confezioni per i reggiseni vengono progettate. Come progettare il sistema
educativo e come coinvolgere le università nella realizzazione di quel progetto
erano le questioni all'ordine del giorno.
Gran parte della mia vita è in realtà il
risultato dell'avere incontrato la persona giusta al momento giusto e dell'
esserne diventato amico. Con Everett andò esattamente così. Tuttavia rimasi
confuso dal termine da lui utilizzato, planning, pianificazione, una
parola che non avevo mai utilizzato in precedenza. Controllai sui dizionari e
non la trovai. La prima volta che apparve sui dizionari fu dopo la
seconda guerra mondiale. Un altro termine inconsueto era "risorse
umane". Come trasformare gli esseri umani - quei jibaritos
portoricani con i quali trattavo - in risorse umane?
Mi ricordo che in occasione del mio successivo viaggio a New York ero
andato a Princeton per vedere Jacques Maritain, che all'epoca viveva lì. Ci
eravamo incontrati a Roma in un seminario ed era diventato un caro amico e un
prezioso consigliere. Il suo fantasioso tomismo significò molto per me. A quel
tempo era un uomo anziano con una faccia, come disse una volta Ann Freemantle,
ritagliata da una vetrata di Chartres[1].
Lo avevo visto diverse volte negli Stati Uniti perché quando soffrì di un
attacco di cuore, ebbi l'onore di sostituirlo in un seminario che teneva sul de
ente et essentia di san Tommaso. Nel 1957, mi ritrovai di nuovo seduto lì
con lui. Teneva in mano una tazza di tè che stava mescolando con un cucchiaino
quando gli parlai della questione che mi angustiava, e cioè che in tutta la sua
filosofia non avevo trovato alcuna possibilità di accesso al concetto di
pianificazione. Lui mi chiese se si trattasse di una parola inglese per indicare
la contabilità, e io gli risposi di no... provò con ingegneria, e risposi
ancora di no... poi a un certo punto mi disse: "Ah! Je comprends, mon cher ami, maintenant je comprends". Adesso
finalmente ho capito. "C'est une nouvelle espèce
du péché de présomption". Il termine pianificazione indica una nuova
varietà del peccato di presunzione.
Fu lungo questa sorta di percorso a ostacoli
che giunsi a comprendere come funzionava il sistema educativo a Puerto Rico. Per
cominciare, grazie alle lunghe conversazioni con Everett, potei approfondire la
mia conoscenza dei pragmatisti e degli empiristi della tradizione filosofica
inglese. Poi mi domandai: che succederebbe alla scuola se si mettesse tra
parentesi la sua pretesa di educare? Forse soltanto in quel modo sarei riuscito
a scoprire la sua funzione. All'epoca c'era già a disposizione una macchina che
chiamavano computer. Non aveva niente a che vedere con quelli che usiamo oggi,
tuttavia poteva già immagazzinare i cosiddetti dati e organizzarli. Potevo
dunque richiedere dei dati. Quando esaminai i tabulati, risultò piuttosto
evidente che dopo dieci anni di intenso sviluppo -un'altra di quelle parole! -
del sistema scolastico di un Paese che, insieme a Israele, in quel momento era
considerato la vetrina dello sviluppo a livello mondiale, la scolarizzazione a
Puerto Rico era organizzata in modo tale che la metà degli studenti - quella
metà che proveniva dalle famiglie più povere - aveva una possibilità su tre
di portare a termine i cinque anni di istruzione elementare, cioè quelli
obbligatori per legge.
Gran parte della discussione che si svolgeva
intorno a me riguardava l'innalzamento immediato degli anni della scuola
dell'obbligo. Nessuno sembrava voler fare i conti con il fatto che la
scolarizzazione serviva, almeno a Puerto Rico, a consolidare l'originaria povertà
della metà dei bambini con un nuovo, interiorizzato, senso di colpa per non
avercela fatta. Sono così arrivato alla conclusione che le scuole finiscono
inevitabilmente per essere un sistema che produce emarginati, anzi più
emarginati che integrati. E dato che la scuola offre sedici, diciotto,
diciannove anni di carriera scolastica e non chiude la porta in faccia a
nessuno, non potrà che produrre un numero limitato di successi e una netta
preponderanza di fallimenti. Nelle menti delle persone che le finanziavano e le
progettavano, le scuole avrebbero dovuto incrementare l'uguaglianza. In realtà
scoprii che funzionavano come una sorta di lotteria dove quelli che non ce la
facevano non perdevano soltanto ciò per cui avevano pagato, ma rimanevano anche
segnati per il resto della loro vita come individui inferiori.
Proprio questo mi aveva colpito quando insegnavo nel sistema scolastico del Sarawak nella Malesia orientale. A quel tempo in Malesia il numero di quelli che riuscivano a frequentare l'università, a Mosca o nella British Columbia, era ridottissimo. Eppure tutti s'iscrivevano alle elementari e l'aspirazione era quella di ottenere almeno un diploma di scuola secondaria. Non faccio perciò alcuna fatica a riconoscere che quella piramide straordinariamente ripida costituiva una sorta di giustificazione logica per il fallimento.
Non credi che ormai bisogna essere un po'
ottenebrati, stupidi, o comunque intrappolati nei propri sogni sulla società
per non vedere queste cose? All'epoca tale riflessione suscitava nella gente una
certa sorpresa. Oggi non posso sorprendere più nessuno perché è diventata
un'evidenza invariata nel tempo. Penso che l'idea di una scolarizzazione che
garantisca l'istruzione sia tramontata nel corso degli anni Settanta, ma negli
anni Sessanta e in particolare negli anni Cinquanta, quando sollevavi questo
problema venivi trattato davvero come un farabutto, un criminale. Le cose sono
cambiate.
Ma sono cambiate in modo strano. Nei primi anni Settanta, quando le tue riflessioni sulla scolarizzazione sono state abbastanza di moda, sembrava che fossero tutti d'accordo con te... Ma a quindici anni di distanza...
Non è cambiato nulla.
Be', qualcosa probabilmente è cambiato, ma non in direzione della descolarizzazione.
Ma la descolarizzazione che intendevo io era
la separazione della scuola. Non ho mai voluto abolire le scuole. Ho
semplicemente detto: viviamo sotto la Costituzione americana - parlavo agli
americani - e nella Costituzione americana avete sviluppato il concetto di
separazione delle Chiese. La separazione implica il non ricevere denaro pubblico
e quando ho parlato di separazione della scuola la intendevo in questo senso. La
mia proposta era che invece di finanziare le scuole, ci si spingesse un po' più
in là di quanto si era fatto con la religione, obbligandole a pagare le tasse,
così che la scolarizzazione potesse diventare un oggetto di lusso ed essere
riconosciuta come tale. In quel modo la discriminazione provocata dalla mancanza
di scolarizzazione non avrebbe quantomeno più avuto l'avallo della legge, al
pari delle discriminazioni di razza o sesso che erano ormai considerate
illegali.
Nella richiesta di descolarizzazione e nell'utilizzo del linguaggio che storicamente è stato impiegato per separare Stato e Chiesa, finisci implicitamente per affermare che la scolarizzazione è in effetti divenuta una nuova forma di religione obbligatoria.
Forse dovrei spiegare come sono arrivato
alla mia analisi sulla scolarizzazione. Ti ho detto come ci sono arrivato dal
punto di vista pratico: ero responsabile e presiedevo alle decisioni più
importanti in materia di istruzione per quanto riguardava la legislazione di
Puerto Rico. Così ero costretto a riflettere sul da farsi. E mi sembrava
abbastanza chiaro che mi trovavo ad agire in un contesto che appariva
ridicolmente simile a quello religioso. Così cominciai a parlare intuitivamente
della separazione dell'educazione scolastica. In seguito ne ho fatto un punto
centrale, trattando in effetti il sistema scolastico come una continuazione del
sistema della Chiesa cristiana nella cultura occidentale.
Quando studiavo teologia, la materia che
preferivo era ecclesiologia, che è poi lo studio scientifico, avviato a partire
dal IV secolo, di quella particolare comunità che la Chiesa concepisce come suo
ideale. Si tratta del primo tentativo di studiare un fenomeno sociale che non è
lo Stato, né la legge in quanto tali. L'ecclesiologia, quindi, può essere
considerata, in modo provocatorio ma molto rigoroso, come il predecessore della
sociologia, un predecessore che però ha una tradizione venti volte più lunga
di quella della sociologia come la conosciamo a partire da Durkheim. Ora, io ero
molto interessato alle tradizioni e alle dispute attorno a questo fenomeno, che
in realtà si riscontra soltanto nella cultura occidentale: una comunità che
afferma di essere onnicomprensiva, universale, come lo Stato, e che pure
pretende di essere indipendente da esso.
Ero interessato a questo fenomeno da un
punto di vista davvero particolare. All'interno dell'ecclesiologia c'è una
branca speciale - che conoscono pochissime persone - chiamata liturgia. Ora, la
liturgia può essere lo studio di come le persone cantano in chiesa, ma può
anche essere studiata come una disciplina intellettuale con una storia che
risale ai padri della Chiesa greca e romana. A cavallo tra il II e il III
secolo, questa branca della speculazione intellettuale si occupava del modo in
cui i rituali creano quella comunità che poi chiama se stessa Chiesa ed è
studiata dalla ecclesiologia.
Quando, sotto l'influenza di Everett Reimer,
ho cominciato a occuparmi della fenomenologia della scolarizzazione, per prima
cosa mi sono chiesto: cosa sto studiando? Mi è apparso abbastanza evidente che
non stavo studiando quello che altri mi avevano prospettato, vale a dire il
dispositivo più pratico per impartire un'educazione o creare uguaglianza, in
quanto mi accorgevo che la maggior parte delle persone rimaneva stordita da
questa procedura; nella sostanza si diceva che era impossibile imparare da soli,
se non a rischio di rimanere menomati e inabili. In seguito ho trovato delle
prove concrete che essa promuoveva un nuovo tipo di ingiustizia autoinflitta.
Così mi sono detto: definiamo la
scolarizzazione come la frequenza obbligatoria di gruppi, con un numero di
individui superiore a quindici e inferiore a cinquanta, composti da giovani di
una particolare fascia di età e da una persona chiamata insegnante, che ha una
scolarizzazione maggiore della loro. E quindi mi sono domandato: che tipo di
liturgia viene impiegato in questo caso per generare la convinzione che si
tratta di un'impresa sociale che ha una certa autonomia dalla legge?
E
la risposta?
La risposta è stata che quella era la
fabbricazione di un mito, un rituale mitopoietico. Gluckman, che all'epoca era
il mio punto di riferimento, afferma che i rituali sono forme di comportamento
che rendono coloro che vi prendono parte ciechi di fronte alla discrepanza
esistente tra lo scopo per cui esegui la danza della pioggia e le effettive
conseguenze sociali che la danza della pioggia ha[2]. Se la danza della pioggia
non sortisce alcun effetto, puoi biasimare te stesso per avere danzato nel modo
sbagliato. La scolarizzazione, come ho potuto via via rilevare, è il rituale di
una società impegnata nel progresso e nello sviluppo. Essa crea quei miti che
per una società consumistica sono una necessità. Per esempio ti fa credere che
l'apprendimento può essere diviso in varie parti e quantificato, o che è
qualcosa che acquisisci solo attraverso un processo. Un processo nel quale tu
sei il consumatore e qualcun altro l'organizzatore, e tu collabori producendo la
cosa che consumi e interiorizzi.
Perciò sono giunto ad analizzare la
scolarizzazione come il rituale di fabbricazione di un mito, il rituale che crea
un mito su cui la società contemporanea poi costruisce se stessa. Ne deriva,
per esempio, una società che crede nella conoscenza e nel confezionamento della
conoscenza, che crede nell'invecchiamento della conoscenza e nella necessità di
aggiungere conoscenza a conoscenza, che crede nella conoscenza come valore - non
come bene, ma come valore[3]
- e che quindi la concepisce in termini commerciali. Tutto ciò è fondamentale
per essere un uomo moderno e vivere nelle assurdità del mondo moderno.
Queste erano osservazioni che facevi sulle scuole degli anni Sessanta. Avrebbero potuto essere valide anche per le scuole di cent'anni prima o si trattava di un fenomeno nuovo?
Sarebbe più semplice per me andare ancora
un po' più indietro nel tempo. Di recente ho seguito il lavoro di una persona
che stava preparando un'interessante tesi su 120 pietisti che in Germania, alla
fine del XVII secolo, scrissero dei diari. Ora, questo ricercatore ha osservato
che i pietisti che avevano scritto i diari erano persone molto semplici, ed ha
allora fatto qualche ricerca con l'intenzione di scoprire per quanti mesi
avessero frequentato la scuola del villaggio. È risultato che, con sole tre
eccezioni, per apprendere quello che serviva ai 120 pietisti erano occorsi meno
di undici mesi di frequenza. Non erano andati a scuola per ricevere
un'istruzione. C'erano andati per imparare a tenere in mano la penna. Posso dire
che nel Medio Evo il problema era identico. L'idea di andare a scuola per
ricevere un'istruzione si sviluppò molto lentamente. Ho sempre affermato che la
svolta si ebbé con Comenius, il quale sosteneva che a tutti va insegnato come
fare correttamente ogni cosa evitando così di apprenderla in modo errato fuori
della scuola[4].
L'idea che la competenza derivi dall'essere
istruiti a fare qualcosa, dal fatto che qualcuno te la insegni, è un'idea che
comincia a prendere progressivamente piede a partire dal XVII secolo. In realtà,
gli effetti sociali della scolarizzazione di cui parlo diventano possibili a
Puerto Rico soltanto quando si afferma il principio della scolarizzazione
universale obbligatoria. Non ho nulla contro la scuola! Sono contro la
scolarizzazione obbligatoria. Sulla scuola la mia posizione è alquanto
diversa. Sono convinto che da sempre le scuole combinano il privilegio per
nascita con un nuovo privilegio, ma soltanto quando diventano obbligatorie
possono combinare la mancanza di un privilegio per nascita con una
discriminazione autoinflitta. Le scuole che si basano su un libero accesso
consentono l'individuazione di alcuni specifici obiettivi d'apprendimento che
una persona può proporsi di raggiungere. Le scuole obbligatorie - come possiamo
vedere in questo momento negli Stati Uniti - creano invece una popolazione
inebetita, una popolazione "istruita", una popolazione
intellettualmente pretenziosa, come non ne abbiamo mai viste prima. Gli ultimi
cinquant'anni d'intensa diffusione della scolarizzazione - in America come in
Europa - hanno creato consumatori di televisione.
Viviamo in una strana società nella quale
la gente è convinta di agire sulla base di dati empirici. Ma in relazione alla
scolarizzazione il dato empirico è piuttosto ovvio e non solo rispetto alla
giustizia. A partire dall'eccellente libro di Ivar Berg, The Great Training
Robbery, che mi è stato dato da Paul Goodman, sono poi stati elaborati
numerosi studi simili. Berg dimostra che non c'è assolutamente alcuna
connessione tra le materie che gli individui hanno studiato a scuola e
l'efficienza degli stessi nei lavori che richiedono una preparazione in quelle
materie. C'è una connessione molto stretta tra la quantità di denaro che è
stata spesa per la scolarizzazione di una persona e il reddito totale che nel
corso della sua vita questa trarrà dal lavoro, ma non c'è alcuna relazione
dimostrabile tra la competenza che si suppone abbia acquisito nella scuola e la
sua efficienza sul lavoro.
Così la scolarizzazione è una forma d'investimento di capitale in cui l'utile è proporzionale all'investimento, al di là della competenza.
Sì. Nessuno lo mette in dubbio. È un
investimento di capitale, ma è anche una forma di controllo sociale, di
stratificazione, è la creazione di una società di classe suddivisa in sedici
livelli con un numero sempre minore di emarginati quanto più si sale. Sono
queste le cose che allora hanno attratto la mia attenzione. La mia
impressione è che, sebbene non sia cambiato molto nell'impegno complessivo
della nostra società verso la scolarizzazione, ci sono però migliaia di
persone che vedono chiaramente, con sguardo cinico e smaliziato, quello che fa
questa istituzione. Oggi, comunque, il mio interesse si appunterebbe su
questioni del tutto differenti.
Quando scrivevi su questo argomento, nel 1970, affermavi che le cose sarebbero cambiate e che, quando ciò si fosse verificato, il processo sarebbe stato rapido.
Mi sbagliavo. Almeno per il periodo
contemplato, mi sbagliavo. Non pensavo che così tante persone fossero disposte
a tollerare un'assurdità simile. Ora che dopo venticinque anni sono tornato
negli Stati Uniti e ho di nuovo a che fare con la popolazione studentesca,
talvolta la sera sono così triste che faccio fatica ad addormentarmi. Il
sistema universitario è diventato come la televisione. C'è un po' di questo e
un po' di quello e qualche programma obbligatorio messo insieme in un modo che
soltanto chi l'ha progettato può comprenderlo. Il sistema crea studenti
perfettamente abituati al fatto che ciò che imparano dev'essere loro insegnato,
e che nulla di ciò che viene loro insegnato dev'essere realmente preso sul
serio. Non credevo che la gente potesse rimanere moralmente tanto indifferente
riguardo a un'ulteriore crescita del sistema scolastico.
La prima persona che mi disse che mi
sbagliavo e che ne avrei avuta la dimostrazione fu Wolfgang Sachs[5].
Era un mio studente. In Germania m'incontrai con lui e con un piccolo gruppo di
altri studenti, tutti poco più che ventenni, che criticavano gli articoli
raccolti in Descolarizzare la società. Sostenevano che fissando la mia
attenzione sugli indesiderati effetti collaterali della scolarizzazione
obbligatoria, mi era sfuggito il fatto che la funzione educativa stava già
emigrando dalle scuole e che, in modo crescente, altre forme di apprendimento
obbligatorio sarebbero state istituite nella società moderna.
L 'obbligo non sarebbe più definito per
legge, ma verrebbe imposto grazie a trucchi d'altro genere come quello di far
credere alle persone che possono imparare qualcosa dalla televisione o di
costringerle a frequentare corsi di formazione sul lavoro, o di spingerle a
pagare cifre anche considerevoli di denaro allo scopo di apprendere come
migliorare il proprio rapporto con gli altri, come essere maggiormente
sensibili, come saperne di più sulle vitamine di cui abbiamo bisogno, come
diventare astuti e così via.
Mi fecero capire che la mia critica alla
scolarizzazione poteva avere aiutato persone come te a riflettere, ma che stavo
andando fuori strada e che avrei piuttosto dovuto chiedere a me stesso: come
spiegare il fatto che le società si siano assuefatte - come fosse una droga -
all'educazione? Perciò, nel corso degli anni Settanta, la maggior parte del mio
pensiero e della mia riflessione si concentrarono sulla questione seguente: come
distinguere l'"acquisizione" di un'istruzione dal fatto che la gente
ha sempre saputo diverse cose, ha sempre avuto numerose competenze e, quindi, ha
sempre imparato qualcosa? Così sono arrivato a definire l'istruzione come
"apprendimento basato sul presupposto della scarsità",
l'apprendimento basato sul presupposto che gli strumenti per l'acquisizione di
qualcosa chiamata conoscenza siano limitati.
A quel punto, però, le mie riflessioni non
venivano più considerate sovversive e nessuno, in campo universitario, si è più
preso la briga di discuterle. Ho allora cercato di portare la questione
all'interno delle associazioni impegnate nella ricerca in campo educativo, ma
senza successo. Per esempio, una volta ho avuto l'onore di tenere una conferenza
in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione dell'International
Association for Educational Research. C'erano migliaia di persone e li ho
implorati dicendo: "Sentite! Ciò di cui abbiamo realmente bisogno è uno
studio sull'origine dell'idea di educazione, di apprendimento basato sul
presupposto della scarsità". Dopo anni ho potuto vedere solamente qualche
abbozzo di risposta qua e là.
Questa è stata la seconda fase in tema di
scolarizzazione: la consapevolezza - attraverso Sachs e il suo gruppo - che la
questione primaria non era la scolarizzazione ma l'essere prigionieri dell'idea
stessa di educazione, il che ha comportato l'analisi degli effetti collaterali
indesiderati di tutte le forme di educazione adulta. Sono poi giunto alla terza
fase, ovvero al riconoscimento che l'educazione doveva essere intesa come
apprendimento basato sul presupposto della scarsità. Da lì mi sono
progressivamente spostato verso il mio attuale progetto, che a partire dalla metà
degli anni Settanta è diventato quello di scrivere una storia della percezione
della scarsità.
Sono partito dalla seguente domanda: quali
sono le condizioni che consentono l'emergere dell'idea stessa di educazione? Non
puoi avere un'idea moderna di educazione se non credi che in essa risieda la
conoscenza; conoscenza che può essere confezionata, definita, espressione di un
valore che può essere fatto proprio. Così ho cominciato a occuparmi del
contesto mentale, dello spazio in cui i concetti con i quali costruiamo la
nozione di educazione possono prendere forma.
In
Limits to Medicine sottolinei che se la tua critica della medicina viene
presa come un attacco ai medici, il risultato potrà essere analogo a quello che
si era già verificato in materia di descolarizzazione. Intendevi dire che poiché
il tuo era stato scambiato per un attacco alla scuola, in realtà era servito a
quest'ultima per consolidare ulteriormente se stessa come una sorta di aula
universale?
Esatto.
Ed
è questo che ritieni di non avere individuato all'epoca in cui hai pubblicato Descolarizzare
la società?
Quando ho scritto l'articolo intitolato The
Futility or Schooling in Latin America, pubblicato su "The Saturday
Review", non me ne rendevo conto. Tre anni dopo, sei miei articoli sono
stati pubblicati insieme con il titolo Descolarizzare la società. Il
dattiloscritto era rimasto per nove mesi alla Harper, perché un buon libro
richiede un periodo di gestazione di nove mesi. Durante l'ultimo mese, quello
precedente l'uscita, ho improvvisamente compreso gli indesiderati effetti
collaterali che la pubblicazione del mio libro poteva favorire. Così sono
andato dal direttore della "Saturday Review", Norman Cousins, amico
del mio amico Erich Fromm[6],
e gli ho detto: "Norman, non saresti così gentile da consentirmi di
pubblicare un articolo il mese prossimo?". "Certo" mi ha
risposto, "ma solo se lo scrivi in modo tale che ci consenta di utilizzarlo
come articolo di fondo".
Così ho scritto un articolo nel quale in
sostanza spiegavo che non ci sarebbe stato niente di peggio che credere che
considerassi le scuole il solo strumento per creare, stabilire e consolidare
negli animi il mito dell'istruzione. Ci sono numerosi altri modi con i quali
possiamo trasformare il mondo in un'aula universale. E Cousins è stato così
gentile da consentirmi di pubblicare quella che considero la critica più
importante al mio libro.
Sono
state molte le critiche ricevute da Descolarizzare la società. Mi ricordo quella di Herb Gintis, apparsa
sulla "Harvard Educational Review", che credo esemplifichi una critica
marxista al tuo lavoro[7].
Più tardi Vicente Navarro ha assunto una posizione molto simile nei confronti
di Limits to Medicine[8].
Gintis sosteneva che hai considerato la scolarizzazione in termini di
assuefazione, o di iniziazione al mito del consumo infinito, ma hai trascurato
il suo ruolo centrale nel sistema produttivo, hai trascurato il fatto che è uno
specchio del sistema produttivo. Secondo lui, tu hai reso le persone
responsabili della propria descolarizzazione quando in realtà si stanno
comportando razionalmente e in modo appropriato all'interno del sistema nel suo
insieme, e di conseguenza finisci per trasmettere loro un messaggio di
disperazione. Dato che la scuola è intrinseca al sistema, afferma, se non
riescono a trasformare il sistema non possono nemmeno descolarizzarlo.
Non ho mai risposto a Gintis, ma ho risposto
a Navarro quando mi ha fatto la stessa obiezione a proposito della sanità,
aggiungendo una nota in calce alla seconda edizione di MedicaI Nemesis
(Nemesi medica). Lì dicevo: "Navarro mi accusa di avere presentato
proposte in campo sanitario che negano al povero il diritto al danno iatrogeno.
Lui invece vuole distribuire in parti uguali il danno iatrogeno". A Gintis
avrei detto: "Voi siete preoccupati perché la parte più povera degli
americani" - all'epoca i neri e i portoricani dei ghetti - "non ha una
scolarizzazione sufficiente per capire cos'è meglio per lei e così rimane
indipendente. La gente più povera viene emarginata dalla scuola prima che possa
cadere nelle vostre mani e sentirsi dire che voi sapete cos'è meglio per
lei".
Ma di critiche ne ho ricevute a centinaia.
John Ohliger ha raccolto tre volumi di citazioni tratte da queste critiche e
dalle discussioni sollevate[9].
E in mezzo a tutto ciò non è stata rivolta alcuna attenzione agli unici due
capitoli che desideravo venissero discussi: The Ritualization or Progress
e The Rebirth of Epimethean Man.
Nel
tuo libro Gender
and Sex (Il genere e il sesso) affermi che non avresti potuto scrivere quel
libro, né Descolarizzare la società, senza il lavoro di Philippe Ariès[10].
Ariès è l'unica persona che cito in Descolarizzare
la società. È attraverso Ariès che sono stato introdotto alla storicità
della percezione del bambino. Probabilmente sono rimasto affascinato da
Ariès perché ho sempre provato fastidio quando i figli dei miei amici
assumevano un atteggiamento riassumibile nella frase: Sono un bambino e devi
prestarmi attenzione. È da quando ho compiuto quindici anni che rifiuto di
interessarmi o di avere qualunque tipo di relazione con persone simili. Alcuni
dei miei amici, dei miei migliori amici, amici di famiglia, mi hanno considerato
per tutta la vita un bruto. Tuttavia diverse volte è accaduta una cosa
interessante: quando questi ragazzi avevano difficoltà con i loro genitori, si
presentavano improvvisamente alla porta di casa mia (questo accadeva quando
avevano quattordici-quindici anni). In due casi vennero a cercare rifugio
addirittura in un altro continente.
A mio avviso, una delle cose più dannose
che fa la società moderna è produrre figli in questo senso specificamente
moderno. Quand'ero giovane, decisi che io non l'avrei fatto e fu quella la
ragione per cui a dodici anni presi la decisione di non sposarmi.
In seguito, ho del tutto respinto l'idea
dell'infanzia e in particolare del bambino bisognoso del XIX secolo. Ariès mi
ha fatto capire che il bambino come l'intendiamo noi è una invenzione moderna.
E poi Ariès, con i suoi articoli sulla morte, mi ha aiutato moltissimo nella
scrittura di Nemesi medica.
Una volta, quando non avevo ancora
pubblicato Nemesi medica, mi trovavo a Parigi per un giorno e mezzo e lì
m'incontrai con Valentina Borremans[11].
Le domandai: "Chi desideri vedere?". E lei mi rispose: "Be', se
abbiamo a disposizione soltanto un pranzo e una cena, Sartre e Ariès".
"Chi per primo?". "Ariès". Così presi il telefono e
chiamai: "Monsieur Ariès?.. Ivan Illich". Silenzio assoluto. Poi un
freddo: "Sì?". Allora dissi: "Sarei molto lieto di incontrarla e
si tratta di un'occasione speciale. C'è con me una signora che credo lei avrà
piacere di conoscere e che desidera fare la sua conoscenza".
"D'accordo, vediamoci". Così c'incontrammo in un piccolo ristorante.
Fui fortunato e scelsi il ristorante giusto, quello in cui sapevo che si poteva
prendere una bottiglia di Cahors da un litro. Ordinammo tre di queste bottiglie.
Quando arrivammo alla fine del pranzo, dopo
tre litri di Cahors, gli chiesi: "Quando vedremo finalmente pubblicati in
un libro questi articoli?". Mi rispose: "Be', fra diciassette anni,
credo". Lo incalzai: "Arlès, quanti anni ha?". Mi disse la sua
età. E io ribattei: "Lei non crede alla morte!". Così quello stesso
giorno uscimmo dal piccolo Zinc e ci dirigemmo verso gli uffici della
casa editrice Seuil, dove lui prese accordi per la pubblicazione del suo grande
libro sulla morte. In seguito, nel 1982, mi succedette alla presidenza
dell'Istituto di Studi Superiori di Berlino. Nel 1983 sua moglie morì di tumore
e io andai a stare da lui per un po' di giorni, per evitare che rimanesse solo
nel loro appartamento.
Dicevi che a dodici anni eri giunto alla conclusione di non avere figli.
Ricordo con precisione. Camminavo attraverso
i vigneti che circondano Vienna. Sapevo che entro pochi giorni Hitler avrebbe
occupato l'Austria e riflettevo tra me e me che, essendo quella la situazione,
sarebbero accadute cose che mi avrebbero reso impossibile dare dei figli alle
torri, laggiù, dell'isola dalmata dove i miei nonni e i miei bisnonni avevano
messo al mondo i propri figli.
Allora non intendevi dire semplicemente che la moderna istituzione dell'infanzia - che produce questi figli lagnosi - è così sgradevole che hai preferito non averci nulla a che fare... ?
No, intendevo anche che, dalla mia parte non
ebrea, ero stato abituato all'idea che un figlio è un dono fatto alla famiglia
e mi accorgevo che questo per me non sarebbe stato possibile.
Si trattava allora di una riflessione che riguardava il destino dell'Europa, e del mondo, e non soltanto l'istituzione dell'infanzia?
Sì, ma è grazie ad Ariès che ho imparato
a vedere la ragione per cui è straordinario, sorprendente, che ci si chiami
ancora umani e ci si consideri ancora discendenti della storia. Fino all'anno
scorso non ci avevo mai pensato. Ma ad un certo punto mi è capitato di dover
spiegare a qualcuno il significato di una curva esponenziale, per cui l'area
sottesa all'ultimo periodo di raddoppio è pari a quella di tutti i precedenti
periodi di raddoppio. In seguito, me ne stavo seduto nel bel mezzo di un mercato
messicano il Giorno dei Morti. Si tratta di una festa durante la quale vengono
costruite piramidi di teschi di zucchero che poi si usa dare ai propri superiori
con su inciso il loro nome. In quella ricorrenza, al proprio capo si può dire
quello che si vuole, lo si può rimbrottare, e lui non può arrabbiarsi con
nessuno. Ad ogni modo, c'erano quei teschi e tantissimi fiori colorati e la
gente che si accalcava, e con la mia fantasia ho cominciato a vedere che anche i
morti passeggiavano per il mercato. E allora mi sono domandato: come mai ce ne
sono così pochi? Avrebbero dovuto essere molti di più. E cominciai a
riflettere che nel periodo nel quale ero vissuto - a partire dal 1926 - erano
nate e morte più persone che in tutta la storia precedente considerata nel suo
insieme. E improvvisamente ho provato l'acuta sensazione, non statistica ma
empirica, di quanto sia unico il periodo nel quale vivo e parlo.
Fonte: David Cayley, Conversazioni con Ivan Illich
(Ivan Illich in Conversation); Elèuthera, 2003.
[1] Ann Freemantle è una scrittrice americana amica di vecchia data di Illich.
[2] Max Gluckman, Essays on the Ritual or Social Relations, Manchester University Press, 1962 (trad. it.: Potere, diritto e rituale nelle società tribali, Bollati Boringhieri, 1977).
[3] La distinzione tra valori e beni viene approfondita in modo più esteso nel capitolo V.
[4] Si tratta di Jan Amos Komensky, 1592-1670, vescovo moravo e innovativo riformatore nel campo dell'educazione.
[5] Wolfgang
Sachs, amico e collaboratore stretto di Illich, ora insegna all'Istituto per
gli studi culturali di Essen. Vedi The Development
Dictionary, cit.; For Love of the Automobile: Looking Back into the
History of Our Desires, University of California Press, Berkeley, 1992; The
Archeology of the Development Idea, "Interculture", 23, n. 4,
autunno 1990.
[6] Erich
Fromm, scomparso nel 1980, fu grande amico di Illich e suo vicino a
Cuernavaca. Vedi Escape from Freedom, Farrar and
Rhinehart, NewYork, 1941 (trad. it.: Fuga dalla libertà, Mondadori,
1987); Man for Himself, Rhinehart, New York, 1947 (trad. it.: Dalla
parte dell'uomo, Astrolabio); The Art of Loving, Harper and Row,
NewYork, 1956 (trad. it.: L'arte di amare, Mondadori, 1991). Ha
anche scritto l'introduzione al libro di Illich, Celebration of Awareness,
Doubleday, New York, 1969 (trad. it.: Rovesciare le istituzioni,
Armando, 1973).
[7]
Herbert Gintis, Towards
a Political Economy of Education: A Radical Critique of Ivan Illich's
Deschooling Society, "Harvard Educational Review", 42, n. 1,
febbraio 1972.
[8] Vicente Navarro, Medicine Under Capitalism, PRODIST, NewYork, 1976, pp. 103-131 (trad. it.: La Medicina nel capitalismo, Feltrinelli, 1980).
[9]
John Ohliger e
Colleen McCarthy, Lifelong Learning or Lifelong Schooling? A Tentative
View of the ldeas of Ivan Illich with a Quotational Bibliography,
Syracuse University Publications in Continuing Education, Syracuse, N.Y.,
1971. John Ohliger, Bibliography of Comments on the Illich-Reimer
Deschooling Theses (ERIC ED 090 145).
[10]
Philippe Ariès, Centuries
of Childhood: A Social History of Family Life, Knopf, New York, 1962
(trad. it.: Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Laterza,
1991); The Hour of Our Death, Random House, New York, 1981 (trad. it.:
L'uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Laterza, 1985).
[11] Valentina Borremans era la direttrice del Centro Interculturale di Documentazione (CIDOC).