Non sappiamo più ascoltare

Intervista di Mauro Suttora
Libertaria
(anno 3 n.4 Ottobre-dicembre 2001).


Nell’autunno del 1998 Illich era a Città di Castello, vicino a Perugina, alla Fiera delle Utopie Concrete, un appuntamento organizzato da Karl-Ludwig Shibel. Il tema dell’incontro era L’udito e l’ascolto. In quell’occasione lo ha intervistato Mauro Suttora..

 

“No, per favore, nessuna tele­camera. Niente video. Spenga anche quel registratore”.

E come faccio a intervistar­la? Non vuole che le sue paro­le vengano riportate fedel­mente?

In questo momento de­sidero soprattutto che lei mi ascolti. Voglio comunicare direttamente con lei. Senza passare attraverso un magne­tofono.

Sono tutto orecchi.

Ormai non siamo più ca­paci di usare bene le nostre orecchie. Gli strumenti tecni­ci di cui ci siamo circondati hanno indebolito il nostro udito. Così come anche tutti gli altri sensi.

L'impatto iniziale con Ivan Il­lich è disarmante. Ecco qui il padre dei movimenti ambien­talisti di mezzo pianeta, ma non soltanto quello, il filosofo che per primo nel 1971 teo­rizzò La convivialità come unica difesa di fronte all'alie­nazione della società consu­mista. Herbert Marcuse di­struggeva, lui assieme a Erich Fromm ricostruiva una spe­ranza invitando a Descolariz­zare la società o promuoven­do la «medicina dolce» con Nemesi medica. Da anni, però, Illich è sparito. Poche pubblicazioni (al mas­simo il testo di qualche rara conferenza), pochissimi con­vegni, nessuna intervista. Coerente con se stesso e con il suo rifiuto dei mass media (“Inutili, anzi dannosi: forni­scono un'informazione a sen­so unico filtrata, asettica e predigerita”) è scomparso dalla scena pubblica. Ma a 71 anni questo geniale ebreo ex teologo cattolico nato a Vien­na non ha rinunciato a colti­vare una rete di rapporti “pri­vati e privilegiati” in ogni continente (dall'università messicana di Cuernavaca a quella americana della Pennsylvania, a quella tedesca di Brema), accettando ogni tanto l'invito a riunioni o seminari.

L'ho incontrato alla Fiera del­le utopie concrete, appunta­mento autunnale a Città di Castello (Perugia) organizzato da Karl-Ludwig Schibel, dove Illich è tornato dopo nove an­ni. Quest'anno il tema dell'in­contro era L'udito e l'ascolto: il primo di una serie di cin­que, che con cadenza annuale fino al 2001 studieranno tutti i sensi dell'uomo. “Mi piace la stravaganza erudita di queste avventure intellettuali al di fuori delle mode dominanti”, confessa Illich. “Ogni epoca ha trattato udito, vista, olfat­to, gusto e tatto in modi diver­si. Il tema centrale delle mie ricerche negli ultimi anni è stato proprio l'ascesi dei sensi: l'arte del soffrire e del godere, dell'amare e del morire. Allo stesso modo, in ogni periodo è esistita un'arte specifica dell'ascoltare, nonché un'arte dello sguardo”.

 

E oggi?

Una volta una bambina di nove anni mi ha detto che nel corso del pomeriggio ave­va visto «Kennedy, Reagan ed E. T. come vedo te». Il «vede­re» evidentemente per lei si è staccato dall'incontro. Fino al primo millennio lo sguardo era vissuto come un raggio che cade dall’occhio sull’oggetto.. Quest’atteggiamento è stato rovesciato da Keplero: l’occhio è diventato la pota di ingresso per i raggi del sole che consegnano, “come i cavalieri della posta”, la vista delle cose alla retina. E’ il principio della camera oscura. Ma oggi è in atto un ulteriore rovesciamento: tramite l’occhio noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi della televisione, ci trasferiamo nell’azione sullo schermo. L’occhio è stato arruolato al servizio del medium.

 

Insomma, in singolare seppur involontaria sintonia con le tesi di Giovanni Sartori, il quale prende di mira l’uomo videns, che tutto vede (in TV), ma poco o nulla capisce, anche lei incolpa i media per la “perdita di senso” che sembra attanagliare sempre di più il cittadini contemporaneo. Si ripete così il paradosso da lei evidenziato vent’anni fa: malati “arruolati” al servizio dei medici, studenti “arruolati” al servizio dei professori e non viceversa, mass media che creano la pubblica opinione invece di rifletterla.

 

Esatto. L’esempio dei sistemi sanitari, che sono ormai strutture elefantiache divoratrici i soldi, è tipico. Il paziente moderno si affida con naturalezza al medico, che gli descrive e gli spiega la sua condizione sulla base di numerosi esami. Ma questo è un comportamento che non esisteva fino al Novecento. Prima il paziente andava dal proprio medico per mostrarsi a lui e per esporgli le sue lamentele.. Occasionalmente il medico sentiva o degustava la sua urina. Anche le persone più povere e analfabete si confidavano con il dottore con una precisione incredibile. Compito del medico era interpretare la storia dei dolori del paziente, partendo da lì per la cura. Oggi invece non c’è più ascolto: gli specialisti si appoggiano a valanghe di esami. Ma se qualcuno alla domanda “come ti senti?” mi rispondesse con la pressione sanguigna e livello ormonale, vorrei vomitare. Invece, questo è proprio ciò che accade oggi.

 

La “realtà virtuale” oggi porta all’estremo la scissione tra percezioni sensoriali e mondo fisico reale.

 

Sì. Sempre di più non vediamo le cose dove sono tangibili, non le vediamo in un modo in cuui possano essere toccate. Sempre più spesso diventa una nostra abitudine prendere sul serio delle voci senza corpo al telefono. Ma attenzione: non sta per sparire soltanto quella che gli antichi chiamavano sin-estesia, cioè la collaborazione fra i diversi sensi. Perfino il “Senso comune”, che rendeva possibile la percezione sensoriale dell’intonazione giusta, del rispetto, della proporzionalità sensata, appartiene ormai al passato.

 

Ma si possono distinguere, nella storia, periodo caratterizzati dall’uso privilegiato di un senso: l’epoca dell’olfatto, della vista, del tatto, dell’ascolto, della parola?

 

E’ difficile immaginare oggi cosa succedeva in un teatro greco 500 anni avanti Cristo. Era qualcosa che Platone trovava indecente: le maschere (coscientemente non parlo di “attori”) non ave­vano spettatori (theoretes) , ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle ca­denze, nelle melodie dello spettacolo, presentato senza alcun atteggiamento critico. Platone cercò invece di pro­muovere il “guardare” gli spettacoli, e pretendeva addi­rittura che nel suo stato idea­le certi tipi di melodie fossero vietate del tutto.

 

Nulla sembra cambiato ri­spetto a quarant'anni fa, con le accuse al rock di essere la “musica del diavolo”, o ri­spetto a oggi, con le polemi­che degli odierni cinquanten­ni (i rockers di ieri) contro i ritmi techno, house o garage che stordirebbero le nuove generazioni.

 

Certo. Ma già Aristotele criticò su questo il suo mae­stro Platone, perchè secondo lui una limitazione al solo “guardare” non coglieva la sostanza della tragedia. La tragedia è invece mimesis praxeos, cioè “l'esecuzione coinvolgente in un'azione”, una risonanza con qualcosa che l'ascoltatore deve capire in modo quasi tattile.

 

Nell'Italia dei nostri giorni la riscoperta della parola è te­stimoniata dal calo degli spettatori televisivi, dall'au­mento di quelli radiofonici e del teatro, dal successo dei talk show e di spettacoli come quello di Marco Paolini, con il suo eccezionale monologo sul Vajont.

 

Purtroppo non conosco l'Italia di oggi. Ma secondo Aristotele l'artista-oratore nel teatro, nell'insegnamento, e anche in politica, può coin­volgere completamente l'ascoltatore-spettatore soltanto con la mimesis, l'esperienza di una nascita. Solo così può promuovere il pathei mathos, l’”imparare a soffrire” da co­loro che hanno vissuto una forma di sofferenza...”

 

Con il rischio di cadere nella «tv del dolore»...

 

... ma sempre Aristotele, nel suo Poetica, sottolinea co­me la presentazione visiva della sofferenza nel caso migliore può servire come “se­gno” (semeia), senza produrre grandi effetti sullo stato dello spettatore. Invece l’orazione artistica e la melodia possono modellare il carattere dell'a­scoltatore, mettendogli le ali per partecipare fisicamente.

 

Qual è il tipo di ascolto che lei, fondatore dell'ecologia moderna, considera più “sa­no”?

 

Quello della comunica­zione diretta, fra persone che possono guardarsi in faccia. Un dialogo che coinvolge l'o­recchio, ma anche la vista: “Ti do me stesso attraverso le pu­pille dei miei occhi”.