ESPERIENZE - MAURIZIO & MICHELA

 

ESPERIENZA DI MAURIZIO E MICHELA IN BRASILE

 

La povertà e l'allegria: in due parole ciò che abbiamo trovato a San Luis nel Nord-Est del Brasile.

Siamo stati due settimane a "lavorare" in un progetto di recupero dei bambini lavoratori.

Dico "lavorare" perchè io, personalmente, mi sono divertito come un matto a fare l'animatore con  ragazzi del progetto. Nonostante la lingua (si parla solo portoghese) siamo stati in compagnia di tanti ragazzi poveri (e quando dico poveri, intendo che spesso saltano i pasti!).

Il lavoro, in realtà, non è stato affatto faticoso anche perchè non si trattava di vero e proprio lavoro.

Per capire, bisogna sapere un po' come vanno le cose in quella zona (e, in generale, in zone afflitte da problemi simili)

Le famiglie sono molto numerose e, come se non bastasse, spesso i fratelli e le sorelle non hanno lo stesso padre.

Essendo molto poveri, poi, i genitori sono sempre fuori casa alla ricerca di qualcosa da fare per guadagnare la giornata. Risultato? I bambini sono abbandonati a loro stessi! Il lavoro più grosso, con questi ragazzi, è stare loro vicini, farli sentire importanti anche per il solo fatto di stare con loro, dedicare loro del tempo, ascoltarli, parlarci (spesso a gesti o in portoghese maccheronico), considerarli persone e non nullità o, peggio, lavoratori da assumere a prezzi stracciati.

Le cause di questa situazione? La scarsa cultura e alfabetizzazione. E’ un discorso che da piccolo non accettavo: perché bisogna per forza studiare, capire, essere critici, conoscere il mondo che ci circonda? Perché è molto facile fregare una persona di bassa cultura. E allora, perché non ci si sforza a mandare a scuola tutti? Perché in una realtà dove la malnutrizione e l’abbandono a sé stessi sono di casa, è estremamente difficile riuscire a far capire ai ragazzi cosa è bene per il loro futuro ed è difficilissimo impedirgli di lavorare per guadagnarsi il pane. E’ da considerare, poi, il fatto che chi ha buona volontà spesso non ha le capacità intellettive adeguate, non perché sia stupido ma perché questo è uno tra i tanti effetti della malnutrizione. A tutto ciò, anche se la fatica è titanica, cercano di dare risposta i progetti che abbiamo conosciuto e in cui abbiamo lavorato: i ragazzi che entrano a far parte di tali progetti hanno l’obbligo di andare a scuola e, durante il resto della giornata, partecipare alle attività del progetto (laboratori di informatica, modellismo, sport, danza…) sottraendogli, così, il tempo per lavorare; chi garantisce un certo numero di presenze riceve una mancia di 40 reali al mese (poco meno di 15 euro). Oltre ai ragazzi, abbiamo avuto occasione di conoscere le famiglie che abitano nelle favelas: uno spettacolo che niente al mondo potrebbe descrivere in tutta la sua tragedia: una casa di bastoni e fango (neanche 10 metri quadrati) con pavimento in terra battuta abitata da sei persone; i più fortunati hanno i mattoni forati per costruire le pareti. Ciononostante la casa è sempre aperta agli ospiti (quelli conosciuti, perché gli sconosciuti li fanno fuori) e il sorriso non manca mai dalla bocca della gente. Siamo capitati in casa di una famiglia che aveva perso un bambino di otto anni affogato in un pozzo. Una situazione allucinante: una casa che definire misera è poco abitata da una mamma che riusciva a sorriderci e dire “Siamo nelle mani di Dio” nonostante la perdita del figlio.

La serenità nonostante la perdita di un figlio, l’allegria nonostante la tragedia quotidiana della miseria, la gioia e la voglia di vivere di un popolo affamato… E noi che ci lamentiamo di non guadagnare abbastanza per andare in vacanza o per avere la terza macchina… Abbiamo perso di vista ciò che conta: l’essere. Abbiamo dimenticato di essere persone che amano e che hanno un bisogno disperato di essere amati da loro simili e non dalla TV o dai videogiochi. Tutti i  regali del mondo non servono a sostituire la carezza di una mamma al figlio e tutti i soldi del mondo non restituiscono la gioia di una vita spesa per le persone piuttosto che per la carriera. Quando impareremo a vivere dai poveri? Quando impareremo che per vivere bene non è necessario avere ma bisogna avere il necessario e spendere il nostro tempo in esperienze e attività più profonde e appaganti del guadagno? A che giova soffocare un bambino di giochi quando gli neghiamo il nostro tempo prezioso? Quello che ho visto in Brasile, al di là della povertà, è la felicità della semplicità, la gioia della condivisione di chi non ha nulla ma mette a disposizione tutto, la stoltezza del mettere il denaro e il successo al primo posto. E risuona l’intuizione di Albert Einstein: “Non tutto ciò che conta, può essere contato. Non tutto ciò che può essere contato, conta

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