INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  Un’analisi su come poter affrontare il dopo guerra. Francesco

 

AVVENIRE

 

VINCERE OGNI AUTOLESIONISMO

di Vittorio E. Parsi

 

Come convincere gli Stati Uniti a non trarre, dal «successo» militare conseguito in Iraq, un ammaestramento politico sbagliato? Al di là dei suoi sviluppi immediati, questa è la principale questione che resta sul tappeto dopo la presa di Baghdad. Per le modalità stesse, clamorose e impreviste, con cui il regime di Saddam è crollato, è forte il rischio che a Washington si convincano sempre di più che l'esercizio della forza, lo sfruttamento dell'enorme differenziale di potenza americano, siano la strada migliore per risolvere i problemi futuri. Cedere alla tentazione di una politica estera prevalentemente muscolare, sarebbe quanto meno un gravissimo errore politico. Che tra l'altro rinnegherebbe la logica stessa con cui l'amministrazione Bush ha cercato di far passare la guerra all'Iraq: ovvero il fatto che la straordinarietà della minaccia costituita da Saddam Hussein «autorizzasse» un ricorso a mezzi straordi nari, quali appunto una guerra e una guerra addirittura senza l'avallo dell'Onu.

Il fascino di una politica decisamente assertiva e unilaterale, è già in campo per ora nei confronti di Paesi alleati, «rei» di aver voltato le spalle a Washington nel momento di maggior bisogno, come la Francia per intenderci. Al di là di quanto si possa giudicare miope e velleitaria la conduzione di Chirac durante la crisi irachena, il tentativo di isolare Parigi in Europa e nel mondo sarebbe infatti parimenti poco lungimirante. Mentre ci si accinge a ricostruire l'Iraq, è opportuno cioè non perdere di vista un altro obiettivo, altrettanto urgente: quello di restaurare la solidarietà occidentale e il tessuto connettivo della comunità internazionale.

Le strade per costruire un Iraq democratico, più per evitare che gli Usa perseguano un autolesionistico oltranzismo unilateralista, i n realtà prevedono come primo passo un richiamo di Washington alle sue responsabilità globali. E perché sia efficace, è consigliabile che tale richiamo avvenga all'insegna del realismo. Pretendere subito, fin dai primissimi mesi della transizione, un ruolo preminente per l'Onu finirebbe probabilmente con l'irritare ancor più l'America e a emarginare maggiormente il Palazzo di Vetro dal dopoguerra. Cominciare col chiedere invece che altri soggetti - dall'Unione Europea alla Nato - affianchino Washington in un simile compito, sarebbe un segnale inequivocabile di multilateralismo non antagonista e proverebbe una duttilità da parte dell'Europa in grado di renderla partner affidabile e insostituibile di Washington.

Il che potrebbe dare subito un senso politico concreto alla «soddisfazione» che, tutti, hanno espresso per la caduta del regime di Saddam Hussein, in attesa di pervenire quanto prima a gradi di un coinvolgimento più i mpegnativo. Ciò consentirebbe - ripeto - di capitalizzare l'unico, indiscutibile punto su cui il consenso è unanime ma anche di rammentare agli Stati Uniti che l'eccezione non può davvero diventare una regola. Comunque sia immaginabile il nuovo ordine mondiale, esso dovrà assumere insomma una veste istituzionale in grado di connettere vincitori, vinti e neutrali. Nell'interesse anche degli Stati Uniti, per evitare quella che già negli anni '40 George Kennan definiva il rischio di un'eccessiva esposizione degli Stati Uniti in un assetto non multilaterale. Questa del resto è stata una grande lezione che proprio gli Stati Uniti - dal 1914 in poi - hanno impartito al mondo, nella consapevolezza propria dei Padri Fondatori che «se il potere corrompe, il potere assoluto corrompe in maniera assoluta».

 

(11/04/03)