INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  Un articolo proposto da Riccardo. Le guerre esistono perché qualcuno produce le armi. Ecco qui alcune informazioni sul loro commercio. Commercio che andrà ad alimentare i conflitti di domani. A questo punto diventa molto importante e attuale la proposta del presidente del Brasile, Lula, di tassarne la vendita per creare un fondo contro la povertà.  Francesco

 

IL MESSAGGERO DI SANT'ANTONIO

 

Riprende alla grande la corsa al riarmo
di LUIGI CIOTTI


Rachel Corrie, una ragazza americana, aveva solo 23 anni quando, il 16 marzo scorso, un bulldozer dell’esercito israeliano l’ha uccisa nella Striscia di Gaza. Faceva parte di un gruppo pacifista, «Movimento internazionale di solidarietà». Lei, la sua solidarietà e il suo coraggio era andata a portarli davanti alle abitazioni palestinesi, che le ruspe israeliane spesso abbattono come  forma di rappresaglia e di controllo del territorio, all’interno dell’annoso e tragico conflitto israelo-palestinese. Conflitto di cui, particolarmente dopo l’inizio della guerra in Iraq, non si riesce neppure a immaginare la fine.

Gli scontri tra esercito israeliano e palestinesi e i continui attentati suicidi, dall’inizio della seconda Intifada al marzo 2003, contano ormai circa 3 mila 100 vittime (più di 2 mila 300 palestinesi e oltre 730 israeliani), migliaia di feriti e, appunto, centinaia di case distrutte dalle ruspe. Rachel era lì a fare una cosa che si chiama «interposizione»: con i suoi compagni pacifisti di molti e diversi Paesi, si metteva tra i bulldozer dell’esercito e le abitazioni. Volontari «scudi umani» per frenare l’odio e la violenza. Ma, specie di questi tempi, la violenza – sia quella del terrorismo sia quella degli eserciti degli Stati – sembra crescere inarrestabile.

Da metà maggio è nelle librerie un volume: Rapporto sui diritti globali 2003. Uno dei sedici capitoli si intitola «Nuovi conflitti e guerre dimenticate».

Sono purtroppo tanti, gli uni e le altre. Non solo in Iraq o nei Territori occupati. Pochi ricordano o hanno avuto modo di sapere che in Cecenia sono 60-80 mila i civili uccisi e 36 mila i dispersi dall’inizio del conflitto. Oppure che negli ultimi dieci anni, in Algeria la guerra civile tra esercito e gruppi estremisti islamici ha visto 200 mila vittime. O che il Kashmir in dodici anni di conflitto ha subito 40 mila morti. Per non parlare delle stragi immani, dei milioni di morti, nell’Africa.

Le guerre nascoste dall’odio, dall’incapacità della politica, dalla fragilità degli organismi internazionali, dalle logiche di potere e di potenza. Ma i conflitti sono anche occasione o, addirittura, ricerca premeditata di profitti, sono uno spreco immane di risorse.

Pochi giorni dopo l’inizio dell’intervento in Iraq, Bush ha chiesto al Congresso Usa 74,7 miliardi di dollari. Una cifra ritenuta necessaria come costi aggiuntivi per un mese di guerra, che si sommano ai 364,6 miliardi di dollari stanziati dagli Stati Uniti per la loro spesa militare nel 2003. La corsa al riarmo non riguarda solo gli Usa ma molti altri Paesi. Il quadro mondiale ormai destabilizzato non farà che aumentare la spesa per armamenti di tutti gli Stati, anche dei più poveri: negli ultimi anni, circa un terzo dell’intero debito estero dei Paesi poveri (2 mila 400 milioni di dollari) è stato utilizzato per acquistare armi dalle industrie degli stessi Paesi da cui avevano ricevuto i crediti e, secondo un recente Rapporto del Dipartimento di Stato Usa, le spese militari dei Paesi più poveri sono aumentate del 18 per cento negli ultimi dieci anni.

Anche questa realtà, forse, come il sangue e le stragi, è un volto nascosto e rimosso dei conflitti e delle ingiustizie che segnano molta parte del globo. Troppo spesso, infatti, dimentichiamo. Troppo spesso non riusciamo a conoscere. Talvolta siamo noi a non voler vedere e sapere. A non volerci più interrogare sui perché, sui volti e sui luoghi in cui l’ingiustizia e la morte sembrano inarrestabili. Come la ruspa che ha ucciso Rachel o come quel conflitto medio-orientale che non trova spiragli e volontà di soluzione. Ma l’ingiustizia e la morte proprio nel silenzio e nell’indifferenza trovano il loro carburante, i loro riferimenti per continuare, all’infinito.


(maggio 2003)